Archivio | dicembre 2009


 Il Natale è per l’uomo

 
 
di Enzo Bianchi

   Natale, ormai, è una festa non solo riservata ai cristiani ma sempre più carica di una valenza antropologica. I valori della quotidianità, del tessuto della vita, le relazioni umane, l’amicizia, l’amore, la fraternità sono ormai legati a questo giorno al punto che anche là dove vi è contrapposizione tra credenti e non credenti, la festa rimane tale per tutti: magari, invece di “Buon Natale!” i non credenti si augurano un più generico “Buone Feste!”, ma il clima dell’incontro, della gioia, dell’intimità è da tutti condiviso. Il Natale è un’autentica occasione per riaccendere una speranza che riguarda l’umanità intera; in questo senso tutti noi sappiamo benissimo “cos’è” il Natale.
   Eppure ciascuno di noi ne ha un’immagine personalissima, legata ai ricordi d’infanzia e ai tanti Natali vissuti, a volti e parole di persone amate, a consuetudini che ha voluto conservare o ricreare, e ciascuno cerca di viverlo ogni anno secondo quell’immagine. […]. E’ almeno dal IV secolo che i cristiani il 25 dicembre fanno memoria della nascita di Gesù Cristo a Betlemme di Giudea: una data scelta perché in quel giorno il mondo romano celebrava e festeggiava il “sole invitto”, il sole che in quel giorno terminava il suo progressivo declinare all’orizzonte e ricominciava a salire in alto nel cielo, aumentando così la durata della luce offerta alla terra. […]. E siccome per i cristiani Gesù il Messia è il “sole di giustizia”, la “luce vera”, fu naturale collocare in quel giorno di festa pagana la celebrazione della natività del loro Signore. […].
   Poi, nel II millennio, soprattutto in Occidente, la meditazione del Natale si è progressivamente concentrata sul “bambino Gesù”, sulla sua umanità, sulla sua debolezza e sulla “novità ordinaria” costituita dal venire al mondo di un uomo: l’evento non fu più letto tanto come manifestazione, venuta di Dio, quanto come mistero della povertà, dell’umiltà, della debolezza di Dio.
Francesco d’Assisi seppe interpretare bene questo aspetto, creando il presepe di Greccio: una stalla, una mangiatoia, Maria, Giuseppe e il neonato, un asino e un bue, i pastori venuti ad adorare il bambino su invito dei messaggeri di Dio. Il presepe è la riproposizione iconica o scultorea di quell’evento umile e povero che, se ci pensiamo bene, è tra i più umani e quotidiani: una donna che partorisce un figlio. Scena oggi più rara in Occidente, e per lo più relegata negli ospedali, ma un tempo abituale anche nelle nostre famiglie. Sì, una nascita, un essere umano che viene al mondo, è di per sé qualcosa che nella sua normalità stupisce: emerge il “terzo”, appare il nuovo e lo si accoglie con gioia e con buona disposizione del cuore. E’ un evento di speranza: chi vi assiste, in particolare se ormai avanti negli anni, è abitato e consolato dal pensiero che il mondo va avanti, che la vita fiorisce e si moltiplica, che un futuro migliore è possibile, segno tangibile del nostro essere immessi in una catena di generazioni. Credo sia anche per questo che il presepe ha avuto tanta fortuna nell’Occidente cattolico, ma anche tanta narrazione iconografica nell’Oriente ortodosso.
   Nel Nord invece, dove il sole non dà evidenti segni di vittoria nel gelido inverno, la festa è segnata da un albero, l’abete, evocazione dell’albero della vita: un albero che resta vivo e verde nel bianco della neve è il vincitore sul rigore del freddo nelle steppe brulle. Ecco allora l’albero vicino alle case e alle chiese o addirittura al loro interno, addobbato di colori e di luce, quasi obbligato a fiorire e risplendere al cuore della notte invernale.
