I “rifiuti speciali” di Fabrizio Centofanti

 


(foto da web)

Un racconto che fa riflettere, e non poco, che lascia un senso di vergogna, di disagio, di imbarazzo anche in chi legge. Lo scrittore non addolcisce ciò che scrive, non vuole attenuare niente di ciò che gli è capitato di vedere più volte, osserva e ci rende partecipi, non giustifica né rimprovera.

Eppure manifesta ugualmente il suo dissenso e la sua condanna, lo fa con l'amarezza, con la delusione che, comunque, si percepiscono. Sentimenti che, io credo, siano ancora più forti ed incisivi dello sdegno urlato.

 

Rifiuti speciali  (Righe dell'alterità)

I sacchi erano ammucchiati disordinatamente e il contenuto fuoriusciva sottoforma di involucri aperti e ammaccati, bucce di diversa misura e spessore, liquidi che lasciavano una scia sul nero della plastica, come se tutto l'unto del mondo si fosse dato convegno nella città dalle case di mattoni grigi e beige, dai tetti rossi spioventi su strade piene di gente colorata e vociante. Ventate maleodoranti la raggiungevano senza che ci si potesse difendere, ma c'era una specie di rassegnazione, come se ogni colpa commessa nella vita trovasse nell'offesa alle narici il suo giusto contrappasso. Anzi, il tanfo era diventato ormai una parte della città, come i mattoni e i tetti, come la gente che sfoggiava gli stessi colori degli involucri, delle bottiglie, dei sacchetti di patatine o biscotti al cioccolato, di cui restava solo quest'anima dannata e puzzolente. Agli angoli delle strade c'erano poi altre specie di sacchi: corpi rattrappiti e avvolti in vestiti stinti e impolverati, spesso lacerati qua e là, come se le ventate maleodoranti vi s'attaccassero tanto tenacemente da aver bisogno di prese d'aria per sfiatare la puzza insostenibile. Questi altri ammassi di rifiuti tendevano mani ostinate verso la gente colorata e vociante, sospesa tra una colpa e l'altra, l'uno e l'altro castigo.

Un bel giorno le autorità decisero di liberare il comune dall'immondizia.

Fu così che i poveri sparirono, e l'unico tanfo rimase quello delle buste piene di bucce e di colate d'unto, che s'impadronirono definitivamente della città dai mattoni grigi e beige, dai tetti rossi spioventi come lacrime di un'invincibile malinconia.

(Fabrizio Centofanti, Pret(re) à porter, La vita in cinque righe, Effatà Editrice)

6 thoughts on “

  1. Carissima, sono contenta di cominciare il nuovo anno con la lettura, per merito tuo, di  un racconto di Fabrizio… di questo racconto in particolare.
    Mi sembra che tenere a mente questa triste realtà dei nostri giorni sia il modo migliore per comprendere che i buoni propositi devono avere un'unica direzione.
    L'altro….sempre! Ti abbraccio. ele  

  2. I racconti di Fabrizio sono tutti profondi, densi di significato, questo tocca un argomento molto attuale, purtroppo, sotto tutti i punti di vista.
    Condivido il tuo commento e ti ringrazio.
    Buon inizio d'anno, ti abbraccio.
    Piera

  3. Un racconto speciale, a mio avviso, così denso di significati. Un'analisi cruda dei nostri giorni e dei "nostri" comportamenti…interessante, ben scritto e in certo qual modo io vi ravviso poesia, una poesia dura e triste…specie nel periodo di chiusa al racconto.
    A te, sempre, il mio grazie per le tue eccellenti proposte, i miei complimenti più sinceri alla sensibilità e bravura dell'autore…e credimi non sono molto avvezza alle smancerie…sai sono una vecchia lettrice alquanto esigente e smaliziata…

    Ciao Piera, ti lascio un abbraccio e un sorriso.

    frantzisca

  4. "Io vi ravviso poesia", dici Francesca, e hai colto nel segno perfettamente perché Fabrizio è poeta oltre che scrittore sensibile, schietto, profondo.
    E' una persona speciale che si dedica agli altri a tempo pieno, direi, essendo un sacerdote, un sacerdote "di frontiera". 
    Anch'io apprezzo molto la sua "scrittura", che trova il nutrimento nel suo cuore generoso oltre che nelle reali capacità letterarie.
    Ti abbraccio con affetto, e diciamoci anche scherzosamente "buona befana"!
    Piera

  5. Piera, sono poche righe d'impatto visivo, che arrivano alle narici dell'anima. Questi sono i fatti. Qualunque considerazione pietistica da parte dell'autore li avrebbe soltanto sfocati, ed invece dovevano incidere dentro. Lo stato siamo noi e la colpa dell'ingiustizia sociale è nostra. Almeno, nel nostro piccolo ed anche piccolissimo, tentiamo di amare come possiamo intorno a noi. Se aspetteremo di fare grandi cose non concluderemo mai nulla, incominciamo dal marito, dal figlio, dalla sorella, dalla vicina di casa, dalla vecchina che ha pudore dell'abbandono dei suoi figli e continua a scusarli vantandoli dell'impossibile. Guardiamoci intorno e troveremo.

  6. " ed invece dovevano incidere dentro".
    Hai ragione e credo che abbia raggiunto il suo scopo.
    Hai fatto una riflessione che mi ha colpito molto, non è pensando di fare grandi cose che effettivamente si fa qualcosa per gli altri, forse è proprio dalla somma delle piccole cose che si riesce a fare, tutti insieme, quelle grandi.  Grazie.
    Piera

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