Archivio | dicembre 2007

Benazir

 
Ieri, verso le due del pomeriggio, una notizia terribile è rimbalzata, nel giro di qualche secondo, dallo schermo televisivo nelle nostre menti: Benazir Bhutto, leader dell’opposizione pakistana, è morta, assassinata da un kamikaze (qualcuno dice due) che poi si è fatto esplodere.
Il fatto ha lasciato tutti increduli.
Che cosa dire? Sembra che manchino persino le parole, perché non ci sono parole per commentare un fatto assurdo, di una ferocia incredibile.
Qualcuno dice che inizialmente sia stata colpita da un’arma da fuoco, e che in seguito l’attentatore si sia fatto esplodere davanti al mezzo su cui la Bhutto viaggiava. Al di là di come siano andate le cose, rimane il fatto gravissimo dell’attentato. Attentato che già si era cercato di portare a termine nel mese di ottobre, nello stesso giorno in cui la Bhutto, dopo otto anni di esilio volontario all’estero, rientrava in patria.
Ora si verseranno fiumi di inchiostro per raccontare l’accaduto, ma a che cosa serviranno?
C’è il pericolo di una guerra civile, e certamente i negoziati per un periodo di pace nella regione subiranno una battuta d’arresto.
Rimane, come sempre, dopo la tensione e lo scompiglio generale, la morte violenta di una donna di 54 anni, attiva, impegnata nella democratizzazione di un paese, del suo paese, dove già suo padre, anni addietro, aveva subito la stessa sorte.
Messe da parte le accuse che la vedevano coinvolta in una vicenda giudiziaria, rimane lo sconcerto e l’amarezza per la morte di una persona per mano di un’altra.
Questo è ciò che maggiormente ci deve far riflettere.
 
 
 
Le strade del Pakistan
 
Le donne pregano nel lontano Pakistan
per la loro unica amica.
Chi più proteggerà i loro corpi nascosti,
i loro occhi feriti?
 
Quegli occhi che non sanno piangere
e guardano ancora lontano
cercando un volto nuovo da seguire.
 
Urla lamenti e rabbia per le strade,
sirene e corse di chi non sa che fare.
 
Uccisa l’unica voce forte e coraggiosa
ora è il silenzio che domina ogni cosa
nelle strade del Pakistan.
 
Piera Maria Chessa – inedito
 
 
Questa voce è stata pubblicata il 28/12/2007. 2 commenti

Arcipelago Gulag

Aleksandr Solgenitsyn ha oggi ottantotto anni ed è un osservatore scrupoloso dei più importanti avvenimenti politici e sociali del nostro tempo. Attentissimo a ciò che avviene nella sua “Russia” e fuori di essa.
E’ stato insignito del premio Nobel per la letteratura nel 1970, e le esperienze vissute per tanti anni nei gulag e nei campi di lavoro sono state il doloroso materiale da cui ha saputo trarre le straordinarie storie di un’umanità umiliata, quella appunto raccontata nei suoi libri.
 * * *
Le scelte “imperiali” di Putin potranno ridare alla Russia il rango perduto di superpotenza, ma il prezzo è alto, forse fatale: perché così facendo la Russia perde la sua anima profonda, quella più autentica, radicata nel cuore della gente.
Sono parole di Aleksandr Solgenitsyn, che l’anziano premio Nobel per la letteratura […] affida in un’intervista rilasciata a Rossia una delle emittenti tv più seguite. Sono parole dette con lo spirito dello scrittore che si sente portavoce del “popolo”, una tradizione russa che ebbe in Tolstoj il suo più insigne, appassionato e indimenticabile rappresentante. A Solgenitsyn è toccato il destino di sopravvivere all’inferno del gulag e di raccontarne il dolore, la mostruosità. Con le sue parole, si è sentito il silenzio di chi non ha avuto lo stesso coraggio. […] L’autore di “Arcipelago Gulag” ha dato peso e sostanza alle inquietudini di chi si chiede dove stia andando la Russia di Putin: “La Russia ha nuovamente affermato la sua influenza nelle relazioni internazionali, e riacquistato il suo ruolo nel mondo. Ma dentro, moralmente, siamo ben lontani da ciò che vogliamo e ciò di cui abbiamo bisogno di essere”.
[…] Cosa dice l’ottantottenne scrittore, che peraltro ha ricevuto il 13 giugno scorso la visita a casa sua del presidente russo che gli consegnava personalmente la più alta onorificenza russa, il Premio di Stato? In un paese in cui la nuova maggioranza – creata e rafforzata in modo talvolta discutibile attorno a Russia Unita, il partito di Putin, potrebbe modificare radicalmente la Costituzione – non è questo il modo giusto di agire: “E’ ancora necessario un progresso profondo e difficile, che nessun governo o prassi parlamentare sono in grado di garantire. Si tratta di un processo molto complesso, direi soprattutto spirituale”, ha sottolineato Solgenitsyn. Questi sono anni difficili, aveva detto poco tempo fa, testimoniano una “inquieta e instabile attualità”.
La ricetta dello scrittore è sempre una, e la ripete ogni volta che può: ”La Russia deve quindi maturare nell’anima”. Un processo metafisico, e senza garanzia di successo. Il suo ragionamento è semplice: l’attuale filosofia dominante della Grande Russia […] ha un solo fondamento: la necessità di “salvare la nazione”, difendendola dai nemici esterni. La sindrome dell’isolamento. Ma l’ex dissidente (che dopo il gulag fu mandato in esilio in Kazakistan nel 1974) non sposa questa teoria, dice che la Russia non è ancora abbastanza matura per accettare ideali nazionali a lungo termine. Bisogna accompagnare alle strategie politiche ed economiche “un’evoluzione spirituale”.
Il pretesto per l’intervista è stata la riedizione russa di “Arcipelago Gulag”. Come mai il libro non era stato ristampato negli ultimi 16 anni, ossia nella Russia post-sovietica? Solgenitsyn ha risposto: “A causa delle circostanze. Le cose vanno così”. Putin stesso aveva citato Solgenitsyn, al Cremlino, quando annunciò il premio allo scrittore: “La Russia siamo noi stessi: siamo la sua carne e il suo sangue; siamo il suo popolo”.
Leonardo Coen
la Repubblica, lunedi 10 dicembre 2007
Questa voce è stata pubblicata il 20/12/2007. 2 commenti

