Archivio | novembre 2011

Di larghe vedute

 

Quando sono entrata nella sala d'aspetto lui era già lì.
“Lui” è un “signore” di una certa età ma non anziano, stava seduto vicino alla porta dello studio del medico e aspettava il suo turno per entrare.

Due occhi tondi su un viso dalle gote rosse, pochi capelli e un abbigliamento che voleva essere sportivo e giovanile ma che, in realtà, a me è sembrato abbastanza trasandato.

Teneva tra le mani una stampella, particolare che denotava qualche problema agli arti inferiori, ma lo sguardo sanguigno e la lingua piuttosto sciolta non avevano problemi di alcun genere.

Parlava di tutto senza fare pause e in particolare si lamentava della categoria dei medici, a suo avviso poco capaci.

E' stato a quel punto che un signore, sentendosi chiamato in causa, ha detto:

Bene, sono contento quando sento i pazienti esprimere con schiettezza il loro parere sul nostro operato”.

Difficile capire dal tono piuttosto neutro il significato che intendeva attribuire alle sue parole.

Lui” non ha fatto una piega. Quando più tardi il medico è andato via, ha ricominciato il suo estenuante monologo cambiando semplicemente argomento.

Io, in attesa di entrare in ambulatorio, cercavo di ingannare il tempo leggendo qualche pagina di un libro, ma il tono alto del nostro interlocutore non mi permetteva di concentrarmi.

Parlava con una signora che, pazientemente, cercava di trasformare la conversazione in un vero dialogo. Ad un certo punto mi ha incuriosito e colpito l'ultimo argomento trattato. Mi arrivavano stralci di una conversazione tanto banale quanto fastidiosa.

Stanno bene in carcere, non manca loro niente, mangiano, bevono, dormono, guardano la televisione, escono nel cortile, e poi non lavorano! Per loro è come stare a casa.”.

Mi sono chiesta di chi stesse parlando. Istintivamente ho prestato una maggiore attenzione.

Perché devono stare qui? Che cosa ci fanno? Lo sapete che le carceri sono piene di stranieri, la maggior parte non è di qui, vengono a creare dei problemi, se ne devono andare!”

E' stato a questo punto che mio marito ha detto:

Se stanno così bene, come mai in carcere tanti detenuti decidono di suicidarsi? Forse non stanno così bene!”

Lui” non si è scomposto per niente e ha esplicitato meglio il suo “pensiero”:

Lo farebbero anche se fossero liberi, vuol dire che hanno già quest'intenzione!”

Ma come fa lei a sapere come vivono in carcere?”

Glielo dico io che è così perché sono andato a fare dei lavori e mi sono fatto aiutare da alcuni di loro. Gli stranieri non devono stare in Italia, se ne devono andare!”

Il discorso è andato avanti a lungo perché lunga è stata l'attesa. Fremevo ma cercavo di trattenermi, sapevo che se avessi dato retta al mio istinto avrei finito forse col bisticciare. Non mi sembrava il caso, in fondo non ne valeva la pena.

Notavo che anche gli altri presenti prendevano le distanze da quel fiume in piena che cercava di rendere più convincenti le sue affermazioni con un linguaggio sempre piuttosto colorito.

Ho tirato un sospiro di sollievo quando finalmente è arrivato il suo turno ed è stato ricevuto dal medico nel suo studio.

La sala d'attesa ha ritrovato la sua “sobrietà”, per usare un termine molto in uso in queste ultime settimane.

Mentre aspettavamo, usufruendo finalmente di un po' di silenzio, ho pensato all'ultima proposta del presidente Napolitano riguardante il diritto di cittadinanza per i ragazzi, figli di genitori stranieri, nati in Italia.

Che contrasto tra l'equilibrio e la saggezza del Capo dello Stato e molti di noi cosiddetti “cittadini italiani”!

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Una casa

(foto da web)

C’è una casa, poco oltre il quartiere,

che si affaccia sui campi,

in realtà son due muri soltanto

tutto ciò che poi resta,

le orme e i mattoni di fango.

E’ avvolta dall’erba ora alta,

dall’ombra di un albero

e di chi vi trascorse la vita.

Vi passo vicino al mattino

con Argo, il mio cane,

lui si accosta poi annusa

e sembra cercare un mondo lontano

che un tempo aveva un suo senso

tra quelle due mura.

Immagino senta il profumo del legno,

dei vecchi il cui sigaro si è spento da tanto,

dei bimbi che forse lì dentro son nati,

di mamme stremate e felici

di tener tra le braccia la Vita.

Visioni pensieri e profumi

nel pensare al passato

 di una casa che oggi si regge soltanto

sull’aiuto di tre pali addossati

e forse del nostro rimpianto.

Dalla raccolta inedita “(Ri)percorrendo universi”

Novembre e i suoi lutti

 

(Foto da web)

E’ un mese triste novembre, lo è sempre stato, ma quest’anno sembra voler evidenziare ancora di più questa sua caratteristica.
Lo fa con un clima piovoso che non dà tregua, a tal punto da portare la disperazione in terre che ogni anno guardano al periodo autunnale con profonda angoscia per lo straripamento di fiumi e torrenti, per le frane improvvise, per tutte le prevedibili e imprevedibili conseguenze.
La Lunigiana, le Cinque Terre, Genova, le ultime in ordine di tempo, morti e disastri, case abbandonate, oggetti e ricordi di una vita intera lasciati nel fango, negozi e servizi che non apriranno forse più.
Quelle riprese dalle finestre, quelle fotografie, auto come giocattoli nelle strade, uomini come bambole di pezza travolte dall’acqua. Bimbi al sicuro nelle scuole e poi avvolti nel fango.

