Archivio | agosto 2008

Tre poesie di PRIMO LEVI, tratte dalla raccolta “AD ORA INCERTA”.
 
 
Sono diversi i sentimenti provati durante e dopo la lettura di molti testi poetici di Primo Levi; le poesie qui riportate sono soltanto tre, ma se avessi dato retta al mio impulso, ne avrei trascritto molte di più.
Ognuna di esse mi ha sconvolto per motivi diversi.
Sento ancora nelle orecchie la parola apparentemente innocua del risveglio, che diventa terribile per chi vive nel “campo”e trascorre le notti insonni, in sua attesa.
Trovo bellissima la seconda poesia, scritta molti anni dopo, perché immagino Levi ad opera finita, esausto, svuotato, ed allo stesso tempo incapace di staccarsi da questa sua creatura, da questa figlia.
Infine la terza. Si può vivere a lungo senza mangiare, non senza bere, si sa, ma la voluta insistenza del poeta sull’assenza dell’acqua per l’uomo in fuga,sembra indurre anche noi che leggiamo ad avvertire una profonda sete che non sembra saziarsi.
La chiusa, poi, lascia senza parole tanto è sconvolgente.
Che dire di più?
 
 
 
ALZARSI
 
Sognavamo nelle notti feroci
Sogni densi e violenti
Sognati con anima e corpo:
Tornare; mangiare; raccontare.
Finché suonava breve e sommesso
Il comando dell’alba:
                                   “Wstawac”;
E si spezzava in petto il cuore.
 
Ora abbiamo ritrovato la casa,
Il nostro ventre è sazio,
Abbiamo finito di raccontare.
E’ tempo. Presto udremo ancora
Il comando straniero:
                                   “Wstawac”.
 
     (11 gennaio 1946)
 
L’OPERA
 
Ecco, è finito: non si tocca più.
Quanto mi pesa la penna in mano!
Era così leggera poco prima,
Viva come l’argento vivo:
Non avevo che da seguirla,
Lei mi guidava la mano
Come un veggente che guidi un cieco,
Come una dama che ti guidi a danza.
Ora basta, il lavoro è finito,
Rifinito, sferico.
Se gli togliessi ancora una parola
Sarebbe un buco che trasuda siero.
Se una ne aggiungessi
Sporgerebbe come una brutta verruca.
Se una ne cambiassi stonerebbe
Come un cane che latri in un concerto.
Che fare adesso? Come staccarsene?
Ad ogni opera nata muori un poco.
                                
   (15 gennaio 1983)
 
 
FUGA
 
Roccia e sabbia e non acqua
Sabbia trapunta dai suoi passi
Senza numero fino all’orizzonte:
Era in fuga, e nessuno lo inseguiva.
Ghiaione trito e spento
Pietra rosa dal vento
Scissa dal gelo alterno,
Vento asciutto e non acqua.
Acqua niente per lui
Che solo d’acqua aveva bisogno,
Acqua per cancellare
Acqua feroce sogno
Acqua impossibile per rifarsi mondo.
Sole plumbeo senza raggi
Cielo e dune e non acqua
Acqua ironica finta dai miraggi
Acqua preziosa drenata in sudore
E in alto l’inaccesa acqua dei cirri.
Trovò il pozzo e discese,
Tuffò le mani e l’acqua si fece rossa.
Nessuno poté berne mai più.
                            
