Archivio | aprile 2008

Nero per caso

E’ da un po’ di tempo che mi dico: "Voglio pubblicare questo racconto sul blog."
Quale? Uno dei tanti della mia carissima amica Eleonora.
L’unico motivo che finora mi ha trattenuto è che non so se lei, così discreta e riservata, sarà d’accordo. Non vorrei fare qualcosa che possa dispiacerle.
Ci penso e ci ripenso e, alla fine, prevale l’ istinto o forse la mia "disubbidienza".
Credo proprio che… verrò rimproverata. Ma non importa… 
Alla fine, credo che lei dedicherà volentieri questo bel racconto al fratello Sante, tanto amato e così tanto provato.
 ****
Con la luce il nero sembra più nero, ci fai caso ad un tratto, e ti stupisce, perché il nero appartiene alla notte, per definizione.
C’è molta luce, per via del sole che rende tutto più evidente con mano spietata.
Ti senti libero di scegliere tra il bello e il brutto, puoi decidere di apprezzare il colore delle foglie che hanno preso possesso degli alberi, di tener conto delle asperità e della sporcizia del terreno sul quale muovi i tuoi passi e in fondo ti senti più consapevole, almeno è quello che credi.
Alla gente non fai caso, a meno che qualcuno non ti chiami…brutto segno.
Ormai anche ai neri non presti più attenzione, ti vengono incontro con le loro mercanzie e ti chiedono di comprare con aria poco convinta, con voci che arrivano a te come una nenia che già conosci, alla quale rispondi meccanicamente, no, grazie, non mi serve niente.
Finché un giorno incontri USA…è nero, che di più non si può, ti sorride con un bianco abbagliante e ti viene da pensare che ha troppi denti, mentre tu…
Poi comincia a parlare in un misto di franco-italiano, ti rovescia addosso un torrente di parole, ma chi lo sente?
Sei impegnato a registrare le narici dai buchi grandi che fremono, le labbra che si aprono e chiudono come una chiusa che dovrebbe arginare qualcosa, e non lo fa, il nero delle pupille che nel giallognolo degli occhi diventa un dettaglio, la pelle butterata di un viso dalla fronte bombata che incontra il suo argine in una foresta intricata assai simile al morbido vello di una pecorella nera; poi lo sguardo ti cade sulle mani, lunghe, bellissime, affusolate che trattengono un piccolo mucchio di CD contraffatti.
Allora ti risvegli e provi ad ascoltare.
Capisci che la merce è per il momento solo un pretesto. USA ti sta raccontando la sua storia che inizia lontano…in Senegal, poi in Francia, poi a Milano, poi a Bologna, infine a Roma, dove tutti sono più buoni , no razist, dice.
A Roma USA cerca una donna italiana che voglia sposarlo…intanto ti offre di scegliere qualche CD, perché deve pur vivere.
Gli compri due film i cui originali sono già in programmazione…pensi di aver preso la solita fregatura ma non ti importa.
USA si allontana contento, tu pure.
Il sole è caldo, splendente, il nero si scioglie nei colori della primavera. 
Eleonora Bernardi                                       
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L'esecuzione

Oggi è il 25 aprile, giorno della Liberazione. Tanti uomini, in questo stesso giorno di un anno ormai lontano, furono "liberati", ma quanti, invece, non ce la fecero e… si fermarono prima?
Abbiamo il dovere di non dimenticare il sacrificio di tanti e di ricordare il debito che abbiamo verso di loro.
Riccio fu prelevato dalla prigione e condotto nel cortile.
– Facciamo due passi – gli disse il tenente. Dal portico, intanto, erano sbucati tre soldati col moschetto.
– E questi?- disse Riccio.
– Devi andartene – rispose il tenente a precipizio.
– Morire?
– Sì.
– Mi fucilate? E perché?
– Ordini.
L’ufficiale guardò i soldati, facendo capire di farla finita.
– No – gridò Riccio. – Ho quattordici anni. Non ho fatto niente. Solo la staffetta dei partigiani…
Allora il tenente serrò gli occhi e lo urtò forte nella spalla e Riccio piombò in grembo al soldato e gli altri due gli si serrarono addosso come un coperchio.
Così soffocavano anche le sue grida e da quel viluppo non uscivano che le gambe sospese e mulinanti del ragazzino. Così andavano verso la porta carraja e il tenente li seguiva coi piedi di piombo.
– Fascisti! Assassini! Mamma! Questi mi ammazzano! Mamma! – si sentiva distintamente urlare Riccio.
All’improvviso quel viluppo si disfece e Riccio apparve, quasi seminudo, e fissava l’ufficiale.
– Non mi toccate! – urlò. – Vado da solo. Ma non mettetemi più le mani addosso. Vado da solo.
Il tenente accennò ai soldati che non si avvicinassero. E infatti Riccio retrocesse di qualche passo verso la porta carraja, quasi a sfiorarla.
– Ancora una cosa, – disse Riccio. – In prigione ho una torta che mi ha mandato mia madre. L’ ho appena assaggiata, l’ ho appena scrostata. Datela al primo partigiano che entrerà nella vostra maledetta prigione. Guai se la mangia uno di voi!
Il tenente restò fermo un attimo solo, poi si riportò in fretta verso il centro del cortile. Ma anche lì non si sentì di rimanere, quasi che la raffica potesse uccidere anche lui. Si diresse a grandi passi verso la mensa ufficiali. Come ne raggiunse lo spigolo, crepitò la raffica.
 
