Il giorno della memoria

Di questa giornata si parla ovunque, sui quotidiani, alla televisione, alla radio, nelle scuole, e ritorna nei discorsi della gente come noi, gente comune.
Eppure talvolta viene il dubbio che se ne parli perché “se ne deve parlare”, perché tutti si aspettano che se ne parli. Ma non è un ragionamento onesto. Se ne deve parlare perché si tratta di ricordare avvenimenti terribili, tragici.
Per questo motivo il nostro approccio all’argomento deve essere serio, e la necessità di una riflessione deve nascere con sincerità dentro di noi.
E’ con questa disposizione d’animo che voglio riportare una piccola parte dell’articolo di Wlodek Goldkorn apparso su L’espresso del 31 gennaio 2008.
 
 
“Sessantacinque anni fa c’erano degli esseri umani che hanno ammazzato sei milioni di donne, uomini, anziani, neonati, bambini, adolescenti, semplicemente per eliminare dalla faccia della Terra quella che loro consideravano una “razza inutile e nociva”. Non erano dei mostri, ma uomini comuni, padri di famiglia, borghesi, atei convinti o fedeli devoti di una qualche chiesa cristiana. E anche coloro che erano morti per mano loro erano persone normali, che conducevano vite non molto diverse da quelle dei carnefici. Nel frattempo questa vicenda, che qualcuno ha voluto chiamare Olocausto, altri Shoah ( che è una parola ebraica per dire distruzione), è diventata una metafora, un simbolo e una parola d’ordine (mai più Auschwitz): una sublimazione culturale fortemente estetizzata e quindi sterilizzata, di un orrore quotidiano durato quasi sei anni. Ecco perché è tempo di tornare a raccontare i fatti, le storie di uomini e donne: del loro coraggio e viltà, della dignità e umiliazione, del sangue e del fango in cui sono morti fucilati, bastonati, uccisi tra sofferenze atroci e indicibili nelle camere a gas. Ed è anche il momento di narrare le gesta dei carnefici, semplicemente per quello che erano.
Ne è convinto, per esempio, David Grossman. Lo scrittore israeliano fa parte della generazione nata all’indomani della Shoah. Il romanzo” Vedi alla voce amore” che lo proiettò vent’anni fa al centro della scena letteraria internazionale, parlava delle fantasie che un bambino si fa sul “mondo di là”.
Era un libro popolato di fantasmi: la Shoah come una potente macchina narrativa.
Ebbene, oggi Grossman, che il 27 gennaio a Firenze riceverà la laurea honoris causa, nella sua lectio magistralis all’Università parlerà invece della necessità, e anzi dell’urgenza, di smettere di ridurre la Shoah a una metafora e un simbolo, di strapparne l’involucro estetico, per tornare a raccontare storie di vite vissute. E lui a Firenze di queste storie ne racconterà alcune”.
                                                                                                                         Wlodek Goldkorn 
                                                                                        
 
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