Scendo. Buon proseguimento


Dall'Introduzione di Vito Mancuso all'ultimo libro di Cesarina Vighy
“Scendo. Buon proseguimento” – Fazi Editore

 
   […]. L'umorismo, dice Cesarina Vighy, è “la cosa più necessaria”. Già nel suo romanzo aveva scritto che i nostri sensi sono ben più numerosi dei classici cinque, perché “il senso che mi è più utile ora, anzi necessario, sfugge alla classica catalogazione. E' una fortuna che l'abbia, tutto intero e magari un po' cattivo. E' il senso dell'umorismo”. […]
 
   L'umorismo consente a Cesarina Vighy di non cadere nella tetra psicologia del malato, ma di diffondere sempre con la sua scrittura una certa leggerezza spirituale. Non a caso nelle sue pagine si trovano frequenti annotazioni sul cielo, simbolo di libertà e di purezza:”All'imbrunire il cielo era di quel turchino che fa risaltare così bene, nei quadri di Magritte, le sagome nere degli alberi. Adesso è a pecorelle, ma sempre bello… Quando ho voglia di passeggiare e di vedere il mondo, mi affaccio alla finestra e respiro: il cielo di quel turchino è un regalo prezioso”. Sono osservazioni già presenti nel suo romanzo:” Guardo attraverso la finestra il pezzetto di mondo che mi spetta e, nonostante tutto, lo trovo bello”. La malattia non le impedisce di vedere la bellezza del mondo e di goderne, perché è libera dall'immaturità psicologica di chi, stando male, non vede altro che male e desidera che tutti stiano male. Lei ne è consapevole:”So bene che fatica si faccia a stare coi malati, sempre lagnosi o aggressivi”, lagna o aggressività che non sono altro che le due versioni possibili dell'unica energia negativa che si desidera riversare sugli altri. Lei, al contrario, dice alla figlia: ”Raccontami un centesimo di quello che hai visto, sentito, fatto. Solo cose buffe, però. Alle lagne ci penso io”, anche se in realtà lei di lagne ne produce ben poche. La leggerezza verso se stessa produce la signorilità di chi non si lamenta ossessivamente dei propri malanni, anche quando li descrive con accuratezza, nel proposito di contribuire a che gli altri sentano e afferrino la bellezza della vita.
 
   […]. Nelle pagine di Cesarina Vighy, nonostante i segni della malattia si facciano sempre più evidenti, si respira al contrario l'aria pulita di una grande libertà spirituale verso di sé, una delle più alte realizzazioni di quell'essere “poveri in spirito” lodato dalle beatitudini evangeliche, che, ovviamente, non rimanda a persone prive di spiritualità e di ricchezza interiore, ma a chi sa utilizzare la sua interiorità per l'apertura verso gli altri e non per attrarli egoisticamente verso di sé, schiacciandoli sul proprio ego.
 
   […]. Le pagine di Cesarina Vighy testimoniano quanto l'offerta religiosa tradizionale risulti spesso inadeguata rispetto alla spiritualità di cui ha bisogno il nostro mondo. Talora anzi la religione arriva addirittura a suscitare l'effetto contrario, un vero e proprio sentimento di negazione e di rabbia verso ogni discorso riguardante la dimensione spirituale.
   “Il rullo compressore di Santa Madre Chiesa coi suoi echi controriformistici, le cerimonie tra il fastoso e il lugubre, le devozioni con la nonna, la negazione della modernità”, tutto questo, descritto con lucidità e ironia dall'autrice, sta finendo, forse è già finito. Il risultato però, ben lungi dal condurre al radioso sol dell'avvenir, lo descrive la stessa autrice: “Noi oggi desertifichiamo la nostra anima”.
 