B. Fenoglio,  Una questione privata,  Garzanti

I novantanove anni di Rita Levi Montalcini

Oggi, Rita Levi Montalcini compie novantanove anni. La stima e l’ammirazione che nutro nei suoi confronti è tale che mi sembra superfluo aggiungere qualcosa che non sia banale e non sia già stato detto nel bellissimo articolo di Dario Cresto-Dina pubblicato su la Repubblica qualche giorno fa.

Bisogna dimenticarsi di vivere. E’ questo, dice, il segreto per avvicinarsi a qualcosa che può assomigliare all’illusione dell’immortalità. Tra due giorni la signora che mi guarda con gli occhi azzurri, limpidi e curiosi compirà novantanove anni. E’ un numero che inquieterebbe chiunque. Non lei. E’ un’età alla quale si giunge quasi sempre da solitari, è come sbarcare dopo un lungo viaggio su un’isola deserta e sapere che tutto ciò che conoscevamo ce lo siamo lasciato alle spalle, ma nulla, proprio nulla, possiamo immaginare del nuovo approdo, neppure la sua estensione geografica, se sarà un posto di valli e montagne da attraversare prima del prossimo mare o appena una lingua di sabbia. “Mi sento per la seconda volta un po’ Robinson Crusoe. La prima fu negli anni del fascismo. Allora ero più sola, più giovane e meno forte di adesso, eppure il male produsse un bene”.
Seduta in un angolo del divano della sua casa romana con la leggerezza di un ramo antico, Rita Levi Montalcini sembra una vecchia appena nata. E’ elegante nel vestito blu che le scende fino alle caviglie, chiuso sul collo lungo e sottile. Il blu elettrico dell’abito esalta la sua testa bianca, al polso destro porta un bracciale che ha disegnato lei stessa e sul quale spicca, incastonato come un minuscolo cammeo, il giglio di Firenze. E’ un gioiello che aveva regalato alla sorella Paola, la gemella tanto amata morta otto anni fa. “Quella vagabonda della mia gemellina – la chiamava con affetto nelle lettere alla madre – che è riuscita ad addentrarsi in un mondo chimerico libero da imposizioni di leggi”.
Paola era un’artista, […]. ”Il suo cuore continua a battere dentro di me”. Le pareti di questa bella e semplice casa sono attraversate dai suoi quadri. C’è un ritratto di Rita dipinto nel ’45. C’è, sul pavimento del terrazzo, un grande mosaico che riproduce le traiettorie delle particelle atomiche nella camera a bolle. C’è la malinconia nello sguardo della professoressa ogni volta che parla di lei. Nostalgia, non il dolore del lutto. Non più. “Abbiamo avuto una bella vita. Non credo all’eternità. Si spegne tutto”.[…].
A novantanove anni Rita Levi Montalcini ogni sera va a letto alle undici. Ogni mattina si alza alle cinque. “Non mi interessano né il cibo né il sonno”. Mangia una volta al giorno, a pranzo. La sera si concede al massimo un brodo e un’arancia. ”Sto bene. Malgrado la diminuzione della vista e dell’udito. Mai avuto una malattia”. Ha un apparecchio acustico nelle orecchie, legge grazie a un video ingranditore.[…]. “Il mio cervello funziona meglio di quando avevo vent’anni. Ho deciso di utilizzarlo di più proprio nell’ultima tappa del mio percorso. Penso di continuo, mi aiuta la passione per il mio lavoro. Continuo la ricerca sull’Nfg, la sigla della proteina che stimola la crescita delle cellule nervose, uno studio sulle malattie neurovegetative che ho cominciato più di mezzo secolo fa. Mi occupo della fondazione creata insieme a Paola in memoria di mio padre per il conferimento di borse di studio a studentesse africane a livello universitario, con l’obiettivo di creare una classe di giovani donne che svolgano un ruolo di leadership nella vita scientifica e sociale dei loro paesi. Sto scrivendo due nuovi saggi scientifici. Non mi sento mai stanca”.
