Archivio | febbraio 2008

La sofferenza di Ingrid Betancourt

Ho appena finito di leggere un articolo su la Repubblica dove si parla di Ingrid Betancourt.
Sono sconvolta. Già ieri, al telegiornale, avevano anticipato qualcosa, dopo la liberazione di alcuni ostaggi. Dicevano che stesse molto male e che avesse urgente bisogno di cure. Oggi, leggendo l’articolo di Omero Ciai, la mia amarezza è raddoppiata.
Ingrid è prigioniera delle Farc dal febbraio del 2002, sei anni trascorsi lontano dalla famiglia, in condizioni di vita inaccettabili, all’insegna della provvisorietà. Senza punti fermi, senza speranza in una improbabile liberazione, in un ritorno ad una vita normale.
Nel mese di dicembre è stato diffuso un video come prova del fatto che lei fosse viva, un video straziante che mostrava una donna sofferente, chiusa nel proprio silenzio e al mondo che l’aveva dimenticata.
I capelli lunghissimi, il viso scavato, un corpo magro avvolto in una sorta di tunica chiara.
Se si guardano le belle foto di Ingrid Betancourt precedenti il rapimento, si fatica a trattenere le lacrime. E non è retorica.
Oggi, leggo che è molto malata, che potrebbe non farcela più. Uno dei prigionieri appena liberati, che l’ ha vista per qualche minuto ai primi di febbraio, racconta che veniva tenuta legata e che stava molto male.
Mi chiedo che cosa si aspetta, che cosa aspetta chi può fare qualcosa? Se è possibile fare qualcosa, se era possibile già tempo addietro, perché si è lasciato che una persona, un essere umano incolpevole portasse per tanti anni sulle sue spalle tanta sofferenza? 
Condanniamo le Farc, i guerriglieri colombiani, forse che non meritano condanna coloro che non hanno fatto tutto ciò che era nelle loro possibilità per porre fine a questa ingiustizia che è disumana?
Ed ora leggo che il presidente francese Sarkozy “andrebbe personalmente” a prenderla al confine tra Colombia e Venezuela. Mi viene da sorridere, ma il dispiacere per questo affronto ad una vita che rischia di spegnersi, mi impedisce di farlo.
Il silenzio: l’unico modo oggi per sentirsi più vicini ad una donna che non ha più voglia di lottare.

Piera Maria Chessa
Questa voce è stata pubblicata il 29/02/2008. 2 commenti

La città dei ragazzi – di Eraldo Affinati

Vengono in Italia da bambini, si inseriscono nella comunità, imparano a parlare l’italiano perfettamente e finiscono col sentirsi quasi del luogo; poi raggiungono la maggiore età e si trovano di colpo a dover risolvere un problema che per loro è vitale: trovare una soluzione per continuare a rimanere nel paese che per anni li ha ospitati. L’alternativa è l’espulsione.

