Archivio | marzo 2009

 

In terra d’Africa



Due visi accostati:

una madre e un bambino.


Sono uguali gli occhi neri

che guardano lontano senza vedere,

vicini tra loro,

come le labbra riarse e gli zigomi marcati.


Due età diverse, entrambe provate,

senza progetti verso un futuro

di cui non sanno niente.


Due vite proiettate soltanto

in un difficile presente.


P.M.C.

Questa voce è stata pubblicata il 27/03/2009. 8 commenti

 

Interno


C’è silenzio nell’antica biblioteca,

solo una luce tenue attraversa le persiane

e nessuno percorre le sale

immerse nella penombra.


Alcune gocce di sole giocano sui libri,

disposti gli uni accanto agli altri

in un abbraccio severo,


illuminando un pulviscolo lieve,

  velo delicato che ripara il nobile contenuto

  mentre scorrono gli anni.


Scrigno prezioso,

custode della conoscenza,

ponte robusto e resistente

tra passato e presente.


P.M.C.

Questa voce è stata pubblicata il 21/03/2009. 14 commenti

Un altro regalo, per me e per chi così gentilmente visita questo blog, della mia cara amica Eleonora (che ancora non sa niente del dono che sta per farci). 

Due ali



Diceva sempre, forse per scaramanzia o per minaccia: – Se un giorno scompaio vuol dire che sono morta! Non perdete tempo con denunce e ricerche…non andate a Chi l’ha visto…io sono morta!

Il figlio di turno le rispondeva, immancabilmente, che erano discorsi sciocchi.Perché sarebbe dovuta scomparire? Per andare dove? A meno che non pensasse a un rapimento…

Lei rideva, non senza aggiungere: – Non si può mai sapere! E finiva lì.

Questo scherzo durò un pezzo, finchè non giunse l’Alzheimer, in modo subdolo, all’inizio quasi impercettibile, poi vittorioso e protervo, da vero conquistatore.

Piccole dimenticanze: gli occhiali, chi ha visto i miei occhiali? Poi lo smarrimento di fronte all’assenza di nomi, come si chiama quel tale? La perdita di fatti e azioni recenti, possibile che non ricordi nemmeno cosa abbiamo mangiato ieri?

Segnali di poco conto, da liquidare con asserzioni convinte: – Stupidaggini mamma! Tu pensi che possiamo ricordare sempre tutto? Pensa alle azioni che facciamo tutti i giorni…se dovessimo registrarle ogni momento non potremmo fare altro!

Il medico aggiunse di suo che non c’era da preoccuparsi, troppi stimoli, troppi pensieri, il cervello doveva pure difendersi…

Lei andò avanti serena, accettando una svagatezza che non le apparteneva, ci scherzava perfino su: -Sono la smemorata di Collegno! Se le chiedevi a chi alludeva non se lo ricordava. Normale.

Divenne capricciosa, come una bimba viziata, testarda ed esigente come un dittatore.

Un momento era lei, dopo poco un’altra…allegra e spensierata e, all’improvviso, furibonda e torva senza motivo.

La mamma ha le lune…la mamma fa la monella!

Infine la diagnosi. Stava scomparendo…dove cercarla?

Nei momenti di lucidità esigeva la cura ossessiva dei suoi piedi, bellissimi, perfetti. Tali dovevano rimanere, sempre.

Veniva accontentata perché in un’altra vita ci aveva più volte raccontato: – Sapete di che cosa si era innamorato vostro padre? Dei miei piedi! Diceva che avevo piedi di fata…

Noi ridevamo dicendo che si trattava di un “pedofilo”, lei rideva con noi, in un’altra vita.

Diceva che i piedi erano le sue “ali”, doveva averne cura per poter volare, proprio così diceva, “volare tutto il santo giorno”!

La filippina che ne aveva cura, una mattina di primavera, chiamò sconvolta i figli della sua signora: – Correte! La mamma è scomparsa!

-Dove? Tu dov’eri? Cretina! Arrivo…arrivo, intanto scendi, magari è ancora giù!

La ricerca affannosa, nei dintorni, non portò a nulla, a nulla nemmeno gli interrogatori serrati alla filippina che piangeva, piangeva, e sosteneva di non ricordare più niente, neanche il suo nome, figuriamoci poi com’era vestita la signora!

Infine la telefonata delle forze dell’ordine: -L’abbiamo trovata, era su una panchina.

– Chiedi come sta! Chiedi come sta!

– Sta in ospedale: è morta. Dobbiamo andare per il riconoscimento…

-Andiamo, magari non è lei…chissà quanti ne trovano su una panchina!

Poi la corsa, tutti muti, con la lingua di cuoio e i volti di cera.

-Chi entra?

 -Tutti!

-Non si può. Basta uno.

C’era un corpo coperto da un telo verde troppo corto; lasciava scoperti due piccoli piedi, perfetti, bellissimi…con tenere unghie laccate di rosso, gocce ovali, vermiglie come petali di rosa.