Ogni giorno va in laboratorio, nella sua equipe ci sono altre sette donne. Si china sul microscopio, esamina gli embrioni di pollo come faceva cinquant’anni fa in America. Dice: “La mia intelligenza è mediocre, e il mio impegno è poco più che mediocre. Credo di avere due sole qualità:l’intuito e la capacità di vedere un problema nella sua globalità. Quand’ero giovane pensavo che la mia missione sarebbe stata quella di aiutare gli altri, volevo andare a curare i lebbrosi in Africa. Volevo disinteressarmi totalmente della mia persona, non volevo riconoscimenti”. Non è andata così. Anche il destino accarezza i propri desideri a nostra insaputa. Nel 1986 ha vinto il Nobel per la medicina. “Abitavo già a Roma. Ricordo che era quasi notte quando mi telefonarono per darmi la notizia. Stavo leggendo un giallo di Agatha Christie. Lo rammento perché è raro che io legga romanzi, prediligo i saggi di filosofia. […].La cerimonia della consegna del Nobel a Stoccolma non fu particolarmente eccitante, piuttosto una specie di grande festival”.
Il primo agosto del 2001 la chiamò l’allora Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi.”Mi disse: “Sono Ciampi e l’abbraccio. La nomino senatrice a vita per meriti scientifici e sociali. Riuscii a rispondere solamente grazie. Ero emozionatissima”. Oggi il giudizio sulla politica è riassunto in un gesto di scoramento. La mano passata sugli occhi. “Sono assolutamente ignorante in fatto di politica, la mia appartenenza ad esso è di puro dovere civile e morale. Certo, sono sempre stata una donna di sinistra. In Parlamento ho trovato persone di grande intelligenza in entrambi gli schieramenti e amici come Romano Prodi, Tommaso Padoa-Schioppa e Anna Finocchiaro. La netta vittoria della destra nelle ultime elezioni mi ha sorpreso, ma sarebbe troppo facile sostenere che dopo vent’anni di fascismo e cinque di Berlusconi gli italiani hanno dimostrato ancora una volta di non avere capacità di scelta e di discrimine. Ci sono sentimenti e bisogni che vanno analizzati a fondo e io non possiedo gli strumenti per farlo. Mi ritiro, con modestia e rispetto”.
Severa è anche la pagella al paese. “L’Italia dà l’impressione di essere vecchia, come se fosse prigioniera di una campana di vetro che le impedisce di camminare. In diciotto mesi il governo di centrosinistra ha lavorato bene, ma poteva fare molto di più. Potrei dire che gli è mancato il karma. Nella nostra classe politica, almeno per quanto riguarda la ricerca medica e scientifica, non c’è la consapevolezza che la conoscenza significa ricchezza. E’ un peccato, perché abbiamo un capitale umano eccellente e un grado di innovazione tecnologica che nulla deve invidiare al resto del mondo. Dalle nostre università escono ragazzi molto preparati che non trovano però un terreno fertile sul quale esercitarsi, così la gran parte di loro, se può, fugge all’estero. Li regaliamo agli altri, per vederli ritornare magari dopo dieci o vent’anni, un po’ più vecchi, un po’ più stanchi. L’Italia non è mai stata capace di investire sulle capacità intellettuali della sua gente. Manca la voglia di riconoscere il merito”.[…].
Rita Levi Montalcini non ha figli. Mi spiega perché cominciando da Dio. ”Invidio chi ha fede. Io non credo in dio. Non posso credere in un dio che ci premia e ci punisce, in un dio che ci vuole tenere nelle sue mani. Ognuno di noi può diventare un santo o un bandito, ma ciò dipende dai nostri primi tre anni di vita, non da dio. E’ una legge di una scienza che si chiama epigenetica, in altre parole si può definire il risultato del dialogo che si instaura tra i nostri geni e l’ambiente familiare e sociale nel quale cresciamo. Prenda una bicicletta o un insetto, oggi sono pressoché uguali a com’erano duecento anni or sono. Noi no. L’uomo è darwiniano al cento per cento. Ebbene, io a tre anni, a tre anni, glielo giuro, ho deciso che non mi sarei mai sposata e che non avrei avuto bambini. Sono rimasta condizionata dal rapporto vittoriano che subordinava mia madre a mio padre. A quei tempi nascere donna significa avere impresso sulla pelle un marchio di inferiorità. Eppoi ho visto troppe vite matrimoniali mai fortunate. Ne vedo tante anche ai nostri giorni. Vite tristi e vuote.[…]. Ho rinunciato a costruire una famiglia, non all’amore. Questo no. Ho avuto degli affetti, mi sono innamorata, sono stata felice. Ma forse il mio unico figlio è stato l’Nfg. Ho avuto e ho amici importantissimi, gli amici di una vita: […]. Tutto è stato enorme attorno a me”.
