Archivio | gennaio 2013

Il sopravvissuto

 

foto da web

Qualche giorno fa ho ascoltato al telegiornale regionale un’intervista ad un anziano signore di 96 anni, nativo di un paese della Sardegna di cui purtroppo non conosco il nome perché il servizio era già incominciato. Non conosco neppure il nome del signore per lo stesso motivo. Mi dispiace perché a lui voglio dedicare un testo che da quell’intervista è scaturito, sia pure indirettamente.

L’anziano parlava col giornalista e raccontava la sua esperienza di sopravvissuto alla detenzione in un campo di concentramento. Lo guardavo e provavo tenerezza per la sua età ma anche una grande ammirazione.

Lucidissimo nello sguardo e nel racconto, solo gli occhi un poco umidi per la vecchiaia, e forse per l’emozione, la voce appena incerta ma chiara, i ricordi precisi, senza tentennamenti.

Quando ha finito di raccontare ho pensato semplicemente che queste testimonianze non possono e non devono andare perse, hanno un immenso valore, e non soltanto per noi che ancora viviamo ma per chi verrà dopo e di tutto ciò che è successo non saprà niente, se non saremo accorti e lungimiranti. Quando i nostri anziani non ci saranno più, chi trasmetterà oralmente queste terribili esperienze?

 

Ieri, l’ intervista mi è tornata alla mente e ho sentito il bisogno di scrivere qualcosa che evidentemente stava prendendo forma in modo inconsapevole.

Ecco, al “mio sconosciuto sopravvissuto” voglio dedicare questo testo.

Certo era ieri il giorno dedicato al ricordo, ma credo che la Memoria debba essere coltivata sempre.

 

 

Il sopravvissuto

 

Non posso dimenticare

i miei compagni denutriti,

i loro occhi troppo grandi

spalancati dentro i visi asciutti,

nè la nebbia che nascondeva il campo

dove come fantasmi

ci muovevamo lenti.

 

 

Non posso dimenticare

le strisce verticali

delle nostre logore divise,

la mia testa rasata

né la loro,

e le pulci che invadevano

i nostri miserevoli giacigli.

 

 

Neppure lo sguardo dei bambini

ignari del profumo dell’infanzia

o il malinconico sorriso degli amici

sempre vigili nel sostenerti

durante una caduta.

 

 

No, non voglio dimenticare

niente di quel che è stato,

non potrei sopportare

questo mio tradimento

verso chi,  molto prima di me,

se n’è andato.

 

P.M.C.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Note sul libro “Colazione con i Modena City Ramblers”, di Milvia Comastri

foto da web

Quando ho concluso la lettura dell’ultimo libro scritto da Milvia Comastri le sensazioni e le suggestioni che mi hanno accompagnato, pagina dopo pagina, erano ancora lì che volavano con leggerezza intorno a me per niente desiderose di andare via.

Succede sempre così quando un libro mi coinvolge e scopro che mi ha donato qualcosa.

Il libro si intitola “Colazione con i Modena City Ramblers”, è una raccolta di racconti, e non mi ha regalato qualcosa ma tanto. Profondità di pensiero, sensibilità, ricchezza di valori, anche oggi, nonostante tutto.

Uno sguardo rispettoso sulle persone, quello di Milvia, che cerca tra le pieghe del non detto, dietro le parole appena bisbigliate, oltre le esperienze della gente incontrata lungo la propria strada, il valore dell’umanità nonostante gli errori e i limiti.

I suoi racconti narrano di sofferenze ma anche di momenti sereni, tutto ciò che in qualche modo unisce chi scrive a chi legge ed entrambi a quei personaggi così umani e veri che sembrano interloquire con noi. Protagonisti scaturiti talvolta dalla realtà, talvolta dalla fantasia dell’autrice, dalla creatività di una donna che di sé dice:” Non mi considero una vera scrittrice ma una narratrice sì. Mi è sempre piaciuto narrare storie sin da quando ero bambina, allora le raccontavo ai miei piccoli amici.”

Non sono del tutto d’accordo su questo giudizio, credo che Milvia sia una brava scrittrice ed una altrettanto brava narratrice.

