Archivio | marzo 2010

Jolanda Catalano


(foto da web)

Non è la prima volta che accolgo in questo nido la mia amica Jole, eppure ogni volta è un piacere e una gioia, una novità, perché trovo sempre nei suoi versi qualcosa che non conoscevo, che mi era   sfuggito, che non avevo capito appieno.
Iolanda si fa conoscere, dona generosamente il suo mondo interiore, la sua autenticità, ma nello stesso tempo sembra inconsapevolmente ritrarsi.
E forse sta in questa non voluta ritrosia la bellezza, il mistero, la forza delle sue poesie.
 
Io laceravo
 
Io laceravo l'anima a brandelli
e rivestivo il corpo di mimose,
oltre il tempo carpivo gli entusiasmi
per ricomporre in fretta le ferite.
 
Ma questo avvicendarsi di momenti,
quest'alternanza d' ombre in controluce, 
potrà ricondurre mai lo spirito
all'innocenza lieve della pace?
 
 
Radici
 
La voglio cantare
la storia del Sud,
del sole che frusta
le croste annerite
di vecchie ferite
intrise di pianto.
E mio nonno danzava
all'ombra di un mandorlo
e la vigna spandeva
sapore di mosto
nel tacito autunno
che sbiadiva l'estate.
E ancora la sento,
oscillare nel tempo,
la forza ostinata
di chi nulla ormai teme,
di chi tutto ha già visto
e le zolle indurite
rimpiangono braccia
di uomini veri,
testardi macigni
di generazioni.
Ma nel vento si perdono
granelli di polvere
e miserabili, oggi,
le labbra si bagnano
di vino e di sangue
in unica coppa.
E questo sole che secca
le fragili attese,
mi chiedo se un giorno
potrà mai ferire
gli strabici occhi
di chi forte si crede
a calpestare radici
della sua provenienza.
 
 
Questa sera
 
Questa sera non ho voglia di ascoltarmi.
Il vento spazza via i pensieri stanchi
e ciò che resta è polvere di sale,
residui sottomessi alla ragione,
pulviscolo di cenci appesi a un filo
sotto il chiarore incerto di una stella
che scivola e si perde in fondo al mare.
Questa sera che il tempo non raccoglie
tra i ritmi deturpati dall'attesa
già nasce e muore presto come fiore,
come fiammella al vento si dispera.
E il vento non ha cuore questa notte
se già scompiglia a vuoto i miei pensieri,
se già mi perdo ancora nel mio dire
e artigli di carta si fingono le mani.
Questa sera non ho voglia di ascoltare
parole andate che l'eco porta via
tra le incertezze brevi del vissuto
e questo assurdo tedio che mi assale.
 
 
Prima che il tempo
 
Prima che il tempo
mi si stringa addosso
e si disperdano nel vuoto
le illusioni
vorrei dirti che questa vita
ha pure un senso
se l'albero si spoglia
e poi si adombra
e ancora rifiorisce
a Primavera.
“Carpe Diem!”
ma già volano i minuti
oltre l'abisso fitto che percuote
brandelli d'esistenza
al volgere dei giorni
ed è scritta la nostra pagina
sul libro del futuro
impressa già da secoli
la nostra breve impronta.
 
 
Era poesia
 
Era Poesia la cantilena che stanotte
componevo sui fogli della memoria.
Fluiva dolce, senza scomporsi,
come dettata da una voce arcana.
Ma l'ho smarrita nel caos dei pensieri,
nel quotidiano puntuale dell'attesa.
Disincantata trema ora la voce
e il foglio tace e vergine riposa.
Ed ora mi ritorna solo l'eco,
la melodia dolce e vellutata
che dal profondo saliva e si perdeva
nel canto di una notte reinventata.
 
 
Silenzio
 
Ciò che di te rammento
è silenzio.
Silenzio d'emozioni castigate
nella fitta ragnatela
delle tue fobie.
 
Silenzio che frugava le pupille
e mi zittiva in bocca 
la parola.
 
Hai fatto del silenzio 
il tuo linguaggio
e t'ho seguito,
io, bramosa di fonemi,
nella speranza assurda
di un accordo,
di un “la” o di un “si”
che non hai mai intonato.
 
E proprio quando ormai tu mi perdevi,  
nel tuo silenzio
folle di riserve, 
– Non andare – dicesti –  e fu preghiera 
o forse fu il vento dolce della notte
a rimandare l'eco del mio pianto
mentre svanivo dietro a un desiderio. 
 
