Archivio | maggio 2009

 

Romualdo


Frugo fra tanti ricordi lontani:

sono a Camaldoli, in un giorno d’estate.

La piccola cella,

a ridosso di un giardino punteggiato di rose,

si affaccia alla memoria.


Romualdo è là, seduto allo scrittoio.

Pochi libri,

una stuoia per il riposo,

una seggiola per meditare.


La luce fioca illumina il vegliardo,

la barba lunga, incolta e bianca.


Gli occhi sapienti incontrano i miei:

lo sguardo è profondo, il sorriso sereno,

la mia mente riordina piano il pensiero.

P.M.C.

Questa voce è stata pubblicata il 31/05/2009. 2 commenti

 

Un interessante articolo di Chiara Paolin, pubblicato su il venerdì di Repubblica del 22 maggio 2009, non recentissimo ma veramente degno di nota.


Dall’Africa all’America

(passando per l’Italia),

la lotta pacifista è donna



Aprile 1938, il Pianeta è sull’orlo della Seconda guerra mondiale e Virginia Woolf dice: “Come donna, il mio Paese è il mondo intero”.

Aprile 2009, Cynthia Cockburn, fondatrice del movimento internazionale Donne in nero, manifesta con le sue compagne davanti alla sede Nato di Trasburgo: “Non vogliamo più impianti militari, sono costosi e inquinanti, smettetela di incitare alla violenza e alla guerra”.

Il pacifismo femminile transnazionale ha fatto, in questi anni, molta strada ed è ormai una rete seria ed efficiente.

 Cinzia Bottene, “pasionaria” dei No Dal Molin ( il movimento per fermare l’ampliamento della base Usa di Vicenza), qualche settimana fa è riuscita a portare fino al Congresso di Washington le sue richieste.

E in tutti i continenti sempre più donne sostengono il movimento pacifista.

In Liberia, Leymah Gboweeha ha unito cristiane e musulmane per scongiurare il ritorno della guerra civile.

 In Colombia, Yolanda Becera guida 3500 donne stanchissime di guerra (lei ha avuto la casa bruciata più volte, tre sue colleghe sono state uccise e due sono sparite). Amnesty le ha riconosciuto il premio 2009 Ginetta Sagan, pioniera del pacifismo femminile.

Negli Usa il gruppo Codepink aspetta le prossime mosse di Obama rispetto alla questione mediorientale.

 E nessuno dimentica Rachel Corrie, studentessa Usa uccisa a 23 anni mentre tentava di fermare le ruspe israeliane che abbattevano le case di Rafah, Striscia di Gaza. E’ successo sei anni fa, oggi la Fondazione a lei dedicata sta lavorando – anche – per far liberare alcune ragazze israeliane che si rifiutano di prestare il servizio militare.

Chiara Paolin

Questa voce è stata pubblicata il 28/05/2009. 6 commenti

Fermiamoci un momento 

Una breve riflessione sulla vita, quella di tutti i giorni, fatta di impegni, di stanchezza, soprattutto psicologica, di emozioni, talvolta di delusioni.

Arriva un momento in cui tutto sembra più impegnativo, le mete appaiono lontane, le energie a disposizione sembrano diminuire giorno dopo giorno.

E’ arrivato il momento di fermarsi un attimo a riprendere fiato, interrompere le corse che non ci danno tregua. E se non lo facciamo, il nostro corpo e la nostra mente si ribellano, spesso con reazioni che agli altri appaiono, di solito, eccessive.

Dedico questo breve testo a tutte le mie care amiche, in particolare, all’amica Giulia di Torino.

Una pausa


Serve una pausa

dopo la fatica

quando il corpo, stanco,

chiede di riposare.


La mente, assente,

non riesce più a ordinare

le azioni ed i pensieri.


Tutto sembra incerto ed appannato,

senza destinazione,

la vacua sensazione di non capire.


Bisogna ritrovarsi,

ricollocare tutto

al posto giusto,

e poi ricominciare.

P.M.C.

Questa voce è stata pubblicata il 24/05/2009. 9 commenti

 

Dalla rubrica “per posta” di Michele Serra, su “il venerdì di Repubblica” del 22 maggio 2009



I terremotati d’Abruzzo, sommersi dalla retorica



Gentile Serra, sono una cittadina aquilana. Non voglio approfittare della sua rubrica per fare polemica sul circo mediatico cui abbiamo assistito più o meno increduli per oltre un mese intorno alla tragedia che ci è capitata, sulle solite trasmissioni che hanno barattato il dolore con lo share, sulle menzogne indecenti che abbiamo ascoltato quotidianamente nelle affermazioni dei nostri politici, sull’assurdità delle domande rivolte a noi sfollati da alcuni giornalisti, sull’abbondanza di numeri e dati (rigorosamente falsi) sulla ricostruzione che vengono forniti per “drogare” i meno informati.

