Archivio | aprile 2014

Lo zio partigiano

L’indomani sarebbe stato il 25 aprile, giorno della Liberazione. Una data importante per Anna per due motivi, quale dei due lo fosse di più era difficile da dire. Il 25 aprile, tanti anni prima, era morto suo padre, nello stesso giorno di un anno ancora più lontano, il 1945, l’Italia si accingeva a rinascere, dopo tanta desolazione.
Due avvenimenti così diversi tra loro ma ugualmente intensi per lei. Uno intimamente privato, l’altro straordinariamente collettivo.
In quel momento Anna stava seduta sul divano, dinanzi al televisore, davanti a lei le immagini di quel giorno lontano, mai conosciuto nella realtà ma profondamente interiorizzato grazie ai racconti di suo padre, dei suoi zii, alle fotografie sui giornali, sulle riviste, sui libri, ai servizi trasmessi alla televisione.
Un giorno di gioia e di “liberazione” per lei ormai adulta. Ma, subito dopo, il ricordo di un fatto tragico si era affacciato alla sua mente, un avvenimento precedente al 25 aprile del ’45. Poco meno di un anno prima, il 21 maggio del 1944, un suo zio, fratello di suo padre, partigiano di poco più di vent’anni, era stato ucciso dai nazisti in Slovenia, al confine col Friuli- Venezia Giulia.
Uno zio mai conosciuto ma del quale aveva sentito parlare tanto.
Rifletteva Anna in quella sera di primavera, era rilassata ma col cuore e la mente rivolta a fatti e affetti che non voleva dimenticare. E, a un certo punto, il sonno ebbe la meglio sulla sua attenzione agli avvenimenti raccontati.

 

