Un altro bel racconto di
Eleonora Bernardi

I miei Rumeni
Sono andati via.
Hanno abitato l’attico che sovrasta il mio appartamento per poco più di un anno. Ricordo quando erano appena arrivati con le loro povere cose, valigie gonfie e malandate, pacchi confezionati alla meglio, buste di plastica provate da un lungo viaggio.
Accolti dai condomini con sospetto e forzata sopportazione.
In nome dei tempi che cambiano, qualcuno diceva: – Speriamo che si comportino bene! Altrimenti…!
Già tutti pronti a far capire ai “nuovi” che le regole vanno rispettate, anzi, che qualcuno deve rispettarle di più.
I Rumeni cominciarono la loro avventura muovendosi con circospezione, ridotti alla condizione di piccole formiche esploratrici, su un terreno che avvertivano impervio e pericoloso.
Salutavano sempre con rispetto, cedevano il passo all’ascensore, trattenevano aperto il pesante cancello quando scorgevano un condomino in arrivo: piccole accortezze che hanno a che fare con le norme della buona educazione ma che loro sentivano l’obbligo di osservare, a differenza degli altri, i padroni di casa, cui era concessa qualche piccola o grande reciproca scortesia che non avrebbe avuto conseguenza alcuna.
Un giorno diedero una grande festa, con canti, suoni e balli in stile rumeno, nel mio appartamento sembrava essersi scatenato l’inferno!
Salii al piano di sopra determinata a chiedere, in nome della civile convivenza, di contenere la loro allegria… Non ero arrabbiata, ma stupita e allarmata, ero certa che qualcuno si sarebbe risentito e volevo battere gli altri sul tempo.
Mi accolsero con vera gioia: – Entra! Entra! – mi dissero – Stiamo festeggiando per ingresso Romania in Europa!
Avevano gli occhi neri e lucenti, grandi e piccini.
Vollero farmi assaggiare i loro dolci (squisiti) e i loro cibi piccanti.
Poi la padrona di casa mi presentò parenti ed amici ed ognuno pareva ansioso di raccontarmi la sua storia.
Ognuno, a modo suo, chiese scusa per il disturbo arrecato, le donne si tolsero repentinamente le scarpe promettendo balli silenziosi…
Così ho conosciuto Kaljia e i suoi tre figli musicisti, venuti in Italia per lavorare e sfuggire alla miseria di un paese che non offre prospettive.
Col tempo io e Kaljia siamo diventate amiche. Lei lavorava duramente dal mattino alla sera, i figli soprattutto la sera, di giorno si esercitavano a trarre nostalgiche melodie o allegre ballate dai loro strumenti.
In uno dei nostri momenti di confidenza, non molto tempo fa, a seguito di episodi di violenza che avevano coinvolto suoi connazionali, Kaljia mi ha detto di essere molto preoccupata perché vedeva in pericolo il suo posto di lavoro.
– Ora Italiani pensano che noi Rumeni siamo tutti delinquenti… Non è giusto!
Più tardi mi confidò che avrebbe dovuto cambiare casa. Il proprietario dell’appartamento le aveva, da un giorno all’altro, aumentato l’affitto di trecento euro… Un modo come un altro per costringerla ad andare via.
Ci siamo salutati, io e i miei Rumeni, con le lacrime agli occhi e poche parole.
Le ultime parole di Kaljia sono state: – Coraggio! Io sempre prego per tuo fratello e tutti voi… Dio ci ama e ci protegge, per Lui siamo come figli… tutti uguali!