Ingrid Betancourt

Qualche giorno fa ho letto su “la Repubblica” un documento sconvolgente: una lettera scritta dalla senatrice francese dei Verdi, Ingrid  Betancourt, prigioniera delle Farc (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia), alla madre Yolanda.
Il testo è stato diffuso nonostante il parere contrario della famiglia che giustamente intendeva proteggerne l’intimità.
Io desidero riportare brani di questo documento soltanto come omaggio verso una donna che ha mostrato e continua a mostrare un grande coraggio, una stupefacente nobiltà d’animo, una dignità che non sempre si riesce a mantenere neanche nella normale e più facile vita di tutti i giorni.
A lei un grazie per la sua straordinaria testimonianza nella sofferenza e tra l’indifferenza di tanti.

 

“E’ un momento molto difficile per me. Chiedono le prove che sono viva e ti apro l’animo in questo scritto. Fisicamente sto male. Non mangio, non ho fame, mi cadono molti capelli. Non ho voglia di niente.Credo che sia la cosa migliore che possa capitare, non aver voglia di niente, perché qui, in questa giungla, l’unica risposta a qualunque richiesta è “no”. Dunque, è meglio non avere voglia di nulla ed essere almeno libera dai desideri. Sono ormai 3 anni che chiedo un dizionario enciclopedico per poter leggere qualcosa, per imparare qualcosa, per mantenere viva la curiosità intellettuale.[…]
Come ti dicevo, la vita qui non è vita, è un lugubre spreco di tempo. Vivo, o meglio , sopravvivo in un’amaca tesa tra due pioli, ricoperta da una zanzariera e con sopra una tenda che funge da tetto e che mi consente di pensare di avere una casa. Possiedo una mensola dove appoggio le mie cose, vale a dire lo zaino che contiene i miei abiti e la Bibbia, che rappresenta il mio unico lusso. E’ tutto pronto per una partenza improvvisa. Qui nulla è certo, nulla è duraturo, l’incertezza e la precarietà sono la sola costante.[…]
Ho le mani sudate e la mente annebbiata, finisco per fare le cose molto più lentamente del normale. Le marce sono per me un calvario perché il mio equipaggiamento è molto pesante e non riesco a sostenerlo. Ma tutto è stressante, perdo le cose o me le sottraggono. […] L’unica cosa che sono riuscita a conservare è la giacca e questa è stata davvero una benedizione, poiché le notti sono gelide e non ho altro per coprirmi.
Prima approfittavo di ogni occasione per fare un bagno nel fiume. Dato che sono la sola donna del gruppo, lo devo fare quasi completamente vestita: pantaloncini, camicia e stivali. Prima mi piaceva nuotare nel fiume, ma adesso non ne ho più neppure la forza. Sono debole, sembro un gatto davanti all’acqua. Io che amavo tanto l’acqua, non mi riconosco più.[…]
Preferisco restare in silenzio, parlo il meno possibile per evitare problemi. La presenza di una donna in mezzo a tanti prigionieri maschi che si trovano in questa situazione da otto o dieci anni, è un problema. Durante le ispezioni, ci sottraggono le cose che ci sono più care.[…]
E’ importante che io dedichi queste righe alle persone che rappresentano il mio ossigeno, la mia vita. A quelli che mi tengono viva, che non mi lasciano affondare nell’oblio, nel nulla e nella disperazione.[…]
Ogni giorno , sono in contatto con Dio, con Gesù e con la Vergine. Qui tutto ha due volti, la gioia segue ogni volta il dolore. La gioia è triste. L’amore cura e allo stesso tempo apre nuove ferite, è come vivere e morire di nuovo ogni volta.[…]