Stanca, dopo un lungo viaggio, Anna, insieme ad alcuni parenti, arrivò finalmente al confine tra il Friuli-Venezia Giulia e la Slovenia.
Alcune persone del luogo, con le quali faticosamente erano riusciti ad avere dei contatti, li aspettavano, insieme sarebbero andati nel piccolissimo paese sloveno dove, avevano saputo, era stato sepolto Stefano, lo “zio partigiano”, come da sempre veniva chiamato in famiglia.
Anna non avrebbe saputo dire con precisione che cosa provasse in quel momento, nostalgia, rimpianto, ansia, malinconia?
– Malinconia, forse, – si disse, – un gran rimpianto, ma anche tanta rabbia per la morte di un ragazzo che aveva poco più di vent’anni!
Presero diversi mezzi, inizialmente un treno, poi dei pullman. Il primo, comodo e spazioso, gli altri invece erano mezzi vecchi che ad Anna sembrarono persino poco sicuri.
Finalmente, dopo diverse ore di incertezza e preoccupazione, arrivarono nel piccolo borgo situato in terra slovena che ospitava, nel suo minuscolo cimitero, lo zio Stefano.
Era una bella giornata autunnale, ancora tiepida, quasi un giorno di fine estate. Già sul pullman la loro guida aveva mostrato oltre i vetri un punto lontano.
– Quasi arrivati, – disse, – nel suo italiano impreciso ma comprensibile, – là, dopo monte, vedete piccola chiesa, e vicino, cimitero.
Anna si sporse un poco, ma il sole le impedì di vedere con chiarezza, intravedeva lontano soltanto un po’ di foschia.
Passò ancora qualche tempo, poi finalmente il pullman si fermò.
Anna si allontanò un poco dai suoi, voleva vivere intensamente e da sola quel momento. Doveva essere molto stanca ma, coinvolta com’era, non ne percepiva l’intensità. Lo zio di cui tanto aveva sentito parlare, sul quale aveva fatto tante domande ai genitori, soprattutto al padre, fino a sfinirli, era là, poco lontano da lei.
– Ventidue anni di una vita che si era conclusa con un massacro per colpa forse di giovani come lui, indottrinati da gente ben più smaliziata, ma non per questo incolpevoli, – pensò.
Si fermò sul ciglio di una strada polverosa e guardò intensamente davanti a sè. Ecco la piccola chiesa di cui aveva parlato la guida, il tetto spiovente, e a fianco il campanile, alto e snello. Poco distanti i muri del minuscolo cimitero rettangolare, a malapena Anna intravedeva alcune croci, poi, piccole case bianche con i tetti rossi, ordinate, una vicina all’altra, quasi sentinelle in quel luogo di preghiera e meditazione. Intorno, muretti a secco, alberi ancora verdi ma già tendenti verso colori autunnali, campi e prati color smeraldo si alternavano ad altri gialli. Sullo sfondo, colli avvolti da una luce azzurrina. Nessuno presente, tranne loro venuti da lontano.
Anna provava ora una sensazione di pace, era in attesa, come sospesa.
Qualcuno la chiamò per avvicinarsi insieme al cimitero, dovevano percorrere ancora un breve tratto di strada a piedi. Si incamminarono. Impiegarono dieci minuti, forse quindici, poi furono davanti al cancello.
Anna, le sue due sorelle e un cugino, quasi un fratello, si fermarono nel medesimo istante. Erano tutti molto emozionati, da tempo aspettavano quel momento perché quel viaggio desiderato era stato rimandato più volte. Ma ora erano lì a rendere omaggio allo zio Stefano.
La guida li guardò e intuendo il loro stato d’animo attese con discrezione un cenno.
Anna capì, scambiò qualche parola con i suoi e poi disse:
– Possiamo entrare, siamo pronti.
Il ragazzo aprì il cancello. Doveva essere chiuso da tempo perché cigolò vistosamente. Poi li precedette nel breve viale che conduceva ad un piccolo gruppo di tombe situate su uno dei lati più lunghi del cimitero. Quando arrivò a destinazione si fermò. Indicò una tomba, stava al centro, quasi protetta dalle altre. Anna si avvicinò ancora un poco seguita dai suoi.
La commozione era grande. Su una lapide c’era quel nome a lungo ripetuto nella mente dopo che i genitori avevano raccontato loro quel che era successo.. La storia di Stefano, zio ed eroe, amato e rispettato da quei bambini diventati poi adulti. C’era anche una fotografia, ingiallita e poco chiara, ma abbastanza da riconoscere le sembianze di un ragazzo dagli occhi grandi, dal sorriso timido e ugualmente determinato, dallo sguardo intenso proteso, come quello di tutti i giovani, verso il futuro.
La sua vita aveva preso invece un corso diverso. Nascosto in una casa, presso una famiglia amica, era stato preso dai nazisti insieme ad alcuni compagni. Per loro e per i generosi ospiti non c’era stato scampo.
Anna pensò ai loro ultimi istanti chiedendosi che cosa potevano aver provato, quali pensieri avevano attraversato le loro menti.
Ancora dolore e rabbia in lei. Lasciò che gli occhi si bagnassero senza opporre resistenza, si voltò infine verso i suoi e vide in loro la stessa commozione.
Si era fatto tardi, in certe circostanze il tempo corre fin troppo velocemente. La guida spiegò che era arrivato il momento di andar via, avevano diverse ore di viaggio prima di arrivare al confine con l’Italia.
– Andiamo, – disse Anna, – siamo pronti.
Si diressero di nuovo verso il cancello.

In quell’istante Anna avvertì qualcuno accanto a lei che la chiamava. Rabbrividì leggermente, poi sentì suo marito che diceva:
– Ti sei addormentata sul divano, è tardi, dai, andiamo a riposare!
– Addormentata? – ripetè Anna, – Che è successo, ho solo sognato? Niente è vero, dunque!
Suo marito la guardò perplesso, incuriosito dal suo sguardo ancora assente le chiese di raccontargli il sogno.
– Prima che tu possa dimenticarlo. – scherzò.
Ma Anna era certa che non lo avrebbe dimenticato. Glielo raccontò infatti senza omettere niente.
E mentre narrava una storia che aveva creduto vera si ricordò che qualche anno prima un conoscente, il cui padre era stato partigiano ed era morto in un agguato per mano dei fascisti, era riuscito, sia pure tra tante difficoltà, a riportarne a casa le spoglie.
Perché non incominciare a informarsi sulle procedure da seguire?

Piera M. Chessa

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La scatola nascosta

 

Camminava Greta quel mattino e rilassata godeva di una lieve aria frizzante che accompagnava il suo passo.

Era una domenica di fine febbraio, eppure quell’anno agli occhi di tutti l’inverno sembrava essere più breve, sembrava aver già esaurito i suoi giorni di freddo e vento.

