L'appello disperato del Dalai Lama

La drammatica situazione del Tibet sembra non avere tregua, tanto meno una via d’uscita. L’Occidente ha cercato, sia pure blandamente di scuotere qualche coscienza, ma tutto sembra bloccato tra le sabbie mobili dell’indifferenza della maggior parte degli stati e dei governi.
Nel frattempo continuano gli abusi su una popolazione che non viene difesa seriamente da nessuno.
Eppure le immagini che anche oggi abbiamo visto sono pugni terribili nello stomaco.
Mi chiedo se ancora esista “un’ umanità”, o se ormai sia diventata semplicemente una sovrastruttura, un di più, qualcosa di superfluo.
Ci fa pensare e ci tocca profondamente l’articolo di Daniele Mastrogiacomo pubblicato ieri su la Repubblica.
 
 
L’appello è forte, drammatico. Un grido disperato che si irradia, in un silenzio quasi surreale, nei giardini freschi e ben curati del Rajghat. La folla ascolta, attonita, triste, preoccupata mentre il Dalai Lama, quattordicesimo maestro spirituale del buddismo tibetano, s’inchina e prega davanti al mausoleo del Mahatma Gandhi. Congiunge le mani sopra la testa, per tre volte s’inginocchia, alza lo sguardo verso il cielo e con voce strozzata da un dolore represso a lungo si rivolge al mondo. “Vi prego”, implora, “aiutateci a risolvere la crisi in Tibet. Non abbiamo altro potere se non la giustizia, la verità, la sincerità. Siamo impotenti. Io posso solo pregare. E’ per questo che chiedo ala comunità internazionale di aiutarci. Noi siamo pronti, siamo aperti al dialogo, ad un qualsiasi confronto, aspettiamo un segnale”.
La fiamma che veglia sulle ceneri del padre dell’Indipendenza, assassinato con tre colpi di pistola proprio sessanta anni fa, sembra vibrare sotto il peso di un discorso che arriva dritto al cuore. Le notizie che giungono dal nord dell’India, dal piccolo villaggio di Mc Leod Ganji, a pochi chilometri da Dharamsala, sede del governo tibetano in esilio, non sono incoraggianti. La folla dei fuggiaschi che giunge stremata da Lhasa e dalle province di Amdo e di Kham, racconta di nuove stragi e di una repressione durissima da parte delle forze speciali della polizia della Repubblica popolare cinese. Nessuno è in grado di indicare il numero dei morti, dei feriti, dei dispersi, delle persone picchiate e sbattute in carcere.
Pechino è irremovibile. Continua ad accusare il Dalai Lama. Lo considera il vero responsabile della protesta iniziata l’11 marzo scorso e degenerata tre giorni dopo con l’assalto a negozi e case dei cinesi trapiantati in Tibet. Ammette solo 19 morti: 18 civili e un poliziotto. Ma le testimonianze raccolte e confermate da più fonti interne al governo in esilio parlano di 140 vittime e di 414 arrestati. La maggioranza sono monaci. Il gruppo di 26 giornalisti, selezionati dal governo cinese tra i corrispondenti esteri, è già rientrato a Pechino. La visita “guidata” di tre giorni concessa come una prima, timida apertura alle pressioni internazionali, non è riuscita a stabilire una verità oggettiva. La delegazione di 15 diplomatici, invitata a visitare Lhasa per 48 ore, è stata costretta a seguire un percorso obbligato. Molti avevano chiesto di poter visitare i monasteri di Drepung, di Ganden e di Sera. Ma i funzionari di quella che viene chiamata Regione autonoma del Tibet si sono opposti adducendo motivi di sicurezza. I soldati in assetto di guerra che circondano i templi buddisti non sono però sfuggiti agli occhi degli osservatori e alle telecamere delle tv.
