Archivio | febbraio 2010

Elias Canetti


 

Un brano tratto dal  capitolo “Tappezzerie e libri. Passeggiate lungo il Mersey” 
dal libro

“La lingua salvata”.


Andavo già a scuola da qualche mese, quando accadde una cosa solenne ed eccitante che determinò tutta la mia successiva esistenza. Mio padre mi portò un libro. Mi accompagnò da solo nella stanza sul retro dove dormivamo noi bambini e me lo spiegò. Era The Arabian Nights, Le Mille e una notte in un’edizione adatta alla mia età. Sulla copertina c’era un’illustrazione a colori, se non sbaglio di Aladino con la lampada meravigliosa. Il papà mi parlò in tono molto serio e incoraggiante e mi disse quanto sarebbe stato bello leggere quel libro. Lui stesso mi lesse ad alta voce una storia: altrettanto belle sarebbero state tutte le altre. Dovevo cercare di leggerle da solo e poi la sera raccontargliele. Quando avessi finito quel libro, me ne avrebbe portato un altro. Non me lo feci ripetere due volte e sebbene a scuola avessi appena finito di imparare a leggere, mi gettai subito su quel libro meraviglioso e ogni sera avevo qualcosa da raccontargli. Lui mantenne la promessa, ogni volta c’era un libro nuovo, così che non ho mai dovuto interrompere, neppure per un solo giorno, le mie letture.
   Era una collana di libri per bambini, tutti volumi dello stesso formato quadrato. Si distinguevano solo per la diversa illustrazione a colori in copertina. In tutti i volumi i caratteri erano di uguale grandezza, così che si aveva l’impressione di leggere sempre lo stesso libro. Ma che collana stupenda e impareggiabile! Non ce n’è mai stata un’altra simile. I titoli li ricordo tutti. Dopo Le Mille e una notte vennero le fiabe di Grimm, Robinson Crusoe, i Viaggi di Gulliver, i racconti tratti da Shakespeare, Don Chisciotte, Dante, Guglielmo Tell. Mi domando ora come fosse possibile ridurre il poema di Dante per renderlo adatto ai bambini. Ogni volume aveva parecchie illustrazioni a colori che però non mi piacevano, erano molto più belle le storie, non so nemmeno se oggi sarei in grado di riconoscere quelle figure. Sarebbe facile dimostrare che quasi tutto ciò di cui più tardi si è nutrita la mia esistenza era già contenuto in quei libri, i libri che io lessi per amore di mio padre nel mio settimo anno di vita. Dei personaggi che poi non mi avrebbero più abbandonato mancava soltanto Ulisse.
   Ogni volta che avevo finito un libro, ne discutevo con mio padre e talvolta mi eccitavo a tal segno che lui doveva calmarmi. Non mi disse mai però, come usano fare gli adulti, che le fiabe non sono vere; e di questo gli sono particolarmente grato, forse le considero vere ancora oggi. Mi accorsi ben presto che Robinson Crusoe era diversissimo da Sindbad il Marinaio, ma mai mi venne in mente di considerare quelle storie una meno importante dell’altra. L’Inferno di Dante in verità mi ispirò qualche brutto sogno. Quando udii la mamma che diceva: “Jacques, quello non glielo avresti dovuto dare, è troppo presto per lui”, ebbi paura che papà smettesse di portarmi i libri e imparai a tener nascosti i miei sogni. […].
   Mio padre però non si lasciò affatto fuorviare e dopo Dante tentò con Guglielmo Tell. Fu in quell’occasione che udii per la prima volta la parola “libertà”. Mi disse in proposito qualcosa che ho dimenticato, ma ricordo che aggiunse qualche parola sull’Inghilterra: per questo eravamo venuti a vivere in Inghilterra, perché qui si era liberi. Io sapevo quanto lui amasse l’Inghilterra, mentre il cuore della mamma era rimasto a Vienna. Mio padre si sforzava di imparare sempre meglio la lingua inglese e una volta la settimana veniva in casa un’insegnante a dargli lezione. Notai che pronunciava le frasi inglesi con una intonazione diversa da quando parlava tedesco, quel tedesco che gli era familiare fin dall’infanzia e che quasi sempre usava con la mamma. Talvolta lo udivo mentre ripeteva più volte singole frasi. Le pronunciava lentamente come qualcosa di molto bello, gli davano un grande godimento e le diceva più d’una volta. Con noi bambini ora parlava sempre inglese, e lo spagnolo, che fino ad allora era stata la mia lingua, passò in secondo piano, ormai lo udivo soltanto dagli altri, per lo più dai parenti anziani.
   Il resoconto dei libri che leggevo voleva sentirlo soltanto in inglese, e suppongo di aver fatto rapidi progressi grazie a quelle letture così appassionanti. Papà era molto contento quando raccontavo con scioltezza. Ma ad ogni cosa che diceva lui attribuiva un peso particolare, e infatti rifletteva ben bene prima di parlare per non fare errori e parlava quasi come un libro stampato. Ricordo le ore che passavamo a discutere dei libri come ore solenni, ben diverse da quando il papà veniva a giocare nella stanza dei bambini inventando continuamente nuovi scherzi.
   L’ultimo libro che ricevetti da lui fu un libro su Napoleone. Era scritto dal punto di vista inglese e Napoleone vi compariva come un crudele tiranno che voleva ridurre sotto il proprio giogo tutte le nazioni, e in particolare l’Inghilterra. Stavo ancora leggendo quel libro quando mio padre morì. La mia avversione per Napoleone è rimasta da allora ferma e incrollabile. Avevo già cominciato a raccontargli le mie impressioni riguardanti quella lettura ma non ero ancora molto avanti. Me lo aveva dato subito dopo il Guglielmo Tell, e avendomi fatto quel discorso sulla libertà, il libro voleva essere un piccolo esperimento. Quando, eccitatissimo, cominciai a parlargli di Napoleone, mi disse: “Aspetta, è ancora troppo presto. Vai avanti a leggere. Vedrai, le cose cambieranno molto”. So con sicurezza che Napoleone allora non era ancora imperatore. Forse era una prova, forse voleva vedere come avrei retto agli splendori e alle meraviglie della gloria imperiale. Dopo la sua morte finii di leggere quel libro, e lo rilessi, come tutti i libri che lui mi aveva regalato, moltissime volte. Del potere fino ad allora non avevo quasi avuto occasione di accorgermi. Per la prima volta me ne feci un’idea leggendo quel libro, e non ho mai potuto sentir pronunciare il nome di Napoleone senza collegarlo dentro di me con la morte repentina di mio padre. Per me mio padre è rimasto una vittima di Napoleone, di tutte la più grande, la più atroce.

