Archivio | dicembre 2010

 

I “rifiuti speciali” di Fabrizio Centofanti

 


(foto da web)

Un racconto che fa riflettere, e non poco, che lascia un senso di vergogna, di disagio, di imbarazzo anche in chi legge. Lo scrittore non addolcisce ciò che scrive, non vuole attenuare niente di ciò che gli è capitato di vedere più volte, osserva e ci rende partecipi, non giustifica né rimprovera.

Eppure manifesta ugualmente il suo dissenso e la sua condanna, lo fa con l'amarezza, con la delusione che, comunque, si percepiscono. Sentimenti che, io credo, siano ancora più forti ed incisivi dello sdegno urlato.

 

Rifiuti speciali  (Righe dell'alterità)

I sacchi erano ammucchiati disordinatamente e il contenuto fuoriusciva sottoforma di involucri aperti e ammaccati, bucce di diversa misura e spessore, liquidi che lasciavano una scia sul nero della plastica, come se tutto l'unto del mondo si fosse dato convegno nella città dalle case di mattoni grigi e beige, dai tetti rossi spioventi su strade piene di gente colorata e vociante. Ventate maleodoranti la raggiungevano senza che ci si potesse difendere, ma c'era una specie di rassegnazione, come se ogni colpa commessa nella vita trovasse nell'offesa alle narici il suo giusto contrappasso. Anzi, il tanfo era diventato ormai una parte della città, come i mattoni e i tetti, come la gente che sfoggiava gli stessi colori degli involucri, delle bottiglie, dei sacchetti di patatine o biscotti al cioccolato, di cui restava solo quest'anima dannata e puzzolente. Agli angoli delle strade c'erano poi altre specie di sacchi: corpi rattrappiti e avvolti in vestiti stinti e impolverati, spesso lacerati qua e là, come se le ventate maleodoranti vi s'attaccassero tanto tenacemente da aver bisogno di prese d'aria per sfiatare la puzza insostenibile. Questi altri ammassi di rifiuti tendevano mani ostinate verso la gente colorata e vociante, sospesa tra una colpa e l'altra, l'uno e l'altro castigo.

Un bel giorno le autorità decisero di liberare il comune dall'immondizia.

Fu così che i poveri sparirono, e l'unico tanfo rimase quello delle buste piene di bucce e di colate d'unto, che s'impadronirono definitivamente della città dai mattoni grigi e beige, dai tetti rossi spioventi come lacrime di un'invincibile malinconia.

(Fabrizio Centofanti, Pret(re) à porter, La vita in cinque righe, Effatà Editrice)

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La mia filosofia 


(foto da web)

Un'insistente stanchezza questa sera

ed un braccio che ancora mi fa male,

gli ho chiesto troppo, un lavoro eccessivo,

ora non vuole più collaborare.

 

Ma è la mente che, stanca, non ascolta

nessuna mia richiesta,

non ne vuole sapere di reagire

a una giornata storta,

il dolore dal braccio si propaga

e la mia forza cede.

 

Silenzio nelle stanze, gli oggetti,

indifferenti, non tendono una mano,

mi voltano le spalle e par che dicano:

“E' affar tuo, tuoi i sentimenti,

questa malinconia che da tempo ti affianca

è la tua ombra, il tuo sguardo sul mondo,

la tua filosofia”.

Nel silenzio, le voci


(Foto da web)

Dormono nella casa

ed io gusto la calma

mi nutro di un silenzio

che mi parla.

 

Ascolto il ticchettio di un orologio

le vibrazioni di un frigo

il vento che maltratta le finestre

un rumore leggero di passi.

 

Ascolto il cuore

e il mio respiro.

 

Poi il vento abbassa i toni

placa un poco il suo sbuffare,

ma è soltanto una pausa

un istante di riposo

per poi ricominciare.

 

Infine, davvero esausto,

tace.

 

Dalla raccolta inedita "Nel silenzio, le voci".

Enzo Bianchi
 
E' tutto il giorno che ci penso, a dire il vero ci penso da ieri, da quando la televisione ci ha colpito nuovamente al cuore nel dirci della morte quasi certa di Yara, ragazzina di 13 anni, avvenuta nel bergamasco. Volevo riflettere un po' su questo fatto, cercare di capire, volevo esternare qui le mie impressioni; mi rendo conto di non farcela, è talmente assurdo quel che è successo, e quel che da troppo tempo sta succedendo in ogni parte d'Italia e quasi quotidianamente, che non si trovano più parole né per giudicare chi compie atti indegni né per consolare chi in questo momento muore lentamente.
Non so dire altro.
 
Per questo motivo, non certo per indifferenza, oggi pubblicherò un post lontano anni luce dall'argomento precedente, riporterò un bel brano tratto dal saggio di Enzo Bianchi Il pane di ieri”.
Si ha bisogno di belle parole, di riflessioni autentiche, di messaggi che fanno bene, in tempi in cui tutto sembra franare, morire sotto i colpi della nostra incosciente perdita di valori .
 