                                           (12 gennaio 1984)
Questa voce è stata pubblicata il 26/08/2008. 7 commenti

Alghero : mare e mura, profumi e colori
 
Ho trascorso la settimana scorsa ad Alghero, città turistica abbastanza conosciuta. Stando lì, e non di passaggio, come spesso mi accade, ho potuto "farne parte". Ho fatto lunghissime passeggiate e mi sono “guardata intorno”. Credo che mai, come in questi giorni, lei ed io abbiamo avuto modo di conoscerci. E devo dire che ci siamo piaciute!
Ho nelle narici i suoi profumi, l’odore del mare, diverso a seconda del luogo in cui sosti, dei vicoli del centro storico, dove sono stati aperti numerosi ristoranti e trattorie, e nel passarvi accanto, il profumo ti investe e ti spinge a fermarti.
E negli occhi i colori, quelli dei coralli, di cui il mare di Alghero è ricco, degli ori e degli argenti esposti nelle vetrine situate lunghe le antiche vie della città.
Fare le passeggiate lungo i bastioni che circondano il nucleo più antico è spettacolare, soprattutto se ti affacci dall’alto sul mare, illuminato di giorno dal sole, di notte da una miriade di luci che lo rendono speciale.
Sul lungomare, alla sera, i complessini si alternano alle danze , ai canti, ai fuochi d’artificio, alle giostre coloratissime.
Ho visto una scultura fatta con la sabbia da un artista di strada : un piccolo gioiello, che il vento, il mare, lo scorrere del tempo presto porteranno via.
Ho potuto soltanto fotografarla, in seguito non sarà certo come ammirarla dal vero.
E le innumerevoli bancarelle dei venditori dell’Equador, del Senegal, dell’India, della Cina. Quanti colori , quanti piccoli capolavori!
Sedie intagliate, maschere in legno dai colori caldi, e tanti oggetti semplici ma talvolta molto belli e delicati.
Maree di gente che a volte ti levano il respiro nel venirti incontro, perché lo spazio manca, e con lo spazio anche il respiro.
Infine, lontano, là dove sembra che il mare si chiuda, il lunghissimo promontorio di Capo Caccia, un gigante che dorme disteso sull’acqua.
E proprio in cima, il faro, che insegui con gli occhi mentre alternativamente si accende e si spegne.

Alghero, la città dove il catalano continua ad essere parlato e il corallo pescato, dove i turisti continuano a trascorrere le vacanze incapaci di resistere al suo fascino fatto di mare e marinai, di colori e odori, di torri e bastioni, di vie strette che sanno di pietanze e di gente.