(Jolanda Catalano –  Alternanze –  Calabria Letteraria Editrice)
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Michele Porsia

E' un giovane scrittore eclettico e determinato, dai numerosi interessi.
E' pittore, scultore, poeta, ama sperimentare e lo fa con cura e passione, i risultati finora ottenuti gli danno ragione.
Si chiama Michele Porsia.  
Le poesie che seguono sono tratte dalla silloge "Sintomi di Alofilia", pubblicata dalla Giulio Perrone Editore.

 

 
 
Sulla scrivania,
un mucchio di fogli.
 
Sono solo 
un gioco di carte.
 
Un solitario
che non esce.
 
*** 
 
I venti erodono la pelle
e scoprono le vene,
i tendini,
il segno delle venature,
la fibra del legno.
 
Si radunano le rughe
come dune sul volto deserto.
 
E mentre mi consumo
mi scopro,
prendo parte all'entropia.
Lascio tracce,
imprimo impronte,
perdo parti.
 
Resto argilla umida
calanco scavato da rivi di sudore,
creta bagnata,
brulla scultura non finita.

 
In aereo
 
Osservo
le alghe bianche delle nuvole,
gli stormi come banchi di pesci,
i mondi sommersi.
 
Sono aereo,
ospite di un cetaceo,
biblica balena in bilico nell'aria.
 
Resto in apnea,
                                                              sguardo  
                     sul cosmo. 
 

*** 
 
Sulla rossa scogliera dei tetti
         la barriera corallina delle antenne  
                                                  riceve l'onda sinuosa 
                                                  del segnale magnetico.
 
       Sul fondale profondo di un terrazzo
                                                 sboccia un anemone,
                                                bianca parabolica.
 

Porto

 
Alcuni istanti passarono nei quali il denso vapore gli uscì di 
bocca in soffi rapidi e continui, che gli ritornavano col vento
                                                                                   in faccia. 

 

Tra breve l'alba.
Ti vedo ancora seduto
dietro un bicchiere
di porto rosso. La mano sinistra
e le labbra appese a spire di fumo.
 
Fasmate o nebbia,
sono labili labirinti
queste parole scambiate
con le sedie bianche. Vuote.
 
 
*** 
 
Vengo da una galassia domestica,
sceso a terra
in una capsula di plastica
atterrata
sulla soglia franca del condominio.
 
Il mio tragitto verticale
è stato la regressione numerica dei piani
e nel traffico fitto della strada,
resto alieno al luogo,
come un omino verde di luce
sull'interlinea delle strisce pedonali.

 
*** 
 
Nella schiena
si compone una colonna verticale.
Si infilano le vertebre
come rocchi di calcare scanalati.
 
Sarebbe meglio rimanere
arroccato
su un ascetico obelisco,
come uno stilita,
o come il punto fermo
sulla i minuscola.
 
Ma per ora preferisco
l'attico di un grattacielo,
un monolocale scomodo,
con vista sul sistema nervoso periferico.
 
 
*** 
 
Permangono scie di silenzio,
nei luoghi che ho già attraversato.
 
Svuoto vani ormai vuoti,
trasloco.
Rimane solo il ricordo
come un' eco lasciata dalla distanza
                                                        nella stanza.
 
 
 
 
Michele Porsia (1982) è nato a Termoli. Cerca l'estraneità e lo sradicamento e, mentre conserva una pietra della sua città nativa, vive a Firenze. 
Selezionato da Andrea Sirotti e da Vittorio Biagini, nel Settembre del 2007 ha preso parte al laboratorio di scrittura di Antonella Anedda e di Gianmario Villalta. In seguito è stata pubblicata Nodo sottile 5 (Le Lettere, 2008) un'antologia che raccoglie dieci giovani voci poetiche. Finalista di alcuni premi nazionali, negli ultimi anni ha partecipato a festival e a rassegne come al Parma Poesia festival 2009. Si occupa di arti visive, di architettura e, soprattutto, di scrittura; spesso si aggira al confine tra le diverse discipline. Collabora con il gruppo musico-teatrale Hanife Ana realizzando cortometraggi. Lo scorso settembre ha partecipato alla Biennale di Skopje dei giovani artisti dell'Europa e del Mediterraneo. Con "Sintomi di Alofilia", sua opera prima, ha vinto il premio "Cose a Parole" indetto dalla Giulio Perrone Editore.
 