Roma.  Per Khaled, un afgano di diciotto anni, è quasi time out. Tra qualche giorno saprà se il suo datore di lavoro, un’azienda di facchinaggio che opera nel rutilante mondo della televisione, gli rinnoverà il contratto, nonostante una caviglia indolenzita gli impedirà di lavorare a pieno regime ancora per un po’.
Ottenere quel contratto è fondamentale, per Khaled, che, arrivato in Italia come minore senza famiglia, e dunque non rimpatriabile, rischia ora di piombare, per via della legge Bossi-Fini, nello status di clandestino.
Khaled è sbarcato in Italia a 13 anni, agganciato alle sospensioni di un Tir arrivato in nave dalla Grecia, dopo aver visto i genitori morire massacrati in Afghanistan e il fratello annegare nel Mar Ionio a bordo di una carretta.
La sua storia è agghiacciante, ma non più di tante altre che si possono raccogliere alla Città dei ragazzi, la casa famiglia alle porte di Roma che dal 1953 accoglie minori pària. Ieri, a giungere qui, erano per lo più sciuscià. Oggi, soprattutto immigrati.
Il “ribaltone etnico”, come nella maggior parte degli istituti italiani per minori, è avvenuto a metà degli anni Novanta, con l’arrivo dei primi albanesi, che oggi, insieme con gli afgani, sono gli stranieri più presenti.
“La maggior parte di loro parla un romanesco perfetto” dice Eraldo Affinati, scrittore e docente “di frontiera”, che all’esperienza nella Città ha dedicato il suo nuovo libro. “Per questi ragazzi, che arrivano analfabeti nella loro stessa lingua, l’italiano ha una funzione “ortopedica”: è la lingua in cui raccontano chi sono e da dove vengono, rimettendo insieme i cocci di un’esistenza tormentata. Come si fa a pensare di scacciarli una volta maggiorenni, solo perché non hanno trovato un lavoro regolare?”.
“Da quando è in vigore la Bossi-Fini” dice Porfirio Grazioli, direttore della Città, “abbiamo smesso di festeggiare i compleanni, che oggi somigliano più a un funerale: per questi ragazzi, diventare maggiorenni è una colpa. E noi, che prima della Bossi- Fini ci siamo sempre adoperati per assisterli anche dopo i 18 anni, ora rischiamo di violare la legge, se non denunciamo la presenza dei neomaggiorenni entro 48 ore”.
Tra quelli che hanno varcato la soglia della maggior età con in tasca un lavoro (e un alloggio, spesso ancora più difficile da trovare) ci sono Agim, che vende frutta sulla Portuense, Shafa, che scarica bagagli in un hotel vicino alla Stazione Termini, Faris, metalmeccanico, Omar, operaio edile.
Talvolta, è la stessa Città a fornire un salvagente ai ragazzi, che restano a lavorare in comunità come mediatori.
E’ il caso di Temesgen, 29 anni, etiope, un ex seminarista che lavora anche come interprete per le questure siciliane: “Pare che in tutto il Sud non ne trovino altri” dice.
Per chi, invece, diventa maggiorenne senza essere riuscito a trovare un impiego regolare, scatta l’assistenza di un battagliero pool di esperti. La prima mossa, spiega Marco Grazioli, figlio di Porfirio e avvocato specialista in immigrazione, è chiedere alla Questura il rinnovo del permesso per motivi di studio. Perché non è detto che chi arriva qui a 16 anni riesca poi a diplomarsi nei tempi previsti.
“Un altro enorme problema” dice Affinati "è che i docenti giudicano la preparazione di questi ragazzi come se fossero italiani. Mancano i mediatori culturali, quel personale specializzato che, conoscendo le due lingue, affianchi gli insegnanti”. Nonostante queste difficoltà, ormai la maggior parte dei ragazzi riesce a strappare il foglio di permanenza.
“Dal 2003, grazie a una sentenza della Corte costituzionale, le maglie della legge sui permessi si sono allargate e la percentuale di richieste di prolungamento del permesso accettate è passata dal 10 per cento al 70” spiega l’avvocato Grazioli. Nell’altro 30 per cento, ci si rivolge al Tar. Così, capita che, nell’attesa della sentenza, il ragazzo trovi lavoro.
Intanto, a dispetto delle leggi controverse, la vita nella Città continua. Continua nella succursale dell’istituto tecnico industriale Cattaneo, “ospite” della comunità, come nei laboratori di ceramica, vetro e meccanica che fungono anche da laboratorio di integrazione.
“Professò” dice il “sindaco” della comunità: “Leggi l’ultima delibera”. Nella Città vige l’autogoverno e i ragazzi eleggono ogni due mesi una giunta. Per la prossima uscita, è passata la proposta di Peppe: si andrà al cinema a vedere "Il cacciatore di aquiloni". "L’altra volta” dice l’assessore alle finanze, un afgano, "ha vinto un musulmano: abbiamo visto L’allenatore nel pallone 2“.

Paolo Casacci – il venerdì di Repubblica – 15 febbraio 2008

Testimonianze

Vincenzo Linarello, un ragazzo della Locride, parla della sua Calabria e delle lotte nonviolente per crearne un’altra diversa.
Ci “racconta” il suo impegno Rosaria Pescara in una lettera inviata a Concita De Gregorio nella rubrica Invece Concita, e pubblicata su la Repubblica delle Donne del 16 febbraio 2008.

 
 