Piera Maria Chessa

Questa voce è stata pubblicata il 20/08/2008. 12 commenti

I parchi sono ancora vietati
nessun diritto di manifestare
 
Storia di Ji e degli altri che la polizia ha arrestato
 
di Federico Rampini
 
 
Ji Sizun, 58 anni, è stato visto l’ultima volta l’11 agosto al commissariato di polizia del quartiere Desheng-menwai. Era andato a chiedere il regolare permesso per usare uno dei tre parchi che le autorità hanno designato come “zone di libertà d’espressione” durante le Olimpiadi. Voleva organizzare una protesta contro la corruzione. Quel giorno alle ore 12,15 alcuni testimoni lo hanno visto caricare su un’auto nera da tre poliziotti in borghese. Poche ore dopo la sua famiglia ha ricevuto una breve telefonata in cui Ji spiegava di “avere dei problemi”.
Da allora non si hanno più notizie di lui, al cellulare non risponde. Ji Sizun è uno dei pochi audaci che hanno voluto mettere alla prova la promessa fatta dal governo cinese alla vigilia dei Giochi. Era il 23 luglio quando il capo della polizia Liu Shaowu, rispondendo alle domande della stampa straniera, indicò i tre parchi dove sarebbero stati autorizzati cortei, comizi, assemblee: “Le persone singole o i gruppi che lo desiderano – aveva annunciato il responsabile della sicurezza – potranno esprimere le loro opinioni, secondo la consuetudine invalsa in tutti i paesi che hanno organizzato le Olimpiadi”.
Da allora quei tre parchi sono rimasti sempre aperti, ma li frequentano solo le famigliole che portano i bambini a giocare, e i pensionati che fanno esercizi di tai-chi la mattina. Dall’inizio dei Giochi non si è svolta nessuna manifestazione. E non perché siano mancate le richieste. Anche Ge Yifei, una dottoressa di 48 anni, ci ha provato. E’ venuta apposta dalla città di Suzhou per organizzare una protesta durante i Giochi. Voleva denunciare l’esproprio illegale e l’espulsione forzata di alcuni abitanti dalle loro case. I poliziotti della sua città l’ hanno seguita fino a Pechino. Non appena è andata a presentare la domanda per poter manifestare, gli agenti di Pechino l’ hanno consegnata ai colleghi di Suzhou, che se la sono “riportata” a casa. Il pretesto: a posteriori si è scoperto che in base al regolamento di polizia della capitale, solo chi ha la residenza anagrafica a Pechino può far valere un diritto a usare quelle tre zone destinate alla “libertà di espressione”. I cinesi delle province possono solo assistere ai Giochi, ammesso che siano riusciti a comprare i biglietti. Altrimenti sono dei potenziali turbatori dell’ordine pubblico. Lo hanno scoperto a loro spese i genitori dei Sichuan, i cui figli sono stati uccisi dal terremoto del 12 maggio nel crollo degli edifici scolastici costruiti senza rispettare le norme antisismiche. Alcuni di quei genitori volevano approfittare delle Olimpiadi per sensibilizzare le autorità centrali alla loro tragedia, chiedere giustizia, implorare indagini serie sul crollo delle scuole. Dovevano venire a Pechino nella speranza che il governo ascoltasse le loro denunce. Non sono neanche riusciti a partire. La polizia li ha intercettati all’aeroporto di Chengdu, il capoluogo del Sichuan. Gli agenti hanno stracciato i loro biglietti aerei prima che tentassero di imbarcarsi.
Non è soltanto nei confronti dei “provinciali” che l’istituzione dei tre parchi si è rivelata una beffa crudele. La signora Zhang Wei aveva le carte in regola per ottenere il permesso. E’ residente a Pechino, nel quartiere storico di Qianmen. Proprio in vista dei Giochi l’area di Qianmen è stata restaurata per restituirle l’aspetto che aveva un secolo fa. E’ diventata un’attrazione turistica piena di ristoranti, negozi, cinema e teatri che riproducono un’architettura antica. Ma il progetto urbanistico ha avuto un costo sociale pesante. Sono state demolite molte casette popolari, gli abitanti hanno subito espulsioni forzate. Pochi giorni prima dei Giochi a Qianmen ci fu una manifestazione di protesta popolare, repressa duramente dalla polizia. Zhang Wei voleva riprovarci. A Olimpiadi iniziate, il 12 agosto, la signora Zhang si è presentata al commissariato di quartiere a Qianmen. Portava una lettera firmata da altri venti vicini: la richiesta di usare uno dei parchi appositamente designati, per una protesta contro gli sfratti violenti. Quel 12 agosto è l’ultima volta che suo figlio Mi Yu l’ ha vista. Zhang è stata arrestata e condannata. Sconterà un mese di carcere per “minacce all’ordine pubblico e alla stabilità sociale”.
Le organizzazioni straniere non hanno avuto più fortuna. Reporters Senza Frontiere voleva organizzare delle proteste durante i Giochi, ma i suoi membri non hanno ricevuto il visto per le Cina.
Che i tre parchi dedicati alla libertà di manifestare fossero una messinscena, lo si era sospettato subito. La legge cinese infatti lascia alle autorità un arbitrio assoluto per decidere che i candidati manifestanti sono dei sovversivi, nemici della sicurezza e dell’unità nazionale. Quanto è accaduto dall’inizio dei Giochi supera ogni timore: la promessa delle zone libere si è rivelata addirittura una trappola, chi ci è cascato è andato a consegnarsi nelle mani della polizia.
(18 agosto 2008la Repubblica )
Questa voce è stata pubblicata il 19/08/2008. 2 commenti