   Se il modo di percepire e celebrare il Natale è cambiato nei secoli, i mutamenti si sono fatti più rapidi  in questi ultimi decenni, al punto che chi è anziano può misurarli nell’arco della sua stessa esistenza. Un tempo, […], il Natale era davvero la festa più importante dell’anno e non certo per i regali, allora tali per modo di dire e ben scarsi. Alcune volte c’era qualcosa da donare ai figli, ma altre volte i genitori sconsolati dicevano con molta naturalezza che non c’era niente perché l’annata era stata cattiva. Quando c’erano, i regali erano frutta secca, cioccolatini, caramelle, il panettone oppure, se ci si scostava dai dolci, un quaderno più bello, una nuova penna, qualche matita colorata…
   Eppure, si attendeva il Natale con ansia. Iniziata la novena di preparazione, noi bambini andavamo nei boschi a raccogliere il muschio, cercavamo carta da pacco che spruzzavamo con vari colori e poi l’accartocciavamo perché assumesse la forma di rocce, grotte, speroni di montagna. Quindi su un tavolo in cucina o nella sala si disponevano le statuine del presepe, cercando ogni anno che la composizione assumesse un aspetto diverso. Era davvero come allestire un dramma sacro: nella grotta si metteva la mangiatoia vuota, Maria e Giuseppe, l’asino e il bue; sulla soglia i pastori che adoravano e portavano i loro semplici doni;più sopra gli angeli sormontati dalla stella […]; attorno, la campagna riproduceva ambienti familiari: specchi d’acqua con le oche, prati con pecore, agnelli e asini, poi le case con la gente intenta ai propri mestieri: il mugnaio, il fabbro, il falegname… Lontano, ai margini, austero su una rocca, vi era il castello di Erode e lassù erano collocati i magi con i loro cammelli, che ogni giorno venivano spostati di qualche passettino in modo che giungessero alle soglie della grotta il giorno dell’Epifania. Noi bambini mettevamo tanta cura in quell’allestimento perché sentivamo di poter vivere dentro di noi quello che cercavamo di raffigurare. […].
   Qualcuno, invece del presepe, addobbava l’albero, anche se quest’usanza non era gradita al parroco, perché aveva un vago sapore “protestante”, e l’ecumenismo doveva ancora trovare spazio nella chiesa. Io li preparavo entrambi, l’uno accanto all’altro, e quando mi mancava il pino, piantavo in un vaso una scopa di saggina capovolta, la scompigliavo e la addobbavo di luci e palle colorate. Sì, nello stupore creativo di noi bambini anche la scopa, così umile e necessaria, a Natale conosceva il suo momento di gloria luminosa.
   Ma ciò che faceva percepire a tutti la gioia del Natale erano i preparativi per il pranzo, anche nelle famiglie più povere: le pentole che bollivano con il cappone, le donne che si riunivano per preparare insieme i ravioli e predisporre le sette portate “canoniche”, indispensabili perché il pranzo fosse  “il pranzo di Natale”, un unicum in tutto l’anno. Gli uomini invece cercavano il ceppo da mettere nel camino: non la solita legna, ma un ceppo nodoso e grande, che durasse dalla sera fino al ritorno dalla messa di mezzanotte, quando si rientrava a casa intirizziti dal freddo, perché la chiesa non era riscaldata e per molti il tragitto fino a casa era lungo. E a quella messa andavano tutti, anche quelli che durante l’anno non si facevano mai vedere in chiesa: l’umile semplicità del Figlio di Dio, che appariva come il figlio di una coppia di poveri in viaggio, inteneriva anche i cuori più duri.