Però mi e le domando: tra le dirette strappalacrime e il silenzio totale, che fine ha fatto l’informazione? Perché nessuno racconta le notizie che pure circolano nei blog, i disagi e le umiliazioni, gli scatoloni di Nike nuove che scompaiono, i Tir di latticini e di carne che arrivano di notte nelle tendopoli e di cui al mattino non c’è più traccia? Perché nessuno manda in onda le interviste – che pure vengono fatte – a quelli che denunciano? Perché non si viene a sapere che le macerie sono state triturate con tutto il loro contenuto di amianto? Perché nessuno si prende la briga di far presente che l’organizzazione del G8 all’Aquila non è altro che una passerella elettorale? Perché non viene dato il debito risalto al fatto che lo stanziamento per il terremoto è da intendersi in 24 anni?

Quando latita la verità, latita pure la giustizia. Ma i media ci hanno dipinti come un popolo pieno di dignità: hanno insistito tanto, così che non ci venisse voglia, magari, di alzare un po’ la voce.  Paola P.  


Cara Paola, le devo dire la verità: non ho fiducia nei blog più di quanta ne abbia nei telegiornali. Ma pubblico volentieri ampi stralci della sua lettera, a parziale risarcimento delle tonnellate di melassa retorica, e di propaganda politica ad personam, che ci (e vi) hanno sommerso dopo il terremoto. Mi permetto solo una piccola e orgogliosa osservazione, mi creda non dettata da zelo aziendalista: credo che Repubblica, sul post-terremoto, abbia lavorato bene. La sua lettera sarà di ulteriore stimolo ai giornalisti del gruppo.

Michele Serra

Questa voce è stata pubblicata il 23/05/2009. 2 commenti

 Un’intervista ad Orhan Pamuk

Ieri, su la Repubblica, ho letto un’interessante intervista del giornalista Marco Ansaldo allo scrittore turco Orhan Pamuk, premio Nobel, nel 2006, per la letteratura.

Nel suo paese,lo scrittore dovrà probabilmente sottoporsi ad un processo perché accusato di aver offeso la dignità nazionale. Nel 2005, infatti, disse ad un giornalista che l’aveva intervistato: “In questo paese sono stati uccisi trentamila curdi e un milione di armeni e quasi nessuno osa ricordarlo: allora lo faccio io”.

Nell’intervista Pamuk affronta anche quest’ argomento.



Pamuk: “Non mi importa del processo

continuerò a dire quello che voglio”

Torino – Orhan Pamuk guarda dritto negli occhi e non sfugge alla domanda. “Il nuovo processo che vogliono farmi in Turchia? E’ un vecchio problema che torna. Non sono preoccupato, mi sembra che se ne stia esagerando la portata. L’importante è che una persona possa essere libera di dire quello che pensa. Perché non c’è giustizia senza libertà di parola”.

Libertà d’espressione. E’ il tasto che sta a cuore al Premio Nobel per la letteratura, colto in Italia dalla notizia di un nuovo dibattimento per una frase sui massacri dell’Impero ottomano contro gli armeni pronunciata nel 2005. Per lo scrittore turco ieri una giornata di riconoscimenti e onori mentre parte da Firenze, passa per Milano e conclude la giornata a Venezia. A Torino, al Salone del libro centinaia di persone lo applaudono quando parla di letteratura e di libri. Un caldo segnale di affetto da parte di tanti lettori che lo inseguono nel backstage, lungo i padiglioni della Fiera, nel tentativo di strappargli almeno un autografo, o di incoraggiarlo.

Orhan Pamuk, oggi tutti i giornali parlano della nuova sentenza che la chiama a processo. Che cosa ne pensa?

“Non c’è ancora nulla di ufficiale:potrei di nuovo dovermi presentare in tribunale, ma non è per ora certo”.

Parliamo solo di letteratura, allora?

Qui a Torino mi aspettavo un incontro puramente letterario, ma poi ci sono altri aspetti che si intromettono. La verità è che la vera punizione avuta dallo Stato è quella di ritrovarmi costretto nelle pagine della cronaca politica invece che in cultura. Nella sua globalità la stampa turca, sia quella islamica sia quella laica, scrive che oggi la giustizia si sta caricando di questioni politiche. Sono d’accordo. In Turchia abbiamo un detto.

Quale?

“Che la giustizia è il fondamento del Paese. Non può dunque esserci giustizia senza libertà. Ma la giustizia deve rispettare la libertà di parola. E per questo ritengo molto importante la libertà di espressione.”.

Le parole, i testi scritti sono dunque importanti?

Certo. Le parole sono potenti. Io voglio esprimermi e costruire il mio mondo. I miei lettori lo sanno, e naturalmente fanno attenzione a ciò che scrivo. Ma non è che mi sieda a tavolino pensando di lanciare dei messaggi. Quando mi metto a scrivere, con molta pazienza voglio inventare un mondo. Allora, sicuro: noi scrittori dobbiamo credere nelle parole, perché gli altri hanno le pistole, i cannoni. E noi non dobbiamo forse credere all’importanza delle parole?”