Ieri sono andata a un convegno su Gandhi, sulla nonviolenza. Tante testimonianze interessanti, un poco d’aria fresca. Come ultimo intervento c’era un ragazzo della Locride: è cambiato registro. Vincenzo Linarello, così si chiama, ha raccontato la sua Calabria e le loro lotte non violente per creare un sistema che si opponga alla ‘ndrangheta e che crei un’altra Calabria. Ha raccontato i fatti, le conquiste, le minacce, i boicottaggi, i risultati. Tutto con una lucidità e un’emozione che mi ha reso lucidi gli occhi, a me, napoletana che vive a Piacenza e sta soffrendo per la sua incantata terra. Ho scoperto le connessioni tra la ‘ndrangheta e la massoneria, ho avuto informazioni in più sul trasferimento di monsignor Brigantini, sull’omicidio Fortugno. Alla fine gli applausi non si fermavano. Ma ci ha chiesto una cosa. Di andare tutti alla grande manifestazione che ci sarà il primo marzo in Calabria, perché l’appoggio e la visibilità sono la migliore garanzia per non sparire. Ci ha chiesto anche di vedere il loro sito, di iscriversi. Sento che gli devo questo, cercare di far conoscere la sua organizzazione, per avermi dato un po’ di speranza sulla bella gente che c’è in Italia e soprattutto al Sud. Il sito è
www.consorziosociale.coop.
Sono le “piccole cose” che rendono grandi. Grazie.

Rosaria Pescara

Milena Agus o della semplicità

"Ali di babbo" è il terzo libro della scrittrice sarda, autrice del best seller "Mal di pietre"
Milena Agus, insegnante di italiano in un istituto tecnico di Cagliari, è diventata suo malgrado una celebrità. Suo malgrado, bisogna conoscerla per crederci: è una donna timida che parla sottovoce e soprattutto ascolta. Veste con abiti fuori moda e si vede che si pettina da sola. Giorni fa durante la diretta radio di Fahrenheit, il programma più amato da chi legge, ha assistito sbigottita alla vittoria di Mal di pietre, il suo secondo romanzo: proclamato dalla giuria degli ascoltatori libro dell’anno. "Un poco mi imbarazzerebbe che i miei studenti mi leggessero – ha detto – non per quello che c’è scritto nel libro ma perchè l’ho scritto io".Come se l’autore e la sua opera non fossero che casuali coinquilini. Come se non si conoscessero o meglio: come se conoscendosi fin troppo fossero costretti dal pudore ad ignorarsi. Mentre dorme il pescecane, opera prima, è del 2005. Mal di pietre, ancora in vetta alle classifiche, del 2006. Agus non ha cambiato editore, come chiunque è solito fare per essere meglio pagato appena il successo gli arride: è rimasta con la piccola casa editrice Nottetempo che pubblica oggi il nuovo libro, Ali di babbo. Nella quarta di copertina c’è scritto " il suo terzo capolavoro". Immagino che lei abbia protestato e si sia infine arresa: si vede che in Continente si usa dire così. Capolavoro crea un’aspettativa alta. L’incanto delle sue storie, invece, è la sorpresa che suscitano. Cominciano pianissimo, con piccole cose da nulla. Crescono in mano e in mente e lì restano, nella memoria, molto a lungo. Il suo segreto è la semplicità. Una semplicità talmente sofisticata da risultare magica: una specie di incantesimo linguistico. Lo sguardo, che in Mal di pietre era quello di una vecchia sarda illetterata ( perciò elementare e acutissimo, scarno e prodigioso) qui in Ali di babbo è quello di una ragazzina di 14 anni. La voce narrante parla dunque la lingua di una bambina appena uscita dall’infanzia. " Facciamo spesso il gioco di stringere gli occhi per costruire una cornice al panorama, vengono fuori fotografie sempre diverse". La ragazzina racconta la storia di "madame", una donna non più giovane che vive sola in uno spicchio di paradiso sul mare: rifiuta di venderlo agli speculatori che vorrebbero comprare il terreno per farci un villaggio turistico. Impedisce così a tutta la comunità dei contadini vicini- la famiglia della ragazzina compresa- di "diventare ricchi e cambiare vita". Madame si chiama madame perchè studia il francese con il sogno di andare prima o poi a Parigi, sicuramente il posto più bello del mondo dopo la sua casa piena di casse coi corredi mai usati. E’ stata una giovane donna bellissima e mai davvero amata, "io ho capito perchè gli uomini non si innamorano di lei. E’ troppo buona e mite ma di una bontà così fuori dal tempo da risultare fastidiosa". Le vicine dicono che madame è pazza, strega e puttana. Ha solo amanti ( il Primo, il Secondo, il Ferito, i costruttori) da cui si lascia maltrattare. " Un giorno si è fatta coraggio e ha chiesto all’amante se un po’ la ama. Lui ha sorriso e ha detto che non si ama un po’. O si ama o non si ama. Madame era stesa nel letto nuda accanto a lui, che si è alzato di scatto si è rivestito ed è andato di là. Allora madame ha sentito un grande spavento e si è rivestita e ha giurato a se stessa che non farà mai più domande così sceme. Domande così sceme fanno sparire tutta la magia e la vita senza magia è solo un grande spavento". La migliore amica di madame è l’ex moglie del suo primo amante: è lei che le ha portato l’uomo in regalo. Proprio un dono, come fosse una bottiglia di vino per cena. Il suo migliore amico è il nonno della ragazzina, il solo che "la sente", la capisce. Anche lui sa che vivere bene e vivere felici sono due cose diverse. Per la felicità serve un po’ di magia " perchè senza magia la vita è solo un grande spavento".