(foto da web)

Come dire “Ti voglio bene”

 
   Parliamo di cibo. Non se ne può fare a meno, soprattutto per noi monferrini: il cibo è qualcosa per cui si ha cura, si deve “aver cura” perché è proprio dal mangiare, dalla tavola che si ricevono lezioni e insegnamenti, oltre che consolazioni. La tavola possiede o, meglio, possedeva un grande magistero: oggi purtroppo per molti il cibo è diventato un carburante e la tavola una mensola su cui posare ciò che si consuma. Si mangia qualsiasi cosa, a qualsiasi ora, in qualsiasi modo, accanto e non “insieme” a chiunque e, possibilmente, in fretta…
   Invece per me la tavola è stata sempre, e lo è tuttora, il luogo privilegiato per imparare, per ascoltare, per umanizzarmi. Non è stato forse così fin dall'inizio della vicenda umana? E' quanto affermano gli antropologi, ma è anche quello che verifichiamo noi stessi se usiamo l'intelligenza per esercitarci alla consapevolezza di quello che facciamo. L'umanizzazione è passata principalmente attraverso la tavola,  dalla nutrizione alla gastronomia ( intesa nel senso letterale di “legge del mangiare”), dalla scoperta della coltivazione all'adozione del piatto, all'uso della tavola come luogo di incontro e di festa. L'uomo ha cessato di essere un divoratore, un consumatore, frapponendo fra sé e il cibo riti di macellazione, tecniche di cottura, maestria di miscelazioni, arte della presentazione dei piatti, del cibo e del vino: insomma, l'uomo ha abbandonato l'atteggiamento dell'animale cacciatore che mangia la sua preda per assumere quello di chi crea un rapporto con il cibo.
   L'uomo è un essere che ha fame e il mondo intero è il suo cibo, l'uomo deve mangiare per vivere, deve assumere il mondo e trasformarlo nella propria carne e nel proprio sangue. L'uomo è quel che mangia e il mondo è la sua tavola universale, ma in questa operazione c'è lotta contro ciò che è animalesco e c'è tragitto di cultura, di comunicazione, in vista di una comunione non solo tra gli esseri umani, ma tra l'umanità e il mondo.
   Non posso dimenticare alcuni tratti dell'articolata eppur essenziale operazione del “mangiare a tavola” così come li ho appresi dal vissuto quotidiano della mia terra. La cucina, innanzitutto: un'autentica officina, anche nelle famiglie povere com'era la mia, in cui si intrecciano acqua, fuochi, aromi, prodotti dell'orto e della campagna, frutti del proprio lavoro ma anche dello scambio con culture più lontane: l'olio, il sale, le acciughe, il tonno… Sì, la cucina è un luogo che pone un salutare “frattempo” tra i prodotti e il loro consumo, ma ha soprattutto il pregio di riunire ciò che dalla natura giunge a noi separato e di trasformarlo in modo che la natura sia intersecata dalla cultura. La cucina è la palestra d'esercizio di tutti i sensi, perché è soprattutto in essa che si impara fin da bambini a distinguere il buono dal cattivo, il duro dal tenero, il dolce dall'amaro: la prima esperienza che noi abbiamo fatto del buono e del cattivo è passata attraverso il cibo, così che per tutta la vita usiamo queste due categorie per definire persone o eventi; perfino nel campo della morale il parametro con cui determinare ciò che è bene e ciò che è male si rifà alla distinzione primordiale tra buono e cattivo. La “semantica” fondamentale l'abbiamo imparata con la bocca: ciò che è commestibile e ciò che non lo è, ciò che possiamo mettere dentro, mangiare, assimilare e ciò che assolutamente deve restare fuori. Né posso dimenticare i comandamenti che venivano insegnati a noi piccoli e che dovevamo imparare a memoria come un decalogo laico, umano, che ci avrebbe assicurato salute e gioia: “Mangiare solo se si ha fame; mangiare quel che piace e che non fa male; mangiare con calma, non come le oche; alzarsi da tavola con un po' di fame; a tavola cercare di stare allegri”… Sapienza straordinaria, che però confesso di non aver assimilato interamente e che quindi mi suscita un certo senso di colpa nel rievocarla.
   Io amo cucinare, e lo faccio in un grande silenzio perché cucinare significa pensare, essere consapevoli, essere presenti e avere un senso forte della realtà e degli altri per i quali si cucina. Cucinando si è obbligati a una unificazione di aspetti molteplici: le leggi culinarie, le attese di chi mangerà, la conoscenza dei prodotti, l'esperienza del fuoco, dell'acqua, del tempo… Operazione straordinaria che rende intelligenti.  
 
    (Dal libro “Il pane di ieri”, Enzo Bianchi, Einaudi 2008)