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12 thoughts on “

  1. ” Per Lui siamo figli…tutti uguali ”
    Grazie Piera per questo tenero e delicato racconto di Eleonora che bene ha espresso i sentimenti che oscillano sempre attorno alla diversità. Quand’è che ci renderemo conto che il diverso fa parte di un disegno ben preciso che dovrebbe portare allo scambio di esperienze,culture e tradizioni?
    Non siamo gli unici beneficiari di questo mondo e anche noi siamo diversi ai loro occhi, ma tante diversità fanno un unico nucleo,l’umanità. Spiace molto che la frase che ho estrapolato all’inizio dal racconto di Nora, non solo non è chiara alla maggior parte dei cittadini, ma soprattutto non è chiara a chi, al governo, dovrebbe dare l’esempio che non dà.

    un forte abbraccio a entrambe e a te,Piera, la mia sincera vicinanza.
    jolanda

  2. Ciao Piera. Il racconto di Eleonora Bernardi è veramente molto bello. Dovrebbe far riflettere a chi ha queste doti, ossia gli umani. Mi domando a volte chi sono gli umani e non sempre, riesco a darmi la risposta.
    Un caro saluto Gaetano.

  3. In un momento in cui ci concederemo distrazione, tutti loro andranno via, e la nostra sana perfetta agghiacciante fasulla cultura italica sarà salva. Nel momento in cui ci concederemo distrazione.
    Bacio a Eleonora e a tutti.

  4. Grazie, Jolanda, per aver apprezzato un testo che ha una sola pretesa: condividere un’esperienza di vicinanza nei confronti di chi spesso viene etichettato per quello che non è! Un abbraccio. Nora

  5. Mi ha colpito molto questo racconto.
    Parto da una base molto semplice: la “terra”, l’aria, il suolo che si calpesta è (o dovrebbe essere) luogo di confronto per tutti. Gli “stranieri” vengono etichettati tali per il semplice motivo di non sapersi “adeguare”, o almeno noi la vediamo così, alla nostra cultura (per loro) diversa . La ricchezza di ciò che sanno regalare viene spesso considerata come un’intrusione, e così nasce la ineguaglianza forzata: è semplice paura di non accoglienza, una paura che desterebbe cambiamento in ognuno di noi.
    Lampo/flash: vogliamo sedere sulle abitudini perchè cambiare anche solo per un pò significa mettersi in discussione….

    Bel racconto, attuale, scottante, ma soprattutto VERO.

    Bacio, Glò

  6. Cara Jole, hai detto bene, non solo noi cittadini, ma soprattutto chi dice di governarci dovrebbe avere le idee ben chiare sul valore della diversità e, di conseguenza, quell’equilibrio che rende facile e proficua l’accoglienza. Ma quanti, finora, hanno manifestato quest’equilibrio?
    Per fortuna ci sono persone come Eleonora, e forse non sono poche.
    Un abbraccio a te e ad Ele, che ha il cuore grande… Piera

  7. Si, Gaetano, anch’io mi chiedo se come umani riusciamo a mantenere sempre la nostra “umanità”. Mi sembra che spesso, invece, mostriamo l’aspetto meno nobile del nostro essere uomini.
    Un caro saluto. Piera

  8. Grazie, Savina, anche da parte mia per il tuo commento ad Eleonora.
    Sì, piano piano se ne andranno, scacciati da una società che si reputa civile e aperta.
    Il mio abbraccio affettuoso. Piera

  9. Condivido ciò che dici, Glò. E’ proprio la paura del “nuovo”, del cambiamento, del nostro dover cambiare in seguito a nuove riflessioni che ostacola l’accoglienza e l’approccio sereno verso gli altri.
    Il rivedere convinzioni ormai consolidate sembra una fatica troppo difficile da sostenere.
    Un abbraccio e a presto. Piera

  10. Grazie a tutti: Savina, Glò, Gaetano, e soprattutto a Piera che mi ha ospitato sul suo blog con la grazia e lo spirito genuino di accoglienza che la caratterizza.
    Un forte abbraccio. Eleonora.

  11. Ciao, Giulia. Anch’io apprezzo molto questo racconto di Eleonora, anche perchè conosco bene la sua predisposizione all’accoglienza.
    Lei, che ti stima molto, sarà felice del tuo commento. A presto. Piera

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