Dal volume “Sintomi di Alofilia”

Per non dimenticare un giorno importante: il 1° marzo


Due testi di due carissime amiche, il primo è in prosa, il secondo in versi.
In comune Eleonora e Milvia hanno, tra le altre caratteristiche, lo stesso tipo di sensibilità e lo stesso sguardo aperto sul mondo.
Ecco il loro contributo, sempre notevole.

 
(foto da web)


I miei rumeni

Sono andati via.
Hanno abitato l’attico che sovrasta il mio appartamento per poco più di un anno. Ricordo quando erano appena arrivati con le loro povere cose, valigie gonfie e malandate, pacchi confezionati alla meglio, buste di plastica provate da un lungo viaggio.
Accolti dai condomini con sospetto e forzata sopportazione. In nome dei tempi che cambiano, qualcuno diceva:
– Speriamo che si comportino bene! Altrimenti…!
Già tutti pronti a far capire ai “nuovi” che le regole vanno rispettate, anzi, che qualcuno deve rispettarle di più.
I Rumeni cominciarono la loro avventura muovendosi con circospezione, ridotti alla condizione di piccole formiche esploratrici, su un terreno che avvertivano impervio e pericoloso.
Salutavano sempre con rispetto, cedevano il passo all’ascensore, trattenevano aperto il pesante cancello quando scorgevano un condomino in arrivo: piccole accortezze che hanno a che fare con le norme della buona educazione ma che loro sentivano l’obbligo di osservare a differenza degli altri, i padroni di casa, cui era concessa qualche piccola o grande scortesia che non avrebbe avuto conseguenza alcuna.
Un giorno diedero una grande festa, con canti, suoni e balli in stile rumeno, nel mio appartamento sembrava essersi scatenato l’inferno!
Salii al piano di sopra determinata a chiedere, in nome della civile convivenza, di contenere la loro allegria… Non ero arrabbiata, ma stupita e allarmata, ero certa che qualcuno si sarebbe risentito e volevo battere gli altri sul tempo.
Mi accolsero con vera gioia:
– Entra! Entra! – mi dissero –  Stiamo festeggiando per ingresso Romania in Europa!
Avevano gli occhi neri e lucenti, grandi e piccini.
Vollero farmi assaggiare i loro dolci (squisiti) e i loro cibi piccanti.
Poi la padrona di casa mi presentò parenti ed amici ed ognuno pareva ansioso di raccontarmi la sua storia.
Ognuno a modo suo chiese scusa per il disturbo arrecato, le donne si tolsero repentinamente le scarpe promettendo balli silenziosi…
Così ho conosciuto Kaljia e i suoi tre figli musicisti, venuti in Italia per lavorare e sfuggire alla miseria di un paese che non offre prospettive.
Col tempo io e Kaljia  siamo diventate amiche. Lei lavorava duramente dal mattino alla sera, i figli soprattutto la sera, di giorno si esercitavano a trarre nostalgiche melodie o allegre ballate  dai loro strumenti.
In uno dei nostri momenti di confidenza, non molto tempo fa, a seguito di episodi di violenza che avevano coinvolto suoi connazionali, Kaljia mi ha detto di essere molto preoccupata perché vedeva in pericolo il suo posto di lavoro.
– Ora Italiani pensano che noi Rumeni siamo tutti delinquenti… Non è giusto!
Più tardi mi confidò che avrebbe dovuto cambiare casa. Il proprietario dell’appartamento le aveva, da un giorno all’altro, aumentato l’affitto di trecento euro… Un modo come un altro per costringerla ad andare via.
Ci siamo salutati, io e i miei Rumeni, con le lacrime agli occhi e poche parole.
Le ultime parole di Kaljia sono state:
–  Io sempre prego per tutti voi… Dio ci ama e ci protegge, per Lui siamo come figli… tutti uguali!

Eleonora Bernardi

****

 

Badanti

Stanno sedute sul prato a chiacchierare
frasi interrotte da risate leggere.
Libere per un giorno 
da quella lingua che non è la loro, 
da quel lavoro per cui non c’era scelta
dalle giornate passate a raccattare
pensieri sparsi di menti confuse.
Le chiamano badanti, qui in Italia,
sono moldave e russe ed ucraìne
sono il supporto di tante famiglie,
pagate poco e spesso disprezzate.
I loro figli crescono lontani,
i loro vecchi muoiono da soli
hanno lauree e diplomi in un cassetto
che più non apriranno nella vita.

Ma è domenica, oggi, oggi è un giorno di festa
e hanno gli occhi più grandi, le badanti
e sono solo donne spensierate 
sedute lì sul prato a chiacchierare.

