Due brevi articoli, uno in data 12 maggio, l’altro di oggi.
Non riesco ad esprimere nessun giudizio, anche se i fatti di quest’ultimo periodo dovrebbero averci abituato a non stupirci più di niente.
Forse siamo refrattari all’indifferenza. Sarà grave? 

Pugni a una marocchina

“Togliti quella maschera”

Vicenza – Ha preso a pugni una donna marocchina “colpevole” di indossare una mascherina sanitaria gridandole insulti, improperi. “Togliti la maschera marocchina che non sei altro o te la tolgo io” l’ha minacciata.

La donna, però, non poteva assecondare quello sconosciuto violento che l’aveva aggredita nel centro di Vicenza, soprattutto perché la mascherina le serviva per proteggersi avendo le difese immunitarie basse dopo un intervento chirurgico.

L’uomo non ha sentito ragioni e ha sferrato due pugni al volto della donna rompendole i denti, provocandole ferite ed ematomi guaribili in trenta giorni.

Soccorsa da alcuni testimoni la signora è stata portata in ospedale e ha presentato querela alla polizia, l’aggressore – un sessantenne – è stato identificato e denunciato per lesioni gravi con l’aggravante dell’odio razziale.

Martedì – 12 maggio 2009 – pag. 8 – la Repubblica

***

“Sono scappato dalla Nigeria per non essere ammazzato”

Roma – “ Non tutti i nigeriani emigrano per motivi economici, né tutte le nigeriane sono prostitute. Io fuggo dalla morte. Come molti miei fratelli rispediti in Libia in queste ore”.

Daniel ha 25 anni, vive a Roma ed è sbarcato a Lampedusa nel dicembre 2008. Viene dalla Nigeria: la prima nazione tra i richiedenti asilo nel 2008.

“Nella mia regione, nella primavera del 2007 si sono svolte le elezioni amministrative – racconta – e mio padre era un leader politico della provincia.

Al termine del voto, ha denunciato i brogli elettorali. La stessa sera sono arrivati dei militanti del partito vincente e hanno bruciato la nostra casa. Mio fratello maggiore e papà sono morti nell’incendio. Con mia madre e due fratelli siamo fuggiti.

 Abbiamo raggiunto la città. Ma venivamo perseguitati. Siamo così scappati attraverso il deserto, prima in fuoristrada, poi a piedi. In Libia, vicino alla frontiera, ci hanno arrestati. Poi malmenati. Ho perso le tracce dei miei familiari. Io solo sono riuscito a scappare”.

Daniel ( il nome è di fantasia) arriva finalmente sulla costa libica.

“Mi sono imbarcato vicino a Tripoli. Ho pagato 1800 euro a un trafficante. I soldi? Me li aveva spediti uno zio dall’Italia. Sono arrivato a Lampedusa. Sono stato trattenuto nel centro d’accoglienza, senza possibilità di chiedere asilo. Poi mi hanno portato ad Agrigento. Qui mi hanno comunicato il provvedimento d’espulsione, senza però eseguirlo.

 Libero di muovermi ho raggiunto Roma. Assistito dal Consiglio Italiano per i Rifugiati, ho presentato domanda d’asilo. Oggi sono in attesa che la mia richiesta venga esaminata dalla commissione territoriale della capitale. Ma ho il foglio di via e temo di finire rinchiuso in un centro d’espulsione. Non posso tornare in Nigeria”.

(vla. po.)

Mercoledì – 13 maggio 2009 – la Repubblica

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10 thoughts on “

  1. E’ davvero vergognoso dover assistere ad accadimenti simili e, spesso, non poter far nulla. Non oso immaginare dove ci porteranno tutto quest’odio e questa violenza…

  2. Piera, a me ribolle il sangue, e di fronte a queste cose mi sento in balia della barbarie.
    é un mondo di dolore e morte quello che ci verrà incontro se non sveglieremo le coscienze… non si può più andare avanti pensando di aver diritto all’opulenza e alla tranquillità a spese dei destini di altri uomini.

  3. Che dire, carissima Piera?
    Hai già visto il mio commento sul blog di nora e non mi sposto di una virgola su ciò che ho scritto.
    E’ davvero una vergogna vivere in questo paese, ci vorrebbe un decreto di respingimento ma non per i migranti, che lo siamo stati anche noi, ma per quella feccia politica e per quella buona parte di italiani che li ha messi al potere.

    L’Italia, terra di arte, cultura e umanità, ha davvero dimenticato quella Pietas che rende un popolo libero e civile.

    sono davvero infuriata!

    ti abbraccio forte
    jolanda

  4. Carissima, come sempre siamo sulla stessa lunghezza d’onda.
    I nostri pensieri si intrecciano e Jolanda li dipana con la forza che la caratterizza! Grazie per il post che ho apprezzato. Ti abbraccio. Ele

  5. Ciao, LilFallenAngel, io credo che questa violenza possa condurre verso due atteggiamenti opposti: o arriveremo ad abituarci a tutto, per cui prevarrà l’indifferenza, e mi sembra che già ci avviciniamo in molti a questa possibilità, oppure continueremo a star male, a sentirci incapaci ed impotenti davanti a dei comportamenti, a delle scelte che, per una minoranza, e forse noi ne facciamo parte, continua ad essere pura follia. Ma non è consolante. Un cordiale saluto. Piera

  6. Posso solo condividere dolorosamente, Cristina. Chi conosce solo ricchezza e tranquillità economica evidentemente è lontano anni-luce dall’angoscia che divora di giorno e durante la notte il lavoratore che rischia di perdere tutto, compresa la dignità, e non certo per sua colpa. Un abbraccio. Piera

  7. Al di là dell’amarezza e della speranza che condivido, sperando che non sia soltanto un sogno, ti ringrazio di questo tuo commento “poetico”, cara Savina.
    Ti abbraccio. Piera

  8. Sì, ho letto il tuo commento “infuriato” da Eleonora, cara Jole, e ti capisco. Il problema sta proprio in ciò che dici: in quanti ricordano ancora i tempi, neanche troppo lontani, durante i quali NOI eravamo MIGRANTI, NOI conoscevamo i morsi della fame, NOI venivamo continuamente offesi, tenuti in disparte, presi in giro, ridicolizzati? Quanta sofferenza!
    In una canzone/poesia di F. De Andrè c’è un verso che dice:”…il dolore degli altri è un dolore a metà”, io credo che solo quando ci convinceremo che il dolore di un altro ha la stessa intensità del nostro i rapporti tra gli uomini cambieranno.
    Ti abbraccio forte. Piera

  9. “I nostri pensieri si intrecciano e Jolanda li dipana…” Bellissime espressioni, cara Eleonora, che per un attimo riescono a rasserenarmi.
    Rifletto poi sull’argomento che da diversi giorni trattiamo e mi prende lo sconforto, il dispiacere per una nazione, che è la nostra, che non conosce più civiltà, il valore della giustizia, l’importanza dell’etica.
    Abbiamo solo due possibilità: piangere e rassegnarci oppure continuare a lottare a denti stretti.
    Io so quale strada prenderemo tutti noi, so che ciascuno, con gli strumenti che quotidianamente avrà a disposizione, si opporrà con forza sapendo quanto sia deleteria la rassegnazione. Un abbraccio. Piera

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