Dal passato non si levano fantasmi. “Senza Mussolini e Hitler oggi sarei soltanto una vecchia signora a un passo dal centenario. Grazie a quei due, invece, sono arrivata a Stoccolma. Non mi sono mai sentita una perseguitata. Ho vissuto il mio essere ebrea in modo laico, senza orgoglio e senza umiltà. Non vado in sinagoga né in chiesa. Non porto come una medaglia il dato storico di appartenere a un genere umano che ha sofferto molto, né ho mai cercato di trarre vantaggi o risarcimenti morali. Essere ebrei può non essere piacevole, non è comodo, ma ha creato in noi un impulso intellettuale supplementare. Come si può affermare che Albert Einstein era di razza inferiore? Dovremo abolire anche nella nostra testa il concetto di razza. Esistono i razzisti, non le razze. E a me interessano soltanto le persone. Durante la guerra, a Torino ho trasformato in laboratorio la mia camera da letto, un piccolo locale di due metri per tre in corso Re Umberto. Quella stanza diventò un centro di ricerca frequentato anche da alcuni miei compagni di scuola che professavano il fascismo e forse la domenica indossavano la camicia nera. […]. Con l’avvento delle leggi razziali di Mussolini la mia famiglia fu costretta a trasferirsi a Firenze. Scegliemmo un altro cognome, lo decisi io, Lupani, il primo che mi venne in mente. Ci ospitava una famiglia che vagamente sapeva di noi. Mi specializzai nella stampa di documenti falsi per gli ebrei, avevo rapporti con il Partito d’azione. Un giorno mi venne a trovare il professor Giuseppe Levi e per non farci scoprire disse semplicemente alla padrona di casa: “Mi chiami la Rita”. Vede, sono stata anche allora come Crusoe. Sola. Devo alla solitudine anche il Nobel. Sono giunta alla scoperta sull’Nfg perché ero l’unica a lavorare in quello specifico campo della neurologia. Ero sola in una giungla e non conoscevo nulla o quasi. Sapere troppo, spesso, ostacola i nostri progressi.”.
Le domando se ancora sogna. Mi dice di sì. Spera che quando lei non ci sarà più altri continueranno i suoi studi sulla molecola proteica che le è valsa il Nobel, perché le sue applicazioni cliniche nella cura delle malattie degenerative del cervello possono essere straordinarie. “Ma la cosa che più desidero è la pace in Medioriente. Mi interrogo spesso sul conflitto tra arabi e israeliani. Non posso accettare l’idea di chi vorrebbe la soppressione dello Stato d’Israele e allo stesso modo non accetto che i palestinesi abbiano poche possibilità di esprimere liberamente la propria intelligenza. Credo ancora sia possibile raggiungere l’obiettivo di una convivenza pacifica tra i due popoli. Siamo tutti uguali, ha detto Confucio”.
Il tavolino di cristallo di fronte al divano è pieno di fiori. Sono rose bianche e gialle, azalee, iris, orchidee. Non sono lì per ciò che accadrà tra due giorni. Sono per una donna che ama i colori tutto l’anno. Lei si alza,mi tende le mani. Mi aspetto la loro fragilità. Le sfioro appena. Sono invece secche e nodose. Sono ferme, la stretta è forte e calda. “La vita non mi ha maltrattata. Sono una donna senza rimpianti. Se rinascessi ripercorrerei le stesse strade. Tutto è stato a mio vantaggio, anche ciò che non ho avuto, anche ciò che ho perso lungo il cammino. Certo,avrei potuto essere una donna migliore. Sono pessima in matematica. Non conosco la musica, solo un po’ di Beethoven e Bach, qualcosa di Schubert, Mozart e Chopin. Non abbastanza. Amo molto il teatro, non l’opera. Nei rapporti umani ho trovato la compensazione ai miei novantanove anni. Accetto questa età senza fatica, non mi vergogno delle mie doppie protesi acustiche, dei miei occhi che non vedono quasi più. Voglio andare avanti. Non sono stanca di vivere. E non cerco la morte. Arriverà. Forse tra un mese, forse tra due anni, chissà. Le mie colpe sono di scarsa entità. Spero di avere pochissimo da farmi perdonare”.
Dario Cresto-Dina – La Repubblica – 20 aprile 2008

