Archivio | novembre 2007

Ricordando Gramsci

Ales 22 gennaio 1891 – Roma 27 aprile 1937
 
Dopo l’omaggio ad Hikmet, mi piace oggi ricordare Gramsci.
Hikmet e Gramsci: due personalità diverse, figlie di due diverse civiltà, ma con alcune caratteristiche in comune: la lunga esperienza del carcere, la coerenza nel portare avanti la lotta politica, una tenace fiducia nell’uomo, nonostante tutto, la fede in alcuni valori fondamentali, l’amore per la natura e, più in generale, per l’esistenza. Un’esistenza che per entrambi fu, in fondo, breve.
 
Nonostante quest’anno se ne sia già parlato tanto, vorrei tornare a Gramsci, e rinnovarne il ricordo, con alcuni miei scritti che “raccontano” alcuni momenti “probabili” della sua vita in carcere.
 
 
Al di là del mare
 
 
Il prigioniero cammina lento
nella cella
ascoltando la pioggia che batte
sul vetro opaco del lucernario.
 
Le lenti rotonde non velano
lo sguardo penetrante
che fruga tra i pensieri
pronti a prendere forma
sulle pagine bianche.
 
Un ragno si trascina piano
nell’ombra di un angolo
e interrompe l’intreccio sulla tela
per seguire l’amico taciturno
che lavora.
 
Si ferma il passo, stanco, all’improvviso
per volare oltre le grate,
sperando di incontrare gli occhi chiari
di due figli lontani
ai quali raccontare le storie di un’infanzia
vissuta al di là del mare.
 
 
Senza sole
 
Era un inverno freddo ed il sole nascondeva i suoi raggi dietro le bianche forme eterogenee delle nuvole. La penombra occupava quasi tutti gli angoli della cella, e Antonio, per poter utilizzare la scarsa luce che riusciva in qualche modo a passare attraverso il vetro della finestra, spostò il minuscolo tavolo consumato dai tarli, che stava addossato al muro, verso il centro dove quel tenue filo di luce poteva arrivare. Accostò poi la sedia, piccola e sgangherata, al tavolo, disponendo sotto uno dei piedi un pezzo di compensato perché rimanesse in posizione stabile sul pavimento.
Lentamente si sedette, prese alcuni fogli , un pennino e incominciò a scrivere.
La penombra avvolgeva quel corpo stanco, piccolo, scosso da qualche nervoso colpo di tosse. Ma la mano era ferma, sicura nel grattare sul foglio bianco. E lo sguardo, quello sguardo acuto, si fermava talvolta sulla parete senza guardarla, proiettato all’interno, verso l’unico mondo libero nella sua vita di detenuto, affidando alla memoria e agli affetti la sua sopravvivenza.
 
 
Il mestiere di fantasma
 
Quante notti dominate dall’insonnia, trascorse a pensare a quello che poteva essere e non era stato. Quella esigua parte di vita coniugale durata troppo poco, spezzata da eventi immaginati ma certamente non voluti, pensati possibili ma tenuti lontani con la speranza che mai si sarebbero concretizzati.
E invece, la crudeltà dell’animo umano, facilmente aiutata dalle circostanze, gli aveva impedito di essere padre, giorno dopo giorno, al fianco di due figli quasi sconosciuti ma profondamente amati.
Paternità a distanza, motivo di sofferenza lacerante, desiderio di entrare con affettuosa prepotenza nella loro vita per cercare faticosamente di costruire un filo diretto basato su racconti di esperienze lontane, su impressioni e consigli.
Ma i figli spesso sfuggivano all’ impegno preso perché non potevano capire l’esigenza dolorosa di un padre affamato di notizie, di particolari anche insignificanti ma vitali, che non si rassegnava ad un destino deciso da altri uomini che volevano negargli il diritto di essere genitore.
 