   Nello scritto intitolato Malattia e scrittura l'autrice ci offre quasi la descrizione in diretta dell'epifania dello spirito: “La scrittura ha realmente un effetto lenitivo sul corpo: la testa si fa lucida, si dimenticano in buona parte i dolori fisici nella concentrazione su quello che si va man mano scrivendo. A me la memoria fa uno scherzo strano:io, che ormai dimentico i nomi più consueti, quando scrivo ho, senza sforzo, una larga scelta di aggettivi, sinonimi ecc.; del resto, la scrittura obbedisce a una specie di automatismo, è come se scrivesse un altro. Chi? Gli antichi lo identificavano nella Musa e perciò ne invocavano l'ausilio, l'assistenza, l'opera”.
   Queste parole a mio avviso attestano la partecipazione della psiche alla dimensione dello spirito, che forse a questo punto si potrebbe anche scrivere Spirito […]. Chiunque ha provato questo stato sa a che cosa mi riferisco. Mi riferisco a quel senso di passività che l'autore sente quando giungono in lui pensieri e ispirazioni come da un'altra dimensione, la quale tuttavia è a lui personalissima, perché esprime la sua più alta e singolare personalità. Si ha proprio il medesimo movimento della genuina religiosità, quello che percepisce di essere al cospetto di qualcosa di più grande di sé, con cui, tuttavia, il proprio sé si identifica.
   Senza questa identificazione con qualcosa di più grande, l'autocoscienza può essere una prigione, come quando Cesarina Vighy scrive nel suo romanzo della “insopportabile coscienza di me”, o della testa che “mi brulica come fosse piena di vermi”. Ma se invece si approda alla dimensione dello Spirito, quella medesima autocoscienza che fa brulicare insopportabilmente la testa rende possibile “l'unica ricchezza godibile persino oggi: la curiosità, l'amore per i poeti, i narratori, la bellezza”.
   Eccoci, come sempre, all'antinomia: proprio ciò che ci fa soffrire di una sofferenza che la vita animale non conosce è ciò che ci permette in qualche modo di continuare a godere della vita e di stare ritti con dignità, nonostante una situazione “fatta di medicine, di piedi strascicati a fatica, di labbra che non sanno più articolare una frase, di fazzolettini premuti sulla bocca alla Mimì per non far capire che la saliva sta colando”. Proprio da una vita che si descrive così, ci giungono alcuni dei raggi più intensi e penetranti per aiutarci a comprendere, e forse a diradare almeno un po', il groviglio dell'esistenza.
Dall'Introduzione di Vito Mancuso all'ultimo libro di Cesarina Vighy “Scendo. Buon proseguimento” – Fazi Editore
 
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   L'umorismo, dice Cesarina Vighy, è “la cosa più necessaria”. Già nel suo romanzo aveva scritto che i nostri sensi sono ben più numerosi dei classici cinque, perché “il senso che mi è più utile ora, anzi necessario, sfugge alla classica catalogazione. E' una fortuna che l'abbia, tutto intero e magari un po' cattivo. E' il senso dell'umorismo”. 
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   L'umorismo consente a Cesarina Vighy di non cadere nella tetra psicologia del malato, ma di diffondere sempre con la sua scrittura una certa leggerezza spirituale. Non a caso nelle sue pagine si trovano frequenti annotazioni sul cielo, simbolo di libertà e di purezza:”All'imbrunire il cielo era di quel turchino che fa risaltare così bene, nei quadri di Magritte, le sagome nere degli alberi. Adesso è a pecorelle, ma sempre bello… Quando ho voglia di passeggiare e di vedere il mondo, mi affaccio alla finestra e respiro: il cielo di quel turchino è un regalo prezioso”. Sono osservazioni già presenti nel suo romanzo:” Guardo attraverso la finestra il pezzetto di mondo che mi spetta e, nonostante tutto, lo trovo bello”. La malattia non le impedisce di vedere la bellezza del mondo e di goderne, perché è libera dall'immaturità psicologica di chi, stando male, non vede altro che male e desidera che tutti stiano male. Lei ne è consapevole:”So bene che fatica si faccia a stare coi malati, sempre lagnosi o aggressivi”, lagna o aggressività che non sono altro che le due versioni possibili dell'unica energia negativa che si desidera riversare sugli altri. Lei, al contrario, dice alla figlia: ”Raccontami un centesimo di quello che hai visto, sentito, fatto. Solo cose buffe, però. Alle lagne ci penso io”, anche se in realtà lei di lagne ne produce ben poche. La leggerezza verso se stessa produce la signorilità di chi non si lamenta ossessivamente dei propri malanni, anche quando li descrive con accuratezza, nel proposito di contribuire a che gli altri sentano e afferrino la bellezza della vita.
   […]. Nelle pagine di Cesarina Vighy, nonostante i segni della malattia si facciano sempre più evidenti, si respira al contrario l'aria pulita di una grande libertà spirituale verso di sé, una delle più alte realizzazioni di quell'essere “poveri in spirito” lodato dalle beatitudini evangeliche, che, ovviamente, non rimanda a persone prive di spiritualità e di ricchezza interiore, ma a chi sa utilizzare la sua interiorità per l'apertura verso gli altri e non per attrarli egoisticamente verso di sé, schiacciandoli sul proprio ego.
 
   […].
   Le pagine di Cesarina Vighy testimoniano quanto l'offerta religiosa tradizionale risulti spesso inadeguata rispetto alla spiritualità di cui ha bisogno il nostro mondo. Talora anzi la religione arriva addirittura a suscitare l'effetto contrario, un vero e proprio sentimento di negazione e di rabbia verso ogni discorso riguardante la dimensione spirituale.
   “Il rullo compressore di Santa Madre Chiesa coi suoi echi controriformistici, le cerimonie tra il fastoso e il lugubre, le devozioni con la nonna, la negazione della modernità”, tutto questo, descritto con lucidità e ironia dall'autrice, sta finendo, forse è già finito. Il risultato però, ben lungi dal condurre al radioso sol dell'avvenir, lo descrive la stessa autrice: “Noi oggi desertifichiamo la nostra anima”.
 