Il diario di Trentin

 

Un breve ma interessante articolo della giornalista Simonetta Fiori estrapolato dalle tante pregevoli pagine culturali del quotidiano la Repubblica.
Articolo che ci porta a riflettere ancora sugli avvenimenti del nostro passato, in fondo neanche così lontano; fatti dolorosi, laceranti, impossibili da dimenticare, che è giusto non dimenticare.
La scoperta del diario di un ragazzo di diciassette che, nel 1943, sente la necessità di mettere per iscritto notizie, sensazioni, impressioni sui tragici fatti di cui è testimone diretto o indiretto.
Il “diario” di Bruno Trentin, questo è il suo nome, verrà pubblicato tra qualche mese.

Una vecchia agenda di tela nera, rimasta nell’ombra per sessantacinque anni. Pagine intime, protette dal disordine delle altre carte: nessuno, tra famigliari e amici, le conosceva. Un Journal de guerre, annotato tra il settembre e il novembre del 1943. Quando Bruno Trentin lo scrisse, non aveva ancora diciassette anni.
Ritrovato a pochi mesi dalla sua scomparsa, il diario sarà pubblicato in autunno. Donzelli l’annuncia come un caso editoriale, “destinato a segnare il dibattito culturale sulla nostra guerra di Liberazione”.
Chi l’ ha letto è rimasto colpito innanzitutto dalla lingua, un francese limpido e ordinato.
In Francia Bruno Trentin era nato e aveva studiato, figlio del fuoruscito Silvio, leader di Giustizia e Libertà emigrato oltralpe dopo le “leggi fascistissime” sul finire del 1925.
La caduta del governo fascista e l’apertura agli esuli decretata da Badoglio resero possibile alla famiglia Trentin il rientro in patria per via legale, nell’estate del 1943.
Il diario di Bruno comincia il 22 settembre e termina il 15 novembre, quattro giorni prima dell’arresto insieme al padre (saranno rilasciati dopo una quindicina di giorni, non avendo la polizia trovato altro “reato” che la carta d’identità falsa).
Sono mesi assai confusi, il giovane Trentin si sforza di comprenderli attraverso il suo journal.
Ritagli di quotidiani, volantini, mappe e cartine, notizie di fonte eterogenea, fascista e antifascista, e ancora impressioni, paure, giudizi politici: la sua scelta è già pienamente compiuta, ma il diario gli serve a dare una rotta alle passioni.
Duecento pagine rese alla fine più frammentate dall’incalzare degli eventi (e del rischio). S’interrompono a metà novembre con una frase, scritta in italiano e a matita:
“Tempo perduto. E ora all’opra!”.
Un’epigrafe della giovane generazione che scelse la Resistenza.

Simonetta Fiori – la Repubblica – 19 aprile 2008

Esiste ancora la correttezza? Voi, che dite?

Uno sgarbo inammissibile nei confronti di una donna di 99 anni, un’azione ripetuta per ben quattro volte, da quattro persone diverse.
Una signora anziana, per giunta ipovedente, si è recata in un seggio elettorale per votare; il suo accompagnatore, poiché le persone in attesa erano tante, ha chiesto cortesemente ai presenti di far votare la signora, per non costringerla a restare a lungo in piedi in attesa del proprio turno.
La signora in questione si chiama Rita Levi Montalcini.
Ecco come sono andate le cose.
 
