Archivio | novembre 2009

Il pianoforte

 
 

 

Eccomi sola,
il silenzio è di casa
nella casa,
qualche suono mi giunge
ma è lontano,
una vibrazione, un movimento lieve,
un rumore sottile
dal piano inferiore.

Mi cerco, mi trovo,
io voglio star sola,
quest’oggi non amo parlare,
soltanto gustare
una musica dolce, distante
che viene da un piano.

E’ un ragazzo che suona,
che libera note e le lascia volare,
mi riempie la casa, 
la mente ed il cuore.

E’ il suo pianoforte 
che oggi io voglio ascoltare.

P.M.C.
Questa voce è stata pubblicata il 29/11/2009. 18 commenti


L’ospedale microcitemico di Cagliari


Ieri  sera, un amico sensibile mi ha portato a conoscenza di una situazione piuttosto seria e che non merita nessuna giustificazione.
Non riassumo il fatto ma riporto per intero il documento così come mi è pervenuto perché non voglio levare niente all’indignazione e al dolore di chi lo ha scritto.
In questi giorni incontro spesso il dolore degli altri, mi riferisco, tra l’altro, alla storia di Daniele Diamanti, ma in quel caso, quanta comprensione da parte di tanti, oggi invece mi rammarica molto vedere che chi opera negli ospedali, chi dovrebbe aver coltivato una particolare sensibilità verso i malati, spesso dimentica che sono proprio loro ad "avere la priorità" su qualsiasi "controversia".
Per capire bene di che si tratta, ecco il testo.

APPELLO PRO OSPEDALE MICROCITEMICO DI CAGLIARI

 Chi segue la mia letteratura sa che ‘Acta est Fabula’ è nato tra le corsie di diversi ospedali oncologici d’Italia, causa una forma tumorale rara e maligna scoperta in uno dei miei figli, allora appena tredicenne.
Le speranze di sopravvivenza, al momento della diagnosi del tumore, ci venivano prospettate come quasi pari allo zero.
Con immensa disperazione e l’impotenza nel cuore, senza una lira in tasca e grazie al contributo economico di veri amici; cominciammo la nostra via crucis tra ASL, psicologi, reparti di oncologia pediatrica dello stivale.
Di quel periodo ricordo confusione, pareti verdi e sterili, sale operatorie, viaggi, dolore, orrore, perdite.
Eppure, con immenso affetto e gratitudine, ricordo pure e soprattutto medici e infermieri coraggiosi, con la voglia di lottare spesso incosciente, immune anche all’evidenza.
Se in quel momento della nostra vita siamo riusciti ad andare avanti nella nostra battaglia, è anche grazie a loro.
Se mia figlia è salva, ora, è anche grazie ai medici, agli infermieri dell’ Ospedale Microcitemico di Cagliari.
Chiedo a Voi di aderire alla crociata dell’ASGOP Onlus: Difendiamo il Microcitemico. Facciamo girare l’appello che segue, Grazie.
 
Giovanna Mulas  – http://www.giovannamulas.it
Lanusei, 23 novembre 2009
 
 
 
Dalla cara amica Maria Agnese Cannas, Presidente dell’ASGOP  Onlus (Associazione sarda genitori oncoematologia pediatrica /www.asgop-onlus.it ) ricevo la lettera che segue sulla delicata situazione del Microcitemico a seguito della delibera regionale sull’accorpamento all’Azienda Ospedaliera Brotzu.
‘(…) La pagina 17 dell’Unione Sarda di giovedì 12 è stata dedicata alla “fusione tra Brotzu e Microcitemico” con affermazioni discutibili  indirizzate al Microcitemico da parte del responsabile del Brotzu,  tipo “gli infermieri del Microcitemico che verranno da noi dovranno lavorare con i nostri carichi di lavoro, cioè di più “
e, ancora:  “….via i settori che si occupano di ricerca…”.
 