 
Trattare i bambini come esseri ragionevoli
 
Il 1930 stava per finire e Antonio, in prigione ormai da diversi anni, non riusciva ad accettare il fatto che i figli non sapessero ancora della sua detenzione, del perché lui fosse in carcere.
Si chiedeva che cosa potessero pensare di questo padre assente, sempre più lontano.Non gli sembrava giusto che Giulia non avesse spiegato loro come stessero le cose. Certamente in un primo momento lo sconcerto sarebbe stato grande, ma poi avrebbero finito col capire perché lui fosse un detenuto. Antonio era sicuro di questo. Non era un ladro né un malfattore, nessun sopruso, nessuna violenza lo avrebbero fatto rinunciare alle sue idee.
 
 
L’educazione: spontaneismo o coercizione
 
La primavera era già iniziata da un mese, ma il clima si manteneva fresco ed un vento insolente sollevava con fare irritante le foglie secche del cortile.
I detenuti avevano formato dei piccoli gruppi in quello spazio angusto, ma Antonio quel giorno non aveva voglia di chiacchierare. Pensieroso, se ne stava seduto su una panca ad osservare quella moltitudine di uomini tanto diversi tra loro, così speciali nella singolarità delle loro vite.
E osservava la sua pianta di rose bruciata dal sole, ma ancora viva e in grado di rigenerarsi.
Finita l’ora d’aria e ritornato in cella, rimase a lungo a pensare in che modo potesse aiutare la rosa a riprendersi. Sentiva forte, dentro di sé, il desiderio di tirarla un po’ su, per accelerarne la crescita, ma nello stesso tempo non voleva imporle ritmi innaturali.
Poi il suo pensiero andò ai figli lontani e si chiese come avrebbe voluto educarli se fosse stato con loro.
Li avrebbe lasciati crescere rispettando ogni inclinazione? O ne avrebbe indirizzato le capacità? Oppure avrebbe cercato una via intermedia tra le due possibilità?
Come avrebbe voluto aiutarli nella crescita, condividerne gioie e preoccupazioni! Affiancare sua moglie in questo impegno che percepiva gravoso e concretizzare ciò che per lui era vitale: essere un padre e non una figura lontana dai contorni sbiaditi.
Era stanco. Si avvicinò al letto, levò alcuni giornali che gli erano stati consegnati quella mattina, sfilò le scarpe e si distese. Si sentiva svuotato di ogni energia, incapace di mettere ordine tra i pensieri disordinati e contradditori che da tempo occupavano la sua mente.
D’improvviso si alzò, si diresse verso il tavolino, prese della carta e incominciò a scrivere a Tania. Voleva parlarle dei suoi dubbi per cercare di chiarire a se stesso quelle idee sull’educazione ancora così confuse…
 
 
Giulia: ponte tra due sponde
 
Erano i primi giorni di novembre del 1936 e gli anni trascorsi in carcere incominciavano ad essere tanti. Il fisico debilitato e la psiche provata dai lunghi anni di isolamento avevano inciso profondamente sulla forza e sul coraggio di Antonio, corrodendolo come i tarli sul legno.
Eppure resisteva, doveva resistere perché voleva ancora dare e ricevere.
C’era Julka,sua moglie, sofferente e lontana, c’era Tania, quasi una sorella, fragile ma sempre vicina, e i suoi ragazzi, con i quali voleva mantenere quell’esile rapporto tenuto in vita soltanto dalla sua tenacia.
Quel giorno, dopo una notte trascorsa con gli occhi sgranati dentro il buio, con il passo incerto e la mente appannata, si sedette sul bordo del letto ancora sfatto e scrisse.
Scrisse a Giulia e i pensieri ritornarono nitidi nel chiedere con determinazione il suo aiuto. Si informò sui ragazzi, sui loro interessi, gli impegni. Una fame insaziabile di notizie, un vuoto mai colmato, diventato più profondo col trascorrere degli anni.
Antonio voleva essere aiutato perché il dialogo con loro fosse possibile. Le chiese di fare da intermediaria, come un ponte tra due sponde, perché le sue parole, i racconti, i ricordi potessero raggiungere il loro cuore.
Quando finì di scrivere, si sentì esausto
Si ricordò che qualche giorno prima aveva riposto in un quaderno alcune fotografie dei figli, che Tania gli aveva mandato. Erano abbastanza recenti, e soprattutto nitide. Le prese tra le mani, le osservò, come tante volte aveva fatto. Guardò gli occhi dei suoi ragazzi, quelli del più piccolo sembravano incredibilmente chiari…
Improvvisamente davanti a sé vide il mare. Una grande nostalgia lo prese, ma subito, come era nella sua natura, cercò di inibire ogni emozione, di controllare il cuore che aveva iniziato ad accelerare i battiti.
Si scosse, ripose le fotografie e attese con pazienza l’arrivo del secondino per il pranzo.
 
