Archivio | luglio 2008

Le emozioni di una bambina
 
 
 
Giulia
 
Agile, magari un po’ impacciata,
corri anche tu tra gli altri
nel campo illuminato.
I lineamenti svelano la tua diversità,
ma l’allegria è uguale,
la voglia di giocare ed i capricci.
 
Attendi concentrata l’inizio della gara,
sfiori la linea col piede senza intenzione,
poi la partenza al via dell’istruttore.
Voli felice, forse preoccupata
fino al traguardo.
E’ tanta l’emozione, il premio grande:
una medaglia al collo che mostri soddisfatta.
 
Piera Maria Chessa “Un ordinato groviglio” Il Filo 2008
Questa voce è stata pubblicata il 30/07/2008. 4 commenti

Un bel racconto di Eleonora Bernardi

  Sara aspetta in macchina
 
Sara esce ogni mattina intorno alle otto per accompagnare il figlio Dario a scuola, lo saluta al cancello e poi torna in macchina, lì si ferma e aspetta.
Cosa aspetta? Che il figlio esca da scuola, deve riportarlo a casa.
Se la vedi accanto al cancello all’ora d’uscita dei bimbi da scuola è una mamma come le altre, tutte attendono un figlio con la gioia nel cuore, ma lei è diversa perché appena lo vede si sente sollevata, la sua gioia è negli occhi di Dario e arriverà fino a lei solo quando lui l’avrà distinta fra le altre mamme.
Se però ti capita di passare nei pressi della scuola durante l’orario scolastico e cerchi la macchina di Sara la trovi di sicuro, ora qui, ora un po’ più in là, ma sempre abbastanza vicino alla scuola, come un’appendice dell’edificio e Sara è dentro, aspetta.
Da quanto tempo va avanti questa storia?
Da cinque anni, da quando Dario è entrato in prima elementare, ora frequenta la quinta classe, poi andrà alla scuola media e poi…si vedrà! E in ogni caso lei, Sara, si troverà sempre nei pressi di suo figlio, ovunque lui si trovi.
Sara è di media statura, ha una corporatura esile, il viso ovale, gli occhi marrone, dolcissimi… il tempo è passato su di lei con benevolenza, solo qualche lieve ruga ai lati delle labbra mobilissime che come niente si schiudono in un sorriso o si serrano a manifestare un po’ di disappunto.
Ti fermi accanto alla macchina e scopri che legge, se batti al finestrino e ti riconosce, posa in fretta il libro ed apre lo sportello, poi magari si alza per salutarti.
Quando capisce che non hai fretta si appoggia alla macchina e comincia a parlare, lei deve riempire il suo tempo e tu puoi farle compagnia.
Si parla di Dario, se vuoi, altrimenti di qualsiasi cosa, perché Sara s’interessa di tutto, ha sempre qualcosa da dire e tu staresti ad ascoltarla per ore.
Sorride molto, mentre parla, ma i suoi occhi lampeggiano di una luce particolare solo quando parla del figlio.
Ti rendi conto che il tempo con Sara vola, arriva prestissimo il momento di salutarla perché hai da fare, e ti dispiace, solo quando sei già lontano ti rendi conto che lei per tutto il tempo ha stretto tra le mani il cellulare.
Sara in ogni caso deve solo aspettare, e lo fa.
Dario è un bambino malato, a vederlo non si direbbe.
E’ affetto da una severa intolleranza al lattosio e ad un’altra manciatina di sostanze, un contatto anche accidentale con questo manipolo di nemici, spesso nascosti, può determinare in Dario uno shock anafilattico e spedirlo in coma.
E’ già successo.
Dario è stato “rianimato” , anche di recente, grazie alla sua mamma che è intervenuta prontamente con le fiale di antidoto e adrenalina che ha sempre con sé. Con una siringa pronta che solo lei può usare, perché la Legge non prevede che all’interno della Scuola qualcuno possa intervenire se non per chiamare un’ambulanza, che potrebbe arrivare troppo tardi.
Dario è un piccolo cittadino invalido che ha i suoi diritti, ma è innanzi tutto un bambino e deve poter frequentare la scuola “in sicurezza”, deve avere la possibilità di giocare con i compagni, confrontarsi con loro e con altre figure d’adulti e crescere…
Per questo Sara vuole che suo figlio frequenti la scuola pubblica.
Lei si aspetta che non si senta emarginato o d’impaccio quando c’è una festa scolastica o è stata programmata una bella gita che per lui sarebbe “rischiosa”, cosa che invece puntualmente si verifica.
Sara non è contenta di essere trattata con fastidio dalle altre mamme.
”Perché non si rendono conto che è capitato a me, ma poteva succedere a chiunque di loro?”
Te lo chiede come chi ancora non vuole arrendersi all’evidenza di un mondo costruito a misura di una massa d’individui sempre più informe, in quel mondo il posto per i bisogni particolari non c’è!
Ogni tanto, quando si batte per suo figlio, qualcuno le dice che sarebbe opportuno per lei “fare un passo indietro”.
Te lo racconta e ti chiede se è giusto che sia sempre lei a farsi da parte, dopo aver rinunciato a tanta parte di vita per sé.
Le rispondi che non è giusto.
Aggiungi che viviamo, male, in un mondo sbagliato…e ti accorgi che dentro ti sta montando una rabbia che non credevi di avere.
Sara, con il cellulare tra le mani, ti ha lasciato con parole di speranza: “Io non smetterò mai di chiedere, di combattere per mio figlio!”
Pensi allora che alla fine qualcosa potrà cambiare.
Intanto Sara aspetta in macchina.
  Eleonora Bernardi
Questa voce è stata pubblicata il 27/07/2008. 8 commenti