Voglio esprimere l’indignazione di tutti quei genitori i cui figli sono stati, o sono, in cura presso l’Oncoematologia Pediatrica del Microcitemico.
Testimoniamo sull’abnegazione, la professionalità e l’amore dei nostri infermieri  verso i piccoli pazienti, e questo nonostante i normali e gravi carichi di lavoro, i turni massacranti, le ferie slittate, i locali inadeguati, etc.:  loro; veri “angeli” per i nostri nostri figli .
Chi ha parlato in maniera così offensiva e gratuita chiaramente non ha mai visitato il nostro servizio.
L’articolo riporta ulteriori, sconcertanti notizie legate  al futuro assetto del Micro; preoccupanti per il semplice fatto che nessuna Associazione afferente al Micro è stata mai contattata o informata sul tema in oggetto.
L’essere all’oscuro su ciò che sta accadendo al nostro (e sottolineo nostro!) Ospedale Microcitemico, quindi sulle spalle dei nostri bambini; ci angoscia e ci allarma.
Il Micro durante gli ultimi decenni è diventata una Casa  non solo per i talassemici ma anche per tanti altri bambini affetti da patologie rare e gravi, tipo le oncoematologiche. Tornano a “Casa”  ancora oggi e a distanza anche di 15, 20 anni dalla loro malattia; sanno che saranno accolti, e che sempre e comunque ci sara’ una risposta alle loro domande.
 
Noi genitori testimoniamo su quanto il Micro si prenda cura del bambino e della famiglia a trecentosessanta gradi: della terapia, dei problemi scolastici e lavorativi, del rapporto con il territorio. Il tutto in modo da sollevare le stesse famiglie da qualunque problema, per permettere loro di convogliare tutti i loro sforzi nella lotta contro la malattia.
Il Micro ha ridato a questi bambini e alle loro famiglie dignità, la coscienza dei loro diritti nell’ottenere la giusta assistenza. 
 
Indignazione e vergogna per chi opera delle scelte  senza conoscere la realtà di quest’ ospedale. 
Non si e’ sentito neppure il bisogno di ascoltare coloro che vi ‘abitano’ e lo vivono quotidianamente: si e’ arrivati a non ricevere le Associazioni.
 
Chiediamo che ci si prenda carico della storia di questo ospedale affinchè non venga calpestata, e con essa venga tutelata la dignità di migliaia di pazienti e dei loro familiari:  lo chiediamo per tutti i bambini,  per tutti gli adolescenti, per tutti gli adulti che ogni giorno afferiscono ai nostri Servizi nella speranza della vita.
La promessa più grande.
 
W LA RICERCA   – Giù LE MANI DAI NOSTRI SPAZI-      AIUTO !   –  DIFENDIAMO IL MICROCITEMICO  – 
 
Maria Agnese Cannas
Presidente ASGOP-Onlus
(Associazione Sarda Genitori Oncoematologia Pediatrica)
tel. 070882935
Cell. 3488637467
 
 

  

Questa voce è stata pubblicata il 24/11/2009. 10 commenti

Ismaele


Ti osservo, bambino,
chino sul foglio nel quale scrivi.
Mi colpisce il tuo incarnato chiaro,
levigato, i lineamenti puri,
la tua riservatezza.

Seguo lo sguardo sognante
perso in fantasie infantili.
Oltre i vetri esplori mondi lontani,
pianeti di cui conosci il nome,
nuove forme di vita immaginate.

Poi il ritorno:
un guizzo negli occhi scuri appena cerchiati,
un lampo, chiuso infine da un timido
impacciato sorriso.

(Piera M. Chessa – Un ordinato groviglio – Il Filo 2008)

 
Questa voce è stata pubblicata il 23/11/2009. 4 commenti

Una storia difficile

Sul blog di Eleonora Bernardi, www.shiva-ditutto.blogspot.com/, ho letto una "storia difficile", mi sembra giusto contribuire a farla conoscere. Eccola.

