Operaio morto di fatica
 
Ieri, sulla nave che da Civitavecchia mi riportava nell’isola, leggevo tranquillamente il quotidiano; “ripassavo” le notizie di sempre, quelle conosciute nei minimi dettagli, quelle che ti levano il piacere di godere della bellezza del mare che luccica sotto il sole, della vista dei gabbiani che, per prendere il cibo rimasto, offerto dai cuochi che lavorano sulla nave, quasi si posano sulle tue mani, prima di allontanarsi afferrando il pane al volo, il sorriso e le corse dei bimbi, il loro stupore.
Si attenua la voglia di godere di ciò che la natura ti offre, poi, però, il tuo disappunto diventa altro, amarezza, dispiacere, dolore, mentre vai avanti nella lettura, e nel leggere un altro articolo, le notizie in fondo frivole che hai appena scorso perdono interesse ai tuoi occhi, colpiti da qualcosa che ti fa star male e ti porta quasi a detestare una certa parte di "umanità”.
 

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Dopo aver visto il suo dipendente in fin di vita, avrebbe ordinato ai suoi dipendenti di trasportarlo lontano dai suoi terreni, per evitare guai con la giustizia.
E’ questa la tesi della procura di Mantova che da ieri contesta i reati di omicidio volontario e omissione di soccorso a Mario Costa, l’imprenditore agricolo di Viadana, in provincia di Mantova, accusato della morte di Vijay Kumar, un operaio indiano di 44 anni, dipendente irregolare dell’azienda ortofrutticola, avvenuta il 27 giugno scorso morto poco lontano dal campo dove lavorava e il cui corpo, secondo i carabinieri, sarebbe stato spostato da alcuni colleghi su ordine proprio del datore di lavoro.
A suffragare questa tesi ci sono le dichiarazioni rese agli investigatori dagli extracomunitari che per primi hanno tentato di soccorrere Kumar. La loro ricostruzione è stata drammatica. Dopo il malore del loro amico, sarebbe partita la ricerca attraverso il telefonino, per reperire un’auto capace di trasportarlo in ospedale. Tutto inutile.
Due giorni fa è poi scattato il blitz dei carabinieri e dei funzionari dell’ispettorato del lavoro che nell’azienda di Costa hanno trovato al lavoro altri tre extracomunitari impiegati in nero e un clandestino colpito da un provvedimento di espulsione mai ottemperato, subito arrestato.
Anche la moglie dell’imprenditore, C. A., di 43 anni, è stata accusata degli stessi reati del marito. La procura, infatti, la riterrebbe in qualche modo coinvolta nello spostamento dell’extracomunitario. Nel registro degli indagati è finito anche il presidente di una cooperativa che aveva fornito otto manovali irregolari. Per lui l’accusa è quella di “capolarato”.
I magistrati hanno disposto per martedì prossimo, all’ospedale di Mantova, l’autopsia sulla salma dell’indiano. Dagli esiti degli esami, si capirà la causa che ha portato al decesso dell’irregolare indiano.
 
(Articolo pubblicato su la Repubblica  sabato 12 luglio 2008)
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2 thoughts on “

  1. Ho letto la notizia che riporti stando sulla spiaggia, sotto l’ombrellone. Detesto, senza mezzi termini, chiunque sia capace di sfruttare un altro essere umano.Lasciare poi che qualcuno muoia di fatica senza prestare alcun soccorso mi fa pensare ad un omicidio premeditato. Il resto è pura abiezione!Ciao.Ele

  2. Carissima, mi scuso per non averti ancora scritto e chiamato, ma ieri ero alle prese con “il ritorno a casa”,
    sono certa che capisci quel che intendo.
    Vedo che, anche sui giornali, ci colpiscono e interessano gli stessi argomenti, se poi si tratta di fatti che ci turbano e ci fanno male come quello riportato, anche la nostra rabbia e il nostro sdegno crescono affiancati.
    Mi è capitato di chiedermi tante volte come un “uomo” possa continuare a condurre la propria vita come prima, dopo aver compiuto atti di questo genere.
    Ma che cosa abbiamo al posto dei sentimenti? Con che cosa li sostituiamo ad un certo punto della nostra esistenza? Io non capisco…
    Piera

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