   Nello scritto intitolato Malattia e scrittura l'autrice ci offre quasi la descrizione in diretta dell'epifania dello spirito: “La scrittura ha realmente un effetto lenitivo sul corpo: la testa si fa lucida, si dimenticano in buona parte i dolori fisici nella concentrazione su quello che si va man mano scrivendo. A me la memoria fa uno scherzo strano:io, che ormai dimentico i nomi più consueti, quando scrivo ho, senza sforzo, una larga scelta di aggettivi, sinonimi ecc.; del resto, la scrittura obbedisce a una specie di automatismo, è come se scrivesse un altro. Chi? Gli antichi lo identificavano nella Musa e perciò ne invocavano l'ausilio, l'assistenza, l'opera”.
   Queste parole a mio avviso attestano la partecipazione della psiche alla dimensione dello spirito, che forse a questo punto si potrebbe anche scrivere Spirito, […]. Chiunque ha provato questo stato sa a che cosa mi riferisco. Mi riferisco a quel senso di passività che l'autore sente quando giungono in lui pensieri e ispirazioni come da un'altra dimensione, la quale tuttavia è a lui personalissima, perché esprime la sua più alta e singolare personalità. Si ha proprio il medesimo movimento della genuina religiosità, quello che percepisce di essere al cospetto di qualcosa di più grande di sé, con cui, tuttavia, il proprio sé si identifica.
   Senza questa identificazione con qualcosa di più grande, l'autocoscienza può essere una prigione, come quando Cesarina Vighy scrive nel suo romanzo della “insopportabile coscienza di me”, o della testa che “mi brulica come fosse piena di vermi”. Ma se invece si approda alla dimensione dello Spirito, quella medesima autocoscienza che fa brulicare insopportabilmente la testa rende possibile “l'unica ricchezza godibile persino oggi: la curiosità, l'amore per i poeti, i narratori, la bellezza”.
   Eccoci, come sempre, all'antinomia: proprio ciò che ci fa soffrire di una sofferenza che la vita animale non conosce è ciò che ci permette in qualche modo di continuare a godere della vita e di stare ritti con dignità, nonostante una situazione “fatta di medicine, di piedi strascicati a fatica, di labbra che non sanno più articolare una frase, di fazzolettini premuti sulla bocca alla Mimì per non far capire che la saliva sta colando”. Proprio da una vita che si descrive così, ci giungono alcuni dei raggi più intensi e penetranti per aiutarci a comprendere, e forse a diradare almeno un po', il groviglio dell'esistenza.

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2 thoughts on “Scendo. Buon proseguimento

  1. Che meraviglia e quante cose vere sono scritte in questo post. Cesarina ha captato segreti che vengono sussurrati agli inermi. Debbo poi confessare che anch'io, quando scrivo o dipingo o comunque creo, mi sento come se attingessi ad una fonte inesauribile e acchiappassi  l'ispirazione con un retino da farfalle: qualcosa ci resta impigliato anche se il più ed il meglio scivola via incontenibile alla formulazione del pensiero umano. E fai bene tu a chiamarlo Spirito, con lettera maiuscola. Da anni e anni ho capito questa cosa: la poesia è lo Spirito Santo del Padre e del Figlio. Sono cattolica, no bigotta. I formalismi e i riti funerei non mi piacciono, invece il mio cattolicesimo consiste nel vivere lieta, cosciente, ma felice. E questa è una grande ricchezza. Poi possiamo chiamarlo Spirito Santo o Grande Madre o anima universale o muse o quello che vogliamo, è una ricchezza comune e disponibile.Anch'io sono ammalata, magari non come Cesarina, in un altro modo meno eclatante, per esperienza so quanto la debolezza fisica ed esteriore sia compensata dall'interiorità, che è più concreta di una pagnottella bene imbottita da addentare quando viene la fame.

  2. Ciao Mimma, ti ringrazio molto per questo tuo commento così umano e profondo. Devo specificare una cosa: non sono io a chiamarlo Spirito, con la esse maiuscola appunto, non è assolutamente niente di mio, sia il termine che il concetto appartengono all'autore di questa prefazione, cioè a Vito Mancuso, un bravissimo teologo che apprezzo molto. Io ho solo riportato una parte della sua introduzione al libro di C. Vighy.Tornando al tuo bel commento, non so che dire davanti alla tua fede così intensa, io cerco in modo molto maldestro di mettere un po' d'ordine dentro di me, sono certa comunque che esista un'Etica, che esistano dei Valori profondissimi, a prescindere dalle varie fedi.Mi piacerebbe approfondire ancora questo interessante argomento, ma vedo che il commento sta diventando piuttosto lungo.Grazie, Mimma, a presto.  Piera  

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