Daniele, storia di un bambino che spera   di Cinzia Lacalamita

 

Daniele è un bambino che ha poco più di due anni ed è affetto da una malattia rarissima:una particolare forma di mutazione- unico caso al mondo- causato dalla distrofia muscolare di Duchenne.I muscoli dei bambini affetti da questa patologia sono attaccati progressivamente: si cammina sempre con maggiore difficoltà, prima o poi si finisce sulla sedia a rotelle, finchè, ad uno ad uno vengono colpiti gli organi vitali, l’apparato respiratorio, il cuore.
Daniele non lo sa e si muove come ogni altro piccolo della sua età, solo se lo guardi attentamente noti che un’andatura strana, simile a un passo di danza, in realtà fa forza sui talloni per stare in equilibrio.
Papà Fabio e mamma Eliana Amanti sono impegnati in una lotta contro il tempo, uno qualunque dei prossimi giorni Daniele potrebbe precipitare nel tunnel della distrofia e l’unico modo per trovare una cura é un progetto di ricerca finalizzato-anche- alla sua malattia. Per "costruire" il progetto occorrono 250mila euro.
Cinzia Lacalamita incontra Daniele su Internet, é scrittrice e madre (ha perso la sua piccola Daria), decide di aiutarlo e scrive un libro, trova l’editore e pubblica "Daniele, storia di un bambino che spera" (Aliberti, 11,90 euro).
I diritti d’autore- come altri contributi- vanno al Parent projet onlus, direttamente sul conto perchè Fabio, Eliana e Cinzia vogliono che nulla passi per le loro mani.

Dobbiamo aiutare Daniele e i suoi genitori in questa lotta contro il tempo, dobbiamo farlo perchè il nostro impegno sul web abbia un significato, perchè le nostre parole di solidarietà e condivisione, e persino il nostro dolore, abbiano un significato!

Per contribuire:
Posta:Fondo Daniele Amanti c/c postale 94255007
Bonifico: Banca di Credito Cooperativo di Roma,iban IT38V08327032I9000000005775(intestato a Parent Projet Onlus. Causale:Fondo Daniele Amanti)


Grazie.

 
Questa voce è stata pubblicata il 20/11/2009. 9 commenti

Savina Dolores Massa


foto tratta da www.flickr.com/photos/hanifeana/

Un brano tratto da un libro che a me è piaciuto molto, il titolo è Undici, la scrittrice si chiama Savina Dolores Massa, sia il romanzo che la scrittrice sono conosciuti da parecchi lettori, e giustamente, perché meritano.

Il libro racconta le storie di undici giovani migranti partiti dal loro paese con un grande sogno, un sogno che finisce purtroppo in modo drammatico.

 

Undici storie, undici vite raccontate con passione ma anche con equilibrio e talvolta con ironia.

Il brano che segue è tratto dal primo capitolo, dedicato appunto a Baba.