Undici sulla strada

Hanife Ana sulla strada
Gianfranco Fedele: pianoforte, programmazione, voce
Alessandro Melis: voce
Savina Dolores Massa: voce
Ho ancora davanti agli occhi la via De Castro della mia piccola città. Le sedie disposte davanti alla libreria, poche, in realtà, il buio della sera, che bene si adattava alla storia che si doveva raccontare, la luce che proveniva attraverso le vetrine colorate di azzurro dalle copertine del libro “Undici”, di Savina Dolores Massa, l’autrice che quel libro, ieri sera, ha fatto conoscere ai tanti venuti ad incontrarla, e ai tanti che, di passaggio, si fermavano ad ascoltarla.
L’aria era tiepida, il cielo nero, poco lontano, gli abitanti “distratti” della città, ignari di ciò che avveniva, passeggiavano gustando un gelato, o una bibita, seduti al bar.
Arrivava fino a noi il loro parlare a voce un po’ alta, lo squillo dei telefonini, le risate un po’ eccessive dei ragazzi di passaggio, i clacson delle loro biciclette.
Sì, forse tutto questo disturbava un po’, ma noi avevamo, ed era tutto nostro, quell’angolo raccolto di una cittadina di provincia che si accingeva a vivere una notte destinata ad ascoltare le storie, i ricordi, le illusioni di undici “vite”.
Anna Maria Capraro ha dato inizio a quest’avventura, con la sua dolce determinatezza,la sua bravura, la capacità insolita di penetrare l’animo di chi scrive, di decifrare ciò che lo scrittore o il poeta per pudore, qualche volta, cerca di tenere per sé.
La via De Castro e i suoi temporanei inquilini hanno potuto gustare, vivere profondamente quella musica malinconica, sommessa, che solo una kora può donare, le note del pianoforte di Gianfranco Fedele, abilmente guidate, i ritmi, i suoni, la dolcezza e la tragicità delle parole di Savina Dolores Massa, di Alessandro Melis.
Si respirava un’ atmosfera dolente, ieri sera, si ascoltavano racconti senza spazio e senza tempo, pesanti per la sofferenza e l’angoscia che racchiudevano, lievi per la dignità di coloro che quelle storie tragiche le hanno vissute e portate a compimento.
Questa voce è stata pubblicata il 24/07/2008. 4 commenti

