Archivio | marzo 2008

L'appello disperato del Dalai Lama

La drammatica situazione del Tibet sembra non avere tregua, tanto meno una via d’uscita. L’Occidente ha cercato, sia pure blandamente di scuotere qualche coscienza, ma tutto sembra bloccato tra le sabbie mobili dell’indifferenza della maggior parte degli stati e dei governi.
Nel frattempo continuano gli abusi su una popolazione che non viene difesa seriamente da nessuno.
Eppure le immagini che anche oggi abbiamo visto sono pugni terribili nello stomaco.
Mi chiedo se ancora esista “un’ umanità”, o se ormai sia diventata semplicemente una sovrastruttura, un di più, qualcosa di superfluo.
Ci fa pensare e ci tocca profondamente l’articolo di Daniele Mastrogiacomo pubblicato ieri su la Repubblica.
 
 
L’appello è forte, drammatico. Un grido disperato che si irradia, in un silenzio quasi surreale, nei giardini freschi e ben curati del Rajghat. La folla ascolta, attonita, triste, preoccupata mentre il Dalai Lama, quattordicesimo maestro spirituale del buddismo tibetano, s’inchina e prega davanti al mausoleo del Mahatma Gandhi. Congiunge le mani sopra la testa, per tre volte s’inginocchia, alza lo sguardo verso il cielo e con voce strozzata da un dolore represso a lungo si rivolge al mondo. “Vi prego”, implora, “aiutateci a risolvere la crisi in Tibet. Non abbiamo altro potere se non la giustizia, la verità, la sincerità. Siamo impotenti. Io posso solo pregare. E’ per questo che chiedo ala comunità internazionale di aiutarci. Noi siamo pronti, siamo aperti al dialogo, ad un qualsiasi confronto, aspettiamo un segnale”.
La fiamma che veglia sulle ceneri del padre dell’Indipendenza, assassinato con tre colpi di pistola proprio sessanta anni fa, sembra vibrare sotto il peso di un discorso che arriva dritto al cuore. Le notizie che giungono dal nord dell’India, dal piccolo villaggio di Mc Leod Ganji, a pochi chilometri da Dharamsala, sede del governo tibetano in esilio, non sono incoraggianti. La folla dei fuggiaschi che giunge stremata da Lhasa e dalle province di Amdo e di Kham, racconta di nuove stragi e di una repressione durissima da parte delle forze speciali della polizia della Repubblica popolare cinese. Nessuno è in grado di indicare il numero dei morti, dei feriti, dei dispersi, delle persone picchiate e sbattute in carcere.
Pechino è irremovibile. Continua ad accusare il Dalai Lama. Lo considera il vero responsabile della protesta iniziata l’11 marzo scorso e degenerata tre giorni dopo con l’assalto a negozi e case dei cinesi trapiantati in Tibet. Ammette solo 19 morti: 18 civili e un poliziotto. Ma le testimonianze raccolte e confermate da più fonti interne al governo in esilio parlano di 140 vittime e di 414 arrestati. La maggioranza sono monaci. Il gruppo di 26 giornalisti, selezionati dal governo cinese tra i corrispondenti esteri, è già rientrato a Pechino. La visita “guidata” di tre giorni concessa come una prima, timida apertura alle pressioni internazionali, non è riuscita a stabilire una verità oggettiva. La delegazione di 15 diplomatici, invitata a visitare Lhasa per 48 ore, è stata costretta a seguire un percorso obbligato. Molti avevano chiesto di poter visitare i monasteri di Drepung, di Ganden e di Sera. Ma i funzionari di quella che viene chiamata Regione autonoma del Tibet si sono opposti adducendo motivi di sicurezza. I soldati in assetto di guerra che circondano i templi buddisti non sono però sfuggiti agli occhi degli osservatori e alle telecamere delle tv.
Grazie al coraggio di una trentina di monaci, il mondo ha potuto vedere le scene strazianti dei novizi che si sono catapultati fuori dal monastero di Jokhang e hanno chiesto aiuto, giustizia, verità, tra lacrime e grida di disperazione. Un gesto davvero eroico. La Cina ha garantito che non saranno puniti. Ma si sa che quei giovani bonzi rischiano il carcere, gli interrogatori, le torture. Il Dalai Lama è preoccupato, sente di dover fare qualcosa. E’ stato molto cauto, equilibrato. Ha difeso la Cina, si è opposto al boicottaggio delle Olimpiadi, ha chiesto, timidamente, un colloquio, un confronto. Lo ripete anche adesso. Con voce calma, con un sorriso che addolcisce il viso tirato da giorni di angoscia. “Noi siamo qui, siamo aperti. Attendiamo”.
Pechino risponde con durezza e arroganza. Lo ha trattato da bandito, lo ha additato come la mente della rivolta, lo ha accusato di voler boicottare i Giochi, ha respinto ogni offerta di confronto. Ieri mattina, qui a Delhi, davanti al sacrario del Mahatma, circondato da decine di rappresentanti hindu, musulmani, sick, jain, e da centinaia di tibetani, il capo spirituale della chiesa buddista ribadisce l’impegno per una linea tollerante. Spiega che l’obiettivo del suo popolo è “raggiungere un’autonomia significativa” del Tibet, lasciando a Pechino la gestione della politica estera e della difesa. Ma le immagini rilanciate anche ieri dalla tv e i racconti di chi riesce a varcare l’imponente catena dell’Himalaya, trovando rifugio a Dharamsala, lo hanno scosso in profondità. Dopo la preghiera si lascia andare ad un grido di dolore. “In Tibet”, dice con voce grave, “la Cina ha imposto un regime di polizia. Sta perpetuando un genocidio culturale. Intere popolazioni di etnia kham sono state trasferite verso Lhasa alterando l’equilibrio demografico. Sappiamo dell’esistenza di un piano ben preciso: presto il nostro paese sarà invaso da un altro milione di cinesi. La cultura tibetana, la nostra storia, le nostre tradizioni rischiano di essere cancellate”. Pausa. La voce del Dalai Lama ora è lieve. “Le autorità di Pechino hanno tutto il diritto di organizzare le Olimpiadi. Per loro è motivo di orgoglio e di fierezza. Ma dovrebbero anche rispettare i diritti umani e le libertà religiose”. Il premio Nobel per la pace 1989 resta in silenzio per alcuni minuti. Nessuno parla, grida, applaude. C’è troppa tensione.
Pechino annuncia un risarcimento di 200 mila yuan a testa, circa 18 mila euro, per le vittime degli scontri dei giorni scorsi.[…]. Il maestro scuote la testa. Torna a sorridere, ironico. Punta su una carta disperata: uscire di scena per liberare il suo popolo dalla morsa cinese. “Forse”, dice, “è arrivato il momento di ritirarmi. Ho 72 anni, sono quasi in pensione. Credo sia più utile prepararmi alla prossima vita”.
Dalla folla sale un boato, seguito da urla, braccia alzate, lanci di petardi e di ghirlande. E’ un invito plateale a resistere, a combattere, a restare. Le regioni a nord dell’India bruciano di rabbia e di protesta: 84 monaci vengono arrestati mentre manifestano davanti all’ambasciata cinese di Katmandu, in Nepal.
 