 
Julca
 
Un amore nacque in quei giorni lontani
tra te, uomo di un’ isola antica,
e lei, dolce violinista straniera.
 
Vi unirono le vicende del tempo,
la vostra stessa diversità,
la tua forza mediterranea,
la sua apparente fragilità.
 
Pochi i momenti vissuti insieme,
tante le lettere scambiate
come le incomprensioni
e gli aiuti reciproci negati.
 
Fu un rapporto profondo, importante,
un amore distante,
difficile da difendere, da recuperare,
in fondo, da salvare.
 
 
L’insonnia
 
Dopo aver trascorso diverse notti senza riuscire a riposare in modo prolungato, nalmente quella mattina Antonio si alzò con la sensazione di avere la mente libera, leggera ed i pensieri lucidi.
Aveva riposato bene e si meravigliò molto quando, durante il “ passeggio”, Lorenzo, un altro detenuto, gli confidò di aver trascorso la notte da sveglio a causa della pioggia forte e insistente. Antonio pensò che stesse scherzando, come del resto faceva spesso. Diverse volte, insieme, avevano stemperato l’aria pesante che si respirava in carcere con un atteggiamento, se non proprio scherzoso, che poco si adattava alla loro situazione, perlomeno ironico e di rassegnato distacco. Lorenzo invece disse di aver imprecato più volte nel corso della notte contro il maltempo. Lui rispose che al contrario aveva dormito bene e non aveva sentito né pioggia né grandine.
Era molto probabile che il sonnifero mandato da Tania con l’ultimo pacco, stesse incominciando a dare qualche risultato.
 