Concita De Gregorio –  La Repubblica  –  Sabato 16 febbraio 2008
Questa voce è stata pubblicata il 18/02/2008. 4 commenti

Un euro per il giovane che legge

La discussa iniziativa nella Biblioteca di un Comune spagnolo
 
Altissime percentuali di abbandono scolastico, poche iscrizioni all’università, scarso interesse per la lettura. Questi dati decisamente preoccupanti hanno spinto Agustìn Jiménez Crespo, sindaco di Noblejas (60 chilometri a sud di Madrid), a ideare un sistema per migliorare la resa scolastica.
I giovani frequentatori della Biblioteca Municipal riceveranno un euro all’ora (un educatore controllerà ovviamente l’attività svolta dai ragazzi) e a fine mese la “paghetta” verrà consegnata ai genitori. La spesa, considerando tutti i 240 bambini di età compresa fra 6 e 12 anni, si dovrebbe aggirare intorno ai 200 mila euro all’anno. Secondo Crespo, alla guida del Comune spagnolo dal 1982, l’iniziativa dovrebbe servire a far capire ai giovanissimi che per avere successo nella vita occorre prepararsi e che studiare significa investire sul proprio futuro.
 
Ma per il sindaco di questa cittadina di tremila abitanti gli effetti positivi si estenderanno sicuramente anche al resto della popolazione: sarebbe anche un modo per rinforzare il ruolo attivo dei genitori nell’educazione dei loro figli. Le reazioni in Spagna sono state, come si può immaginare, di vario tenore. C’è chi sostiene l’iniziativa, come il delegato provinciale per l’educazione, Francisco Javier Garcìa Galàn, favorevole anzi a estenderla anche a tutta la scuola dell’obbligo. E c’è chi la considera diseducativa e dispendiosa, come alcuni docenti dell’ università di Castilla-La Mancha.
Abbiamo raccolto due pareri in Sardegna: per Ester Grandesso ( responsabile del Centro di documentazione Biblioteche ragazzi della provincia di Cagliari) “sicuramente l’iniziativa attira l’attenzione sul problema, ma il fatto di abbinare i soldi alla lettura mi lascia molto perplessa. Tutte le iniziative attuate nelle biblioteche sarde e le attività di promozione della lettura dimostrano che i bambini, anche quelli che non sono abituati a leggere, manifestano immediatamente un grande interesse per i libri. Le biblioteche, casomai, dovrebbero essere più numerose, realmente a portata di tutti, più accoglienti.”
L’opinione dello scrittore Alessandro De Roma è altrettanto chiara: “ L’idea non mi piace molto. Se le biblioteche ci fossero, e fossero luoghi accoglienti e facilmente raggiungibili, non ci sarebbe bisogno di pagare i ragazzi per andarci. Ho un sogno: una bellissima biblioteca, luminosa e moderna, in centro. A Cagliari, per esempio, la vedrei al posto dell’attuale stazione marittima, che è orrenda. Immagino una struttura nuova, con grande piscina, per turisti e residenti, nella quale nuotare estate e inverno davanti a Roma, e nello stesso edificio, una biblioteca con piccolo museo interattivo sulla storia della città, caffetteria e tutto il resto. Ecco, così sì che funzionerebbe”.
 
Altro che un euro all’ora. “ Bisogna pensare molto più in grande”, insiste lo scrittore sardo:” Se si spendono, e giustamente , tanti soldi per i musei, a maggior ragione se ne dovrebbe investire per le biblioteche, che sono luoghi vivi e frequentati ogni giorno. Bisogna togliersi dalla testa l’idea che una biblioteca sia un luogo brutto e noioso. Questo è il punto. Una nuotatina e poi si passa a prendere un libro. Unica regola: dopo la piscina, asciugarsi le mani, prima di toccare il libro!”.
 