Undici, di Savina Dolores Massa

Non voglio, oggi, fare una recensione ad un libro che ho appena finito di leggere. Parlo di “Undici”, e voglio solo “raccontarlo”, ed insieme raccontare le emozioni, le sensazioni che in me ha suscitato.
Il libro ci fa conoscere la storia di undici ragazzi africani, tutti molto giovani, il più anziano ha trentadue anni, il più giovane, diciassette.
Vogliono dare un corso diverso alla loro vita, migliorarla, concretizzare il sogno di sbarcare in Europa. A disposizione hanno una barca, bianca, lunga sei metri. Su questa barca salgono, inizialmente 47 persone, tra cui anche dei bambini.
Non voglio certamente svelare niente che non sia necessario, perché ogni lettore si avvicina ad un libro con un atteggiamento che è unico, mai uguale a quello di un altro.
Desidero solo dare qualche informazione su ciascuno degli undici protagonisti e condividere quelle sensazioni che, come già detto, la lettura di queste storie ha lasciato in me.
Gli undici ragazzi sono molto diversi l’uno dall’altro, ma hanno un sogno comune: raggiungere l’Europa e rifarsi una vita.
Eccoli.
Il primo che incomincia a raccontare la sua storia si chiama Baba e ha trentadue anni.
Zoppica sin dalla nascita perché ha una menomazione al piede destro.
Sayoro, il cantore, sceglie lui per primo perché incominci a raccontare, gli altri seguiranno e il griot li accompagnerà suonando la kora.
Baba, nonostante tutto, ricorda il suo amore per il mare, la gioia della sua “prima” pesca, l’aver imparato a nuotare, nonostante la sua malformazione, l’angoscia della madre nel vederlo in acqua e i suoi capelli diventare improvvisamente bianchi…
Il secondo è Amdy.
Ha una sorella gemella che si chiama Fatou e che ha due figli, questi due nipoti lui li porterà con sé nel suo viaggio della speranza.
Soffrirà molto per la sorte di questi ragazzi e per la vergogna di essere ancora in vita. L’odio che immagina che Fatou provi per lui, lo fa stare ancora peggio.
La Memoria lo conduce verso il passato e affiorano i ricordi. Il coraggio di suo padre che, a dispetto della tradizione, non vuole sottoporre Fatou all’amputazione del sesso, la scelta diversa, invece, della stessa Fatou…
Il terzo a prendere la parola è Bilal, ragazzino con la maschera di montone,
da lui stesso costruita per nascondere la paura e conservare quel coraggio che sembra venir meno.
I ricordi lo riconducono alle bellissime piroghe costruite dalla sua famiglia, ai disegni dai colori estremamente curati, agli “odori” di quei disegni, al nonno, sempre più esigente, alle sorelle che davano una mano, all’occorrenza, ma che erano troppo ciarliere durante il lavoro…
Continua Laamin a raccontare, e Sayoro lo accompagna con il suo canto e la musica della sua kora.
Ricorda il suo piccolo negozio di artigianato, i discorsi vuoti dei turisti, i loro consigli di andare altrove a vendere i suoi prodotti, la moglie che, nel negozio, lasciava sempre le briciole sul bancone, e quest’abitudine “non era bene”, il suo piccolo di un anno che aveva già qualche dente…
Momar, il quinto che prende la parola, è forse il più aggressivo, il più insofferente. Non vuole che il suo racconto, il suo percorso venga accompagnato dal griot e dalla sua kora.
E’ disposto a mangiare il corpo del compagno dalla maschera di montone, pur di sopravvivere…
Pape era quasi architetto nella sua terra, e ha fatto dono alla sua Safia del suo cuore e della sua anima. Ma Sayoro glieli riconsegnerà, quando verrà il momento, allora Pape conoscerà l’insopportabilità del dolore…