Baba

Tu vuoi che io racconti, ora che non ho più nulla in corpo da vomitare e la bocca
è
una caverna dove le parole camminano al buio;
cerchi di convincermi che mi sentirò più leggero nel partire, se parlerò della mia vita, alla mia fine. Cosa vuoi che dica, che già non sai: sei cresciuto, come altri qui, nella mia stessa strada, Sayoro. Ogni cosa importante di me ha lasciato la barca, ormai. Tu insisti, ma non è voce, la tua
suono
basso, che copre il vento che non ci ha mai lasciato soli. Quasi mai. Tu hai il dono di sapere ascoltare, ma la nostra brutta leggenda, Sayoro, non la canterai a nessuno e non ti importa;
non importa neanche a me.
Parlerò, per te e per gli altri e per le orecchie dell’aliseo e per la memoria che possiede l’oceano che tanto amo, nonostante ciò che è successo. Rido a dire queste cose e ne ridi anche tu, appena, di naso.
Gli altri respirano svegli, zitti. Non vi vedo, siete più neri del buio di adesso, né mi vedo io, neppure le mani, meglio così: tremano come foglie di palma. Le palme! Che cosa vuoi farci fare, Sayoro? Obbligarci a ricordare anche le foglie delle palme quando schioccavano come frustate al vento e noi bambini non riuscivamo ad addormentarci sapendo
certo che lo sapevamo
che quei rumori erano i ricordi che non muoiono mai, mai, dei nostri antenati flagellati.
La paura.
Non mi ha mai lasciato.
Ero piccolo
quando immaginavo una fune con il cappio, appesa
a sbattere al tronco del baobab che c’è al primo incrocio della mia strada. Una fune, una paura,  che ha sempre dondolato sulla mia testa; e mi sentivo ridicolo, e mi dicevo, Sei un uomo libero, Baba. La schiavitù è solo una vecchia orrenda storia.
Non mi ero sbagliato. Non è strano? Non è veramente ridicolo? Muoio per una fune, in fondo.
Che pena,essermi fatto venire in mente il viale e quell’albero, già tanto vecchio quando ero piccolo. Brutta bestia, la pena: essere sicuro che la pianta continuerà a vedere la strada quando a me non capiterà più.
La nostra vita se ne sta andando e tu pretendi, in qualche maniera, pretendi, Racconta;
ma a noi ci puzzano le bocche e non ci brillano più i denti. Faranno schifo anche le parole, ma tu
le vuoi, e l’hai chiesto anche agli altri. Lo chiedi da zitto, adesso l’ho capito.


Non sono arrabbiato come dovrei essere. Ho perso tutto, come te, e gli altri. Domani posso essere morto. Forse stanotte. Forse siamo già morti tutti a Natale, quando siamo saliti su questa barca che aveva un grande difetto e non ce ne siamo accorti subito: era maledettamente bianca.


Sì, la rabbia che è esistita se n’è andata quasi tutta e io adesso mi sento ridicolo a parlare, mentre sto morendo così. Ridicolo!
Non mi sono sentito gridare. Immaginate che l’ho fatto.


Io con la morte ho già confidenza, per il piede zoppo che mi ritrovo.
Io.
Non so quasi dirlo, “Io”. E’ come se mi fossi già sfaldato e l’io  che ero mi volasse sopra il corpo che ora è qui, senza forze in mezzo a voi, mie copie. Estraneo a me stesso osservo tutto accadere.
Posso parlare di un certo Baba che ho conosciuto; va bene, così, Sayoro? Parlerò fingendo d’essere io. Oppure posso fingere d’essere un altro; magari uno che non ha né fame né sete. Non mi fa male nulla, del corpo, sai? Sento solo delle piccole morsicature al piede.
Lo so che è impossibile che siano vere.


Non riesco a non essere Baba: mi dispiace per Baba.
Sono nato zoppo destro, con il piede che non ha mai avuto cuore e polmoni, e non si è goduto quello che faceva il sinistro. Tutta la vita è stato geloso dell’altro, ma adesso, sono sicuro, se la gode: lui almeno, già morto, non teme becchini. Yaay mi raccontava che quando ero ancora nella sua pancia e mi muovevo, con il piede sinistro la riempivo di colpi e con l’altro l’accarezzavo. Quando sono nato, il piede destro è stata l’ultima parte del mio corpo a lasciarla. Yaay me lo diceva sempre e sempre, mi annoiava con questa cantilena, era un’ossessione,
e ripeteva anche che aveva pianto molto di nostalgia per le carezze che perdeva. Le amiche e le sorelle a consolarla per aver partorito un figlio storpio e lei a gridare solo, Ora, sono davvero sola.
Non me ne fregava un bel niente di sentire la stessa tiritera ogni giorno, sulla mia nascita. Sono nato come nascono gli altri, guai a me, non potevo dirlo: ci restava male,
ma non abbastanza. Il giorno dopo mi raccontava ancora la storia, aspettandosi curiosità sulla mia faccia. Da strozzarla! Non provavo neppure ad allontanarmi. Tanto, se anche mi fossi spostato, mi sarebbe venuta dietro. Parlando. Ascoltavo e sentivo che mi venivano giù le spalle.
Si stancavano anche loro ad ascoltarla.


