Fabrizio Centofanti

 
Prendo tra le mani l'ultimo libro di Fabrizio Centofanti, Prêt(re) à porter, dedicato a don Mario Torregrossa, vorrei pubblicarne qualche brano sul blog.
Comincio a sfogliarlo da capo, voglio scegliere qualcosa di particolare, mi accorgo che vado avanti, pagina dopo pagina, rileggo ciò che diverse volte ho già letto, non mi decido, non riesco a fare una scelta, vorrei riportare ogni pagina perché ogni pagina mi sembra speciale, unica. 
Alla fine mi decido, alcuni brani, piccoli e densi, le parole utilizzate ridotte al minimo, un'incredibile capacità di sintesi.
Ora la scelta è fatta, almeno per oggi, ma solo perché so che ritornerò parecchie volte su questo libro, su queste pagine che costringono a riflettere a lungo, a rimettere in discussione tante convinzioni, ad avere uno sguardo più lungo sulle cose, più distante da noi, forse un po' più vicino agli altri.
 

Sono un rom  (Righe dell'alterità)
 
Sono un rom. Vivo in un camper che mi hanno regalato. Vivo chiedendo l'elemosina. Ho una compagna che si chiama Jolanda, due occhi  verdi e qualche ruga sulla faccia chiarodiluna. Sento dal portico le omelie del mio amico prete. Ho bevuto molto nella vita, ora sto cercando di smettere, perché so che c'è gente che mi vuole bene. Forse ci riesco. Forse la vita non è così cattiva come la dipingono. Ci sono le stelle e c'è la strada che mi porta alla mia casa di latta, dove Jolanda mi aspetta. Sono ortodosso. Il mio Dio ha la faccia di Jolanda, due mani solcate da rughe che sanno accogliere il mio dolore antico, il mio cuore di uomo che non crede alle cose stabili, perché il cuore non è mai fermo, ma batte, batte, e non chiede a nessuno di vivere. Ogni tanto penso alla birra, al cervello che si annebbia e dimentica le inevitabili sconfitte di questa vita che amo, nonostante tutto.
Quando torno alla mia casa di latta, penso a quelli che sono sepolti nelle case di cemento, e mi chiedo perché difendano l'unica cosa che non ho mai desiderato: la sicurezza. Ho una sola sicurezza, che si chiama Jolanda. Il giorno in cui Jolanda dovesse morire, vorrei essere sepolto nella mia casa di latta, e vorrei che mi  mettessero tra le mani una bottiglia vuota di birra, in segno di vittoria. Vorrei che pregassero per me, in un portico pieni d'aria e di parole che non sanno stare ferme. Sono un rom. Vivo di quello che mi hanno regalato. Di questo ringrazio il mio Dio, con la faccia di Jolanda.
 
Vado (Righe della precarietà)
 
E se tutto fosse inutile, il tempo donato, la fatica, la tensione che sembra diventare urlo, ma può solo stringere i vasi sanguigni, il flusso delle arterie, fino a quando, un giorno, sentirò lo schianto nel cervello e resterà la smorfia della bocca che ho sempre temuto di vedere? Gli impegni, i progetti, le scadenze che mi assediano come le giravolte degli indiani nei film che guardavo da bambino, l'appuntamento che ricordo all'improvviso, quello che la stanchezza mi ha fatto tralasciare, la rinuncia allo sguardo che mi attrae, all'abbraccio che sembra promettermi il riposo, la rissa per difendere il debole, quella per respingere il povero violento o quello ubriaco; se tutto l'amore, se l'abnegazione che metto ogni giorno in ogni singolo gesto della vita, il respiro affannoso, l'eterno mal di testa, l'incubo costante di non farcela, se tutto, tutto, fosse solo un sogno, un'illusione, l'attesa di finire nel grembo inconsapevole di un silenzio irreversibile, farei ancora un gesto, direi ancora una parola, muoverei ancora un passo in questo mio morire quotidiano? Ecco, suonano alla porta. Vado, comunque sia, qualunque faccia abbia il futuro che mi cerca.
 
Vota Antonio (Righe della precarietà)
 
Antonio ha la barba lunga e una giacca a vento verde, troppo grande per lui. Dorme su una panchina  davanti a un giornalaio. Ogni mattina si sveglia indolenzito, si alza un po' alla volta e arriva all'edicola, dove gli danno il quotidiano, spesso gratis. A volte Antonio allunga la mano con dentro degli spiccioli, e paga come può. Anche oggi ha ripetuto i suoi gesti, sempre uguali. Torna alla panchina, si siede a gambe larghe, con i gomiti appoggiati sui ginocchi. Legge: Berlusconi trionfa*, la sinistra crolla. Dà un'occhiata alle pagine interne. Poi ripiega il giornale, si stende lentamente sulla sua panchina, e un po' alla volta si addormenta. Ogni tanto riesce a ricordare un sogno. Allora se lo tiene stretto, per tutta la giornata.
 
