Archivio | ottobre 2010

Sakineh


(foto da web)

Si potrebbe parlare di tante cose, non mancano gli argomenti in questi ultimi giorni di ottobre, ma ci sono i media che ne parlano abbondantemente, sin troppo. 

Oggi vorrei invece ricordare qualcosa che sta sbiadendo col passare del tempo, un fatto che ci ha colpito tutti parecchio e per il quale molti si sono dati da fare, ma che ora, con l'incalzare dei nuovi avvenimenti, alcuni veramente tragici, altri estremamente futili, abbiamo dimenticato come cosa ormai sistemata ma che, in realtà, è ben lontana dall'essere risolta.
Così, ho pensato di proporre questo testo scritto qualche mese fa.

 

Una firma 

Ti chiedo di firmare

ma non vuoi.

Lasciami libertà”,

mi dici spazientita.

 

Una grande tristezza

mi pervade,

ti ho spiegato il perché

di questa firma.

 

No, non mi ascolti.

Non credo in queste cose”,

mi dici ancora.

 

Morirà lapidata

la donna di cui ho letto

sui giornali.

Leggo ancora, è una madre,

una vedova sola

e ha quarant'anni.

 

Una firma, ma di tanti,

è ciò che chiede a noi

quella donna il cui nome è Sakineh.

Questa voce è stata pubblicata il 31/10/2010. 10 commenti

Renzo Montagnoli

 
(Foto da web)
 
Un racconto profondo, scritto bene, che affronta un problema purtroppo comune in tutti i tempi: la guerra.
Oggi come ieri gli uomini alimentano sentimenti di inimicizia, di ostilità, di odio, che poi non possono che sfociare in veri e propri conflitti, per usare un termine più "moderno".
E sembrano non insegnare nulla le conseguenze disastrose di qualsiasi guerra,  sia del passato lontano che di quello ancora molto vicino a noi, o del presente.
Guerre che durano anni, spesso senza fine, guerre con le quali l'uomo impara a convivere anche per intere generazioni.,
Si potrebbe scrivere a lungo su questo argomento, ma oggi, sarà la giornata piovosa, assolutamente autunnale,  non mi sembra il caso.
Parlerà meglio di me questo amaro racconto di Renzo Montagnoli. 
 

 

Il rosso nel campo

               
 