 
L’addestramento
 
L’inverno non era ancora trascorso, ma incominciava a sentirsi nell’aria un profumo conosciuto che sembrava venire da lontano.
Antonio approfittò di quella giornata di sole per cercare di scaldare le ossa indolenzite dal gelo dei giorni appena trascorsi.
Si sedette come sempre su una panca a ridosso della piccola recinzione dove lui, già da qualche tempo, aveva incominciato a piantare alcuni semi.
Fu in quel momento che vide posarsi per terra, ad una certa distanza, un passero. Sembrava affamato a giudicare dalla frenesia con la quale cercava qualcosa tra le poche foglie ancora presenti nel cortile. Poco distante, un albero completamente spoglio si ripiegava su se stesso.
Incuriosito dalla vivacità del passero, Antonio tese la mano verso di lui. Ma l’uccellino volò via e andò a rifugiarsi tra i rami dell’albero. Dopo qualche istante si avvicinò di nuovo, mantenendosi anche questa volta a debita distanza.
A un certo punto, approfittando di un suo momento di distrazione, si posò sul bordo della panca sulla quale era seduto. Antonio rimase immobile cercando di capire che cosa volesse fare.
Fece ruotare la testa con dei movimenti improvvisi e vivaci, poi si avvicinò saltando e andò a posarsi sui lacci delle sue scarpe.
Fu sufficiente un breve movimento per metterlo in allarme. Volò via e non si avvicinò più.
Qualche giorno dopo, fu grande lo stupore di Antonio nel rivederlo nel cortile compiere le stesse azioni e nel medesimo ordine.
Fu allora che gli venne in mente l’idea di provare ad addestrarlo. Non sarebbe stato facile.
Ricordò che da ragazzo aveva allevato diversi uccelli, addestrato dei cani, persino un falco, ma mai un passerotto.
In una situazione di estrema monotonia, anche addestrare un passero poteva essere una variante nella sua vita di detenuto.
Passarono alcuni giorni e Antonio,durante le ore del “passeggio”, si fermava volentieri ad osservare
il suo fringuello compiere bizzarre piroette tra le foglie secche alla ricerca di cibo. Non si avvicinava mai, ma lo osservava continuamente. Era uno strano modo di cercare un contatto.
Finalmente, un pomeriggio, riuscì a trattenerlo tra le mani offrendogli della mollica di pane sminuzzata. Decise allora di portarlo nella sua cella. Gli avrebbe spuntato le ali e avrebbe condiviso con lui i pochi metri quadri che aveva a disposizione.
Il passero si adattò senza difficoltà alla nuova sistemazione, non aveva bisogno di tanto. E Antonio si abituò presto alla sua discreta presenza.
Quando scriveva o leggeva, lui posava le zampe sullo schienale della sedia e aspettava paziente. Ma non amava essere toccato né preso tra le mani. Era estremamente indipendente. E ad Antonio piaceva questo aspetto del suo temperamento.
Visse abbastanza.
Poi, una sera come tante, non volle mangiare né bere. Antonio si accorse che non manifestava più la stessa vivacità, non saltava, non giocava con i lacci delle scarpe, anche gli occhi sembravano appannati.
Visse per alcune ore ancora, poi, l’indomani mattina, lo trovò in un angolo della cella ripiegato su se stesso.
 
 
Il passero
 
Saltavi tra le foglie del cortile
e cercavi del cibo nell’inverno gelato.
Era poco ed io ho condiviso
il mio pane raffermo, la mia acqua raccolta.
Ti ho preso, quel giorno, tra le mani,
comprato da piccoli pezzi di pane,
le piume erano calde e morbide al tatto,
le zampe leggere posate sul dito.
Ti ho preso con me e poi ti ho portato
là dove da anni vivevo rinchiuso.
Nessuna fatica per te adattare
la tua piccola vita alla mia di recluso,
una piccola gioia per me regalarti
un pezzetto di pane.
 
Piera Maria Chessa – inediti
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Due artisti: Pamuk e Hikmet

 

Due artisti “della parola”, entrambi turchi: il primo è ORHAN PAMUK, il secondo NAZIM HIKMET. Straordinari nella loro diversità.
 
 
             
  
 
Un altro Orhan
 
Fin da bambino, per tanti anni ho creduto che vivesse un altro Orhan, del tutto simile a me, un mio gemello, uno completamente uguale a me, in una strada di Istanbul, in un’altra casa simile alla nostra. Non mi ricordo dove e come ebbi per la prima volta questo pensiero. Molto probabilmente, il pensiero si era inciso dentro di me alla fine di un lungo processo, tessuto di incomprensioni, coincidenze, giochi e paure. Per poter spiegare cosa provavo quando questa idea mi balenava nella testa, devo raccontare uno dei primi momenti in cui l’avvertii nella sua forma più evidente.
A cinque anni, a un certo punto ero stato mandato in un’altra casa. I miei genitori, dopo la loro separazione, si erano incontrati a Parigi e avevano deciso di lasciare me e mio fratello a Istanbul, ma divisi. Mio fratello era rimasto a Palazzo Pamuk, a Nisantasi, con la nonna paterna e il resto della famiglia. Io invece ero stato mandato dalla zia materna, a Cihangir. Su una parete di questa casa, dove sono sempre stato accolto con affetto e sorrisi, c’era la fotografia di un bambino piccolo, in una cornice bianca. Ogni tanto, mia zia o mio zio, indicando la fotografia, mi dicevano sorridendo: “ Guarda, quel bambino sei tu”.
Questo bambino grazioso, dagli occhi grandi, sì, mi somigliava un po’.
Anche lui aveva in testa uno di quei berretti che portavo io quando si usciva. Ma al tempo stesso sapevo che non ero esattamente io. (In realtà la fotografia era una riproduzione kitsch, comprata in Europa). Poteva il bambino essere l’altro Orhan cui pensavo sempre, che viveva in quell’altra casa?
 