(brano tratto da Il pane di ieri, Enzo Bianchi, Einaudi 2008)
 

(foto da web)
 

Questa voce è stata pubblicata il 23/12/2009. 10 commenti

Beatrice



Qualche mese fa ho conosciuto una giovane donna, era dolce e determinata, era anche molto bella e amava la Poesia con tutta se stessa, la conosceva e sapeva giocare con le parole, lo faceva così bene da stupire, forse era il dolore a farle da maestro o forse la sua rara sensibilità
.
Poi, ai primi di ottobre, ha dovuto affrontare il viaggio più difficile.
A noi ha lasciato moltissimo, il suo cuore generoso, la sua mente profonda capace di guardare le cose oltre l’apparenza, la sua Poesia. Ci ha lasciato tutto di sé, tutto ciò che lei era.

Questi sono alcuni suoi testi poetici.

 
Il guardiano del mare

(al mio amico Mimmo C.)


Ragazzo
guardiano del mare
e della mia finestra
quando è accesa
e anche no…

nei tuoi occhi
l’azzurro scolora
quando la nave
si allontana
e tu resti lì

ancorato a un punto
che da te si scosta
e non sai più
se è il moto che sorvegli
o viceversa…


Il poco senso della vita

E’ come se la bambina che c’è in me
fosse rimasta da sempre in attesa

[e non per una Barbie mai avuta
e nemmeno un Cicciobello
anche la nutella è arrivata tardi]

Sarà che son cresciuta troppo in fretta
nel mio vestito, la domenica alla messa
sarà che mi hanno detto di pregare
specie quando l’anima e la carne
si dibattono in un letto
ma anche altrove.

“Bussate e vi sarà aperto
chiedete e vi sarà dato”

Sarà che ho visto gente poi morire
un rosario e una preghiera
per altri manco quella
e pugni e sangue sulle porte
chiuse a chiave

le grida di chi voleva rimanere
gli spergiuri delle madri
a seppellire figli in poca terra.

Sarà che se hai fortuna di invecchiare
t’accorgi d’essere da solo
e che il peso del non senso
non lo si può tarare.


Le donne che…

Le donne che si accontentano
sono le donne a cui tutto è stato tolto
il sogno materno, l’ultimo.
Sono le donne che respirano
nascoste dietro a una vetrina,
quelle che rubano gli abbracci
e prestano sorrisi,
sono le madri mancate
le mogli scontate,
di minime attenzioni
e di carezze centellinate.
Sono le donne che piangono composte
che stendono al sole i panni bagnati,
asciugano lacrime sotto la pioggia
e mangiano pane condito e dolore.
Le donne che si accontentano
e che si sono accontentate,
sono le piccole donne  che
ti hanno cresciuto, protetto e difeso;
quanto amore hanno donato
per poi restare sole.


Quei mari

Mi attraversavano
occhi di mandorli secchi
quegli inverni che bastava
uno sguardo a scaldarci le ossa

e i tuoi verdi
erano un mare che moriva
dentro un pugno di sabbia.

Ho navigato così poco
nel grembo dei miei anni
ancora fertili

che non so spiegare di calli
sulle mani custodite dopo
nei giardini d’ombra

il dare asilo al mio nome.

Beatrice Zanini

(dalla silloge Tracce d’infinito, Edizioni Il Foglio 2009)
 
Questa voce è stata pubblicata il 17/12/2009. 27 commenti

Marilena


vecchietta.JPG (200×158)
(Foto da web)

Ti accosti a lei,
 la mia cara vecchia,
da anni non la vedi ormai.

Il tuo viso è vicino al suo,
io mormoro il tuo nome,
cerco nella sua mente
il frammento di un ricordo.

Le parlo piano,
gli occhi brillano
per un istante meno vaghi.

La tua emozione, la mia,
forse la sua.

Un momento di luce,
un ritorno fugace per lei
di anni lontani nel tempo,
nella memoria.  

Piera M. Chessa

(Un ordinato groviglio, Il Filo 2008)


Questa voce è stata pubblicata il 12/12/2009. 10 commenti

Il percorso del verme

di Renzo Montagnoli


(foto da web)

Il vecchio si alzò dalla panchina, appoggiandosi al bastone, e quasi incespicò  contro la radice di un albero che aveva deciso da tempo di avventurarsi nel vialetto. Tirò un moccolo, si pulì la scarpa sul bordo dei pantaloni e nel far questo notò qualche cosa che avanzava a fatica sul terreno riarso dalla lunga siccità.

Si chinò per guardar meglio e vide un verme che cercava disperatamente un po’ di refrigerio. Ormai era pressoché disidratato e si trascinava penosamente verso una pozza d’acqua lasciata dall’irrigazione mattutina.

Il vecchio storse il labbro, alzò il piede e lo abbassò di colpo sul verme; pressò bene fino a quando lo ridusse a una poltiglia incolore.

– Non è che un verme – disse, allontanandosi.