Era una splendida mattina di primavera e sotto un cielo azzurro camminava in un prato dal verde intenso, qua e là chiazzato dal rosso dei papaveri.
Più che andare, scivolava sull’erba, in una sorta di danza senza musica se non quella del tutto spontanea della natura.
Senza una meta, se non quella di essere là, libero e in pace, non s’accorse delle prime nubi che s’affacciavano in cielo, ma quando l’ombra sul prato aumentò volse lo sguardo all’insù e s’avvide che il tempo cambiava.
Un vento, dapprima lieve, prese a essere impetuoso, ad ammassare nembi minacciosi, a ondate continue come un mare in tempesta; il brusio della natura scomparve di colpo per far posto al cupo rimbombo dei tuoni e in un’oscurità crescente prese a piovere.
Cercò di coprirsi il capo con le mani, ma sentì che quell’acqua aveva odore e consistenza diversa dal solito. Le abbassò per osservarle e fu preso dall’orrore: grondavano sangue. Il verde dell’erba era sparito e intorno a lui fluttuava un mare tempestoso di un rosso cupo, dall’odore dolciastro che ben conosceva. Era tutto un ribollire di sangue, un lago che aumentava vertiginosamente, con il liquido che risaliva il suo corpo, toccava le ginocchia, raggiungeva l’ombelico e quando arrivò alla bocca gli restò appena il tempo per un urlo disumano.
– Noooo! Noooo!
Ansante, madido di sudore,  fu così che si risvegliò.
Sentì qualche brontolio, un paio di bestemmie, ma poi tutto torno calmò e nel buio completo si rese conto che era stato solo un incubo e che lui era ancora lì, nel rifugio puzzolente di sudore, fradicio d’acqua, coperto da un metro di terreno fangoso. In tutto erano non più di 10 metri quadrati dove potevano riposare – ma in guerra questo termine è un eufemismo – al massimo una decina di uomini, stipati l’uno contro l’altro come in una scatola di sardine.
Scese dal pagliericcio, a tentoni raggiunse l’esterno e si trovò nella trincea.
La notte era quieta, stranamente, con un cielo senza stelle, rischiarato ogni tanto dal bagliore di un bengala.
Alla sua sinistra c’era il posto di osservazione e si rincuorò nel vedere la sentinella che scrutava nel buio.
Le si avvicinò e questa si volse.
– Sei venuto a rilevarmi?
– No, non sono di turno questa notte. E’ che ho avuto un incubo e non riesco più a prendere sonno.
– Capita anche a me. Si cerca di sognare il bello, ma quello è solo un ricordo e non trova posto in questo inferno.
– Hai ragione, ma almeno essere lontani da qui con la fantasia permette di sopportare. Solo che se sogni qualche cosa di piacevole non arrivi fino alla fine e tutto poi diventa brutto.
– Speriamo che questa guerra finisca alla svelta.
– Speriamo di sì.
Già cominciava ad albeggiare; a oriente sottili strisce di luce cercavano di forare la fitta coltre di nubi e poco a poco che il chiarore si propagava sul terreno l’oscurità lasciava il posto a una visione spettrale: un suolo sconvolto, nemmeno un filo d’erba, e qua e là cadaveri insepolti, fagotti di stracci ghermiti dalla terra, distesi in pose che non sembravano mostrare l’aspetto di un lungo e definitivo riposo. Uno accovacciato su stesso, un altro piegato su un fianco, con il tronco proteso verso l’alto e irrigidito dalla morte, un altro ancora appeso a un reticolato, con la mano mossa dal vento quasi a salutare i sopravvissuti, un quadro allucinante composto da manichini che un tempo erano uomini.
Fu allora che l’oriente, all’improvviso, avvampò e centinaia di bocche da fuoco aprirono le fauci cominciando a scagliare tonnellate di ferro rovente sulle nostre linee.
– Allarmi! Allarmi!
Furono le ultime parole della sentinella, poi ricadde all’indietro con le braccia aperte.
Tutto intorno esplosioni, sassi che volavano, cavalli di frisia sollevati come fuscelli, la trincea in più punti sconvolta, il rifugio da cui era da poco uscito centrato in pieno da un colpo, i topi che fuggivano nel fango, soldati che correvano come impazziti lungo i camminamenti, ordini di comandanti coperti dal fragore delle bombe, urla di dolore dei colpiti, il terreno che tremava, l’aria impregnata dall’acre odore degli esplosivi.
Lui non si mosse, restò fermo, ma l’angoscia saliva e come un serpente si insinuava nelle budella, raggiungeva lo stomaco.
Non udiva più nulla, gli occhi sbarrati, la divisa fradicia del sangue dei morti, il fango che bloccava i suoi piedi.
Da quanto durava quella tempesta di fuoco non era alla portata della sua mente, perché ormai non pensava, nel cervello non c’era posto per la razionalità in un evento che non ne presentava nemmeno un poco.
Lui era lì e al tempo stesso era altrove, perché non era possibile accettare l’inaccettabile, quella ferocia, quell’orrore che già troppe volte aveva provato.
Il bombardamento cessò e dalle trincee nemiche cominciarono a uscire i soldati per l’assalto.
Si guardò intorno e non vide nessuno, chiamò e non ebbe risposta. Fu solo allora che ebbe la drammatica certezza di essere l’unico sopravvissuto.
I suoi occhi, quasi bianchi ormai, corsero al rifugio: non esisteva più, sparito, cancellato.
Tutto all’intorno c’era un silenzio irreale, una totale assenza di suoni, o forse era solo lui che non udiva più nulla.
Le tempie pulsavano, lo stomaco si attorcigliava, nessuna idea, nessun pensiero, un vuoto assoluto, un annientamento psichico.
Gettò il fucile e si sporse dal bordo della trincea.
Il paesaggio era incredibilmente cambiato: un prato d’erba verde rigogliosa, punteggiato dal rosso dei papaveri.
Lì c’era la vita e dietro di lui solo la morte.
Uscì dalla trincea, estasiato da tanta bellezza e si mise a correre, allargando le braccia.
I suoi piedi scivolavano sull’erba, leggeri e non sembravano gravati dal peso del corpo.
Era bello volare, sentire il profumo dei fiori, il brusio della natura.
Gli attaccanti si fermarono: che faceva mai quello che correva incontro a loro a braccia aperte, saltellando come se danzasse?
Restarono allibiti, attoniti di fronte a un’immagine del tutto irreale in quello scenario.
Lui continuava a procedere, aspirando a fondo un’aria finalmente pulita, lontana dagli orrori del mondo.
Si udì uno sparo e lui si fermò; mentre gli cadevano le braccia, e con esse il corpo, l’ultima cosa che vide fu una marea rossa, ribollente, che montava sul verde del campo.  
 