I suoi racconti. Ecco, il suo libro incomincia con la storia di un piccolo malato e si conclude con quella di una donna che conosce il dolore fisico e, con la consapevolezza che le viene dall’essere adulta, anche quello psicologico. All’interno stanno le altre storie, con la fragilità e ugualmente la forza di persone che comunque coltivano ancora la speranza, che non vogliono cedere, pensando che le cose possano anche cambiare.

E le cose spesso cambiano, o magari è soltanto lo sguardo sugli avvenimenti, il percorso dentro se stessi, che spinge al cambiamento, dando origine così a una nuova consapevolezza.

Questo avviene nelle storie di Milvia. Penso a Davide, ad Angelo, a Mara, ad Adriana, ma anche a Giuliana, a Diego, ad Armida, a Rosaria…

Ci salutano questi uomini e queste donne, e tutti ci sembrano in carne e ossa tanto sono veri, e potrebbero avere altri nomi e le sembianze dei molti che conosciamo o che conosceremo nel corso degli anni.

Milvia non allontana il dolore dalle sue storie perché conosce la realtà, per questo si accosta ad esso con quella discrezione e quella delicatezza che le persone sensibili hanno per i sentimenti e le debolezze degli altri.

Anche ai personaggi che sembrano ormai sconfitti lascia una possibilità, l’impegno di poter ancora decidere in quale direzione andare. E lo stesso lettore non avrà certezze, dovrà essere lui, di volta in volta, a ipotizzare una possibile conclusione della storia.

P.M.C.

Il nulla


 foto da web

Ritorna come un incubo

e non l’avremmo più creduto,

sconcerta ed avvilisce

l’ottusità di tanti

ostinati nel tenere gli occhi chiusi.

 

Millanterie, bugie,

maschere di ogni tipo

capaci di confondere

teste senza ragione.

 

Sguardi obliqui e rancorosi

velati appena da un’apparente cortesia

confondono ancora

chi guarda in superficie

e non osserva sottoterra

dove la melma si nasconde al sole

per non essere vista.

 

P.M.C.

Il nuovo anno

( foto da web)

 Si sono concluse ieri con l’Epifania le cosiddette festività natalizie. Non c’è ironia in questa mia espressione, anche se può sembrarlo, ma solo amarezza e un pizzico di malinconia.

Devo dire che quest’anno in particolare non ho percepito minimamente un’aria di festa, di serena attesa di quei momenti che negli anni trascorsi hanno sempre coinvolto e in qualche modo scaldato gli animi, a prescindere spesso da quello che chiamiamo dono della fede.

Piace e fa bene stare in compagnia dei propri cari e degli amici, vivere tutti insieme le suggestive atmosfere del Natale o le attese e in qualche modo le speranze che il nuovo anno porti buone nuove, qualche cambiamento positivo.

Ogni inizio d’anno è questo il nostro più grande desiderio nel momento in cui brindiamo augurando a tutti salute, serenità e…

Ecco, qui il nostro augurio rimane sospeso perché mai come quest’anno questi due doni, pur così straordinari, sembrano insufficienti, manca la parola “lavoro”, che non è a se stante. Può esserci serenità senza lavoro? Può esserci salute?

Salute fisica e mentale, tranquillità e possibilità di fare progetti?

Quali progetti per quanto piccoli si possono fare senza avere punti fermi, la certezza di poter con dignità badare a se stessi e alla propria famiglia?

Io non sono per il “catastrofismo” ma quel che vediamo intorno e lontano da noi è sconvolgente. Speravamo di liberarci di tante cose marce buttandole nell’immondizia insieme all’anno vecchio, ma tutto fa pensare ad un semplice passaggio del “testimone” in altre mani.

A cosa brindiamo dunque? C’è ancora un posto residuo per la speranza?

Possiamo, pur con saggio realismo, credere ancora che l’anno appena nato possa farci qualche dono tanto inatteso quanto desiderato e proprio per questo capace di riaccendere in noi la capacità di credere ancora in qualcosa o in qualcuno?

 P.M.C.