Sarà Ibou poi a ricordare, e mentre racconta, si riconcilia con Sayoro. Gli fa richiesta di un dono: essere anche lui in preda ai deliri, così come è stato concesso ai suoi compagni, perché, in questo modo, il suo percorso sarà più leggero.
Sono partiti in cinque da Gorée ed erano tutti sposati.
Ricorda il giorno del suo matrimonio, sua moglie Awa, l’incendio nel mercato situato vicino al luogo delle nozze…
Djibril è l’ottavo a prendere la parola, per arrivare ad una particolare resa dei conti, ad un chiarimento finale tra lui e il fratello maggiore Sajoro, tra il griot e il griot di riserva.
Djibril racconta dell’amore diviso a metà, o forse in tre parti, per Maria Maddalena, l’unica che conserva in sé “la Memoria del mondo”.
Per la prima volta, da quando gli “undici” hanno incominciato a raccontare, Sajoro mostra i suoi sentimenti, anche solo interrompendo il suono della kora…
Ibra è il nono naufrago e parla a lungo, dopo che, per tanto tempo, i suoi compagni non gli hanno più rivolto la parola a causa di un presunto errore che non gli vogliono perdonare.
Sajoro gli concede di parlare e di giustificarsi.
Ibra poi ricorda con affetto la sua numerosa famiglia, racconta dello zio Massamba e della sua misteriosa fine, e anche del suo incontro con lo Spagnolo che avrebbe dovuto trasformare le loro vite…
Mor è il decimo e si presenta subito come “il matto”, un istrione, un attore. Ma nel suo lungo monologo c’è una lucidissima riflessione sull’esistenza, fa persino delle considerazioni filosofiche, fino ad una rabbiosa riflessione su Dio e sul suo intervento nel mondo…
Sajoro è l’ultimo a parlare, a chiudere il cerchio. Sarà un privilegio o motivo di una maggiore sofferenza?
Racconta la sua solitudine di privilegiato, forse figlio di re. Colui che non “morirà” ma “finirà” perché, non avendo figli, non ci sarà discendenza. Solo la kora continuerà a vivere.
Nessuno sta al fianco di Sajoro, il cantore della barca bianca.
Il griot intreccia e allaccia i racconti dei suoi compagni, li completa là dove ci sono dei vuoti, delle dimenticanze.
Infine, chiede alla kora di prendere il suo posto per continuare a raccontare le storie che la Memoria vuole custodire e tenere gelosamente per sé.
Quando ho letto l’ultima pagina e ho chiuso il libro, sono rimasta a lungo in silenzio. Non avevo voglia di parlare perché l’ emozione era troppo forte , troppo intense le mie riflessioni.
Mi mancavano già i racconti degli “undici”, i loro sogni, o forse i loro incubi. Tutto era svanito, rimaneva soltanto una barca di sei metri, bianca, in mezzo all’oceano. 
Si tratta di un libro, a mio parere, molto bello, coinvolgente; undici racconti, ognuno unico, irripetibile, che trovano la loro sintesi nel racconto finale del cantore, il quale chiude la sua vita lasciando alla kora, unica testimone, l’incarico e l’impegno di raccontare e di tramandare storie.
E’ di stupore il sentimento che provo, grazie all’abilità che ha avuto l’autrice nel coinvolgermi e nel costringermi, mio malgrado, ad abbandonare la realtà per condurmi in spazi che sembrano non avere limiti, in un tempo che fa già parte dell’ Infinito.
Resto come sospesa fino all’ultima parola, e ancora dopo, in attesa di sentire che si è trattato solo di un sogno, brutto, di un incubo, e che presto ci sarà il risveglio.
Undici
di Savina Dolores Massa
il Maestrale, luglio 2008

Questa voce è stata pubblicata il 22/07/2008. 6 commenti

Una poesia di Bitman

Sogno di una foglia, una sera d’inverno

Come una nuova foglia
timidamente verde
vedo la neve per la prima volta.
So del bruco e del morso
lento della lumaca
ed appartengo al fusto
ed alla terra.