 (Foto da web)

 

Questa voce è stata pubblicata il 18/02/2010. 4 commenti

Alcune poesie di Cesare Pavese

  
 
Dalla raccolta “Lavorare stanca”

Una generazione

Un ragazzo veniva a giocare nei prati
dove adesso s’allungano i corsi. Trovava nei prati
ragazzotti anche scalzi e saltava di gioia.
Era bello scalzarsi nell’erba con loro.
Una sera di luci lontane echeggiavano spari,
in città, e sopra il vento giungeva pauroso
un clamore interrotto. Tacevano tutti.
Le colline sgranavano punti di luce
sulle coste, avvivati dal vento. La notte
che oscurava finiva per spegnere tutto
e nel sonno duravano solo freschezze di vento.

(Domattina i ragazzi ritornano in giro
e nessuno ricorda il clamore. In prigione 
c’è operai silenziosi e qualcuno è già morto.
Nelle strade han coperto le macchie di sangue.
La città di lontano si sveglia nel sole
e la gente esce fuori. Si guardano in faccia).
I ragazzi pensavano al buio dei prati
e guardavano in faccia le donne. Perfino le donne
non dicevano nulla e lasciavano fare.
I ragazzi pensavano al buio dei prati
dove qualche bambina veniva. Era bello far piangere
le bambine nel buio. Eravamo i ragazzi.
La città ci piaceva di giorno: la sera, tacere
e guardare le luci in distanza e ascoltare i clamori.

Vanno ancora ragazzi a giocare nei prati
dove giungono i corsi. E la notte è la stessa.
A passarci si sente l’odore dell’erba.
In prigione ci sono gli stessi. E ci sono le donne
come allora, che fanno bambini e non dicono nulla.


Dalla raccolta “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”

La casa

L’uomo solo ascolta la voce calma
con lo sguardo socchiuso, quasi un respiro
gli alitasse sul volto, un respiro amico
che risale, incredibile, dal tempo andato.

L’uomo solo ascolta la voce antica
che i suoi padri, nei tempi, hanno udita, chiara
e raccolta, una voce che come il verde
degli stagni e dei colli incupisce a sera.

L’uomo solo conosce una voce d’ombra,
carezzante, che sgorga nei toni calmi
di una polla segreta: la beve intento,
occhi chiusi, e non pare che l’abbia accanto.

E’ la voce che un giorno ha fermato il padre
di suo padre, e ciascuno del sangue morto.
Una voce di donna che suona segreta
sulla soglia di casa, al cadere del buio.


Passerò per Piazza di Spagna

Sarà un cielo chiaro.
S’apriranno le strade
sul colle di pini e di pietra.
Il tumulto delle strade
non muterà quell’aria ferma.
I fiori spruzzati
di colori alle fontane
occhieggeranno come donne
divertite. Le scale
le terrazze le rondini
canteranno nel sole.
S’aprirà quella strada,
le pietre canteranno,
il cuore batterà sussultando
come l’acqua nelle fontane-
sarà questa la voce
che salirà le tue scale.
Le finestre sapranno
l’odore della pietra e dell’aria
mattutina. S’aprirà una porta.
Il tumulto delle strade
sarà il tumulto del cuore
nella luce smarrita.

Sarai tu – ferma e chiara.

(28 marzo ’50)

 

(Cesare Pavese, Poesie, Oscar Mondadori)



Questa voce è stata pubblicata il 09/02/2010. 14 commenti

Il silenzio del bosco

 

 
Siedo su una panca di pietra,
alti alberi intorno.
I loro rami si intrecciano
sopra di me
impedendo quasi
il filtrare della luce.
 
Ombra e pace,
silenzio e raccoglimento.
 
Solo talvolta il sole
fa capolino tra le fronde,
ne illumina le foglie,
le rende trasparenti
donando loro 
una magica inconsistenza.
 
Ascolto il silenzio
e assaporo la pace.
 
Poi, un lieve rumore,
un movimento appena avvertito:
un uccello solitario
dalle tonalità azzurre
vola veloce su un ramo più alto.
 
Questa voce è stata pubblicata il 02/02/2010. 14 commenti