Una candela per il Tibet

Io questa sera accenderò una candela per il Tibet. Lo farò alle 21.
Sostenitori spiegano che il lume di una candela simboleggia l’azione di ognuno per una giusta causa e che milioni di luci in tutto il mondo hanno un grande significato simbolico, sono un “voto ideale” di persone unite senza differenze di sesso, razza, idea politica e religione e portano la speranza di cambiamenti. Ma il loro significato è ancora maggiore negli Stati nei quali i leader debbono rendere conto delle loro azioni, come nei Paesi democratici occidentali, e debbono tener presente la volontà pubblica.
“Ogni essere umano che vuole la libertà – spiegano – deve accendere una candela. E’ un atto materiale e spirituale insieme, è come un voto. Un voto talmente numeroso che i leader mondiali non potranno ignorarlo”. (asianews)
Fatelo anche voi, e se volete, copiate questo messaggio sui vostri blog, affinchè in tanti lo ricevano. E ricordiamoci che non sono mai piccoli contributi, mai.
E’ importante, i bambini e gli adulti del Tibet stanno soffrendo.
 
 
un grazie a Cristina Bove, che ha segnalato la notizia:
Questa voce è stata pubblicata il 08/08/2008. 6 commenti

Una lettera del padre Alex Zanotelli

Ieri, sul blog “rossiorizzonti”, di Milvia Comastri, è stata pubblicata una lettera del padre Alex Zanotelli, un uomo e un missionario coraggioso e coerente.
 
 
Carissimi,
è con la rabbia in corpo che vi scrivo questa lettera dai bassi di Napoli, dal Rione Sanità nel cuore di quest’estate infuocata. La mia è una rabbia lacerante perché oggi la Menzogna è diventata la Verità. Il mio lamento è così ben espresso da un credente ebreo nel Salmo 12:
 
" Solo falsità l’uno all’altro si dicono:
bocche piene di menzogna,
tutti a nascondere ciò che tramano in cuore.
Come rettili strisciano,
e i più vili emergono,
è al colmo la feccia."
 