Tengo a mente l’età di ciascuno dei miei figli. Ad ogni compleanno canto loro Happy Birthday. Chiedo ogni anno di poter preparare un dolce. Ma da tre anni a questa parte, ogni volta che lo chiedo, la risposta è “no”. E’ lo stesso: che mi diano un biscotto o un piatto di riso e fagioli, come succede di solito, immagino che sia una torta e, nel mio cuore, festeggio il loro compleanno.[…]
Mamita, ci sono tante persone che voglio ringraziare per il fatto di ricordarsi di noi, per non averci abbandonato. Per un lungo periodo, siamo stati come i lebbrosi che rovinano la festa. Noi, i sequestrati, non siamo un tema”politicamente corretto”, suona meglio dire che bisogna affrontare con fermezza la guerriglia, anche se dovesse costare il sacrificio di vite umane. Di fronte a ciò, il silenzio. Solo il tempo può aprire le coscienze ed elevare gli spiriti.[…]
Quando Lincoln ha difeso il diritto alla vita e alla libertà degli schiavi neri in America, egli ha anche affrontato molti interessi economici e politici considerati superiori alla vita e alla libertà di un pugno di neri. Ma Lincoln ha vinto e resta impresso nell’immaginario collettivo della nazione la priorità della vita dell’essere umano sopra qualunque interesse di altra natura. In Colombia, dobbiamo ancora riflettere sulla nostra origine, su ciò che siamo e su dove vogliamo andare.[…]
Mamita, ahimè, vengono a prendere le lettere. Non ho potuto scrivere tutto ciò che avrei voluto.[…]
Amo la Francia di tutto cuore, giacché ammiro la capacità di mobilitarsi di un popolo che, come diceva Camus, sa che vivere significa impegnarsi. Tutti questi anni sono stati terribili ma non credo che sarei ancora viva senza l’impegno che è stato offerto a tutti noi, qui, che viviamo come dei morti.
Per molti anni ho pensato che, finché fossi stata viva, finché avessi continuato a respirare, avrei dovuto continuare a coltivare la speranza. Oggi non ho più le stesse forze, mi riesce estremamente difficile continuare a crederlo, ma vorrei che sapessero che ciò che fanno per noi, fa la differenza. Ci siamo sentiti esseri umani.[…]
Bene, Mamita, Che Dio ci aiuti, ci guidi, ci dia la pazienza e ci protegga per sempre e addio”.

  la Repubblica, domenica 2 dicembre 2007
(traduzione di Antonella Cesarini)

 

Ingrid

Rannicchiata in una buca
trovata per strada dopo una marcia,
batti i denti nelle notti disperate
riparata solo da una giacca
che non ti può coprire. 

 Nel cuore si attenua la speranza
di una fuga,
e tu non mangi, non dormi
ricordando i figli ora cresciuti
che più non accompagni.
 
Passano i giorni e i tuoi capelli
si allungano e s’intrecciano
tra i rami della giungla lontana,
forse difenderanno le tue ossa dal gelo
che annebbia il cervello,
ogni giorno più lento
nel mettere insieme i pensieri.

Piera Maria Chessa – inedita

Questa voce è stata pubblicata il 13/12/2007. 2 commenti

Privato Rinascimento

Già da diversi anni nutro un vero e proprio affetto verso una scrittrice che, con la sua presenza, ha lasciato un segno profondo, sia da un punto di vista umano che sotto il profilo strettamente letterario, nel panorama culturale di una considerevole parte del 1900: Maria Bellonci.
Apprezzo la sua fantasia, la capacità di tratteggiare, nei suoi romanzi, personaggi difficilmente dimenticabili, il rigore puntiglioso nel rifarsi ai documenti relativi alle epoche da lei descritte, l’arte nel rendere moderne ed attuali le grandi personalità di un passato lontano, e infine, il linguaggio personalissimo e intrigante che rende piacevole e coinvolgente ogni sua lettura.
 