Povera Yaay.
[…]

Savina Dolores Massa, Undici (Il Maestrale, 2008)

 

 visita il blog Ana la Balena


Questa voce è stata pubblicata il 18/11/2009. 12 commenti

Monterosso

 

 

liguriain.wordpress.com

 

Salivo insieme a te

la lunga scala

che conduceva in alto,

a Monterosso.
 

Il muro, sul quale mi appoggiavo

tenendo la tua mano,

si affacciava sul mare trasparente

e i versi del poeta

tornavano alla mente

malinconici o disperati,

carichi di umanità.
 

Eugenio lì, a narrare,

a ricordare la tragedia vissuta,

i segni profondi

lasciati negli animi,

le ferite mai chiuse.
 

Con noi, a parlare di poesia,

di muri a secco e cocci di bottiglia,

di Clizia e di Drusilla.
 

A raccontare

di bufere e altro.

 

P.M.C.

Questa voce è stata pubblicata il 14/11/2009. 14 commenti

Francesca Moro


foto tratta da
www.muralesinsardegna.net

Tre liriche di una poetessa che ho conosciuto da poco tempo ma che considero amica da tanto; mi ha colpito la sua sensibilità, quella che lei chiama “durezza” e che in realtà è solo profonda conoscenza del dolore, il suo scavare dentro di sé e poi dentro la parola.

Non aggiungo altro, i suoi testi ci racconteranno di lei.
 
forse anche tu ripensi…
 
ai vecchi
seduti all’uscio in sere d’estate
 
non c’erano parole solo
lunghi silenzi condivisi
 
noi si giocava a nascondino
qualcuno all’ombra d’ ampie sottane
piegate sul sedile di pietra o sullo scranno
nella postura immobile da statue
a tratti – solo gli occhi a seguirci
 
smarriti poi in altri percorsi
 
ora per noi – niente più usci solidali
ma fibre ottiche
per flussi che corrono veloci
in vie di terminali
monitor sempre accesi
 
e noi piccole stelle ancorate a terra
mani sulle tastiere ri-versiamo
dolori saluti risa e canti
 
presenze
 
coru meu – come sto male oggi
la mia casetta è vuota
                                                       aspetto
 
è tempo che le assenze fanno male
i vivi                         imbozzolati nel dolore
                                              (stanno a parte)
 
vengono i morti
                              a farmi compagnia
 
****
 
Ispirazione
 
C’erano cose più importanti
 
quando ti sei affacciata alla mia soglia
e ti ho lasciata andare col pensiero
tanto è qui
farò accoglienza dopo
 
sterili cose senza senso adesso
che vorrei fermarti
 
un cervello colabrodo
non ri-crea lo splendore
conserva solamente
i bagliori d’un attimo sospeso
 
impiccato alla banalità del quotidiano
 
****
 
Ho calzato stivali di vento…
 
al sussurro suadente
ho denudato i piedi
 
sono piombo al volo gli anfibi
a trascinare passi troppo stanchi
 
così ho superato la muraglia
                                         per vedere
non è con gli occhi che immersa nel vortice
                                                                ho guardato
eri splendente di bellezza
che solo il dolore è in grado di forgiare
 
abile fabbro scolpisce tatto nell’anima
 
non so come
ma ti ho ri-conosciuta
 
(Questi pensieri sono dedicati a una fanciulla dolce
che ha radici profonde nel mio cuore.)
 
Francesca Moro

 visita il blog: mariga de sos pensamentus
Questa voce è stata pubblicata il 10/11/2009. 16 commenti