Renzo Montagnoli

 
(Foto da web)
 
Un racconto profondo, scritto bene, che affronta un problema purtroppo comune in tutti i tempi: la guerra.
Oggi come ieri gli uomini alimentano sentimenti di inimicizia, di ostilità, di odio, che poi non possono che sfociare in veri e propri conflitti, per usare un termine più "moderno".
E sembrano non insegnare nulla le conseguenze disastrose di qualsiasi guerra,  sia del passato lontano che di quello ancora molto vicino a noi, o del presente.
Guerre che durano anni, spesso senza fine, guerre con le quali l'uomo impara a convivere anche per intere generazioni.,
Si potrebbe scrivere a lungo su questo argomento, ma oggi, sarà la giornata piovosa, assolutamente autunnale,  non mi sembra il caso.
Parlerà meglio di me questo amaro racconto di Renzo Montagnoli. 
 

 

Il rosso nel campo

               
 
Era una splendida mattina di primavera e sotto un cielo azzurro camminava in un prato dal verde intenso, qua e là chiazzato dal rosso dei papaveri.
Più che andare, scivolava sull’erba, in una sorta di danza senza musica se non quella del tutto spontanea della natura.
Senza una meta, se non quella di essere là, libero e in pace, non s’accorse delle prime nubi che s’affacciavano in cielo, ma quando l’ombra sul prato aumentò volse lo sguardo all’insù e s’avvide che il tempo cambiava.
Un vento, dapprima lieve, prese a essere impetuoso, ad ammassare nembi minacciosi, a ondate continue come un mare in tempesta; il brusio della natura scomparve di colpo per far posto al cupo rimbombo dei tuoni e in un’oscurità crescente prese a piovere.
Cercò di coprirsi il capo con le mani, ma sentì che quell’acqua aveva odore e consistenza diversa dal solito. Le abbassò per osservarle e fu preso dall’orrore: grondavano sangue. Il verde dell’erba era sparito e intorno a lui fluttuava un mare tempestoso di un rosso cupo, dall’odore dolciastro che ben conosceva. Era tutto un ribollire di sangue, un lago che aumentava vertiginosamente, con il liquido che risaliva il suo corpo, toccava le ginocchia, raggiungeva l’ombelico e quando arrivò alla bocca gli restò appena il tempo per un urlo disumano.
– Noooo! Noooo!
Ansante, madido di sudore,  fu così che si risvegliò.
Sentì qualche brontolio, un paio di bestemmie, ma poi tutto torno calmò e nel buio completo si rese conto che era stato solo un incubo e che lui era ancora lì, nel rifugio puzzolente di sudore, fradicio d’acqua, coperto da un metro di terreno fangoso. In tutto erano non più di 10 metri quadrati dove potevano riposare – ma in guerra questo termine è un eufemismo – al massimo una decina di uomini, stipati l’uno contro l’altro come in una scatola di sardine.
Scese dal pagliericcio, a tentoni raggiunse l’esterno e si trovò nella trincea.
La notte era quieta, stranamente, con un cielo senza stelle, rischiarato ogni tanto dal bagliore di un bengala.
Alla sua sinistra c’era il posto di osservazione e si rincuorò nel vedere la sentinella che scrutava nel buio.
Le si avvicinò e questa si volse.
– Sei venuto a rilevarmi?
– No, non sono di turno questa notte. E’ che ho avuto un incubo e non riesco più a prendere sonno.
– Capita anche a me. Si cerca di sognare il bello, ma quello è solo un ricordo e non trova posto in questo inferno.
– Hai ragione, ma almeno essere lontani da qui con la fantasia permette di sopportare. Solo che se sogni qualche cosa di piacevole non arrivi fino alla fine e tutto poi diventa brutto.
– Speriamo che questa guerra finisca alla svelta.
– Speriamo di sì.
Già cominciava ad albeggiare; a oriente sottili strisce di luce cercavano di forare la fitta coltre di nubi e poco a poco che il chiarore si propagava sul terreno l’oscurità lasciava il posto a una visione spettrale: un suolo sconvolto, nemmeno un filo d’erba, e qua e là cadaveri insepolti, fagotti di stracci ghermiti dalla terra, distesi in pose che non sembravano mostrare l’aspetto di un lungo e definitivo riposo. Uno accovacciato su stesso, un altro piegato su un fianco, con il tronco proteso verso l’alto e irrigidito dalla morte, un altro ancora appeso a un reticolato, con la mano mossa dal vento quasi a salutare i sopravvissuti, un quadro allucinante composto da manichini che un tempo erano uomini.