Milvia Comastri

8 marzo, "festa" delle donne

 

  
(foto da web)


A tutte le donne che hanno deciso di vivere la propria vita con intelligenza, spessore, coraggio e umanità.
A quelle che in nome di questi valori hanno conosciuto la sofferenza e talvolta la morte.


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Un'analisi lucida ed equilibrata del proprio paese e del proprio tempo, fatta con passione da una donna coraggiosa e determinata. 


Benazir Bhutto

“Ho parlato di un secolo e mezzo di esperimenti e di pratica della democrazia nel mondo islamico. E' stato piuttosto complesso e faticoso individuare modelli di comportamento che possano spiegare lo sviluppo – o più spesso la mancanza di sviluppo – di istituzioni, procedimenti e governi democratici in nazioni a maggioranza musulmana. Si tratta senza dubbio di un miscuglio di balzi e arresti improvvisi, passi in avanti e passi indietro, occasioni mancate e strade non prese. Non c'è nulla, in questo resoconto storico, che confermi l'idea che i valori islamici e l'esperienza democratica siano mutuamente esclusivi. Nelle giuste condizioni, con il giusto sostegno e con il tempo necessario, abbiamo visto lo sviluppo di significative infrastrutture e istituzioni democratiche nella maggior parte dei paesi musulmani. Ma queste giuste condizioni sono state troppo rare, e il sostegno esterno è stato molto scarso, e molto tardivo – spesso troppo tardivo per proteggere democrazie giovani e in via di formazione dalla destabilizzazione delle forze regressive presenti all'interno delle loro stesse società.
   E' stato proprio per questa ragione che io ho proposto, nel mio discorso di laurea a Harvard nel 1989, la creazione di un'Associazione degli stati democratici. Questa idea, che si è sviluppata nella Comunità delle nazioni democratiche, si propone di sostenere e di difendere le nuove, vulnerabili democrazie da ciò che, al loro interno o all'esterno, minaccia lo sviluppo delle infrastrutture democratiche. Questa Comunità ha bisogno di rafforzarsi.
   Pochi potrebbero sostenere che l'esperienza coloniale non ha avuto conseguenze fatali sullo sviluppo delle pratiche democratiche – elezioni e governo – in tutto il mondo musulmano. Le potenze coloniali come la Gran Bretagna, la Francia, il Portogallo e l'Olanda hanno messo raramente in pratica ciò che predicavano nelle colonie da loro governate. Per definizione, colonialismo e imperialismo sono in antitesi ai valori della democrazia e della libertà. Il colonialismo si basa sul soggiogamento. I paesi che si sono sviluppati in base a costituzioni democratiche, partiti politici in competizione fra loro, elezioni fortemente combattute, mezzi di informazione aperti e liberi, magistratura indipendente, ONG autonome e importanti, adesione alle norme e ai procedimenti parlamentari, separazione fra i poteri e difesa costituzionale delle minoranze e dei diritti umani, chiaramente non hanno applicato questi valori democratici alle colonie da loro occupate e sfruttate. 
   Al contrario, mentre drenavano alle colonie risorse naturali e umane, i paesi occidentali hanno fatto pochi sforzi per inculcare i valori democratici che avrebbero potuto costituire le infrastrutture per un'indipendenza democratica. Anzi, appare chiaramente che le potenze coloniali non si sono limitate a non diffondere i valori democratici, ma hanno avuto timore che, diffondendosi, le regole democratiche favorissero direttamente i movimenti nazionalisti e le richieste di indipendenza. Le nazioni che dipendevano economicamente dalle risorse delle colonie pensavano di non potersi permettere il rischio e le conseguenze derivanti dall'incoraggiare la democrazia nelle loro colonie.
   Questo non spiega e non giustifica le responsabilità all'interno delle società a maggioranza islamica per non aver ascoltato le aspirazioni democratiche e non avere adattato le istituzioni democratiche ai loro valori. Un bambino che non viene curato adeguatamente ed è allevato da genitori violenti, a un certo punto della sua vita, deve assumersi responsabilità da adulto per le sue azioni future. Non è nell'interesse di nessuno dare tutte le colpe e le responsabilità per la mancanza di sviluppi democratici nel mondo islamico al colonialismo o alla politica delle superpotenze durante la guerra fredda. Tutto questo ha contribuito al problema? Sicuramente sì. E' stata l'unica causa  dell'atrofia democratica all'interno delle società islamiche? Senza dubbio no. […].
E anche se l'Occidente ha una significativa responsabilità per il mancato sviluppo democratico nel mondo islamico, oltre un certo punto la responsabilità è nostra. Se la democrazia deve diffondersi fra il miliardo di musulmani del pianeta, è necessario che la nostra gente si muova e prenda posizione contro le forze dell'estremismo, del fanatismo e dell'autoritarismo, all'interno delle nostre società.
   […].
   E' la fame che genera estremismo. E' la disperazione che genera estremismo. E' la mancanza di futuro che genera estremismo. Sono le opportunità che fanno fiorire la democrazia. Un governo che risponde ai bisogni umani del suo popolo gode del beneficio del dubbio. Un governo che riesce ad affrontare i bisogni quotidiani e le preoccupazioni del suo popolo avrà il sostegno politico necessario e il tempo per sviluppare strutture democratiche. Le persone deprivate sono impazienti e questa impazienza spinge spesso al radicalismo. I paesi a maggioranza musulmana possono giovarsi enormemente dell'aiuto dell'Occidente per fare i necessari progressi sociali ed economici che sosterranno lo sviluppo politico, anche se in fondo la responsabilità è degli stessi paesi islamici.
   Queste sono alcune delle lezioni fondamentali che possiamo trarre esaminando lo stato della democrazia nel mondo islamico nel corso della storia e oggi.”