Quando, dopo Korogocho, ho scelto di vivere a Napoli, non avrei mai pensato che mi sarei trovato a vivere le stesse lotte. Sono passato dalla discarica di Nairobi, a fianco della baraccopoli di Korogocho, alle lotte di Napoli contro le discariche e gli inceneritori.
Sono convinto che Napoli è solo la punta dell’iceberg di un problema che ci sommerge tutti. Infatti, se a questo mondo, gli oltre sei miliardi di esseri umani
vivessero come viviamo noi ricchi (l’11% del mondo consuma l’88% delle risorse del pianeta!) avremmo bisogno di altri quattro pianeti come risorse e di altro quattro come discariche ove buttare i nostri rifiuti.
I poveri di Korogocho che vivono sulla discarica, mi hanno insegnato a riciclare  tutto, a riusare tutto, a riparare tutto, a rivendere tutto, ma soprattutto a vivere con sobrietà.
E’ stata una grande lezione che mi aiuta oggi a leggere la situazione dei rifiuti a Napoli e in Campania, regione ridotta da vent’anni a sversatoio nazionale dei rifiuti tossici. Infatti  esponenti della camorra. Infatti  esponenti della camorra in in combutta con logge massoniche coperte e politici locali, avevano deciso nel 1989, nel ristorante "La Taverna" di Villaricca", di sversare i rifiuti tossici in Campania. Questo perché diventava sempre più  difficile seppellire i nostri rifiuti in Somalia. Migliaia di Tir sono arrivati da ogni parte d’ Italia carichi di rifiuti tossici e sono stati sepolti dalla camorra nel Triangolo della morte (Acerra-Nola- Marigliano), nelle Terre dei fuochi (nord di Napoli ) e nelle campagne del Casertano. Questi rifiuti tossici "bombardano" oggi in particolare i neonati,  con diossine, nanoparticelle che producono tumori, malformazioni , leucemie……
Il documentario Biùtiful cauntri  (http://www.youtube.com/watch?v=TkPQ31d6U7k)esprime bene quanto vi  racconto.
A cui bisogna aggiungere il disastro della politica ormai subordinata ai potentati economici-finanziari. Infatti questa regione è stata gestita dal 1994 da 10 commissari straordinari per i rifiuti, scelti dai vari governi nazionali che si sono succeduti. E’ sempre più chiaro, per me, l’intreccio fra politica, potentati economici-finanziari, camorra, logge massoniche coperte e servizi segreti! In 15 anni i commissari straordinari hanno speso oltre due miliardi di euro per produrre oltre sette milioni di tonnellate di "ecoballe", che di eco non hanno  proprio nulla:  sono rifiuti tal quale, avvolti in plastica, che non si possono né incenerire ( la Campania è già un disastro ecologico!) né seppellire perché inquinerebbero le falde acquifere. Buona parte di queste ecoballe, accatastate fuori la città di Giugliano, infestano con il loro percolato quelle splendide campagne denominate "Taverna del re ".
E così siamo giunti al disastro! Oggi la Campania ha raggiunto gli stessi livelli di tumore del Nord-Est, che però ha fabbriche e lavoro. Noi, senza fabbriche e senza lavoro, per i rifiuti siamo condannati alla stessa sorte. Il nostro non è un disastro ecologico – lo dico con rabbia – ma un crimine ecologico, frutto di decisioni politiche che coprono enormi interessi finanziari. Ne è prova il fatto che Prodi, a governo scaduto, abbia firmato due ordinanze: una che permetteva di bruciare le ecoballe di Giugliano nell’inceneritore di Acerra, l’altra che permetteva di dare il Cip 6 ( la bolletta che paghiamo all’Enel per le energie rinnovabili) ai 3 inceneritori della Campania che "trasformano la merda in oro- come dice Guido Viale: “Quanto più merda , tanto più oro!"
Ulteriore rabbia quando il governo Berlusconi ha firmato il nuovo decreto n. 90 sui rifiuti in Campania. Berlusconi ci impone, con la forza militare, di costruire 10 discariche e quattro inceneritori. Se i 4 inceneritori funzionassero, la Campania dovrebbe importare rifiuti da altrove per farlifunzionare.
Da solo l’inceneritore di Acerra potrebbe bruciare 800.000 tonnellate all’anno! E’ chiaro allora che non si vuole fare la raccolta differenziata, perché se venisse fatta seriamente ( al 70 %),non ci sarebbe bisogno di quegli inceneritori.
E’ da 14 anni che non c’è volontà politica di fare la raccolta differenziata. Non sono i Napoletani che non la vogliono, ma i politici che la ostacolano perché devono ubbidire ai potentati economici-finanziari promotori degli inceneritori. E tutto questo ci viene imposto con la forza militare vietando ogni resistenza o dissenso, pena la prigione.
Le conseguenze di questo decreto per la Campania sono devastanti.
"Se tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge (articolo 3 della Costituzione), i Campani saranno meno uguali, avranno meno dignità sociale”:  così afferma un recente appello ai Parlamentari Campani.  “Ciò che è definito "tossico" altrove, anche sulla base normativa comunitaria, in Campania non lo è; ciò che altrove è considerato "pericoloso" qui non lo sarà. Le regole di tutela ambientale e salvaguardia e controllo sanitario, qui non saranno in vigore.
La polizia giudiziaria e la magistratura in tema di repressione di violazioni della normativa sui rifiuti, hanno meno poteri che nel resto d’Italia e i nuovi tribunali speciali per la loro smisurata competenza e novità, non saranno in grado di tutelare, come altrove accade, i diritti dei Campani".
Davanti a tutto questo, ho diritto ad indignarmi. Per me è una questione etica e morale. Ci devo essere come prete, come missionario. Se lotto contro l’aborto e l’eutanasia, devo esserci nella lotta su tutto questo che costituisce una grande minaccia alla salute dei cittadini campani.
Il decreto Berlusconi  straccia il diritto alla salute dei cittadini Campani.
Per questo sono andato con tanta indignazione in corpo all’inceneritore di Acerra, a contestare la conferenza stampa di Berlusconi , organizzata nel cuore del Mostro, come lo chiama la gente.
Eravamo pochi, forse un centinaio di persone. ( La gente di Acerra, dopo le botte del 29 agosto 2004 da parte delle forze dell’ordine, è terrorizzata e ha paura di scendere in campo).
Abbiamo tentato di dire il nostro no a quanto stava accadendo. Abbiamo distribuito alla stampa i volantini :"Lutto cittadino. La democrazia è morta ad Acerra. Ne danno il triste annuncio il presidente Berlusconi e il sottosegretario Bertolaso."
 Nella conferenza stampa ( non ci è statopermesso parteciparvi !) Berlusconi ha chiesto scusa alla Fibe per tutto quello che ha "subito" per costruire l’inceneritore ad Acerra ! ( Ricordo che la Fibe è sotto processo oggi ! ). Uno schiaffo ai giudici!  Bertolaso ha annunciato che aveva firmato il giorno prima l’ordinanza con la Fibe perché con la finisse i lavori! Poi ha annunciato che avrebbe scelto, con trattativa privata, una delle tre o quattro ditte italiane e una straniera, a gestire i rifiuti. Quella italiana sarà quasi certamente la A2A ( la multiservizi di  Brescia e Milano) e quella straniera è la Veolia, la più grande multinazionale dell’acqua e la seconda al mondo per i rifiuti. Sarà quasi certamente Veolia a papparsi il bocconcino e così, dopo i rifiuti , si papperà anche l’acqua di Napoli.  Che vergogna! E’ la stravittoria dei potentati economici-finanziari, il cui unico scopo è fare soldi in barba a tutti noi che diventiamo le nuove cavie. Sono infatti convinto che la Campania è diventata oggi un ottimo esempio di quello che la Naomi Klein nel suo libro Shock Economy, chiama appunto l’economia di shock! Lì dove c’è emergenza grave  viene permesso ai potentati economico-finanziari di fare cose che non potrebbero fare in circostanze normali. Se funziona in Campania, lo si ripeterà altrove. (New Orleans dopo Katrina insegna!).
E per farci digerire questa pillola amara, O’ Sistema ci invierà un migliaio di volontari per aiutare gli imbecilli dei napoletani a fare la raccolta differenziata, un migliaio di alpini per sostenere l’operazione e trecento psicologi per oleare questa operazione!! Ma a che punto siamo arrivati in questo paese!?! Mi indigno
Mi indigno profondamente! E proclamo la mia solidarietà a questo popolo massacrato! " Padre Alex e i suoi fratelli " era scritto in una fotografia apparsa su Tempi (inserto di La Repubblica ). Sì, sono fiero di essere a Napoli in questo momento così tragico con i miei fratelli (e sorelle) di Savignano Irpino,
espropriati del loro terreno seminato a novembre, con i miei fratelli  di Chiaiano, costretti ad accedere nelle proprie abitazioni con un pass perchè sotto sorveglianza militare.
 
