Tibet come Birmania

Un breve ma significativo articolo di Moises Naim su L’espresso di questa settimana. Eccolo.
 
 
In Cina tutto è grande.
E di sicuro è grande anche il rimorso di molti dirigenti cinesi per essersi comprati a caro prezzo questi Giochi olimpici che stanno proiettando un ‘immagine tutt’altro che positiva del loro Paese. Questi dirigenti non si immaginavano che i protagonisti delle Olimpiadi non sarebbero stati gli atleti, ma i monaci buddisti.
Né che con il prestigio dei Giochi olimpici sarebbero venuti anche contrasti di portata planetaria con l’aristocrazia di Hollywood – da Stephen Spielberg a Richard Gere – la comunità buddista mondiale e due premi Nobel per la Pace, il Dalai Lama e Aung San Suu Kyi, oltre che con milioni di altre persone.
Quello che sta succedendo oggi in Tibet è simile a ciò che è accaduto in Birmania qualche mese fa: si assiste allo scontro tra i vecchi metodi repressivi di burocrazie autoritarie e i nuovi modi di organizzazione politica, al tempo stesso profondamente locali e ampiamente globali.
I monaci del Tibet o della Birmania, pur così locali, oggi hanno un’influenza globale grazie a Internet. E alle Olimpiadi.
Il 10 marzo del 1959, il Dalai Lama fu costretto allesilio in India dalla repressione del governo cinese della sollevazione tibetana.
Due settimane fa, un gruppo di monaci buddisti aveva commemorato questo anniversario con una marcia pacifica a Lhasa. I monaci erano stati arrestati e per questo motivo altri monaci erano poi scesi nelle strade a protestare, scatenando la repressione cinese.
Il governo cinese ha lanciato una campagna per dare la sua versione dei fatti: la rivolta sarebbe stata orchestrata dal Dalai Lama, e i tibetani stessi sarebbero stati autori dei più brutali atti di violenza, saccheggiando e bruciando case e negozi di commercianti cinesi. Il governo cinese ha anche organizzato una visita controllata di Lhasa per un piccolo gruppo di giornalisti stranieri. Nel tempio di Jokhang, però, mentre le autorità spiegavano ai corrispondenti che nei monasteri era tornata la normalità, 30 giovani monaci hanno interrotto la conferenza stampa gridando “Tibet libero”.
Piangendo, i monaci anticipavano le gravi conseguenze personali che avrebbe comportato la loro protesta. Gli agenti di sicurezza hanno subito cacciato a spintoni gli ospiti stranieri. Da un punto di vista mediatico, il governo cinese si è dimostrato goffo rispetto all’agilità e all’efficacia dei suoi avversari. Nonostante il severo blocco delle comunicazioni imposto in Tibet dalle autorità, le foto e i video di quello che è successo sono immediatamente comparsi su Internet. La rete internazionale pro Tibet conta più di 153 gruppi di sostegno in tutto il mondo e la sua pressione politica si fa già sentire nelle principali capitali. E in Facebook.
Quello che sta succedendo in Tibet ha molto in comune con quanto accadde in Birmania l’anno scorso. Anche lì i monaci buddisti protestarono e il governo tentò di impedire che il mondo sapesse che cosa stava avvenendo. Ma non ci riuscì. E anche lì la Cina gioca un ruolo cruciale come fedele alleato della giunta di governo.
Quando, nel 1988, il governo della Birmania uccise più di 3 mila persone che manifestavano nelle strade, il mondo lo seppe solo alcune settimane più tardi. L’8 agosto del 2008 è l’anniversario di quell’eccidio. E anche il giorno dell’inaugurazione delle Olimpiadi di Pechino.
Moises NaimL’espresso 17 aprile 2008
(Traduzione di Luis E. Moriones)
 
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