Benazir Bhutto

da “riconciliazione
l'Islam, la democrazia, l'Occidente”

Traduzione di 
A. Cristofori, L. Matteoli, A. Silvestri

Bompiani

L'amara ironia di Wislawa Szymborska


Un ricordo

Stavamo chiacchierando,

siamo ammutoliti d'improvviso.
Sulla terrazza appare una ragazza,
Ah, bella,
troppo bella
per il nostro tranquillo soggiorno.

Basia ha sbirciato in preda al panico il marito.
Krystyna ha posato d'istinto la sua mano
su quella di Zbyszek.
Io ho pensato: ti telefonerò, 
ti dirò – non venire ancora,
è prevista pioggia per qualche giorno.

Solo Agnieszka, una vedova,
ha accolto la bella con un sorriso.


ABC

Ormai non saprò più
cosa di me pensasse A.
Se B. fino all'ultimo non mi abbia perdonato.
Perché C. fingesse che fosse tutto a posto.
Che parte avesse D. nel silenzio di E.
Cosa si aspettasse F., sempre che si aspettasse qualcosa.
Perché G. facesse finta, benché sapesse bene.
Cosa avesse da nascondere H.
Cosa volesse aggiungere I.
Se il fatto che io ero lì accanto
avesse un qualunque significato
per J. per K. e il restante alfabeto.

Incidente stradale

Ancora non sanno
cos'è successo
mezz'ora fa, là sulla strada.

Sui loro orologi
l'ora è quella che è,
pomeridiana, infrasettimanale, autunnale.

Qualcuno scola la pasta.
Qualcuno rastrella foglie nel giardino.
I bambini corrono strillando intorno al tavolo.
Il gatto si degna di farsi carezzare.
Qualcuno piange – 
come capita davanti alla TV
quando il perfido Diego tradisce Juanita.
Si sente bussare – 
non è niente, la vicina che rende una padella.
Dal fondo dell'appartamento il trillo del telefono –
stavolta solo per quell'annuncio.

Se qualcuno stesse alla finestra
e guardasse il cielo,
potrebbe già scorgere le nuvole
che il vento ha portato dal luogo dell'incidente.
In effetti lacere e sparpagliate,
ma per loro questo è all'ordine del giorno.

Esempio


Una bufera
di notte ha strappato tutte le foglie dell'albero
tranne una fogliolina,
lasciata
a dondolarsi in un a solo sul ramo nudo.

Con questo esempio
la Violenza dimostra
che certo – 
a volte le piace scherzare un po'.


Ella in cielo

Pregava Dio,
pregava con fervore
perché facesse di lei
una felice ragazza bianca.
E se ormai è tardi  per tali cambiamenti,
allora, Signore Iddio, guarda quanto peso
e toglimene almeno la metà.
Ma Dio, benevolo, disse: No.
Le posò soltanto la mano sul cuore,
le guardò in gola, le carezzò il capo.
E quando tutto sarà compiuto – aggiunse – 
mi allieterai venendo a me,
mia nera gioia, tronco colmo di canto.

“La gioia di scrivere". 
Tutte le poesie (1945 – 2009)
Adelphi Edizioni

(Foto da web)