 
 Mantova, Palazzo Ducale. Sala del Labirinto: soffitto ligneo
 
 
Di origine piemontese, Maria Bellonci nacque a Roma il 3 novembre 1902. […] Da piccola aveva studiato nel collegio romano di Trinità dei Monti. Per nulla rattristata dalla vita comunitaria, aveva ottenuto dalle suore un’insolita indipendenza. Era considerata un’allieva ribelle e tuttavia amata e prediletta […].
Compiuti gli studi classici Maria si fidanza con Goffredo Bellonci. Le pagine inedite di un suo diario giovanile esprimono il proposito ormai razionale in lei di affermare una libertà femminile, una spregiudicatezza e sincerità di rapporti del tutto noncuranti dello schema sociale […].
Dopo il matrimonio matura nella Bellonci la vocazione di scrittrice. Trascorrono anni di ricerche nelle biblioteche e negli archivi. La scoperta di un tempo agostiniano, esistenziale, la spinge all’indagine sul passato. Da quello nasce il suo amore per il Rinascimento, per le corti italiane, emblemi, ipostasi del mondo, mondi esse stesse implicati e inconoscibili di cui Maria rivela lucidamente i segreti e gli inganni. Esce così nel 1939 Lucrezia Borgia. Critici e lettori sono egualmente colpiti dall’originalità di questo libro le cui pagine non denunciano certo quale faticosa consultazione di manoscritti e quanto grande materiale di schede abbiano richiesto.
Alla freschezza e naturalezza della scrittura è affidata la giovinezza di Maria, storica e inventrice insieme di questa Lucrezia “ temeraria”e della sua moderna contraddizione. Probabilmente il successo del libro, che ottenne subito il premio Viareggio, la sua progressiva penetrazione (ebbe diciannove edizioni in diverse lingue) sorprese l’autrice stessa. Certo la Bellonci affrontò le privazioni della guerra con la forte coscienza politica e con lo spirito reattivo di chi è in equilibrio con se stesso. Sono gli anni in cui nell’appartamento di Viale Liegi dove abitano i Bellonci comincia a muoversi una parte importante della cultura italiana. Letterati giornalisti critici e poeti visitano le quattro stanze attratti dalla personalità dei padroni di casa. Da questi incontri Goffredo e Maria daranno vita nel 1947, col sostegno di un giovane industriale lungimirante, Guido Alberti, al premio Strega. […] Esce in quello stesso anno, dedicato a Goffredo, Segreti dei Gonzaga. Nell’orgoglio dinastico dei Gonzaga la scrittrice vede una metafora del potere, e della sua caducità, nel destino dei personaggi un istinto vitale unito a irresistibile attrazione di morte.
 
 In casa Bellonci.
Da sinistra a destra: Maria Bellonci, Aldo Palazzeschi, Alba de Céspedes,
Anna Proclemer, Paola Masino.
In primo piano: Vitaliano Brancati e Libero Bigaretti
 