Renzo Montagnoli
Questa voce è stata pubblicata il 25/10/2010. 6 commenti

La poltrona
 
Ti apparteneva, Nina, la poltrona
sulla quale tuo figlio ora è seduto.
 
Leggevi rilassata i tuoi giornali, 
guardavi attenta i programmi alla tivù
e lavoravi a maglia e all'uncinetto, 
chiamavi i tuoi nipoti
e indicando un armadio poi dicevi:
"Tesoro, guarda, vai, ci son biscotti,
forse cioccolatini,
portane uno alla nonna,
prendine tanti per te".
 
E si scioglieva lento il dolce sulla lingua,
lo assaporavi tutto fino in fondo,
eri un poco golosa, proprio come i bambini
che tu amavi.
 
Ora tuo figlio siede,
convive con quell'ansia che lo tiene
con un groppo alla gola,
ma è grande il suo coraggio,
grande la volontà che gli hai lasciato.

Dalla raccolta inedita "Nel silenzio, le voci"

Questa voce è stata pubblicata il 18/10/2010. 17 commenti

Senza parole
 
Avrei voluto farlo subito, ieri, appena ho letto il post sul blog di Milvia Comastri, ma non ho potuto, lo faccio adesso, riportando per intero quella parte dell'articolo che riguarda una vicenda, a dir poco, sconcertante. 
Si tratta di questo.
***
 
MARTEDÌ, 12 OTTOBRE 2010
 
 
 
Il blog del nostro amico Morgan Palmas è stato colpito dalla censura. Una censura degna di uno stato di polizia e non di un Paese che si definisce democratico. La censura, l’attacco alla libertà di espressione sono azioni gravissime, che hanno ripercussioni sul concetto totale di libertà e sulla sua applicazione.
Vi prego quindi di leggere, condividere sui vostri blog, in Facebook o altri social- network e attraverso mail inviate ai vostri contatti,
Quello che è successo a Morgan potrebbe ben presto accadere anche a noi.
 
