Archivio | maggio 2011

Renzo Montagnoli

(foto da web)

Un coinvolgente scrittore di storie, o di racconti, se si preferisce, un poeta riflessivo, delicato, attento ai contenuti, un uomo sensibile e generoso, un cultore della bella musica, un amante della natura, dell’arte, del bello in genere.

Questo io percepisco in Renzo Montagnoli, che non conosco personalmente ma di cui ho avuto modo di conoscere un poco l’animo attraverso le sue poesie, le sue talvolta amare riflessioni sulla vita e sugli avvenimenti, osservati sempre con attenzione, disincanto e senso critico.

Riporto qui alcune sue belle poesie tratte dalla raccolta “Il cerchio infinito.

Cento gradini

Cento gradini ho salito

cento albe mi hanno svegliato

in deserti aridi d’amore

cento notti ho avuto

per tetto le stelle

e come lampada la luna

in cento posti ti ho cercato

ovunque invano sono andato.

Il mio sguardo correva lontano

immaginava oltre orizzonte

s’inerpicava su ripidi pendii

s’aggrappava alle nubi del cielo

correva con l’acqua dei fiumi

indugiava in posti nascosti

si spegneva nel dubbio del nulla.

Poi il silenzio assoluto

gli occhi miei chiusi

sordo ad ogni rumore

solo il battito del cuore

ho chinato il capo su di me

ho udito la tua voce

un sussurro d’amore

la melodia dei sentimenti

l’emozione che solo tu,

anima mia, sai dare.

Estasi

E’ una luce

che vibra nel buio

è un suono

che esalta il silenzio

nulla è più dolce

niente è più lieve

del sussurro dell’anima

sublime melodia

per il cuore che ascolta

mentre l’orizzonte

si spalanca

e il mondo intero

entra in me.

E di quel mondo

sono al contempo

madre e figlio

in un abbraccio

senza più tempo

né confine.

Il cerchio infinito II

Guardo la tua alba

nella luce

del mio tramonto.

Il giorno si spegne

Nel tramonto corre il ricordo

volti fissati in un attimo

mai invecchiati

illusione che si perpetua

nell’attesa della sera.

Scenderà il buio

anche sulla memoria

affinché triste non sia

non poter più riveder l’alba.

Quando il poco è tanto

Una finestra aperta

spalancata alla vita di fuori.

Alle risa dei bimbi

s’uniscono i pigolii

dei pulcini che accorrono

al richiamo della chioccia

un alito lieve di vento

ondeggia sulle tende.

Benché la luce sia quella

tenue e soffusa del tramonto

e in cielo l’azzurro si stinga

nel blu che annuncia la notte

mi prende una gioiosa malinconia

e forte è il desiderio

di abbracciare il mondo.

(Enzo Montagnoli, dalla silloge “Il cerchio infinito”, Edizioni Il Foglio”)

Annunci

L’arrivo

(foto da web)

Arrivano i barconi tutti i giorni

appena il tempo è bello,

Umanità

stipata e annichilita di fatica

sgrana gli occhi sulla riva

accolta finalmente dalla terra.

Scende lenta avvolta in pochi teli

lo sguardo perso delle notti insonni,

usando i gesti, solo poche parole

si lascia frugare sottomessa

chiedendo un sorso d’acqua e da mangiare.

Stremata e timorosa

sorride un poco incerta

a chi le rivolge la parola

forse sperando ancora

in una vita di normalità.

                                                                         
 (Dalla raccolta inedita “(Ri)percorrendo universi”) 

Le madri

(foto da web)

Il mio abbraccio a tutte le madri, anche a quelle che, pur non essendolo state, si sentono tali, insieme a questa straordinaria poesia di Nazim Hikmet.

La notte

Una cotonata a quadretti blu copre il tavolo

e sopra, senza menzogne, sorridenti, arditi

stanno i nostri libri.

Sono un prigioniero, madre mia,

che ritorna al paese

da una fortezza nemica.

E’ l’una di notte

la lampada è ancora accesa.

Al mio fianco è coricata mia moglie

mia moglie

incinta di cinque mesi.

Quando la mia carne tocca la sua

quando le poso la mano sul ventre

il bimbo si muove un poco.

Sul ramo la foglia

nell’acqua il pesce

nella matrice il piccolo dell’uomo.

Mio piccolo.

La camiciola di lana rosa

per il mio bambino

l’ha sferruzzata sua madre

è grande come la mia mano

con le maniche appena così.

Mio piccolo.

Se sarà femmina

voglio che sia sua madre dalla testa ai piedi,

s’è maschio, che sia della mia statura.

S’è femmiona, che abbia gli occhi verde dorato

s’è maschio, azzurri.

Mio piccolo.