 
 * * *
 
 
Quando nacqui io, Istanbul viveva i giorni più deboli, più poveri, più miseri e più isolati della sua storia di duemila anni.Il senso di fallimento dell’impero ottomano, la desolazione e la tristezza generate dalle rovine che occupavano la città, sono stati per me, per tutta la vita, la caratteristica principale di Istanbul. Ho trascorso la mia esistenza combattendo contro questa tristezza, oppure abituandomi a lei come tutti gli altri.
Coloro che si preoccupano di dare un significato alla vita si interrogano almeno una volta sul senso dello spazio e del tempo in cui sono nati. Che cosa vuol dire la nostra nascita in quest’angolo del mondo, nella tal data? Questa famiglia, questo paese, questa città che ci sono stati donati quasi fossero usciti alla lotteria, che dobbiamo amare e che alla fine riusciamo ad amare, sono state scelte giuste? Qualche volta mi sento sfortunato a essere nato a Istanbul, città logorata e decaduta, in preda alla miseria e alla tristezza, rimasta sotto le rovine che sprofondano sempre di più, fra le ceneri di un impero crollato.(Tuttavia una voce dentro di me dice che questa, in realtà, è una benedizione). Se la ricchezza è importante, qualche volta penso anche di essere stato fortunato perché sono nato in una famiglia benestante di Istanbul.(Qualcuno pensa pure il contrario). E spesso capisco che, proprio come il mio corpo di cui non posso lamentarmi (avrei forse voluto avere le ossa più grosse ed essere più avvenente) e il mio sesso (se fossi stato donna, la sessualità sarebbe stata un problema minore? ), anche Istanbul, città in cui sono nato e dove ho passato tutta la vita, per me è un destino inesorabile. Questo libro parla di questo destino…
 
 ORHAN PAMUK, ISTANBUL, Einaudi, 2007
dal Capitolo primo
 
 
 * * *
 
 
da Lettere dal carcere a Munevvèr
Prigione di Bursa (Anatolia)
 
Amo in te
l’avventura della nave che va verso il polo
amo in te
l’audacia dei giocatori delle grandi scoperte
amo in te le cose lontane
amo in te l’impossibile
 
entro nei tuoi occhi come in un bosco
pieno di sole
e sudato affamato infuriato
ho la passione del cacciatore
per mordere nella tua carne
 
amo in te l’impossibile
ma non la disperazione.
 
(1943)
 
 
 ***
 
 
I giorni son sempre più brevi
le piogge cominceranno.
La mia porta, spalancata, ti ha atteso.
     Perché hai tardato tanto?
 
Sul mio tavolo, dei peperoni verdi, del sale, del pane.
Il vino che avevo conservato nella brocca
l’ ho bevuto a metà, da solo, aspettando.
     Perché hai tardato tanto?
 
Ma ecco sui rami, maturi, profondi
dei frutti carichi di miele.
Stavano per cadere senz’essere colti
    se tu avessi tardato ancora un poco.
 
(1948)
 
 
 ***
 
 

RUBAI

 
Il raggio è riempito di miele
i tuoi occhi son pieni di sole.
I tuoi occhi, mia rosa, saranno cenere
domani, e il miele continuerà
a riempire altri raggi.
 