***
 
Credo non ci sia molto altro da dire, se non evidenziare con forza il nostro sconcerto ed il nostro disaccordo.
Questa voce è stata pubblicata il 13/10/2010. 4 commenti

Fabrizio Centofanti

 
Prendo tra le mani l'ultimo libro di Fabrizio Centofanti, Prêt(re) à porter, dedicato a don Mario Torregrossa, vorrei pubblicarne qualche brano sul blog.
Comincio a sfogliarlo da capo, voglio scegliere qualcosa di particolare, mi accorgo che vado avanti, pagina dopo pagina, rileggo ciò che diverse volte ho già letto, non mi decido, non riesco a fare una scelta, vorrei riportare ogni pagina perché ogni pagina mi sembra speciale, unica. 
Alla fine mi decido, alcuni brani, piccoli e densi, le parole utilizzate ridotte al minimo, un'incredibile capacità di sintesi.
Ora la scelta è fatta, almeno per oggi, ma solo perché so che ritornerò parecchie volte su questo libro, su queste pagine che costringono a riflettere a lungo, a rimettere in discussione tante convinzioni, ad avere uno sguardo più lungo sulle cose, più distante da noi, forse un po' più vicino agli altri.
 

Sono un rom  (Righe dell'alterità)
 
Sono un rom. Vivo in un camper che mi hanno regalato. Vivo chiedendo l'elemosina. Ho una compagna che si chiama Jolanda, due occhi  verdi e qualche ruga sulla faccia chiarodiluna. Sento dal portico le omelie del mio amico prete. Ho bevuto molto nella vita, ora sto cercando di smettere, perché so che c'è gente che mi vuole bene. Forse ci riesco. Forse la vita non è così cattiva come la dipingono. Ci sono le stelle e c'è la strada che mi porta alla mia casa di latta, dove Jolanda mi aspetta. Sono ortodosso. Il mio Dio ha la faccia di Jolanda, due mani solcate da rughe che sanno accogliere il mio dolore antico, il mio cuore di uomo che non crede alle cose stabili, perché il cuore non è mai fermo, ma batte, batte, e non chiede a nessuno di vivere. Ogni tanto penso alla birra, al cervello che si annebbia e dimentica le inevitabili sconfitte di questa vita che amo, nonostante tutto.
Quando torno alla mia casa di latta, penso a quelli che sono sepolti nelle case di cemento, e mi chiedo perché difendano l'unica cosa che non ho mai desiderato: la sicurezza. Ho una sola sicurezza, che si chiama Jolanda. Il giorno in cui Jolanda dovesse morire, vorrei essere sepolto nella mia casa di latta, e vorrei che mi  mettessero tra le mani una bottiglia vuota di birra, in segno di vittoria. Vorrei che pregassero per me, in un portico pieni d'aria e di parole che non sanno stare ferme. Sono un rom. Vivo di quello che mi hanno regalato. Di questo ringrazio il mio Dio, con la faccia di Jolanda.
 
Vado (Righe della precarietà)
 
E se tutto fosse inutile, il tempo donato, la fatica, la tensione che sembra diventare urlo, ma può solo stringere i vasi sanguigni, il flusso delle arterie, fino a quando, un giorno, sentirò lo schianto nel cervello e resterà la smorfia della bocca che ho sempre temuto di vedere? Gli impegni, i progetti, le scadenze che mi assediano come le giravolte degli indiani nei film che guardavo da bambino, l'appuntamento che ricordo all'improvviso, quello che la stanchezza mi ha fatto tralasciare, la rinuncia allo sguardo che mi attrae, all'abbraccio che sembra promettermi il riposo, la rissa per difendere il debole, quella per respingere il povero violento o quello ubriaco; se tutto l'amore, se l'abnegazione che metto ogni giorno in ogni singolo gesto della vita, il respiro affannoso, l'eterno mal di testa, l'incubo costante di non farcela, se tutto, tutto, fosse solo un sogno, un'illusione, l'attesa di finire nel grembo inconsapevole di un silenzio irreversibile, farei ancora un gesto, direi ancora una parola, muoverei ancora un passo in questo mio morire quotidiano? Ecco, suonano alla porta. Vado, comunque sia, qualunque faccia abbia il futuro che mi cerca.
 