Non fece in tempo a fare una decina di metri che due giovinastri, in cerca di rapidi guadagni, gli si pararono dinnanzi e gli cacciarono un coltello sotto la gola.

– Fuori i soldi, nonno!

Tutto tremante non riuscì nemmeno a trovare il portafoglio e allora i due gli diedero uno spintone, gli misero le mani addosso, trovarono la tasca dei pantaloni con il poco denaro che aveva, glielo strapparono e prima di andarsene lo tempestarono di calci e di pugni.

– Sei un verme! Uno che in tasca ha solo 10 euro non è un uomo, ma un verme – gli urlarono allontanandosi. 

Era già mezzogiorno, ora canonica del pasto, e con il magro bottino decisero di tentare un altro colpo al chiosco dei giardini.

Lì però non trovarono un vecchio, ma un gestore di mezza età e un giovane ben piantato, che riservarono loro un’accoglienza del tutto speciale.

Picchiati, sbeffeggiati, pesti e con i vestiti a brandelli riuscirono a fatica ad allontanarsi, fra le invettive che tormentarono le orecchie già tumefatte.

– Rientrate nelle tane, non siete che dei vermi.

Sistemati i rapinatori, i due decisero di consumare il pasto e si sedettero a un tavolo all’aperto. Pasta precotta, insalatina, salume, birra, insomma niente di particolare, ma un’attrazione irresistibile per chi ha la fame come indissolubile compagna.

Era venuto dall’Africa per trovare un mondo migliore, aveva lasciato la sua casa, i suoi affetti per sperare di separarsi da quella presenza ingombrante che gli occupava uno stomaco fin troppo vuoto, ma trovò che la realtà era diversa e ora si vedeva costretto a mendicare solo per sopravvivere.

Si fece avanti, deglutendo e con la punta della lingua sulle labbra; non disse nulla, ma si mise a fissare i due che si ingozzavano.

– Ne vuoi un po’? – chiese il più giovane.

Annuì con il capo.

Quello si alzò con il panino in bocca, gli si avvicinò e mandò giù tutto in un sol boccone; indi, emise un rutto lancinante, seguito da un significativo “Tiè!”.

Rimase fermo, ma sentiva il sangue che saliva al cervello e quando il giovane gli propose nuovamente di mangiare, alla sua frase – Lecca i piatti, che un po’ di briciole ci sono – reagì in modo incontrollato. Sollevò una sedia e la precipitò unadue, tre volte sulla testa dell’uomo, poi si girò a cercar l’altro, ma questi già correva via come una lepre.

Guardò la sua vittima, esanime, il cranio fracassato, il sangue che già attirava le mosche; si sentì mancare e si trascinò fino al bagno, raggiunse il lavandino, mise la testa sotto l’acqua, poi si guardò nello specchio: un volto tirato, gli occhi spiritati, i capelli grondanti.

Si mise una mano sugli occhi e si disse:Che ho fatto, che ho fatto mai? Sono un verme, nient’altro che un verme.

Quando venne la polizia, si lasciò ammanettare senza opporre resistenza.

Fu portato al carcere e gettato in una cella sudicia.

Inebetito, osservò quello squallore, peggio della sua casa in Africa.

Sul pavimento lurido correvano ragni e scarafaggi, ma in un angolo, vicino alla latrina, su quella che una volta doveva essere una mattonella bianca, scivolava un verme.

 


 

Questa voce è stata pubblicata il 07/12/2009. 18 commenti

Una telefonata


(vacanze-in-sardegna.com)


Siedo sulla sabbia
a pochi passi dal mare,
 intravedo una torre lontano
e all’orizzonte, nitido, il faro.

Il sole, incostante,
viene e va,
alcuni gabbiani volano bassi,
 le onde si allungano sulla spiaggia
chiacchierando piano.

Poi, improvviso uno squillo,
una breve telefonata,
una notizia non voluta
tenuta lontana dalla mente
lungo il corso dei giorni,
mai accettata.

 Sul mare appena mosso
il sole tramonta:
ignora ancora
quanto male l’uomo
possa fare.

P.M.C.

 

Questa voce è stata pubblicata il 02/12/2009. 12 commenti