 
Qui non c’entrano le cinque lauree, il premio Nobel per la medicina, le mille pubblicazioni e nemmeno il laticlavio a vita. Forse è semplicemente un fatto di educazione, quando da bambino ti insegnano a cedere il posto a chi è più anziano. Se poi l’anziano ha quasi 99 anni (tra 9 giorni) e non ci vede nemmeno bene, il fatto che si chiami Rita Levi Montalcini diventa evidentemente secondario. Eppure tutto ciò non è bastato a evitare alla senatrice a vita di dover attendere in piedi mezz’ora prima di votare, per colpa della maleducazione di quattro elettori che si sono rifiutati di farla passare avanti.
La scena si è svolta ieri poco prima di mezzogiorno a via Reggio Calabria, al seggio istituito presso la scuola “Falcone e Borsellino”, vicino a piazza Bologna, quartiere medio-borghese della Capitale. La Montalcini si è presentata a braccetto di un accompagnatore il quale, vista la lunga fila, ha chiesto alle persone in coda la cortesia di far votare prima la signora. Senza presentare credenziali, solo un gesto di educazione verso un’anziana ipovedente. La risposta poteva essere scontata e invece no.
Faccia la fila come gli altri”, ha risposto un cinquantenne.
E così un’altra signora: “Non esiste, anch’io ho fretta di votare”.
E poi un altro e un’altra ancora: “Non vedo proprio il motivo”.
Allertato dagli scrutatori, a quel punto è intervenuto il presidente di seggio:
Senatrice, se vuole la facciamo passare avanti”.
Una gentilezza quasi scontata, che si concede normalmente alle donne in gravidanza, ai disabili, agli anziani.
A quel punto però è stato il carattere della Montalcini a prendere il sopravvento:
Grazie presidente, preferisco restare in fila come gli altri. Pazienza”.
 Una scrutatrice le ha quindi offerto una seggiola:
Almeno si sieda, prego”.
Ma la senatrice ha rifiutato anche quella:
No, grazie davvero. Preferisco restare in piedi”.
La rivincita contro quei pochi maleducati Montalcini se l’è presa poco dopo, al momento di uscire dal seggio. Tutti i ragazzi della sezione elettorale le si sono fatti intorno, davanti agli elettori ancora in fila, per chiederle l’autografo.
Vada avanti così”. “Coraggio”.
L’episodio, in sé banale, potrebbe testimoniare al massimo dell’inciviltà dei tempi in cui viviamo, che ognuno può sperimentare salendo su un autobus o facendo una fila a uno sportello. Se non fosse che Rita Levi Montalcini è stato il bersaglio in questi due anni di una violenta campagna di discredito portata avanti con insistenza da alcuni esponenti politici del centrodestra e da alcuni quotidiani d’area. I ragazzi della Destra si distinsero in ferocia: Diamole un incarico al Ghetto”, “Di profilo è pure più odiosa”, erano le cose che si potevano leggere sul loro blog. Fino alla proposta di consegnarle un paio di stampelle, “tanto l’indirizzo lo conosciamo, vogliamo dargliele personalmente”. Diceva il loro capo, Fabio Sabbatani Schiuma: “E Loro, i senatori a vita, sono le stampelle di questo governo sì o no? E poi se son vecchi se ne stessero a casa”.
La Lega del resto non fu da meno, fino ad arrivare alla proposta di eliminare gli stanziamenti per la fondazione scientifica della senatrice. Non ci si stupisca se poi qualcuno non dà la precedenza a una signora centenaria, è già tanto che non le abbiano fatto lo sgambetto.
 
Francesco Beila Repubblica14 aprile 2008 
 

Tibet come Birmania

Un breve ma significativo articolo di Moises Naim su L’espresso di questa settimana. Eccolo.
 