Per questo, con i comitati come Allarmi rifiuti tossici (http://www.allarmerifiutitossici.org/)con le reti come Lilliput (http://www.retelilliput.org/) e con tanti gruppi, continueremo a resistere in Campania. Non ci arrenderemo.
Vi chiedo di condividere questa rabbia, questa collera contro un Sistema economico-finanziario che ammazza ed uccide non solo i poveri del Sud del mondo, ma anche i poveri nel cuore dell’Impero.
Trovo conforto nelle parole del grande resistente contro Hitler, il pastore luterano danese Kaj Munk ucciso dai nazisti nel 1944:
"Qual è dunque il compito del predicatore oggi? Dovrei rispondere: fede, speranza e carità. Sembra una bella risposta. Ma vorrei dire piuttosto: coraggio. Ma no, neppure questo è abbastanza provocatorio per costituire l’intera verità…..Il nostro compito oggi è la temerarietà. Perchè cio di cui, come Chiesamanchiamo, non è
certamente né  psicologia né  letteratura. Quello che a noi manca è una santa collera."
Davanti alla Menzogna che furoreggia in questa regione campana, non ci resta che una santa collera. Una collera che vorrei vedere nei miei concittadini, ma anche nella mia Chiesa. "I simboli della Chiesa Cristiana sono sempre stati il
leone, l’agnello, la colomba e il pesce -diceva sempre Kaj Munk- “Ma mai il camaleonte."
Vi scrivo questo al ritorno della manifestazione tenutasi nelle strade di Chiaiano, contro l’occupazione militare della cava. Invece di aspettare il giudizio dei tecnici sull’idoneità della cava, Bertolaso ha inviato l’esercito per occuparla. La gente di Chiaiano si sente raggirata, abbandonata e tradita .
Non abbandonateci. E’ questione di vita o di morte per tutti. E’ con tanta rabbia che ve lo scrivo.
Resistiamo!