*Elezioni politiche 2008
 
Per ora  (Righe della continuità)
 
Caro Mario,
   non andremo più a Firenze né a Verona né in alcun altro posto. Non faremo, non vedremo più nulla. Quanto c'era da fare, l'ho fatto; quanto c'era da vedere, l'ho visto. Mi hanno detto che vivere è restituire l'amore ricevuto. Ne ho avuto abbastanza, per l'eternità. Non ho bisogno di viaggiare: l'arena di Verona, Palazzo Vecchio, sono dentro di me, come un chiodo conficcato nel polso. Nel polso di un curato di campagna, crocifisso ai ricordi. La mia vita è una città in cui risuonano i tuoi passi, il cigolio della sedia a rotelle. Le strade sono fatte di sguardi, di parole. Quello che ho visto e sentito diventa, sull'altare, il pane e il vino dati a fondo perduto, senza aspettarmi nulla, da nessuno. Dovrei accettare altri sguardi, altre parole. Il campanile di Giotto sfiderà l'azzurro di altri occhi, la piazza grigia di Santa Maria Novella si confonderà con storie di ordinaria umanità. Ma nessuno mi strapperà dal cuore il bagliore della tua presenza, il cigolio di una vita perduta solo per chi crede che il sepolcro sia il destino ultimo della città.
   Caro Mario, siamo ancora lì, davanti all'arena, all'ombra di Santa Maria del Fiore. Abbiamo ancora da fare, da vedere. Crocifissi a un futuro che ci abbaglia, da una città che hai visto solo tu, per ora. 
 
Niente altro  (Righe della precarietà) 
 
Forse me ne andrò via da qui. So che don Mario non vorrebbe, e forse nemmeno Dio. Ma bisogna avere un motivo per resistere. Guardo il cielo, la trapunta delle stelle, e mi perdo in tutto quello sfarzo. Ma di motivi, neanche l'ombra. Abbasso lo sguardo, verso la terra scalcinata, con gente povera e cattiva, invidiosa e meschina, e mendicanti dagli occhi dolci che mi tendono la mano. Allora penso che forse, qui, ci morirò. Non perché lo vuole don Mario. Non perché lo vuole Dio. Né perché sia incapace di liberarmi dalla gente ignobile. Mi trattengono quegli occhi, niente altro.
 
(Fabrizio Centofanti, Prêt(re) à porter, La vita in cinque righe, Effatà Editrice 2010)
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11 thoughts on “

  1. Non potevi fare una scelta più bella! Un omaggio a Fabrizio che ci riconcilia con i sentimenti più profondi di una umanità che ogni giorno temiamo di perdere…Sai quanto grande sia la stima e l'affetto che ho per questo sacerdote-scrittore, vorrei che altri avessero la fortuna di conoscerlo!Don Mario è presente nei nostri cuori, a Lui va la nostra gratitudine per averci donato il Suo figlio più caro.Grazie a te per l'ottima proposta. ele

  2. Grazie, Eleonora, trovo molto bello ciò che hai scritto.Anch'io provo stima e affetto per Fabrizio, e come potrebbe essere altrimenti?Sai che penso spesso al grande debito che ho nei confronti di S., senza la sua dolorosa esperienza non avrei mai potuto conoscere né te né Fabrizio e neppure altri amici cari.Ciao, amica mia, a presto. Piera

  3. Grazie, Cristina.C'è un altro libro di Fabrizio che si intitola "Guida pratica all'eternità – Racconti fra cielo e terra", pubblicato con la medesima casa editrice.Lo lessi tutto d'un fiato, proprio come questo, per poi riprenderlo tra le mani più volte.Sono libri sinceri, scritti con grande lucidità, anche duri, talvolta, nel senso che i racconti non vengono assolutamente "addolciti" ma, al contrario, colpiscono per il realismo, perché racchiudono e raccontano la vita senza stemperarla.Mi fermo qui, però, se hai modo di approfondire, sono certa che ne sarai contenta.Ciao, un caro saluto. Piera

  4. Ciao, Piera, passo per un saluto a te, ai tuoi lettori e, naturalmente, a Fabrizio il cui libro, inviatomi gentilmente da una fatina moderna, mi ha lasciato addosso ancora ulteriori elementi di umanità.ti abbraccio fortejolanda

  5. Jole, grazie per questo saluto lasciato a tutti noi, ti assicuro che è molto gradito.Riguardo alla "fatina moderna", conosciamo entrambe molto bene la sua gentilezza. Ciao, amica mia, un carissimo saluto. Piera

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