Archivio | aprile 2012

Alessandro Melis


(foto da web)

Una poesia di Alessandro Melis, attore, poeta e scrittore sardo la cui poetica trova nutrimento tra le innumerevoli sfaccettature della realtà e sulle quali l’autore si sofferma con uno sguardo attento e disincantato.



ballata della vedovanza

Invedovì che si faceva giugno
e i papaveri s’impallidivano il vermiglio.
Se ne fosse andato di novembre, forse avrebbe pianto,
intuendo parentela fra la sua caduta e quella dell’autunno,
fra l’appassire insopportabile dell’anno
e l’addio che le amputava il desiderio.
Ma ora no, non stava bene il colore delle lacrime
abbinato al giallo in festa del raccolto.
Si pettinò con cura il riflesso nello specchio
(c’era un granulo di polvere sull’occhio:
lo soffiò via come si schiaccia un ragno)
mentre lui si raffreddava nel sudario
e la sua pelle incominciava il crollo.
Il vestito non lo scelse: non c’era nell’armadio
un colore che somigliasse all’urlo.
Tolse le scarpe: il diventare sola
sentì che le obbligava passi scalzi.
In cucina non trovò nessuna spezia
adatta al nulla che sentiva sulla lingua:
l’ultima cena la condì con il rancore
per l’abbandono consumato sopra il letto.

Fu il marito a ritrovarla altalenante
dal lampadario della sala, appesa.
Ammutolì leggendole negli occhi spenti
la vedovanza d’incubo che gliel’aveva uccisa.

Alessandro Melis

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Libertà

(foto da web)
 

Trent’anni compiuti nel deserto,
un compleanno da prigioniera,
eppure io vedo il tuo sorriso
che con speranza attende una parola.

La libertà ti aspetta,
per un istante ti è passata accanto
poi non si sa
che cosa sia accaduto,
è tutto da accertare.

Ma tu che non conosci resa alcuna
attendi ancora di poter abbracciare
la famiglia che ti ha preso per mano
col pensiero con l’ansia e la paura.

Eppure tu ti nutri di coraggio
e coraggio trasmetti
a chi ti sta vicino e a chi è lontano.

Arriverà quel giorno, ne sei certa,
in cui liberamente potrai andare
dove vorrai, con chi vorrai,
e magari con gioia ritornare
tra i bambini che ti rubano sorrisi
nelle infinite distese di sabbia
che hai imparato ad amare.

P.M.C.

Roberta Dapunt

foto da web

Tre poesie di una poetessa che ama molto la sua terra, la Val Badia, in cui è nata nel 1970. Una giovane donna dall’animo sensibile e complesso, dallo sguardo attento e profondo verso la natura, la spiritualità, la difficoltà del vivere.

 

la canzone di Herta

I piedi di Herta hanno il verso dell’erba zitta di
novembre,
camminano separati, rivolti all’urgenza di andare e
tornare.
Pestano cauti in scarpe di umile retta e il veloce passo
porta a casa il suo corpo solo e la spesa,
alla povera Helga, a un ostinato padre.
E lei sorride e il suo sorriso
non spalanca mai la bocca, stringe gli occhi
fa sentire note di una voce che di dentro tace.

Herta dai mille chilometri e un solo sentiero,
angelo contento dai pochi pensieri, non ha le ali
ma si muove senza pari, posa in terra gioia e dispiacere
in misura uguale e leggero peso,
ché in paese s’affretta e non sosta se non per il pane
eppure lo fora, trapassa, lo buca e perfora,
attraversa il suo cuore
e nessuno s’accorge e nessuno la vede.

*

Padre, questo viso sepolto,
la tua immagine piegata alla morte
dentro il bianco letto non illude più nulla.
Ho chiuso la porta dietro noi
e come ritagliati dal profondo,
fermi al centro della stanza i nostri cuori.
Uno morto, uno vivo.

Ora tu pensi che io non ti veda,
ma io so in questo momento,
mentre ti stai togliendo l’abito di dosso
come un bagaglio di un viaggio finito,
di già mi vengono i ricordi.
La misera infanzia e la semplice vita
che le tue umili parole non chiedevano oltre,
se solo ti avessi incontrato di più e baciato.

Ma è tardi in questa morte
e benché aliti in me il desiderio di seguirti,
anch’io ti consegno
e in paziente pianto rimango.
Nel resto del tempo, nei fitti pensieri,
ritornami padre in silenzio.

poesia dolce

Due volte in vita mia
ebbi l’amore dentro il corpo,
viscerale più di qualunque altro sentimento.
L’utero accoglieva per tempo e desiderio,
ciò che più avrei curato dopo.
So per certo, non vi è quiete più giusta
di un ventre materno,
dentro infatti, vi cresce il paradiso in carne ed ossa.
Ogni volta lo chiamai per nome
dopo averlo partorito
e per questo, mi era dato piangere di contento.

Questo scrivo ed è uguale il sentimento ora
per le figlie che a lungo mi abitarono dentro.
Come un tabernacolo le ho conservate,
talmente sacra è per me la loro vita,
che non esse sono mie,
ma io appartengo a loro,
che sono il seme e il germoglio,
la gettata e la primavera
di ogni volta che mi rivolgono in viso
il loro sguardo per incontrare il mio.

(Roberta Dapunt, La terra più del paradiso, Giulio Einaudi Editore)