Fu allora che l’oriente, all’improvviso, avvampò e centinaia di bocche da fuoco aprirono le fauci cominciando a scagliare tonnellate di ferro rovente sulle nostre linee.
– Allarmi! Allarmi!
Furono le ultime parole della sentinella, poi ricadde all’indietro con le braccia aperte.
Tutto intorno esplosioni, sassi che volavano, cavalli di frisia sollevati come fuscelli, la trincea in più punti sconvolta, il rifugio da cui era da poco uscito centrato in pieno da un colpo, i topi che fuggivano nel fango, soldati che correvano come impazziti lungo i camminamenti, ordini di comandanti coperti dal fragore delle bombe, urla di dolore dei colpiti, il terreno che tremava, l’aria impregnata dall’acre odore degli esplosivi.
Lui non si mosse, restò fermo, ma l’angoscia saliva e come un serpente si insinuava nelle budella, raggiungeva lo stomaco.
Non udiva più nulla, gli occhi sbarrati, la divisa fradicia del sangue dei morti, il fango che bloccava i suoi piedi.
Da quanto durava quella tempesta di fuoco non era alla portata della sua mente, perché ormai non pensava, nel cervello non c’era posto per la razionalità in un evento che non ne presentava nemmeno un poco.
Lui era lì e al tempo stesso era altrove, perché non era possibile accettare l’inaccettabile, quella ferocia, quell’orrore che già troppe volte aveva provato.
Il bombardamento cessò e dalle trincee nemiche cominciarono a uscire i soldati per l’assalto.
Si guardò intorno e non vide nessuno, chiamò e non ebbe risposta. Fu solo allora che ebbe la drammatica certezza di essere l’unico sopravvissuto.
I suoi occhi, quasi bianchi ormai, corsero al rifugio: non esisteva più, sparito, cancellato.
Tutto all’intorno c’era un silenzio irreale, una totale assenza di suoni, o forse era solo lui che non udiva più nulla.
Le tempie pulsavano, lo stomaco si attorcigliava, nessuna idea, nessun pensiero, un vuoto assoluto, un annientamento psichico.
Gettò il fucile e si sporse dal bordo della trincea.
Il paesaggio era incredibilmente cambiato: un prato d’erba verde rigogliosa, punteggiato dal rosso dei papaveri.
Lì c’era la vita e dietro di lui solo la morte.
Uscì dalla trincea, estasiato da tanta bellezza e si mise a correre, allargando le braccia.
I suoi piedi scivolavano sull’erba, leggeri e non sembravano gravati dal peso del corpo.
Era bello volare, sentire il profumo dei fiori, il brusio della natura.
Gli attaccanti si fermarono: che faceva mai quello che correva incontro a loro a braccia aperte, saltellando come se danzasse?
Restarono allibiti, attoniti di fronte a un’immagine del tutto irreale in quello scenario.
Lui continuava a procedere, aspirando a fondo un’aria finalmente pulita, lontana dagli orrori del mondo.
Si udì uno sparo e lui si fermò; mentre gli cadevano le braccia, e con esse il corpo, l’ultima cosa che vide fu una marea rossa, ribollente, che montava sul verde del campo.  
 
Renzo Montagnoli
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6 thoughts on “Renzo Montagnoli

  1. È un racconto che sconvolge, scritto molto bene, tanto da far percepire al lettore, con intensità,  tutto il terrore provato dal protagonista. Una eccellente pagina che sottolinea ancora una volta quanto la guerra sia un crimine orrendo.

    Milvia

  2. Non impareremo mai, la guerra percorre le nostre vene anche nel quotidiano vivere, e basta un niente a provocare la morte.
    Morte, morte, morte, non ne posso più di orrori, ne ho l'anima allagata.
    Eppure racconti come questo servono a non dimenticare le nostre colpe.
    Grazie a te Piera per la proposta e grazie all'autore di questo bel racconto.

    frantzisca

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