Daniele Mastrogiacomo
Questa voce è stata pubblicata il 31/03/2008. 2 commenti

Ascolto

Sola in casa,
nessuno che parla o si muove
intorno a me.
Il silenzio mi circonda,
ma è un silenzio pieno di suoni,
di voci tenui, lontane,
appena abbozzate.
 
Ascolto e trattengo il respiro.
 
Quanta vita intorno!
Non è chiasso, non è rumore,
è un modo dolce, pacato
per sentire meglio i richiami
dentro di noi.
 
Sto zitta e immobile
mentre il cuore parla,
e mi sento protetta, capita,
mai tradita.
 
Ascolto la mia coscienza
e rifletto sulla vita.

Piera Maria Chessa
Questa voce è stata pubblicata il 30/03/2008. 2 commenti

A Venezia, venti disabili fermati dalle barriere architettoniche

 
E’ stato impossibile per un gruppo di venti persone disabili e per i loro accompagnatori entrare, a Venezia, nelle Gallerie dell’Accademia per visitare una mostra.
Rabbia e dispiacere per loro che, oltretutto, sono rimasti a lungo sotto la pioggia, e grande imbarazzo per gli organizzatori che hanno cercato, inutilmente, di risolvere in qualche modo il problema.
 
 
 
L’ultimo Tiziano” proibito a un gruppo di disabili.
Una comitiva di venti persone (di Spilimbergo, provincia di Pordenone) in carrozzina, una volta raggiunte le Gallerie dell’Accademia a Venezia è rimasta bloccata fuori per due ore, sotto la pioggia.
Ma ad impedire la visita alla mostra non è stato il maltempo, bensì le barriere architettoniche. A nulla sono valse le rimostranze e la rabbia dei venti disabili e dei loro accompagnatori, che hanno anche tentato di bloccare per protesta l’ingresso alla mostra.
“E’ una vergogna – commenta Paola Zelanda, la capogruppo – ogni volta che ci muoviamo per andare a visitare un luogo ci informiamo sull’accessibilità delle strutture. Se non riceviamo garanzie sufficienti, rinunciamo. Ma sono stati gli organizzatori della mostra a rassicurarci. Invece all’ingresso ci hanno detto che al massimo sarebbero potute entrare un paio di carrozzine”.
I dipendenti delle Gallerie spiegano che le prenotazioni sono gestite attraverso un call-center che ha sbagliato, non fornendo tutte le informazioni. La più dispiaciuta è Giovanna Nepi Scirè, soprintendente per il patrimonio storico-artistico: “E’ una vicenda molto triste – ha detto – che non si ripeterà. Il prossimo anno, con l’apertura delle Nuove Gallerie dell’Accademia, ci sarà un ascensore apposito per i disabili.
Per evitare che la comitiva restasse sotto la pioggia – conclude – era stata offerta una visita alle gallerie di Ca’ d’Oro, ma purtroppo non è stata accettata”.
 