Alex Zanotelli
L’articolo originale è tratto da qui:

Questa voce è stata pubblicata il 07/08/2008. 6 commenti

Dedico questo testo, scritto qualche tempo fa, alla poetessa Cristina Bove che, con la sua bella poesia " sineru ", me lo ha riportato alla memoria.
La pagoda
 
(Ripensando a “Primavera…” di Kim Ki Duk)
 
 
Si apre con uno scricchiolio la grande porta scolpita
lasciando dietro di sé un mondo affaticato.
E subito, davanti allo sguardo,
appare, immobile, la sfumata pagoda,
dimora dello spirito, dell’interiorità.
 
Intorno, le acque brillano limpide
oppure offuscate dalla nebbia autunnale,
e il monaco cerca in sé,
scrutando nella profondità del lago,
il perché delle stagioni e l’essenza del vivere.
 
E mentre l’uomo sbaglia, prega ed espia
le colpe di una vita,
il dio ne attende paziente la rinascita
col sorriso impresso sul suo volto di pietra.
Piera Maria Chessa
Questa voce è stata pubblicata il 05/08/2008. 4 commenti

Aleksandr Solzenicyn
 
 
 
E’ difficile parlare di un uomo e di uno scrittore come Aleksandr Solzenicyn, morto ieri sera a 89 anni. Qualsiasi cosa si dica di lui e della sua vita sarebbe estremamente riduttiva, perché un’esistenza come la sua, ricca di avvenimenti e di sofferenza, non può essere sintetizzata in poche righe.
E’ bene, dunque, lasciar parlare lui, i personaggi dei suoi libri, le situazioni così magistralmente descritte.
Il brano sotto riportato è solo un assaggio, una “scheggia” di quel complesso progetto letterario ed esistenziale che il grande scrittore russo ha portato avanti sempre con dignità.
 
 
 
da “Una giornata di Ivan Denisovic"
 
