La storia di Amelia

(Una storia quasi vera)

Diversi anni fa, viveva in città, nel quartiere di San Giorgio, una donna ancora giovane di nome Amelia. Abitava col marito e i due figli, ed insegnava. Era allegra, espansiva, pronta ad ascoltare chi volesse raccontare qualcosa di sé. Aveva una fede profonda e il suo sguardo sulle cose e gli avvenimenti era lo sguardo sereno e distaccato di chi sa abbandonarsi con speranza. Frequentava la parrocchia del suo quartiere impegnandosi in prima persona ogni volta che il parroco chiedeva la sua collaborazione. Nonostante il lavoro la occupasse molto e si alternasse con la sorella nell’assistenza alla madre, trovava il tempo di dedicarsi a chi aveva bisogno. Non sapeva dire di no, o forse non voleva. Contemporaneamente riusciva a seguire i due figli, Martina e Tullio, aperti e disponibili verso gli altri come lei. E non poteva essere altrimenti.

Incominciavano proprio in quegli anni a venire nell’isola numerosi gruppi di ragazzi senegalesi in cerca di lavoro. Erano giovani, intimiditi dai troppi volti sconosciuti che li guardavano con una certa diffidenza. Tenevano gli occhi bassi e con fatica cercavano di imparare qualche parola in lingua italiana. La tristezza era diffusa sui loro visi scuri e i corpi snelli erano troppo magri. Ma non si lamentavano mai. E del resto, con chi potevano parlare della loro fame, delle giovanissime mogli lontane, dei figli di pochi mesi? Delle loro case, che case non erano, piccole, umide, disadorne, prive dell’essenziale? Soltanto tra loro parlavano a lungo, e le parole risuonavano alte e confuse nelle strade, indecifrabili per tutti gli altri che sui marciapiedi passavano frettolosi e indifferenti.

Col trascorrere dei mesi impararono, prima timidamente, poi con maggior sicurezza, a comunicare con la gente del luogo , proponendo la povera merce che avevano a disposizione. Speravano di non doversi mai ammalare perché non avevano nessuna assistenza sanitaria. Eppure, quanti di loro soffrirono per il freddo e l’umido nelle misere abitazioni di fortuna!

Amelia aveva il suo lavoro, e c’era quello di suo marito. La sua era una famiglia fortunata e non conosceva il sapore amaro della fame, l’angoscia di non sapere che cosa mangiare. Amelia conosceva invece una cosa straordinaria e la coltivava dentro di sé: la solidarietà, la partecipazione alla sofferenza degli altri, la condivisione. Quando venne a conoscenza della presenza in città di un folto gruppo di ragazzi senegalesi, decise di fare qualcosa per loro. Non potevano continuare a vivere in case malsane, maleodoranti, prive quasi sempre di servizi igienici, non potevano vivere senza dignità.
Si rimboccò le maniche. Sparse la voce tra amici e conoscenti, chiese aiuto e collaborazione, sempre in prima fila, senza mai tirarsi indietro. Tra notevoli difficoltà e pratiche da sbrigare, riuscì infine ad ottenere per ognuno dei suoi protetti l’assistenza sanitaria, e anche la possibilità di vivere in modo dignitoso in abitazioni piccole ma sicure.
Eppure, la sua generosità non si fermò qui. Vedeva le difficoltà che i “suoi “ragazzi incontravano quotidianamente nei rapporti con gli altri, non conoscendo la lingua. Non bastavano i cenni con le mani o col capo, dovevano imparare a comunicare se volevano racimolare qualche soldo in più, se volevano lavorare.
Amelia prese la sua decisione. Chiese ed ottenne in affitto un piccolo locale, vi portò una lavagna, qualche banco e dei quaderni, poi incominciò ad insegnare ai ragazzi a leggere e a scrivere in lingua italiana.
Lo faceva alla sera, quando i suoi “allievi” avevano concluso la loro giornata di lavoro.
Con gli occhi rossi per il sonno, il sole o la stanchezza, si sedevano sui banchi di quella scuola improvvisata ma viva. E quando, molto tardi, tornavano a casa, le palpebre erano sempre più pesanti e gli occhi più profondi.  Eppure ora sapevano che era possibile essere quasi felici.


Trascorse qualche anno e la piccola comunità senegalese si inserì sempre meglio nel tessuto cittadino. La maggior parte conosceva ormai bene la lingua italiana, e alcuni incominciarono a pensare che forse anche le loro mogli e i piccoli avrebbero potuto raggiungerli.

Ma non sempre tutto procede come noi desideriamo.

Fu Mohamed, uno dei più giovani della comunità, che seppe per primo che Amelia non stava bene; glielo disse Gabriele, un giorno, incontrandolo per strada. E per lui quella notizia fu come una scudisciata sul viso.Non voleva credergli.
Da quel momento, tutto avvenne in pochissimo tempo.
E quando Gabriele li mise al corrente del fatto che Amelia non c’era più, nessuno, al momento, riuscì a piangere la cara amica che se n’ era andata in punta di piedi.
Fu l’indomani, al momento del saluto, che successe una cosa straordinaria. La chiesa di San Giorgio si riempì lentamente di gente, ogni angolo venne occupato dai tantissimi amici che, silenziosamente e con gli occhi arrossati, volevano incontrarsi con lei per l’ultima volta.
Seduti sulle panche oppure addossati ai muri, senegalesi e italiani si strinsero in un unico grande abbraccio, uniti dal comune affetto per una donna generosa che aveva sempre teso la mano a chi aveva avuto bisogno di aiuto.

Piera Maria Chessa 
(Ricordando Anna Pisu e la sua grande generosità)
          
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