-E’ lei. La riconosco. E’ la mamma.

-Scusi, abbiamo il dovere di mostrarle il volto…

-A me non serve, fate pure…

Come spiegare che le sue ali erano lì, e con quelle aveva spiccato il suo ultimo volo?

Eleonora Bernardi

(www.shiva-ditutto.blogspot.com)

Questa voce è stata pubblicata il 17/03/2009. 15 commenti

La Loira
 
Camminavo sulle rive della Loira
quel giorno d’estate,
il vento leggero e il tepore dell’aria
suscitavano nell’animo
piacevoli sensazioni.
 
Mi fermavo a guardare le acque calme
e la città lontana di Blois,
oltre la sponda opposta,
i suoi tetti grigi, i muri bianchi delle case
abbracciati dal sole del mattino.
 
E talvolta sul marciapiede cigolavano
le ruote lente di un passeggino,
accompagnato da mani tenere, materne.
 
P.M.C.
Questa voce è stata pubblicata il 11/03/2009. 15 commenti

 

Quattro poesie di Jolanda Catalano, donna, poetessa e amica carissima. Parleranno per lei le sue liriche.

Le prime due fanno parte della raccolta “La tela di Penelope”, la terza e la quarta sono incluse nella raccolta “ Lettera a due madri”.



Ecco, nelle tue mani depongo i miei pensieri



Ecco, nelle tue mani depongo i miei pensieri,

vita che scivoli piano tra le dita,

nella tua linfa affogo il mio dolore

e tra le radici semino una croce.

Cresceranno altri pensieri e altre croci

sotto l’opaco stendersi del cielo

ora che i giorni tremano al tramonto

e lenta sale l’alba all’indomani.

Ma quanti domani ancora di parole

aspre o mielate separano il reale

dal sogno custodito nel pudore

di morbide nuvole al vento dell’attesa?

Vita che scendi e piano ti distendi

oltre i confini dell’indescrivibile,

vita vissuta e mai riconosciuta

mai afferrata eppure sanguinante

vita che ancora attendo fiduciosa

vita sei mia oppure ti ho sognata?



Io mi portavo dentro il tuo sorriso



Io mi portavo dentro il tuo sorriso

e l’indugiare lieve della mano.

Negli occhi s’incontravano pensieri

freschi di nuova luce nel sentire.

    E forse la scintilla che vi lessi

    – quasi un sorriso inerme di bambino –

ancora mi sprofonda e mi dilata

oltre le ragnatele dell’inganno

verso orizzonti-luce da venire

dove più forti e pieni sono gli anni.

Ed il tuo essere a me così presente

pur nella sottigliezza di un istante,

mentre l’asfalto avanza e lascia dietro

un attimo possibile e mancato,

mi fa rivivere e credere a un amore

sognato e perso nell’ombra d’un teatro.

Jolanda Catalano – “La tela di Penelope” – Rhegium Julii – 2000

***

Alla poetessa Gilda Trisolini



La mia ricchezza

sono le tue parole

che sfioro piano

su pagine di tempo.

Il tempo, Gilda,

è fermo e noi giriamo

attorno alle sue ipotesi

e cantiamo

nenie accorate

e canti di salvezza

luci smarrite

da riconquistare.

Il tempo, Gilda,

il tempo è la tua mano

che evoca e rivive un’emozione

un lieve palpito

un guizzo nella voce

e la Poesia tua sempre

nelle vene.

E questo pulsare dolce

del tuo canto

tra un’amarezza

e un brivido di luce

darà sostanza ancora

e nutrimento

perché poesia sarai

anche domani.

(Luglio 1994)


***


E mi dicevi sempre:” Non cambiare

rimani come sei così pulita,

non fare che il dolore che disgrega

possa offuscare il canto del tuo cuore”.

Ed io non cambio, no, il mio colore

come i camaleonti fanno all’occorrenza,

però il dolore uccide un poco, Gilda,

e ritrovare il canto è già un’impresa

quando il quotidiano spezza anche la voce

e il corpo si trascina con fatica.

Ma resta sempre l’azzurro del mio mare,

il cielo limpido a farmi compagnia,

perché, Gilda, lo sai, non può svanire

quel lieve tocco d’ali sulle dita

quando bambina mi guidò la mano

e il foglio bianco diventò poesia.

Jolanda Catalano – Lettera a due madri” – Città del sole edizioni – 2004

Questa voce è stata pubblicata il 06/03/2009. 8 commenti

 

Del leggere e del possedere libri

(1908)

di Hermann Hesse

Che ogni pezzo di carta stampata rappresenti un valore, che qualsiasi stampato nasca dal lavoro intellettuale e meriti rispetto, viene considerata fra noi un’opinione passata di moda. […].

E tuttavia il rispetto per il libro non è scomparso. […]. Proprio in Germania, d’altronde, si direbbe che la gioia di possedere libri sia in aumento.