 
Come sempre, alle cinque del mattino, suonarono la sveglia percuotendo con un martello un pezzo di rotaia appeso vicino alla baracca del comando. Il suono intermittente attraversò, debole, i vetri, coperti di due dita di ghiaccio, e presto si spense: faceva freddo, e la guardia non aveva voglia di battere a lungo.
Il suono si spense, ma fuori, come di notte, quando Suchov si alzava per andare al bugliolo, c’era un gran buio. Tre luci gialle s’intravedevano nel riquadro della finestra: due nella zona esterna del campo e una all’interno.
Nessuno era venuto ancora ad aprire la porta della baracca, né si sentivano i detenuti di turno infilare i bastoni nel bugliolo per portarlo via a spalla.
Suchov non attendeva mai la sveglia dormendo e si alzava sempre al suo segnale: all’appello mancava un’ora e mezzo circa di tempo tutto suo, non regolamentato, e chi conosceva la vita del campo poteva sempre rimediare qualcosa: ricavare un paio di guanti da una vecchia fodera, portare alla branda di un ricco caposquadra i valenki (stivali di feltro – N. d. T.) asciutti perché quello non dovesse saltellare a piedi nudi intorno al mucchio cercando i suoi; fare un salto sino ai depositi e offrirsi come spazzino o come facchino. O andare alla mensa per raccogliere dai tavoli le scodelle e portarle all’acquaio, anche così ti danno un boccone; ma lì di volenterosi ce n’è una caterva e, soprattutto, se nelle scodelle è rimasto qualcosa, non ce la fai e finisci per leccarle. […].
Suchov si alzava sempre al segnale, ma quel giorno non s’alzò. Già dalla sera prima non si sentiva bene. Aveva fitte e brividi in tutto il corpo. Non era riuscito a scaldarsi nemmeno durante la notte: gli era sembrato, nel sonno, a volte, di stare malissimo, a volte di sentirsi un po’ meglio. Aveva desiderato che non venisse il mattino.
Ma il mattino, come sempre, era venuto.
Come avrebbe, del resto, potuto scaldarsi? I vetri erano impastati di ghiaccio e sulle pareti, lungo la linea di giuntura col tetto della baracca (una baracca ben grande!), correva un ragnatelo bianco. Brina.
Suchov non si alzava.
Giaceva sull’ultimo pancaccio del “castello”, infagottato fin con la testa nella coperta e nella casacca, e i piedi li aveva infilati in una manica ripiegata del giaccone imbottito. Non vedeva, ma, dai rumori, capiva tutto ciò che succedeva nella baracca e nell’angolo della sua squadra. Quelli di turno, camminando pesantemente nel corridoio, portavano via il secchione del bugliolo. Invalidi, dicono, un lavoro facile; ma provati un po’ a portarlo senza farlo schizzare! Dalla squadra 75 giungeva il tonfo sordo del fascio di valenki tolti dall’asciugatoio. Ed ecco il tonfo di quelli della nostra squadra ( oggi era anche il nostro turno di farli asciugare). Il caposquadra e il suo aiutante si infilavano gli stivali in silenzio. L’aiutante, adesso, andrà alla distribuzione del pane. Il caposquadra, invece, si recherà al comando, alla direzione del piano.
Ma non, come tutti i giorni, per i soliti ordini di lavoro: quel giorno – ricordò Suchov – si decideva il loro destino. Volevano scaraventare la squadra 104 dalla costruzione dei laboratori a un nuovo cantiere: il “villaggio socialista”. E il “villaggio socialista” non era altro che nuda steppa sepolta sotto montagne di neve, e, prima di cominciare, bisognava scavare le fosse, ficcarvi i pali, tendere il filo spinato attorno a se stessi, per non scappare. E poi, costruire.
Là, è sicuro, per un mese non ci sarà dove scaldarsi, nemmeno una capanna. Non potrai neanche accendere un falò: dove prendi la legna? Sgobbare sodo, ecco l’unica salvezza.
Il caposquadra era preoccupato, andava ad aggiustare la faccenda. Sperava di mandare, al posto della sua, un’altra squadra meno svelta. Certo, a mani vuote non ci si mette d’accordo. Ci vorrà un mezzo chilo di lardo per l’amministratore capo. Se non un chilo. Chi non risica non rosica. Perché non filare all’infermeria, farsi esonerare per un giorno dal lavoro? Il corpo, in quel momento, era tutto una fitta.
Delle guardie chi era di turno?
Ricordò che era di turno Ivan e Mezzo. Un sergente lungo e magro, con gli occhi neri. Quando lo vedi per la prima volta ti prende la paura, ma poi t’accorgi che tra tutte le guardie è la più trattabile: non ti mette in segregazione, non ti porta dal comandante del campo. Si poteva quindi starsene sdraiato finché la baracca 9 non fosse andata alla mensa.
 
( Aleksandr Solzenicyn – Una giornata di Ivan Denisovic. La casa di Matrjona. Alla stazione. –   Einaudi Tascabili )
Questa voce è stata pubblicata il 04/08/2008. 2 commenti