Parliamo allora di libri, e di Turchia. Lei ha già scritto pochi anni fa un romanzo politico, molto amato in Italia,”Neve”…

E’ vero, ma molto prima, negli anni ’70 mi ero già impegnato nella stesura di un romanzo politico. Avevo una storia in mente e tra i miei amici c’erano molti giovani di sinistra, spesso radicale, alcuni anche maoisti, e quando i genitori partivano facevamo riunioni impegnatissime. Arrivato a 300 pagine ci fu il colpo di Stato e così lasciai perdere quella storia. Ancora oggi è chiusa in un cassetto. Ma non credo che la pubblicherò mai, non mi ci riconosco più”.

Marco Ansaldo – la Repubblica – 17 maggio 2009

Questa voce è stata pubblicata il 18/05/2009. 9 commenti

 

Tanto parlare



Tanto parlare intorno,

tanta la gente,

voci sovrapposte,

domande e risposte,

risate inutili e vuote.


Finestre spalancate,

la ricerca di una brezza leggera,

e gli alberi, nel giardino,

che parlano piano

e si burlano dell’uomo-nano

che si vede gigante.


Poi il rientro, la casa,

lo sguardo affettuoso sulle cose

amiche di sempre.


Il silenzio cercato, ritrovato

 nei corridoi, nelle stanze vuote.

E il rumore rimane fuori,

ormai lontano per questa sera,

oltre la porta finalmente chiusa.

 

P.M.C.

Questa voce è stata pubblicata il 16/05/2009. 15 commenti

 

Due brevi articoli, uno in data 12 maggio, l’altro di oggi.
Non riesco ad esprimere nessun giudizio, anche se i fatti di quest’ultimo periodo dovrebbero averci abituato a non stupirci più di niente.
Forse siamo refrattari all’indifferenza. Sarà grave? 

Pugni a una marocchina

“Togliti quella maschera”

Vicenza – Ha preso a pugni una donna marocchina “colpevole” di indossare una mascherina sanitaria gridandole insulti, improperi. “Togliti la maschera marocchina che non sei altro o te la tolgo io” l’ha minacciata.

La donna, però, non poteva assecondare quello sconosciuto violento che l’aveva aggredita nel centro di Vicenza, soprattutto perché la mascherina le serviva per proteggersi avendo le difese immunitarie basse dopo un intervento chirurgico.

L’uomo non ha sentito ragioni e ha sferrato due pugni al volto della donna rompendole i denti, provocandole ferite ed ematomi guaribili in trenta giorni.

Soccorsa da alcuni testimoni la signora è stata portata in ospedale e ha presentato querela alla polizia, l’aggressore – un sessantenne – è stato identificato e denunciato per lesioni gravi con l’aggravante dell’odio razziale.

Martedì – 12 maggio 2009 – pag. 8 – la Repubblica

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“Sono scappato dalla Nigeria per non essere ammazzato”

Roma – “ Non tutti i nigeriani emigrano per motivi economici, né tutte le nigeriane sono prostitute. Io fuggo dalla morte. Come molti miei fratelli rispediti in Libia in queste ore”.

Daniel ha 25 anni, vive a Roma ed è sbarcato a Lampedusa nel dicembre 2008. Viene dalla Nigeria: la prima nazione tra i richiedenti asilo nel 2008.

“Nella mia regione, nella primavera del 2007 si sono svolte le elezioni amministrative – racconta – e mio padre era un leader politico della provincia.

Al termine del voto, ha denunciato i brogli elettorali. La stessa sera sono arrivati dei militanti del partito vincente e hanno bruciato la nostra casa. Mio fratello maggiore e papà sono morti nell’incendio. Con mia madre e due fratelli siamo fuggiti.

 Abbiamo raggiunto la città. Ma venivamo perseguitati. Siamo così scappati attraverso il deserto, prima in fuoristrada, poi a piedi. In Libia, vicino alla frontiera, ci hanno arrestati. Poi malmenati. Ho perso le tracce dei miei familiari. Io solo sono riuscito a scappare”.

Daniel ( il nome è di fantasia) arriva finalmente sulla costa libica.

“Mi sono imbarcato vicino a Tripoli. Ho pagato 1800 euro a un trafficante. I soldi? Me li aveva spediti uno zio dall’Italia. Sono arrivato a Lampedusa. Sono stato trattenuto nel centro d’accoglienza, senza possibilità di chiedere asilo. Poi mi hanno portato ad Agrigento. Qui mi hanno comunicato il provvedimento d’espulsione, senza però eseguirlo.

 Libero di muovermi ho raggiunto Roma. Assistito dal Consiglio Italiano per i Rifugiati, ho presentato domanda d’asilo. Oggi sono in attesa che la mia richiesta venga esaminata dalla commissione territoriale della capitale. Ma ho il foglio di via e temo di finire rinchiuso in un centro d’espulsione. Non posso tornare in Nigeria”.

(vla. po.)

Mercoledì – 13 maggio 2009 – la Repubblica

Questa voce è stata pubblicata il 13/05/2009. 10 commenti