Fabrizio Centofanti

 
 

(foto da web)
 
Un racconto particolare, speciale, questo, come lo sono del resto gli altri diciotto che costituiscono il libro “Guida pratica all'eternità”.
Ho letto diverse volte queste storie, eppure spesso mi ritrovo a pensare:” Ma questo passaggio mi era sfuggito, questa frase ha forse un altro significato!” C'è tanto in questo libro: spessore, intelligenza, bontà, ma anche uno sguardo lucido, oggettivo, e nessuna concessione al sentimentalismo, nessuna esternazione delle proprie sensazioni, tutto è misurato, gli stati d'animo tenuti sotto controllo.
Anche lo stile, così essenziale, le parole, solo quelle necessarie, ma così fondamentali ed indovinate da permettere a noi lettori di “entrare” nelle storie raccontate, nei cuori dei protagonisti, da permetterci di conoscere, almeno un poco, il “regista” di queste storie, un autore che i suoi protagonisti, veri o immaginari, li ha amati profondamente.
E quest'affetto, questo desiderio di capire e condividere le loro vite lo si percepisce in ogni pagina del libro.
 
 
Vulcani
 
Turi era un ragazzo esile, ma con un sacco di idee. Nella vita avrebbe fatto qualcosa di grande, come l'Etna, che torreggiava sulle strade del suo paesone. La montagna lo ispirava: si sentiva nelle viscere la stessa potenza, che poteva fare di lui un uomo fortunato, uno di quei ricchi con il Rolex d'oro che aveva visto nelle pagine dei giornali per femmine letti e riletti dalla madre e la sorella.
   Passava le giornate a pensare al futuro: gli stavano stretti i banchi della scuola e anche i giochi con quei babbazzi dei suoi coetanei. Lui guardava i grandi, non quelli del paese: quelli visti in tivù, che entravano in banca, o avevano una segretaria, o dettavano legge nei cantieri.
   Man mano che cresceva, lavorando tanto e lavorando bene, si accorse di avere un dono naturale: quello di rimettere in piedi le imprese agonizzanti: le portava in alto in poco tempo, dopo di che mollava tutto e ripartiva con un nuovo moribondo.
   La sua vita era una corsa. Aveva un amore sviscerato per le auto di lusso. Si sentiva inebriato quando accarezzava il volante di una Ferrari o di una Jaguar, ma non per esibizionismo da strapazzo; lui non era come i compaesani arricchiti che strombazzavano il clacson esibendo benessere e dentiere. Doveva solo dimostrare a se stesso che il ragazzo con un sacco di idee aveva davvero la potenza del vulcano. Entrò nel mondo del cinema. Tutto quello che toccava diventava oro.
   Più lo conoscevo, Turi, più la sua esistenza mi sembrava l'opposto della mia. Anche la mia vita bruciava ogni energia con la potenza del vulcano, ma in un moto verso il basso, verso il fondo, alle radici. I miei sogni erano altri, facevano un percorso inverso, invisibile al mondo; non sapevo che avrei fatto la scelta di entrare in seminario, ma il mio desiderio aveva la stessa intensità di Turi, eravamo due vulcani contrapposti, lui con i lapilli lanciati verso il cielo, io con la lava che scendeva a valle con una marcia altrettanto irresistibile.
   Turi era diabetico, ma cucinava da dio. La sua pasta alla Norma, con le melanzane siciliane, non aveva uguali. Alla faccia del diabete, non disdegnava nemmeno la granita e la brioche delle dieci del mattino. Ma era il pesce spada il suo capolavoro: nessuno ne conosceva il segreto, e il piatto gli usciva dalle mani come per miracolo.
   A Taormina veniva incontro a me e don Mario in costume da bagno e ciabattine, col suo passo pesante e ondulatorio, la pancetta e gli occhiali da sole: sembrava un cineasta americano di quelli che mettono in mostra sui giornali, con il Rolex d'oro al polso.
   Turi diceva che i preti erano egoisti, mentre lui rischiava tutto mettendo in gioco quello che aveva accumulato. “E perché, noi?”, volevo dirgli. Ma a Turi, su questo punto, era inutile rispondere, stava già parlando d'altro.
   A Roma si era fatto costruire una casa da uno degli architetti italiani più famosi: era in collina, e forse voleva riprodurre un sogno di potenza lavica e lapillica, un simbolo di vita che si espande, e non, diceva lui, come la vita dei preti che si conserva e preserva – e io volevo dirgli: “La nostra?”, perché già m'identificavo con don Mario – ma lui parlava d'altro.
   Ne aveva fatta di strada, Turi. Ora correva sulla Taormina-Messina con la sua Jaguar fiammante che divorava i chilometri come Scilla e Cariddi i marinai. Curva dopo curva inseguiva il suo sogno di ragazzo esile con un sacco di idee, anche adesso che pesava cento chili e con gli occhiali da sole sembrava un cineasta americano.
   Fu del tutto imprevisto il meccanismo inceppato del volante, l'imprecazione gli uscì naturalmente, come un sussulto del vulcano, e l'ultima immagine, prima dello schianto, fu quella della sua montagna. Rimase riverso sul volante, come un eroe morto in battaglia.
   L'ambulanza arrivò dopo mezz'ora; nessuno ritrovò il suo Rolex d'oro, l'ultimo dono di una vita da grandi, vissuta sull'orlo del cratere.
 