Nicola Pellicani – la Repubblica – 29 marzo 2008
 

D'Alema a Saviano

Ieri è apparso sul quotidiano La Repubblica questo breve articolo nel quale viene riportata una dichiarazione di Massimo D’Alema in risposta
all’articolo firmato da Roberto Saviano e pubblicato sullo stesso giornale qualche giorno fa.
Quell’ articolo è stato riportato anche su questo blog.



Lo scrittore Roberto Saviano aveva invitato i leader nazionali a dire parole chiare sulla criminalità organizzata e Massimo D’Alema gli ha risposto da Scampia: "Saviano chiede una dichiarazione, ma forse alla politica sarebbe meglio chiedere atti e noi ne abbiamo compiuti di rigorosi in termini di rafforzamento delle leggi, di difesa della indipendenza della magistratura e per colpire i patrimoni dei mafiosi. Credo che il suo richiamo sia giusto ma anche che la nostra risposta ci sia".
"Se ci misuriamo sulle cose concrete – ha sottolineato D’Alema – il Pd può dire che fa della difesa della legalità e della lotta alla criminalità un punto fermo della sua visione della società italiana".
Saviano aveva ricevuto molte offerte di candidatura alle elezioni ma vi ha rinunciato perchè "non si può parlare di mafia a una sola parte politica. E il centrosinistra dà sempre per scontato che la mafia stia dall’altra parte".

                                                La Repubblica26 marzo 2008 

 

 

Un articolo coraggioso

Affrontiamo nuovi problemi, ma non smettiamo di parlare e di ricordare la drammatica situazione del Tibet e dei suoi abitanti.
Niente è stato ancora risolto, quindi abbiamo il dovere di
NON DIMENTICARE!
 
 La questione criminale? Affare del sud, come i rifiuti
Un articolo forte, coraggioso questo di Roberto Saviano, parole che arrivano addosso pesanti ma estremamente trasparenti nei contenuti. Concetti e opinioni espressi con fermezza, che “costringono” ad affrontare i problemi trattati, a “guardarli” senza nasconderci.
Le parole di Saviano lasciano il segno, Lasciano “solchi” nella nostra mente. Ed è giusto che sia così perché la nostra riflessione continui.
 
 
 