 
In Cina tutto è grande.
E di sicuro è grande anche il rimorso di molti dirigenti cinesi per essersi comprati a caro prezzo questi Giochi olimpici che stanno proiettando un ‘immagine tutt’altro che positiva del loro Paese. Questi dirigenti non si immaginavano che i protagonisti delle Olimpiadi non sarebbero stati gli atleti, ma i monaci buddisti.
Né che con il prestigio dei Giochi olimpici sarebbero venuti anche contrasti di portata planetaria con l’aristocrazia di Hollywood – da Stephen Spielberg a Richard Gere – la comunità buddista mondiale e due premi Nobel per la Pace, il Dalai Lama e Aung San Suu Kyi, oltre che con milioni di altre persone.
Quello che sta succedendo oggi in Tibet è simile a ciò che è accaduto in Birmania qualche mese fa: si assiste allo scontro tra i vecchi metodi repressivi di burocrazie autoritarie e i nuovi modi di organizzazione politica, al tempo stesso profondamente locali e ampiamente globali.
I monaci del Tibet o della Birmania, pur così locali, oggi hanno un’influenza globale grazie a Internet. E alle Olimpiadi.
Il 10 marzo del 1959, il Dalai Lama fu costretto allesilio in India dalla repressione del governo cinese della sollevazione tibetana.
Due settimane fa, un gruppo di monaci buddisti aveva commemorato questo anniversario con una marcia pacifica a Lhasa. I monaci erano stati arrestati e per questo motivo altri monaci erano poi scesi nelle strade a protestare, scatenando la repressione cinese.
Il governo cinese ha lanciato una campagna per dare la sua versione dei fatti: la rivolta sarebbe stata orchestrata dal Dalai Lama, e i tibetani stessi sarebbero stati autori dei più brutali atti di violenza, saccheggiando e bruciando case e negozi di commercianti cinesi. Il governo cinese ha anche organizzato una visita controllata di Lhasa per un piccolo gruppo di giornalisti stranieri. Nel tempio di Jokhang, però, mentre le autorità spiegavano ai corrispondenti che nei monasteri era tornata la normalità, 30 giovani monaci hanno interrotto la conferenza stampa gridando “Tibet libero”.
Piangendo, i monaci anticipavano le gravi conseguenze personali che avrebbe comportato la loro protesta. Gli agenti di sicurezza hanno subito cacciato a spintoni gli ospiti stranieri. Da un punto di vista mediatico, il governo cinese si è dimostrato goffo rispetto all’agilità e all’efficacia dei suoi avversari. Nonostante il severo blocco delle comunicazioni imposto in Tibet dalle autorità, le foto e i video di quello che è successo sono immediatamente comparsi su Internet. La rete internazionale pro Tibet conta più di 153 gruppi di sostegno in tutto il mondo e la sua pressione politica si fa già sentire nelle principali capitali. E in Facebook.
Quello che sta succedendo in Tibet ha molto in comune con quanto accadde in Birmania l’anno scorso. Anche lì i monaci buddisti protestarono e il governo tentò di impedire che il mondo sapesse che cosa stava avvenendo. Ma non ci riuscì. E anche lì la Cina gioca un ruolo cruciale come fedele alleato della giunta di governo.
Quando, nel 1988, il governo della Birmania uccise più di 3 mila persone che manifestavano nelle strade, il mondo lo seppe solo alcune settimane più tardi. L’8 agosto del 2008 è l’anniversario di quell’eccidio. E anche il giorno dell’inaugurazione delle Olimpiadi di Pechino.
Moises NaimL’espresso 17 aprile 2008
(Traduzione di Luis E. Moriones)
 

I bambini di Gaza

 
“Quei bambini di Gaza che sognano la scuola”: un articolo della regina Rania di Giordania, Difensore emerito dell’Unicef per l’infanzia, pubblicato ieri su la Repubblica.
 
