Archivio | settembre 2011

Paola

(foto da web)

Agli inizi dell’autunno

sei partita

accompagnata da novant’anni

e oltre di lucidità.

Il tuo amore per la vita

mi era noto

ma tua sorella,

andata poco prima,

sottovoce ti ha chiamata.

O forse tu,

davanti alla sua assenza,

hai voluto lasciare la tua casa,

le persone più care.

I miei ricordi affiorano veloci

e in buona compagnia

pensando a quegli anni distanti

trascorsi con te.

Bambina, mi tenevi per la mano,

mi insegnavi la gioia,

il piacere dei giochi

e la potenza della fantasia.

Ho una tua foto

fatta insieme a me,

Paolina, amica mia,

e da oggi ancora di più

mi sarà cara.

(Dalla raccolta “(Ri)percorrendo universi”)

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Gino

(foto da web)

Scendo nel parco come tutte le mattine, la giornata è discreta, il cielo non proprio limpido ma con ampi spazi azzurri.

Freccia, come sempre, scatta in avanti, soprattutto all’inizio, poi procede a testa bassa frugando tra l’erba e i cespugli, è un vero segugio.

Le siepi sono bagnate e sul manto del mio cane brillano numerose le gocce di rugiada. Una scrollata ogni tanto e via. Fatico a stargli dietro, sento il guinzaglio scappare dalle   mani.

Prima o poi si spezza” penso.

Attraversiamo il giardino, passiamo in alcuni vicoli che portano in un’altra piccola piazza alberata. Ovunque Freccia lascia qualcosa di sé.

Incontriamo Gino. Già da qualche giorno mi aspetta per scambiare qualche chiacchiera. Si siede sulla solita panchina, quella più vicina alla sua casa, e mentre passo cerca di trattenermi con i suoi discorsi un po’ sconnessi.

E’ una persona buona che conosce la sofferenza. E’ stato a lungo in ospedale, ora, ormai da qualche anno, vive con la sua famiglia in una casa circondata da un giardino
.
Ha alcuni amici con i quali si intrattiene a chiacchierare, ma spesso è solo e parla volentieri con chi ha la voglia e il tempo di scambiare con lui qualche parola.

Oggi la giornata è migliore”, mi dice.

Sì” rispondo, “è una bella giornata”.

No, non è bella, però migliore di quella di ieri”.

Guardo il cielo. E’ vero, ci sono molte nuvole.

“Ha ragione” dico, “ma non lamentiamoci!”.

Freccia intanto tira il guinzaglio, non ha molta voglia di fermarsi. Lo tengo con più decisione.

In quel momento si avvicina un signore che va verso la sua auto parcheggiata, forse si reca al lavoro.

Gino si rivolge a lui: “Antonio, oggi è il ventisette, giorno di paga anche per te?”

Antonio lo guarda paziente e gli sorride, poi si rivolge al mio cane: “Ciao”, e gli fa una carezza.

Lo conosce?” dico io.

Come no”, mi risponde Antonio, “lo incontro spesso con suo marito!”.

Si mette alla guida e va via. Si intuisce che è di fretta.

Io penso di avviarmi verso casa, ma Gino mi trattiene ancora.

Oggi ritiro la pensione”, mi dice.

Bene, allora per lei sarà una bella giornata!”

Eh, li uso tutti quei soldi, ci sono tante cose da comprare! Prima si aveva poco e non si facevano molte spese, ora ci sono le comodità e le comodità costano. I soldi mi bastano solo fino alla fine del mese.”.

Lo guardo. So che vive grazie alla sua pensione di invalidità, certamente non ci sono in famiglia soldi da sprecare.

Lo osservo con maggiore attenzione, vedo che oggi è più trascurato del solito, ha indossato frettolosamente dei calzini vecchi e delle scarpe altrettanto consumate.

Capisco che vorrebbe ancora chiacchierare, la giornata per lui sarà lunga da riempire, ma non per me che devo correre sempre.

Mentre lo saluto e vado via rifletto su ciò che ha detto, mi ricordo che oggi non è affatto il ventisette e non è giorno di pensione né di stipendio per nessuno.

Ma nella mente un po’ confusa di Gino non è poi così difficile confondere il sette col ventisette del mese.

Adriana Zarri

(foto da web)

Un breve passo tratto da un libro che sto leggendo proprio in questi giorni. L’autrice è Adriana Zarri, donna scomoda e indomita che ci ha lasciato lo scorso anno.

Leggo e rileggo le pagine di questo suo libro senza stancarmi, totalmente coinvolta dentro una scrittura piacevolissima, ironica e nello stesso tempo poetica.

Ha scelto una strada difficile Adriana, sempre in salita, sempre faticosa; non amava infatti le cose facili, quelle spesso intrise di banalità, amava le cose vere, quelle autentiche, così come autentica è sempre stata la sua vita. Anche la scelta fatta nell’ultimo tratto del suo percorso è stata colma di difficoltà, ma non era donna che si tirava indietro. Ha deciso di vivere come una monaca ma non in comunità, non avrebbe mai potuto accettarne la disciplina, così si è ritirata da sola in un eremo, anzi, in una vecchia cascina pressoché isolata, circondata da animali da cortile e in compagnia di un cane e di un gatto. Scriveva, si dedicava al lavoro dei campi, accudiva i suoi animali e la cascina. Tanta fatica quotidiana e tanta scrittura.

Voglio concludere con una sua bella riflessione che chiude il capitolo intitolato “Il buio freddo”:

Davvero la serenità è dentro di noi; le circostanze esterne possono esaltarla o appannarla, non distruggerla.”

Non conoscevo Adriana Zarri e ringrazio molto chi questo libro me l’ha donato perché arricchisce, stimola la riflessione e supporta nei momenti che spesso sembrano particolarmente difficili.

La pace non è una virtù

La pace non è una virtù: è il risultato di parecchie virtù: la frugalità, la mancanza di pretese, la fede, la fiducia, l’abbandono.

Cerchiamo, prima di tutto, di sbarazzare il terreno dagli equivoci. La pace non è l’indifferenza, l’apatia, il quieto vivere. C’è, in effetti, chi concepisce la pace in questo modo: destreggiarsi il più abilmente possibile per non avere fastidi. Aggirare gli spigoli, essere condiscendenti e arrendevoli, magari transigendo sui principi; non impegnarsi a fondo, farsi una cuccia calda e ripararla dai venti; vivere in pantofole, come si suol dire. Il risultato di questo studio minuzioso non è la pace: è il quieto vivere, senza grane, senza noie, senza disturbi. A ben pensarci è una sorta di morte. La morte non duole, la morte lascia tranquilli. Ma è forse un ideale da proporsi?

I padri greci parlavano del vertice della vita interiore, come di uno stato di assoluta calma, al riparo oramai dai turbamenti della vita. Che differenza passa tra questo stato e il quieto vivere di chi non vuole fastidi? La differenza che passa tra la vita e la morte. Quella calma suprema è il risultato del potenziamento vitale, di tutte le energie dello spirito e della grazia che si esaltano in una pienezza di armonia. Il quieto vivere, invece, è l’assopimento di tutte le istanze vitali e morali che si mette al sicuro dai colpi dell’esistenza. Quella è al di là delle crisi esistenziali, questa è al di qua e cerca di evitarle. Ma evitare le crisi e le difficoltà del vivere significa rifiutare la vita e restare bambini.

Dal libro

Un eremo non è

un guscio di lumaca

Adriana Zarri

Einaudi