La speranza non ha un volto solo: ne ha dieci, cento, mille, centomila. Volti di ragazzi che sfilano con gioia, opponendo allegria alla cupezza di chi schiaccia il loro futuro, lo soffoca, umilia, disintegra. Volti di ragazzi che con quell’allegria urlano la voglia di libertà, la disperazione per un destino senza nulla in cui credere. La loro marcia era scandita da un elenco senza fine, rilanciato da tutti gli altoparlanti[…]: la cantilena ossessiva di un rosario doloroso che unisce in una catena settecentocinque nomi.
Settecentocinque cadaveri, settecentocinque giusti, settecentocinque vite che si sono spente ma non piegate lottando contro la mafia: un sacrificio di massa che permetteva a quei ragazzi di marciare senza minacce. La litania dei martiri era infinita, la lista ricominciava sempre dall’inizio, come se la speranza di legalità potesse risorgere soltanto dal sacrificio, dal sangue versato per rendere fertile la terra desolata.
Neppure il miracolo di Bari ha smosso qualcosa, neanche l’ondata umana che nel segno di Libera ha riunito tanti ruscelli in unico gesto di rivolta ha dato una scossa ai media chiusi nel torpore di una quotidianità disillusa e alla politica di una campagna elettorale dove si fatica a trovare un contenuto dietro le parole.
Mafia è una parola rara e banalizzata, bisogna maledirla per copione e poi dimenticarla in fretta per andare avanti con comizi che devono sempre occuparsi d’altro.
Sarebbe stato meglio se mafia fosse stato un termine pericoloso, di quelli che fanno da calamita all’odio, una parola che si fa carne viva di impegno. L’hanno formattizzata, diventa un punto in scaletta, per condire l’introduzione del discorso come i saluti di circostanza.
O peggio del peggio, da relegare nelle regioni meridionali. I leader del centrosinistra e centrodestra non se ne sono occupati? – mi è stato risposto solo pochi giorni fa – ma lo faranno più avanti, quando arriveranno nel Sud, lo faranno a Napoli quando chiuderanno la campagna.
Lo faranno a sud, come per i rifiuti più velenosi che nessuno sa dove buttare e si mandano a inquinare una terra contaminata e condannata.
Lo faranno a sud, come se la potenza della criminalità organizzata non riguardasse il nord, come se la ricchezza dei traffici mafiosi non arricchisse le banche padane o se i voti manovrati dai padrini non condizionassero i palazzi romani.
Il perimetro del problema agli occhi della politica si è ristretto da piaga planetaria ad affare locale: […].
‘Ndrangheta, camorra e mafia, anzi, come le chiamano gli affiliati, Cosa Nuova, Sistema e Cosa Nostra sono oggi più di ogni altro il “potere forte”. Quello che controlla direttamente un terzo del paese, quello che è infiltrato in tutto il territorio e ha facoltà di condizionare indirettamente interi settori dell’economia – i trasporti, gli ospedali, i subappalti edili, le catene di supermercati, la produzione tessile, il comparto agricolo, l’industria alimentare, le candidature dei primari, la distribuzione di benzina, i centri commerciali – come un cancro le cui metastasi si sono già diffuse in ogni parte d’Italia e persino d’Europa.
Il potere che decide con quale parte politica schierarsi, quello capace ormai da decenni di sottomettere la politica dei propri territori d’origine e persino di quelli d’investimento al punto di non avere più bisogno di accedere a coperture di livello superiore.
Le mafie oggi possono farne a meno perché si sono fatte più ciniche, più realistiche, e perché sono diventate infinitamente più potenti e indefinite, allo stesso tempo arroganti e mimetiche.
Parlarne, affrontare il problema significa rischiare di perdere un numero troppo alto di consensi, ecco perché. Così tutti si limitano a commenti di solidarietà con le vittime e gli inquirenti, complimenti alle forze dell’ordine, generici appelli alla moralità e alla lotta alle mafie.
A Palermo le denunce dei commercianti per la prima volta fanno arrestare gli estorsori, è una rivoluzione che per loro merita giusto il tempo di un comunicato. E poi tutto tace di nuovo.
Ma perché siano le mafie a tacere per sempre bisogna fronteggiarle senza compromessi, anche a costo di perdere le elezioni nell’immediato per “vincere” col tempo una ricchezza e una libertà inestimabili – la salvezza del nostro paese.
L’unica che potrà non far sentire l’Italia un paese determinato dal potere criminale.
Nessuno crede che il compito della politica sia di costruire paradisi[…]. Nessuno può pensare che ci siano ricette taumaturgiche, che basti un po’ di decisionismo e di buona volontà per risanare ciò che per decenni è stato lasciato incancrenire.
Ma si smetta di trattare i cittadini come appartenenti a due tifoserie opposte che non possono far altro che scegliere fra l’una e l’altra fazione e con questo si assumono ogni responsabilità di quel che accade dopo le elezioni.
Si smetta di chiedere loro con chi stanno. Inizino piuttosto i partiti a dire attraverso scelte chiare in che modo vogliono stare con i cittadini. Scelte che non siano di comodo e di compromesso, che non mirino a un rinnovamento di facciata senza il coraggio di disfarsi dei meccanismi che portano in cambio voti sicuri.
Inizino pure dalla fine, se non hanno altro da dire prima.
Walter Veltroni sarà a Napoli, pochi giorni prima del voto, lì sappia trovare parole che nessun cittadino e nessun mafioso possano mai dimenticare.
 
Roberto Saviano – L’espresso – 27 marzo 2008
Questa voce è stata pubblicata il 25/03/2008. 4 commenti

La saggia legge

 Le mani giunte,
gli occhi che scrutano i cuori,
tu tracci la strada
che porta a capire
come sia possibile parlare.
Disposto a tutto,
persino a rinunciare
al tuo forte potere spirituale.
 
E chiedi ai tuoi
di non attraversare
la strada di chi ha scelto
di far male.
Chiedi di rispettare
la saggia legge della non violenza,
che ponga fine e trovi soluzione
ad una dolorosa resistenza
fatta di lutti, ferite e umiliazioni,
mancanza di diritti,
doveri a non finire.
 
E chiedi infine
a chi tiene il potere
il rispetto di un popolo provato,
non più disposto a vivere di fame
sotto leggi inique e disumane,
abituato a condurre un’esistenza
 regolata da un’inutile ubbidienza.
 
Piera Maria Chessa
Questa voce è stata pubblicata il 20/03/2008. 2 commenti