"Perché il mondo ha frontiere"




Undici è il titolo di un bel libro, la sua autrice è Savina Dolores Massa.

Molti hanno senz’altro avuto modo di conoscerla attraverso il suo blog, così particolare, anticonformista, provocatorio. Anticonformismo e atteggiamenti provocatori che, per chi la conosce un po’, ma solo un poco (troppo difficile conoscere qualsiasi persona), hanno il compito, spesso non facile, di coprire una profonda timidezza. Chi lo direbbe mai?


Questo sabato, a Villacidro, ci sarà la presentazione del suo libro. Per tutte le informazioni, vi rimando al blog:

http://www.savinadoloresmassa.splinder.com


Nel frattempo, se avete piacere, leggete questo brano, tratto appunto da Undici.



Pape



[…]. Aveva quattro anni e io sei quando l’ho vista che raccoglieva conchiglie sulla spiaggia. Le prendeva, le puliva, le baciava e le infilava in un sacco. Io ero seduto sulla sabbia, a muoverla con un ramo secco che avevo appena trovato. Lei prendeva conchiglie, come fanno tutti nella nostra isoletta. A dieci metri da lei spostavo sabbia. Le ho gridato, Perché le baci?

Si è tirata il sacco in spalla e se n’è andata in piazza a vendere conchiglie ai turisti, come fanno tutti nella nostra isoletta. Io non facevo niente davanti a lei seduta per terra a vendere conchiglie ai turisti come fanno tutti nella nostra isoletta.

Ti è rimasta una conchiglia, le ho detto.

Non è avanzata. Non l’ho venduta apposta, mi serve per noi.

Con l’aculeo della conchiglia s’era punta il braccio e, in piedi, aveva punto il mio. Poche gocce di sangue dell’uno e dell’altra le abbiamo mescolate per qualche secondo. Me ne ero andato senza dire nulla, come aveva fatto lei in spiaggia, alla mia domanda.

Aveva diciotto anni e io venti quando l’ho vista che raccoglieva conchiglie sulla spiaggia. Le prendeva, le puliva, le baciava e le infilava in un sacco. Io ero seduto sulla sabbia, a muoverla con un ramo secco che avevo appena trovato. Lei prendeva conchiglie, come fanno tutti nella nostra isoletta. A dieci metri da lei spostavo sabbia. Le ho gridato, Perché le baci?

Non ti accorgi, griot, che il vento sta riportando indietro la tua musica? E’ inutile ogni tuo tentativo, ascolta me. Ascolta me!

Le baciava perché le conchiglie che raccoglieva le vendeva per farne coperchi di tombe, non solo ai turisti. Un bacio per farsi perdonare

dava Safia alle conchiglie

per confortare la sorte alla quale erano destinate: cimiteri.

Aveva ragione: dal mare al camposanto era un bel salto. Consoliamoci noi clandestini in naufragio, noi non ci spaccheremo le reni a saltare verso luoghi consacrati. Consolati con me, Sayoro

lei non può sentirti.

Io ho studiato. Sono quasi architetto, nella mia isola fatta di conchiglie. La conoscete di sicuro, è famosa in tutto il mondo: strade di conchiglie e sabbia

case con conchiglie spaventate, avvinghiate al fango dei muri di dentro e di fuori

tombe cristiane di conchiglie sdraiate in terra, composte in file perfette, ma disturbate dal gioco disordinato delle teste delle tombe musulmane, faccia alla Mecca.

I mobili hanno cassetti rivestiti di conchiglie

stelle di mare per maniglie;

i lampadari, quando c’è vento, muovono parrucche di conchiglie che arrivano sino al pavimento;

le sedie hanno il potere di farci immaginare su uno scoglio, soli, davanti a qualche mare.

[…].

Gli occhi di Safia, sempre più appassiti

a baciare conchiglie. E io, cosa potevo costruire di nuovo, in un luogo nato così e destinato a restare uguale a se stesso in eterno? Unico al mondo, ma pur sempre fatto di avanzi di mare. Vi risparmio il paragone con noi, se già non lo avete pensato da soli.

Non ho mai voluto lavorare con le conchiglie, sono uguale a Safia, non ho un debole per i cimiteri.

Ho detto a Safia, C’è una barca che parte domani. Andrò.

Andrò a fare case differenti dalle nostre.

Perché partire di nascosto, mi aveva detto. Ed io, Perché il mondo ha frontiere.

Aveva in mano un’unica conchiglia: la stessa di quattordici anni prima. Sapeva che sarei tornato a prenderle, lei e il feticcio che si portava sempre appresso

ma forse chissà

all’ultimo momento, ebbe un dubbio.

Ebbe un dubbio. Desiderò tenerselo lei, però, unica donna che ho amato in tutta la mia poca vita. Volle cuore e anima del sottoscritto architetto nervoso: da custodire fino al mio ritorno.


Undici – Savina Dolores Massa – Il Maestrale

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4 thoughts on “

  1. Sono d’accordo, Cristina. Ho letto “Undici” diversi mesi fa e mi ha coinvolto dalla prima all’ultima pagina. La storia degli undici migranti ai quali Savina ha dato voce e identità, mi ritorna alla mente ogni volta che vedo un’imbarcazione carica di uomini “al largo di…” o “nei pressi di…”, come sentiamo ripetere ormai quotidianamente durante i telegiornali. E provo una stretta, subito dopo, nel sentire che saranno sicuramente rimandati indietro. Per non parlare delle dispute tra Italia e Malta…
    Mi fermo qui, il discorso sarebbe molto lungo e lo sdegno troppo intenso.
    Ti ringrazio del commento, anche a nome di Savina. Piera

  2. Ahi Piera e Cristina, a che cosa sta servendo scrivere libri? Solo il parlare sano, ormai, è additato. Io vi ringrazio, a nome di Undici uomini interrotti.

  3. E’ stato un piacevole dovere, Savina, il libro lo meritava.
    No, io credo che “serva” scrivere libri, così come leggerli; dopo aver letto un libro o averlo scritto, non siamo più gli stessi di prima, sono certa che ci sia un cambiamento e anche profondo.
    Un abbraccio. Piera

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