 
Dal 1951 le riunioni letterarie del premio Strega si svolgono nel nuovo appartamento dei Bellonci in Via Fratelli Ruspali 2. […] La folla dei visitatori si sparge per gli ambienti dai molti libri che devono la loro eleganza alla semplicità e alla austerità quasi da biblioteca delle stanze […].
Nell’estate del 1964 muore Goffredo Bellonci. Maria, “folgorata”, “sommersa dall’ira”, si impegna a tenere in piedi l’Istituto di Venezia per la Storia del Teatro cui il marito aveva dedicato le sue ultime forze. L’anno dopo- è il 1965- esce Pubblici segreti. […]
La Bellonci vive una fase della sua esistenza in cui sembra essere più legata ai molti interventi culturali che le sono richiesti che non impegnata nel concepimento di opere nuove. […] E’ ormai sovrana di un salotto di cui resterà memoria nel tempo. E’ una sovrana capricciosa, timida, anche se la timidezza è quasi sempre vinta, acuta osservatrice, deliziosa amica, nobile e generosa senza confronti. […] Nel 1971 […] pubblica Come un racconto gli anni del Premio Strega, in cui rievoca il periodo iniziale del suo salotto […] , e nel 1972, sperimentando una nuova tecnica narrativa, Tu, vipera gentile, tre lunghi racconti […].
Negli anni che seguono molti dolori colpiscono la vita di Maria. La morte della sorella Gianna, quella di alcuni tra gli amici più cari, Guido Piovene, Vittorio Sereni, Anna Banti, Elsa Morante. Per non sentire troppo acutamente l’angoscia, la Bellonci opera quasi una rimozione del dolore, una sospensione del pensiero, un esorcismo, e continua la vita di sempre, forse con qualche sforzo, sempre più dedita al lavoro. Dà alle stampe nel 1982 la traduzione del Milione, dopo un faticoso lavoro di collazione fra le diverse versioni del testo. Traduce a letto, appena sveglia, appoggiata ai cuscini, tra tomi e dizionari, impegnando le prime energie della giornata. Al Milione si aggiunge ben presto il Marco Polo, breve romanzo sulla vita del viaggiatore veneziano […].
Qualche crisi di depressione interrompe brevemente tanta operosità. L’ultimo anno della sua vita – il 1985 – è dedicato alla stesura di un grande romanzo a cui pensa da molti anni. Immenso febbrile è il lavoro a cui la Bellonci si sottopone domandandosi se riuscirà a finire. Finirà e l’ultimo libro, Rinascimento privato (Segni sul muro, la raccolta di scritti narrativi pubblicati nel corso di vari decenni in sedi diverse uscirà postumo nel 1988), sarà compiuto nell’autunno del 1985, testamento dell’autrice nella sua maturità, vicenda di un’anima.
Il libro vede la luce e Maria si ammala. Ai medici che la ricoverano chiede un anno, due anni di vita per scrivere un’altra storia a cui pensa ossessivamente da tempo. E’ quella, esemplarmente ambigua, di Vespasiano Gonzaga. La crisi che il pomeriggio del 13 maggio 1986 sottrae la Bellonci all’affetto degli amici e all’ammirazione di molti lettori conclude un’esistenza consumata nella dedizione al lavoro, in un forte senso dell’amore e dell’amicizia e in uno stendhaliano, vitale pessimismo.
 
GABRIELLA LETO, dalla “Nota biografica” in Rinascimento privato, Mondatori, 1985
Questa voce è stata pubblicata il 08/12/2007. 2 commenti

Nostalgie

Può, dietro un uomo impegnato per tante ore al giorno a dirigere una scuola, nascondersi un amante della poesia, un ricercatore paziente di rime e melodie?
A giudicare dai suoi scritti, direi proprio di sì.
Per questo motivo, oggi voglio proporre a coloro che si sono ritrovati per caso o per scelta dentro questo blog, spero tanti, la lettura di alcuni suoi testi dove, a dispetto dei tempi, un sentimento come l’amore, nel suo significato più ampio, è sempre presente.
 
 
Con i capelli al vento
 
Tra
le foschie
del giorno,
prorompenti
rimembranze
incombono
a ravvivar
segmenti
d’esistenza,
a rilanciar
scenari
nei sogni
della vita:
 
Sembra
l’oggi
nel domani
e ieri
nel presente,
con sentieri
argentei
che segnan
il futuro,
mentre
tu gioisci
con i capelli
al vento.
 
 
 
C’è
 
C’è
tanto
spazio
nell’oscurità,
per la luce
della poesia,
tra
una stella
e l’altra
dell’universo!
 
 
 
Granello di sabbia
 
Lasciatemi,
almeno,
un granello
di sabbia,
quando,
ansante,
giungerò
al mio destino. 
 
Lasciate
che un
bambino,
col secchiello
ricolmo,
lo deponga
sul palmo
della mia
mano,
perché
io lo senta,
andando
lontano. 
 
Lo porterò
con me
nel cuore,
in ricordo
di ciò
che sei stata
in questa vita:
frammento
di gioia
infinita.
 
 
 
S’apre l’orizzonte
  
S’apre l’orizzonte
nella tarda serata:
dal cielo stellato,
su sfondo fatato,
a dolce chiamata
mi giungi di fronte.
 
Qual stelo piegato dal vento,
languore di rugiada evochi
dalla terra al cielo;
accanto al gravido melo,
assisa, il mio cuore imbocchi
e mi levi il tormento.
 
Avvolgerti d’umidità diffusa
è cosa soave, mia sposa…
Nel silenzio intrigante della notte,
le mie labbra sprofondano sulle tue gote
e corpo intero, fulminee, senza posa,
dolce, suadente musa.
 
 
 
Rossastre nubi
  
Ti percepisci,
fermo,
qual punto finito
dell’universo
in oscuro divenire.
 
Come foglia d’autunno,
immobile,
attendi
di cadere sulla terra,
al levarsi del vento.
 
Dall’alba al tramonto, osservi il cielo.
D’un tratto, il rincorrersi di rossastre nubi
scuote il tuo cuore…
e s’apre
la mente alla speranza.
 
 
                                                                               Antonio Vizilio