(Fabrizio Centofanti, Guida pratica all'eternità – Racconti fra cielo e terra,
Effatà Editrice)
    
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10 thoughts on “Fabrizio Centofanti

  1. Una letteratura pulita, scorrevole come acqua sorgiva, un piacere di lettura …e poi la morale sottesa. Come sempre sono pezzi di valore quelli che proponi, grazie Piera.Un caro saluto.frantzisca

  2. Grazie Francesca. Il libro di cui parlo è un libro "forte", di sofferenza, di solitudine, ma anche di speranza, un libro che a me ha fatto bene in diversi momenti.Ciao, un abbraccio. Piera

  3. Grazie Cristina. Diciannove storie che comprendono altre micro-storie, ogni personaggio, anche il più secondario, vive di vita propria, ha qualcosa da dare e da insegnare, a dispetto dei tanti fallimenti. Come dire che nessuno è inutile in questo mondo assurdo. Ciao, buona giornata. Piera

  4. Carissima, i racconti di Fabrizio Centofanti sono davvero speciali. Anche a me fanno il tuo stesso effetto, ogni volta che li rileggi scopri qualcosa che ti era sfuggito…In realtà sono piccoli capolavori che portano il pensiero a viaggiare "fra cielo e terra", un viaggio di cui tutti abbiamo bisogno!Grazie per la proposta. Un abbraccio a te e Fabry. ele

  5. …portano il pensiero a viaggiare "fra cielo e terra"…  E' vero, ti "costringono pacatamente" a porti il problema del tuo essere al mondo, del senso della vita e della morte, ti spingono a chiederti il perché della incredibile sofferenza di cui tutti siamo protagonisti o spaventati testimoni.Quante domande ci poniamo cercando almeno risposte parziali!Ciao, Ele cara, a presto. Piera

  6. Piera carissima,avevo già letto i racconti di Fabrizio che, in verità, si distinguono per una superba eleganza stilistica che, in qualche modo, mitiga il dolore, spesso disumano, del tessuto narrativo. grazie per avermeli ricordati.ti abbraccio fortejolanda

  7. Hai ragione Jolanda, c'è tanta sofferenza nei racconti di Fabrizio, ma il suo stile, la sua bravura, il suo rispetto per le vite degli altri, alle quali si accosta con discrezione e sensibilità, fanno sì che effettivamente il dolore dei suoi protagonisti sembri più leggero, quasi più sopportabile.Ti ringrazio molto per questo commento. Piera

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