 
Ayman ha 14 anni ed è un ragazzo dalla voce dolce che vive nella città di Jabalia, nella striscia di Gaza. La sua famiglia è povera e i genitori hanno venduto quasi tutti i mobili per pagare il cibo e la scuola per i figli. Di recente, dopo aver ricevuto il sussidio alimentare dal governo, il padre di Ayman, disoccupato fin dal marzo 2006, si è visto costretto a vendere il latte per potersi pagare il viaggio di ritorno.
Ayman si impegna molto a scuola e sogna per il futuro una buona carriera.
Ma, nella ristretta aula scolastica che divide con altri 47 compagni di classe, dove il doppio turno è la norma, le condizioni di apprendimento sono molto stressanti. La casa, poi, non è un rifugio sicuro: la recente incursione a Jabalia è avvenuta a 200 metri da dove Ayman vive. Le sparatorie e i bombardamenti hanno terrorizzato così tanto la sorella di 5 anni che continua a svegliarsi di notte urlando.
L’esperienza di Ayman è fin troppo comune negli affollati e disastrati quartieri di Gaza, dove le persone meno responsabili dei disordini sono quelle che soffrono di più.[…]. Dopo la recente escalation di violenze del mese scorso, almeno 33 bambini e bambine palestinesi sono stati uccisi e molti altri feriti o mutilati, intrappolati nel fuoco incrociato, colpiti da proiettili nelle proprie abitazioni, o da esplosioni nel proprio cortile di casa. Il 28 febbraio, 4 bambini che giocavano a pallone sono stati centrati da un missile, che li ha letteralmente smembrati, impedendo alle famiglie persino di riconoscerne i corpi.
Ayman, i suoi fratelli e tutti i bambini di Gaza vedono la propria esistenza quotidianamente avvilita; un soffocamento lento e crudele del loro spirito e dei loro sogni. Invece di godere di prospettive migliori per il futuro, sono intrappolati in una prigione virtuale, dove le cose che ogni bambino dovrebbe avere garantite gli sono invece portate via: il diritto a giocare, ad andare a scuola, ad avere abbastanza da mangiare, luce sufficiente per studiare di sera, e una casa dove sentirsi al sicuro. Il peso di uno dei più lunghi conflitti in corso al mondo grava sulle loro esili spalle, schiacciandone l’infanzia e infliggendo loro cicatrici psicologiche che potrebbero non rimarginarsi mai.
I palestinesi un tempo erano considerati tra i popoli meglio istruiti del Medio Oriente; oggi, dopo anni di violenze, isolamento e povertà, la loro fiera tradizione di un’eccellente istruzione è stata ridotta in pezzi. Circa 2000 bambini di Gaza hanno dovuto abbandonare la scuola negli ultimi 5 mesi. Quelli che vi sono rimasti devono dividersi libri ridotti a brandelli, e fare a meno di risorse essenziali.
Gli esami semestrali del gennaio 2008, organizzati nelle scuole di Gaza dall’Unrwa, l’agenzia dell’Onu per i rifugiati palestinesi, registrano tassi di mancato superamento dei test del 50-60% per la matematica e del 40% per l’arabo, la lingua madre dei bambini palestinesi. Ciò nonostante, Ayman insiste: “Voglio essere una persona istruita. Voglio diventare un ingegnere per ricostruire il mio paese”.
Mentre celebriamo la “Giornata del bambino palestinese”, ricordiamo al mondo che la crisi di Gaza è un disastro provocato dalla mano dell’uomo. E prenda nota, il mondo, che le condizioni di oggi sono le peggiori di sempre, da quando è iniziata l’occupazione. Il 79% delle famiglie di Gaza vive in povertà e 8 su 10 dipendono dall’assistenza alimentare. Quasi la metà della forza lavoro è disoccupata, mentre l’industria locale è collassata. I sistemi idrici e fognari non funzionano, l’immondizia continua ad accumularsi nelle strade.
L’Unicef combatte contro il tempo per ripristinare un senso di normalità nella gioventù di Gaza, mettendo in piedi corsi di recupero scolastico per aiutare i bambini a proseguire gli studi; attuando programmi sportivi e socio-ricreativi nelle scuole; collaborando con le autorità scolastiche per creare spazi protetti per il gioco dove i bambini possono restare, in sicurezza, bambini. L’Unicef e i suoi partner lavorano per portare acqua, prodotti igienici e medicinali a famiglie ed ospedali: E i team di psicologi sostenuti dall’Unicef sono dislocati in tutta l’area, aiutando genitori e bambini palestinesi a far fronte allo stress emotivo.
Ma mentre l’Unicef fa tutto ciò che è in suo potere per offrire conforto nel mezzo della follia di Gaza, solo i leader politici possono mettere fine a questo incubo terrificante. E’ il momento per un rinnovato impegno. L’assedio deve essere tolto. L’uccisione di civili deve finire. Da ambo le parti.
I bambini palestinesi ed israeliani meritano di crescere in pace. E i leader di ambo le parti, assistiti dalla comunità internazionale, devono unirsi in un giusto dialogo che è la sola strada percorribile per rendere ciò possibile. Il padre di Ayman, con calma, dice: “I miei figli sono la mia speranza”. I bambini di Gaza sono un raggio di luce nell’oscurità. Meritano un’occasione per poter splendere.
 
Rania di Giordania – la Repubblica – 5 aprile 2008