Senza ciglia i miei occhi
per guardare più in alto
dove il cielo sparisce dietro i rami,
sento il peso del freddo
sulla mia schiena arcuata
e mi riscaldo al fuoco delle fiabe
di stagioni e colori
e teneri germogli.
della magia racchiusa nella goccia.

Poi mi addormento e sogno
il sole a mezzogiorno,
le voci, un volo d’ape,
il passo lieve della coccinella.

Bitman
(www.bitman.splinder.com)

 

 

Questa voce è stata pubblicata il 19/07/2008. 4 commenti

invito al viaggio

Hanife Ana
invita i suoi passeggeri, abituali e non, a un nuovo viaggio.
Questa volta la meta è un intricato cosmo di parole
ad Oristano,
la sera del 18 luglio 2008
alle ore 18.00
presso il Centro Servizi Culturali
si dirà, tra molto altro,
di lenzuola, di occhiali, di foglie,
di abissi, e di cammini.
l’autrice
Piera Maria Chessa
dialoga con
Anna Maria Capraro
scelgono, aggrovigliano e ordinano le parole
Alessandro Melis e Savina Dolores Massa
sceglie, aggroviglia e ordina le note
Gianfranco Fedele
* * *
Sogno
I
  
Una forma indistinta
nell’azzurro dell’onda,
malvagia sembianza
di un dio degli abissi.
 
Le braccia minacciose
avvolgono l’acqua
chiudendosi
sui piccoli occhi sgomenti
di pesci minuti.
 
Frammenti rossi
nel mare impazzito
incapace di calma.

II
 
Emerge dall’acqua
il dio perverso
dai capelli di ghiaccio.
La testa deforme
si mostra improvvisa
agli sguardi smarriti.
 
Manca il tempo per la fuga,
divenuta pasto
in un istante solo.

Piera Maria Chessa
(da Un ordinato groviglio, Il Filo, 2008)

* * *
L’autrice in queste pagine, attraverso un linguaggio essenziale, scevro da qualsiasi formalismo o estetismo fine a se stesso, accurato ma mai altero, conduce il lettore nel proprio mondo, nella sua casa, nei luoghi della sua storia e del suo immaginario, di fronte ai volti delle persone a lei care come di fronte alla caducità dell’esistenza che pure in queste pagine pare addolcita dal calore delle parole. E’ una poesia questa che ruba l’essenza, che spia il segreto della normalità, mostrandocela nella sua straordinaria bellezza, è una poesia appena sussurrata che racconta di un silenzio significante custode di "una ragione plausibile del nostro vivere".

Marina Sambusseti
dalla Prefazione

Ho appena finito di leggere,sul blog di Milvia Comastri, una poesia che, oltre ad essere un omaggio ad un "grande" amico, mette in evidenza la bravura della poetessa e, nello stesso tempo, la sensibilità e la profondità della donna.

 

 


Io voglio ricordare il tuo sorriso (a  S.)

Te ne sei andato firmando il tuo partire
con un segno indelebile e crudele.
Hai portato con te, come fardello,
l’umanità che ti rendeva raro,
la gentilezza che sempre ci stupiva
ed il  sapere che donavi a tanti
affascinandoli con la tua parola.
Tu, come un faro, arricchivi di luce
percorsi impervi, vette faticose.
Hai dato tanto, e forse poco hai avuto.
Ora che sei lontano,
in uno spazio che noi non conosciamo,
io voglio proseguire quel cammino
che mi indicasti con chiarezza estrema 
e voglio ricordare il tuo sorriso
per rendere la mia pena più leggera.

Bologna, 14 luglio 2008

 
 
Milvia Comastri
(rossiorizzonti.splinder.com)
 

 

 

 

Questa voce è stata pubblicata il 14/07/2008. 6 commenti