Non mi fermo a rimpiangere i giorni passati
-salvo una certa notte d’estate-
e anche l’ultima luce dei miei occhi azzurri
ti annuncerà lieti giorni futuri.
 
Un giorno, madre natura dirà: “Mia creatura
hai già riso, hai già pianto abbastanza”.
E di nuovo, immensa
sconfinata, ricomincerà
la vita, senza occhi, senza parola, senza
pensiero…
 
(1948)
 
 
 ***
 
 

Sei la mia schiavitù sei la mia libertà

     sei la mia carne che brucia
     come la nuda carne delle notti d’estate
sei la mia patria
      tu, coi riflessi verdi dei tuoi occhi
      tu, alta e vittoriosa
sei la mia nostalgia
di saperti inaccessibile
nel momento stesso
in cui ti afferro
 
(1949)
 
 
 ***
 
 

da Fuori dal carcere

(Istanbul, 1951)
 
 
IL MATTINO
 
Ti svegli.
Dove sei?
A casa.
Non hai potuto ancora abituarti:
al tuo risveglio
trovarti a casa.
Ecco quel che ti lasciano
tredici anni di carcere.
 
Chi c’è nel letto, accanto a te?
Non è la solitudine, è tua moglie.
Dorme coi pugni chiusi, come un angelo.
Le dona, essere incinta.
Che ore sono?
Le otto.
Possiamo dunque star tranquilli
fino a sera.
E’ l’uso,
la polizia non fa irruzione in pieno giorno.
 
 
 ***
 
 

da In esilio

  
FOGLIE MORTE
 
Veder cadere le foglie mi lacera dentro
soprattutto le foglie dei viali
soprattutto se sono ippocastani
soprattutto se passano dei bimbi
soprattutto se il cielo è sereno
soprattutto se ho avuto, quel giorno,
     una buona notizia
soprattutto se il cuore, quel giorno,
     non mi fa male
soprattutto se credo, quel giorno,
     che quella che amo mi ami
soprattutto se quel giorno
     mi sento d’accordo
     con gli uomini e con me stesso
veder cadere le foglie mi lacera dentro
soprattutto le foglie dei viali
dei viali d’ippocastani.
 
(Lipsia, settembre 1961)

 
 
 ***
 
 
NAZIM HIKMET, POETI DEL MONDO, a cura di Maurizio Cucchi,
Gruppo Editoriale L’Espresso, 2005

Un ospite gradito

Mi piace ospitare, in questo mio blog, una persona che mi è molto cara e che sta attraversando un periodo difficile con grande forza e dignità, caratteristiche che lo hanno sempre contraddistinto.
A lui, poeta sensibile e profondo, questo omaggio:
 
 
 
Non più mia
 
Correndo e saltellando
 
di roccia in roccia andavo
 
muschio, lentischio e asparago cogliendo
 
e quant’altro abbellisse il mio presepe.
 
Ora, all’alba della mia vecchiaia,
 
si compie un destino già scritto:
 
piedi una volta estranei,
 
ora ormai familiari,
 
calcheranno quel suolo a me sì caro.
 
Ma il tempo sfumerà la mia tristezza
 
e gli Avi plaudiranno a sì gran fatto.
 
                             
Antonio Elia Chessa

Mulini a vento

Immobili guardano la luna
i mulini a vento della Mancha,
le pale squadrate,
i tetti scuri e appuntiti
rivolti verso l’azzurra distesa
che li sovrasta.

E la luna li guarda.
Una mezza luna bianca
appena macchiata,
che li conosce da tanto
e da tanto li custodisce
nel grande scrigno aperto
sotto il cielo.

Fantasmi rimpatriati
alle antiche case,
attendono pazienti
il ritorno dell’eroe.
Monumenti remoti
di una terra irreale
che chiama e persuade
come scaltre sirene.

E la gente del luogo
intreccia e narra storie
quasi sempre vere
sul suo misterioso cavaliere.

Piera Maria Chessa