Non voglio che a vent’anni t’ammazzino

se sei maschio, al fronte

se sei femmina, dentro qualche rifugio, di notte.

Mio piccolo.

Femmina o maschio

a qualsiasi età

non voglio che tu conosca il carcere

per essere stato dalla parte del giusto

del bello, della pace.

Ma so bene

figlia mia

o figlio mio

che se il sole tarderà molto a sorgere

dalle acque

dovrai combattere

e anche…

Insomma oggi, da noi, è un ben duro mestiere

essere padre.

E’ l’una di notte.

La lampada

non l’abbiamo ancora spenta.

Tra mezz’ora forse, forse verso il mattino

la mia casa conoscerà

ancora un’altra irruzione

della polizia

e mi porteranno via, prenderò con me qualche libro.

I questurini della politica

mi prenderanno in mezzo

e io mi volterò indietro a guardare:

mia moglie sarà sulla soglia

davanti alla porta

il vento del mattino

gonfierà la sua gonna

e nel suo ventre pesante

il bambino si muoverà un poco.

Nazim Hikmet, Poesie,

Poeti del Mondo

a cura di Maurizio Cucchi

Gruppo Editoriale L’Espresso

La vita autentica

(foto da web)

Un passo tratto dal libro “La vita autentica”, di Vito Mancuso. 

Un saggio che ha suscitato in me molto interesse spingendomi a non poche riflessioni.

Io ritengo che il punto decisivo, quando si parla dell’uomo, sia la libertà, cioè il fatto che i nostri neuroni, in sé privi di libertà, al lavoro nell’insieme dell’organismo producono un fenomeno nuovo, diverso dai neuroni assommati uno per uno, un fenomeno qualitativamente altro, non contenuto nei neuroni in quanto tali: il fenomeno appunto della coscienza e della libertà che ne promana. Per capire questa produzione occorre mettere in gioco il concetto di sistema, che consente di comprendere come il tutto sia maggiore dell’insieme delle parti. Nulla di magico, nessun trucco: è il lavoro a fare la differenza. Il nostro organismo è un sistema complesso. Anche la torta è un sistema, molto meno complesso, ma comunque un sistema. E sia il nostro organismo sia la torta sono più dell’insieme delle parti. La torta non è riducibile agli ingredienti: senza gli ingredienti non c’è, ma c’è il lavoro, e ancor prima la ricetta, a fare la differenza tra gli ingredienti e la torta. Così neppure noi siamo riducibili ai neuroni, o alle ossa e ai nervi. Senza i neuroni e tutto il resto non saremmo, e infatti quando essi si danneggiano non siamo più come prima, ma il loro lavoro è tale da produrre qualcosa di più di loro, facendo emergere qualcosa di nuovo. Infatti, diceva Eraclito, “è proprio dell’anima un lògos che accresce se stesso”, […].

Già Platone, tanti secoli fa, descriveva la cosa con queste celebri parole di Socrate: “Se uno dicesse che, se non avessi ossa, nervi e tutte le altre parti del corpo che ho, non sarei in grado di fare quello che ritengo di fare, direbbe bene; ma se dicesse che io faccio tutte le cose che faccio proprio a causa di queste, e che, facendo le cose che faccio, io agisco sì con la mia intelligenza ma non in virtù della scelta del meglio, costui raggionerebbe con assai grande leggerezza”.

Nella medesima prospettiva a sostegno della libertà, Marco Aurelio scrive in quel capolavoro di autenticità che sono i suoi Pensieri: Ricordati che ciò che muove i fili della tua esistenza è nascosto dentro di te, ed è energia, vita e, se così si può dire, uomo. Non confonderlo mai, quando te lo immagini, con l’involucro che l’avvolge, né con gli organi che gli sono stati modellati intorno. Questi sono come l’ascia che tieni in mano, da cui differiscono solo in quanto intimamente aderenti al corpo. Queste parti, infatti, senza la causa che le muove e controlla, non sono di utilità maggiore della sola spola per la tessitrice, della sola penna per lo scrittore, della sola frusta per l’auriga”.

Noi siamo abitati da una logica che ha il suo cardine nei concetti di relazione e di sistema, e grazie a questa logica “il fondamento tutto mio” di Cartesio, cioè la libera consapevolezza dell’Io, è ancora oggi perfettamente stabile. La possibilità della libera consapevolezza di sé ( che già esprimeva Eraclito dicendo che “a ogni uomo è concesso conoscere se stesso ed essere saggio”) costituisce la prima tesi del mio cammino verso la vita autentica: l’uomo autentico è l’uomo libero, l’uomo che costruisce la sua vita su un fondamento interiore tutto suo, sulla sua consapevole e autonoma personalità.”

(Vito Mancuso – La vita autentica – Raffaello Cortina Editore)