Vota Antonio (Righe della precarietà)
 
Antonio ha la barba lunga e una giacca a vento verde, troppo grande per lui. Dorme su una panchina  davanti a un giornalaio. Ogni mattina si sveglia indolenzito, si alza un po' alla volta e arriva all'edicola, dove gli danno il quotidiano, spesso gratis. A volte Antonio allunga la mano con dentro degli spiccioli, e paga come può. Anche oggi ha ripetuto i suoi gesti, sempre uguali. Torna alla panchina, si siede a gambe larghe, con i gomiti appoggiati sui ginocchi. Legge: Berlusconi trionfa*, la sinistra crolla. Dà un'occhiata alle pagine interne. Poi ripiega il giornale, si stende lentamente sulla sua panchina, e un po' alla volta si addormenta. Ogni tanto riesce a ricordare un sogno. Allora se lo tiene stretto, per tutta la giornata.
 
*Elezioni politiche 2008
 
Per ora  (Righe della continuità)
 
Caro Mario,
   non andremo più a Firenze né a Verona né in alcun altro posto. Non faremo, non vedremo più nulla. Quanto c'era da fare, l'ho fatto; quanto c'era da vedere, l'ho visto. Mi hanno detto che vivere è restituire l'amore ricevuto. Ne ho avuto abbastanza, per l'eternità. Non ho bisogno di viaggiare: l'arena di Verona, Palazzo Vecchio, sono dentro di me, come un chiodo conficcato nel polso. Nel polso di un curato di campagna, crocifisso ai ricordi. La mia vita è una città in cui risuonano i tuoi passi, il cigolio della sedia a rotelle. Le strade sono fatte di sguardi, di parole. Quello che ho visto e sentito diventa, sull'altare, il pane e il vino dati a fondo perduto, senza aspettarmi nulla, da nessuno. Dovrei accettare altri sguardi, altre parole. Il campanile di Giotto sfiderà l'azzurro di altri occhi, la piazza grigia di Santa Maria Novella si confonderà con storie di ordinaria umanità. Ma nessuno mi strapperà dal cuore il bagliore della tua presenza, il cigolio di una vita perduta solo per chi crede che il sepolcro sia il destino ultimo della città.
   Caro Mario, siamo ancora lì, davanti all'arena, all'ombra di Santa Maria del Fiore. Abbiamo ancora da fare, da vedere. Crocifissi a un futuro che ci abbaglia, da una città che hai visto solo tu, per ora. 
 
Niente altro  (Righe della precarietà) 
 
Forse me ne andrò via da qui. So che don Mario non vorrebbe, e forse nemmeno Dio. Ma bisogna avere un motivo per resistere. Guardo il cielo, la trapunta delle stelle, e mi perdo in tutto quello sfarzo. Ma di motivi, neanche l'ombra. Abbasso lo sguardo, verso la terra scalcinata, con gente povera e cattiva, invidiosa e meschina, e mendicanti dagli occhi dolci che mi tendono la mano. Allora penso che forse, qui, ci morirò. Non perché lo vuole don Mario. Non perché lo vuole Dio. Né perché sia incapace di liberarmi dalla gente ignobile. Mi trattengono quegli occhi, niente altro.
 
(Fabrizio Centofanti, Prêt(re) à porter, La vita in cinque righe, Effatà Editrice 2010)
Questa voce è stata pubblicata il 09/10/2010. 11 commenti

Una stanza


Tutto sembra portar lontano

nella stanza,

verso un mondo sfumato ed impreciso

e la luce delinea arabeschi inusuali

sotto una sedia carica di anni.

Lo scrittoio ha scordato la sua nascita antica

e la memoria inganna.

 

Profondo il silenzio

tra gli echi e i volti sconosciuti

portati via dal tempo

e la sedia a lungo abbandonata

chiede conforto,

come gli oggetti a caso sparsi

sulle vecchie travi del passato

tante volte percorse.

Dalla raccolta inedita "Nel silenzio, le voci"

Questa voce è stata pubblicata il 03/10/2010. 12 commenti