Archivio | agosto 2010

Un arrivederci


 

Vado in vacanza, le "mie" montagne mi aspettano, mi chiamano.
Il rientro ai primi di settembre. Una buona estate (estate?) a tutti gli amici.
A presto. Piera

 

 

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Dal saggio La vita autentica di Vito Mancuso – 2009 Raffaello Cortina Editore

 

Dal capitolo intitolato “L'autenticità”.
 

11. La trappola, e la menzogna come evasione

 

Ben più che con affermazioni sugli oggetti, l'autenticità che riguarda il vivere umano ha a che fare con affermazioni sullo stato della propria esistenza. Non si tratta semplicemente del fatto che si mente dicendo che un quadro è del Seicento mentre non lo è; si tratta, in modo molto più intimo, del fatto che si mente dicendo di noi ciò che invece non siamo, oppure nascondendo di noi quello che invece siamo. Perché gli uomini mentono spesso, agli altri e prima ancora a se stessi?

Io penso che il più delle volte si mente per una specie di incontrollato istinto di sopravvivenza, per uscire (almeno con la fantasia) da una situazione in cui ci si sente imprigionati, un po' come i prigionieri nella caverna di Platone, ma con l'aggravante che la caverna che ci rinchiude è il nostro corpo, il nostro carattere, la nostra condizione sociale, talora persino i legami che noi stessi abbiamo creato e che poi sono diventati legacci, per non dire catene. E la mente mentisce per smentire la realtà. La menzogna diviene così una via di uscita verso una desiderata liberazione esistenziale, secondo una pericolosa quanto diffusa ingenuità che non fa altro che aggravare il problema perché la menzogna incatena ancora di più, come il muoversi convulsamente nelle sabbie mobili fa sprofondare ancora più in fretta.

Non è raro che le menzogne siano inconsce, tanto sono radicate nel profondo. Magari abbiamo cominciato a mentire da piccoli per addolcire una realtà che a torto o a ragione ci appariva spiacevole, e ora l'inganno è talmente radicato da sembrare verità. Per questo a volte le menzogne ci escono di bocca senza che le vogliamo dire, vengono così, spontaneamente, perché sono l'espressione autentica del nostro inconscio inautentico. Faccio un esempio personale. Io ricordo di aver detto qualche volta durante gli anni dell'adolescenza, negli incontri casuali quando si parla sapendo che poi non si vedrà mai più l'interlocutore, che mia madre era lombarda (mentre lei è siciliana tanto quanto mio padre). Che mio padre fosse siciliano era impossibile nasconderlo con il mio nome e cognome, ma di mia madre potevo benissimo dire che si chiamasse Redaelli, Colciago, Cesana, Viganò o uno degli altri tipici cognomi brianzoli. Non è che io mentissi deliberatamente per guadagnare qualcosa; in quelle affermazioni che uscivano incontrollate probabilmente riemergeva il disagio di un bambino del Sud nato e cresciuto nella provincia lombarda degli anni Sessanta. A tal proposito uno dei miei primi ricordi è la domanda di un compagno all'asilo che mi chiede tra Vito e Mancuso qual è il nome e qual è il cognome. Avevo tre anni e l'episodio mi è rimasto dentro. Devo dire, mia madre lo ricorda spesso, che sono cresciuto con il desiderio di chiamarmi Alberto, Carlo, Roberto e con uno di quei cognomi nominati sopra.

Spesso si mente per sfuggire a una condizione della quale ci si sente prigionieri. Può essere la non accettazione di sé, del proprio nome, del proprio corpo, del proprio carattere o di tutte queste cose insieme, il rifiuto di un sé da cui si desidera prendere le distanze, in cui non ci si riconosce, che talora si vorrebbe persino distruggere. Capita che si vorrebbe fuggire dalla propria famiglia, dai propri genitori, dalla propria identità, dalla propria terra, dal proprio popolo. Ci si vergogna di essere quello che si è, la presa di coscienza di se stessi è associata con la vergogna e il dolore, con un fortissimo senso di estraneazione: ci si guarda allo specchio e, del tutto all'opposto rispetto a Narciso, non si riesce a immedesimarsi nella propria immagine, si vorrebbe essere un altro, e tuttavia si è inchiodati a questo terribile sé. Si è in trappola.