Andrea Mameli
(L’Unione Sarda – Sabato 16 febbraio  2008)
Questa voce è stata pubblicata il 17/02/2008. 2 commenti

La giornata del malato

Sarebbe bene che ognuno di noi si fermasse un momento, lasciando da parte gli impegni quotidiani, a riflettere su come è la giornata di un malato.
Istintivamente penso ad una persona molto cara, un parente strettissimo al quale mi lega un grande affetto; penso ad un amico, conosciuto da poco ma che, nello stesso tempo, conosco già abbastanza, al quale sono riconoscente per come, indirettamente, mi ha portato a compiere alcune riflessioni e a rivedere certe convinzioni ormai acquisite da tempo. A lui, persona speciale, un grazie speciale.
Penso a tutti coloro che in questo momento sono presi dallo sconforto e dall’angoscia, dimentichi che in ognuno di noi vive anche la speranza di un cambiamento; penso ai bambini che, prima ancora di conoscere la vita, hanno conosciuto la sofferenza; penso, infine, agli anziani e a tutte quelle persone che, per motivi differenti, hanno perso quel dono prezioso che è la lucidità mentale, la possibilità di poter gestire coscientemente la propria vita. 
A tutti loro va , questa sera, il mio pensiero, la mia condivisione e il desiderio di regalare ad ognuno, se solo ne avessi la possibilità, la certezza che niente è definitivo e tutto si può modificare anche quando sembra impossibile.

 

Eugenio Montale

Nasce a Genova il 12 ottobre del 1896. Muore a Milano il 12 settembre del 1981.
Tra le sue numerose opere:
Ossi di seppia, del 1925
La bufera e altro, del 1956 e 1957
Satura, del 1971
 
Il 23 ottobre del 1975, a Stoccolma, gli viene assegnato il premio Nobel per la letteratura.
 
 
***
Non ho mai capito se io fossi
Il tuo cane fedele e incimurrito
o tu lo fossi per me.
Per gli altri no, eri un insetto miope
smarrito nel blabla
dell’alta società. Erano ingenui
quei furbi e non sapevano
di essere loro il tuo zimbello:
di esser visti anche al buio e smascherati
da un tuo senso infallibile, dal tuo
radar di pipistrello.
 
***
La tua parola così stenta e imprudente
resta la sola di cui mi appago.
Ma è mutato l’accento, altro il colore.
Mi abituerò a sentirti o a decifrarti
nel ticchettìo della telescrivente,
nel volubile fumo dei miei sigari
di Brissago.
 
 ***
Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
 che la realtà sia quella che si vede.
 
Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
Le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.
 
 
 
 
La storia
 
1
 
La storia non si snoda
come una catena
di anelli ininterrotta.
In ogni caso
molti anelli non tengono.
La storia non contiene
il prima e il dopo,
nulla che in lei borbotti
a lento fuoco.
La storia non è prodotta
da chi la pensa e neppure
da chi l’ignora. La storia
non si fa strada, si ostina,
detesta il poco a poco, non procede
né recede, si sposta di binario
e la sua direzione
non è nell’orario.
La storia non giustifica
e non deplora,
la storia non è intrinseca
perché è fuori.
La storia non somministra
carezze o colpi di frusta.
La storia non è magistra
di niente che ci riguardi.
Accorgersene non serve
a farla più vera e più giusta.
 
Da Satura
 
 
Per finire
 
Raccomando ai miei posteri
(se ne saranno) in sede letteraria,
il che resta improbabile, di fare
un bel falò di tutto che riguardi
la mia vita, i miei fatti, i miei nonfatti
Non sono un Leopardi, lascio poco da ardere
ed è già troppo vivere in percentuale.
Vissi al cinque per cento, non aumentate
la dose. Troppo spesso invece piove
sul bagnato.

Da Diario del ’71 e del ‘72

 

 

 ***

 

 
Qui sotto, un mio scritto, per ricordare un grandissimo poeta ed un grande uomo.
 
 
Monterosso
 
Salivo,insieme a te,
la lunga scala
che conduceva in alto,
a Monterosso.
 
Il muro,sul quale mi appoggiavo
tenendo la tua mano,
si affacciava sul mare trasparente,
e i versi del poeta
tornavano alla mente
malinconici o disperati,
carichi di umanità.
 
Eugenio lì, a narrare,
a ricordare la tragedia vissuta,
i segni profondi lasciati negli animi,
le ferite mai chiuse.
 
Con noi a parlare di poesia,
di muri a secco e cocci di bottiglia,
di Clizia e di Drusilla.
 
A raccontare
di bufere ed altro.
 
Piera Maria Chessa