Certo, la natura, ma fino a che punto? Una natura matrigna o una natura in rivolta contro l’insensibilità di noi uomini e la nostra cupidigia? Chi sono i veri colpevoli? Magari quelli che utilizzano le risorse senza rispetto e le consumano con arroganza?
Un discorso lungo e abusato, ma non si può far finta di niente e barare con se stessi.

***

Novembre, mese di lutti.
Ieri se n’è andato un caro amico conosciuto su fb, si chiamava Guido Melioli, aveva 58 anni ed era ammalato di sla, ma con una fortissima voglia di vivere nonostante tutto.

Aveva un cuore grandissimo, generoso e mite, un grande amore per la musica e in generale per il bello. Curava egregiamente la sua pagina su Facebook, postando video, canzoni, brani musicali e fotografie, ottimista e sorridente anche quando non stava bene, dimostrando un profondo rispetto verso gli altri, sempre.

Mancherà moltissimo ai numerosi amici che l’hanno conosciuto, che non riescono ad accettare questa partenza improvvisa, che continuano a scrivere sulla sua bacheca:” Ma è vero?”

Purtroppo è vero e tutti noi, sgomenti, dobbiamo accettarlo.

Concludo riportando una parte di quella che era la sua filosofia di vita, postata sul sito “Sla……pussa via!”, curato da lui e dalla cara amica Bonaria Meloni.
Ecco le sue parole:

LOTTARE, LOTTARE, LOTTARE

Questo sito nasce dall’esigenza di non lasciarsi travolgere dalla malattia. Dopo la diagnosi di SLA (Sclerosi laterale amiotrofica), molte cose sono cambiate nelle mia vita e in quella della mia famiglia. Tante cose che prima davo per scontate, sono diventate ora impossibili, tante piccole abitudini sono state dimenticate, tanti amici si sono improvvisamente dileguati ….ma questo non deve diventare un’alibi, intendo combattere la malattia non soltanto tramite le terapie farmacologiche, ma cercando anche di conservare, per quanto possibile, gli interessi coltivati negli anni precedenti. In questo sito si parlerà pertanto di SLA, ma anche di letteratura, musica, cinema, teatro, arte, ricerche linguistiche.

Buona lettura a tutti.”.

***

Di questo volevo parlare oggi, per il rispetto che provo verso la sofferenza, intesa nel senso più ampio del termine, verso quella fragilità che è presente in ciascuno di noi, che dovrebbe portarci ad una giusta riflessione e che invece spesso tendiamo a rimuovere, forse perché ci fa paura, o al contrario perché non riusciamo a fare a meno della nostra arroganza, convinti sempre di avere la meglio non solo sulla natura ma anche nei confronti della vita.

Continuiamo così ad essere eternamente degli illusi.

Ricordando

(foto da web)

I giorni appena trascorsi sono stati dedicati a chi oggi non c’é, a chi ha smesso di percorrere le strade di questa terra.

Ho visitato due campisanti in questi giorni, il primo è  stato quello del paese, situato in montagna,
in cui sono nata, è ampio ormai e nuove aree sono state attrezzate, così io l’ho percorso quasi tutto perché alcuni tra i miei cari sono distanti tra loro.

Non mio padre e mia madre, uniti anche dopo la morte.

Da loro sono andata innanzitutto, a salutarli, a portare dei fiori, ad incrociarne lo sguardo ed il sorriso di persone buone. Non lontano, i tanti parenti ai quali ho voluto bene, anch’essi parte di me o io di loro.

Dalla parte opposta, altri più anziani, alcuni dei quali mai conosciuti ma di cui so tanto, una conoscenza trasmessa dai miei genitori.

Ci sono anche conoscenti e amici, la “mia” Paola, l’amica forte e affettuosa di quand’ero bambina. E’ partita poco più di un mese fa senza che io abbia potuto salutarla, avrei dovuto pensarci per tempo perché la sua età era avanzata, 93 anni portati con lucidità e ottimismo.

Tanti volti si affacciano sui viali, alcuni conosciuti, moltissimi no, perché la vita mi ha portato in altri luoghi. Ma ogni tanto ritorno a rivedere la casa in cui son nata, la osserverò ancora da lontano per non dimenticare i miei giochi di bambina, le stanze che continueranno a raccontare di voci e di risate.

Il primo di novembre ho visitato invece il camposanto della città che mi ha visto crescere e diventare donna. Raramente nel passato lo avevo fatto, ora sì, con fatica e dolore, e tanto rimpianto, perché dal marzo di quest’anno lì riposa mio fratello, il mio amatissimo fratello.

Tanti fiori profumati intorno, tante piante, per lui così innamorato della natura, due fotografie, e il suo bellissimo sorriso.