Grazie al coraggio di una trentina di monaci, il mondo ha potuto vedere le scene strazianti dei novizi che si sono catapultati fuori dal monastero di Jokhang e hanno chiesto aiuto, giustizia, verità, tra lacrime e grida di disperazione. Un gesto davvero eroico. La Cina ha garantito che non saranno puniti. Ma si sa che quei giovani bonzi rischiano il carcere, gli interrogatori, le torture. Il Dalai Lama è preoccupato, sente di dover fare qualcosa. E’ stato molto cauto, equilibrato. Ha difeso la Cina, si è opposto al boicottaggio delle Olimpiadi, ha chiesto, timidamente, un colloquio, un confronto. Lo ripete anche adesso. Con voce calma, con un sorriso che addolcisce il viso tirato da giorni di angoscia. “Noi siamo qui, siamo aperti. Attendiamo”.
Pechino risponde con durezza e arroganza. Lo ha trattato da bandito, lo ha additato come la mente della rivolta, lo ha accusato di voler boicottare i Giochi, ha respinto ogni offerta di confronto. Ieri mattina, qui a Delhi, davanti al sacrario del Mahatma, circondato da decine di rappresentanti hindu, musulmani, sick, jain, e da centinaia di tibetani, il capo spirituale della chiesa buddista ribadisce l’impegno per una linea tollerante. Spiega che l’obiettivo del suo popolo è “raggiungere un’autonomia significativa” del Tibet, lasciando a Pechino la gestione della politica estera e della difesa. Ma le immagini rilanciate anche ieri dalla tv e i racconti di chi riesce a varcare l’imponente catena dell’Himalaya, trovando rifugio a Dharamsala, lo hanno scosso in profondità. Dopo la preghiera si lascia andare ad un grido di dolore. “In Tibet”, dice con voce grave, “la Cina ha imposto un regime di polizia. Sta perpetuando un genocidio culturale. Intere popolazioni di etnia kham sono state trasferite verso Lhasa alterando l’equilibrio demografico. Sappiamo dell’esistenza di un piano ben preciso: presto il nostro paese sarà invaso da un altro milione di cinesi. La cultura tibetana, la nostra storia, le nostre tradizioni rischiano di essere cancellate”. Pausa. La voce del Dalai Lama ora è lieve. “Le autorità di Pechino hanno tutto il diritto di organizzare le Olimpiadi. Per loro è motivo di orgoglio e di fierezza. Ma dovrebbero anche rispettare i diritti umani e le libertà religiose”. Il premio Nobel per la pace 1989 resta in silenzio per alcuni minuti. Nessuno parla, grida, applaude. C’è troppa tensione.
Pechino annuncia un risarcimento di 200 mila yuan a testa, circa 18 mila euro, per le vittime degli scontri dei giorni scorsi.[…]. Il maestro scuote la testa. Torna a sorridere, ironico. Punta su una carta disperata: uscire di scena per liberare il suo popolo dalla morsa cinese. “Forse”, dice, “è arrivato il momento di ritirarmi. Ho 72 anni, sono quasi in pensione. Credo sia più utile prepararmi alla prossima vita”.
Dalla folla sale un boato, seguito da urla, braccia alzate, lanci di petardi e di ghirlande. E’ un invito plateale a resistere, a combattere, a restare. Le regioni a nord dell’India bruciano di rabbia e di protesta: 84 monaci vengono arrestati mentre manifestano davanti all’ambasciata cinese di Katmandu, in Nepal.
 
Daniele Mastrogiacomo
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2 thoughts on “L'appello disperato del Dalai Lama

  1. Mi sono tanro utili questi tuoi articoli, per il poco tempo che mi ritrovo per sfogliare attentamente i quotidiani. E molto ho amato la frase “venti disabili” :o), da inserire in qualche poesia. Ciao.

  2. Spiritosa! Faccio bene a dire che “giochi con le parole”!
    Quanto agli articoli riportati, si tratta solo di alcune briciole raccolte tra le tante cose di cui mi piacerebbe parlare e mettere in evidenza. Un abbraccio e a presto. Piera

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