Siamo ancora lontani, beninteso, da una retta comprensione del valore di tale possesso. Quelli che hanno riluttanza a spendere per i libri anche solo la decima parte di quanto riservano alla birra e al caffè-concerto, sono falange innumerevole; mentre per altri, dalla mentalità più antiquata, il libro è una specie di reliquia, da tenere nel salotto buono a impolverarsi sul tappetino di felpa.

In fondo, ogni vero lettore è anche un amico del libro. Infatti, chi è capace di accogliere di tutto cuore un libro e di amarlo, vuole, se appena può, che sia anche suo, vuole rileggerlo, possederlo, avere la certezza che è vicino e disponibile. Farsi prestare un libro e leggerlo in fretta per poi restituirlo è cosa che non presenta difficoltà, ma per lo più ciò che si è letto va perduto con la stessa rapidità o quasi con cui il libro è sparito dalla casa.[…].

Per il buon lettore, leggere un libro vuol dire fare la conoscenza dell’indole e del modo di pensare d’un essere che gli è estraneo, cercare di capirlo, e, se possibile, farselo amico. Specialmente nella lettura dei poeti non è certo soltanto un piccolo ambito di persone e di fatti quello che veniamo a conoscere, ma in primo luogo il poeta stesso, il suo modo di vivere e di vedere, il suo temperamento, la sua fisionomia interiore, e infine anche la sua scrittura, i suoi mezzi artistici, il ritmo dei suoi pensieri e della sua lingua. Chi, in un modo o nell’altro, è stato avvinto da un libro, chi comincia a conoscere e a capire il suo autore, chi ha stretto un rapporto con lui: solo da questo momento il libro comincia a dispiegare su costui il suo vero effetto. Egli, perciò, non lo cederà né lo dimenticherà, ma al contrario lo conserverà, ossia lo acquisterà, così da poterlo rileggere, da poter rivivere in esso quando ne senta il bisogno. Chi acquista in base a questi criteri, chi volta a volta si procura solo quei libri il cui tono e la cui anima siano riusciti a toccare il suo cuore, ben presto smetterà di divorare libri indiscriminatamente e senza scopo, e piuttosto, con l’andar del tempo, radunerà intorno a sé una cerchia di libri cari e preziosi da cui saprà trarre gioia e conoscenza, e che in ogni circostanza gli saranno più fruttuosi che non l’abbandonarsi disordinatamente alla lettura casuale e inconsulta di tutto ciò che gli capiti fra le mani.

Non ci sono mille o cento “più bei libri”, c’è, per ogni singolo individuo, una scelta particolare basata su ciò che gli è affine e comprensibile, caro e prezioso. Perciò è impossibile costituire una buona biblioteca dietro ordinazione; ciascuno deve seguire le proprie esigenze e preferenze, e crearsi a poco a poco una collezione di libri, allo stesso modo come si crea degli amici. Allora una piccola raccolta potrà significare per lui il mondo intero. I lettori veramente buoni sono sempre stati quelli le cui esigenze si sono ristrette a pochissimi libri, e più d’una contadina che non possiede e conosce altro che la Bibbia, l’ha letta più a fondo e ne ha tratto una maggior somma di sapere, di conforto e di gioia di quanto un qualsiasi riccone viziato possa ricavare dalla sua lussuosa biblioteca.

L’effetto che producono i libri ha del misterioso. Ogni padre o educatore ha fatto la seguente esperienza: ha creduto di dare al momento giusto un ottimo e bellissimo libro in mano a un ragazzo o a un adolescente, e si è poi accorto di essersi sbagliato. Il fatto è che ciascuno, vecchio o giovane, deve trovare la sua propria strada nel mondo dei libri, anche se il consiglio e l’amichevole vigilanza possono avere qualche utilità. C’è chi riesce presto ad entrare in confidenza coi poeti, mentre ad altri occorrono lunghi anni prima di constatare quanto dolci e singolari siano tali letture. Si può cominciare da Omero e finire con Dostoevskij o viceversa, si può crescere in compagnia dei poeti e alla fine passare ai filosofi o viceversa: le strade sono cento e cento. C’è però un solo criterio, un’unica strada per formare e sviluppare il proprio spirito attraverso i libri: ed è l’attenzione a ciò che si legge, la paziente volontà di capire, l’atteggiamento umile di chi non rifiuta e rimane in ascolto. Chi legge soltanto per passatempo, per numerose e belle che siano le sue letture, le dimenticherà ben presto e si ritroverà povero come prima. Chi invece legge i libri come si stanno ad ascoltare gli amici, vedrà come essi gli sveleranno i loro tesori e diventeranno per lui un intimo possesso. Quello che egli legge non scivolerà via né andrà perduto, ma al contrario gli rimarrà e gli apparterrà, lo allieterà e lo consolerà come soltanto gli amici sanno fare.

da "Una biblioteca della letteratura universale"

Piccola Biblioteca 90

Adelphi

Questa voce è stata pubblicata il 03/03/2009. 7 commenti