Nei prati l’erba divideva gli spazi con semplici fiori gialli, intere famiglie si espandevano quasi con prepotenza tra gli steli. Sia pure con una certa timidezza la primavera incominciava a far sentire la sua presenza. Gli alberi in parte ancora spogli accoglievano già numerose specie di uccelli cinguettanti.

Greta ascoltava, osservava e gioiva. La natura era sempre stata per lei una cara amica, aveva un effetto balsamico sulla sua mente.

Ad un certo punto però la sua passeggiata fu interrotta da alcuni strani prolungati lamenti. Si fermò. Sul ciglio della strada di campagna, poco fuori città, c’era una scatola, sembrava grande, in buona parte coperta dalla vegetazione, per questo nascosta agli occhi dei pochi passanti, a quell’ora del mattino. Se non fosse stato per i lamenti e per il silenzio del giorno festivo forse Greta sarebbe passata oltre senza notare niente.

Se, se… Invece quel mattino qualcosa avvenne. I lamenti, forse un po’ più distanziati, continuavano. Greta non sapeva che cosa fare, d’istinto si era appena fermata e d’istinto aprì quella scatola scura, vecchia, bagnata dall’umidità della notte appena trascorsa.

Era grande abbastanza da poter contenere due minuscoli cani, fratellini probabilmente, tremanti e impauriti.

Greta non aveva mai posseduto degli animali, neppure un gatto, nè criceti nè pesci nè uccellini, e dei cani aveva molta paura a causa di un’esperienza negativa vissuta da bambina.

– Che faccio, – si disse, – non so neppure da dove incominciare! Dove posso portarli? Mica posso lasciarli qui a morire di fame e di sete!

Erano talmente piccoli, spaventati…

Lei, che forse non ne aveva mai accarezzato uno e tantomeno tenuto tra le mani, si ritrovava ora da sola davanti a due esserini indifesi.

Li guardò, uno era bianco, con una macchia nera tra le orecchie, l’altro, nocciola, col pancino chiaro. Due musetti allungati, teneri, due occhi da poco aperti su un mondo che li aveva già condannati.

– Che faccio? – ripetè ancora a se stessa, – se solo ci fosse qualcuno a darmi una mano, un consiglio… L’unica cosa di cui sono certa è che non posso abbandonarli anch’io.

Seguì il proprio istinto, allungò una mano e ne prese uno, si lamentava sempre più debolmente, sembrava perdere le forze. Con l’altra afferrò delicatamente il secondo, le parve più robusto. Di entrambi sentiva il tepore e intuiva che la loro vita dipendeva da lei, in quelle condizioni non sarebbero sopravvissuti.

Lasciò da parte ogni incertezza, ogni paura, si scolorì il ricordo della sua brutta esperienza infantile, rivide solo per un istante se stessa inseguita da un cane di grossa taglia, lei che piangeva per strada, l’animale che ringhiava. Poi, suo padre venuto in soccorso…

Ora, adulta, doveva essere lei ad aiutare i cuccioli. Li rimise nella scatola lasciando il coperchio leggermente sollevato, prese il pacco improvvisato e si avviò.

Per fortuna la sua abitazione non era distante, più tardi avrebbe deciso che cosa fare. Avrebbe chiesto aiuto a qualcuno, oppure li avrebbe portati in un canile del quale aveva sentito parlare bene, sarebbe stato difficile per lei tenerli.

Certo, sapeva che per quanto accuditi la vita in un canile non è mai felice, ma così impegnata com’era che altro poteva fare? Erano piccoli, bisognava trovare il modo per nutrirli, non c’era più la mamma per allattarli. Tutto in effetti sembrava abbastanza complicato.

Ma qualcosa era avvenuto quel mattino in lei, qualcosa di indefinito andava prendendo forma.

Mentre camminava e la sua casa incominciava a intravedersi, decise che i cuccioli non meritavano di andare a vivere nel canile, la loro fragile esistenza aveva già pagato un prezzo notevole. Erano sopravvissuti all’abbandono, avevano lottato per farcela, ora sarebbe stata lei a prendersene cura. Certamente avrebbe dovuto risolvere non pochi problemi, ci sarebbero state delle difficoltà, ma era certa che in qualche modo sarebbe riuscita ad organizzarsi.

Mentre raggiungeva la sua abitazione le sembrò che la scatola che teneva tra le mani fosse diventata più leggera. Sollevò di poco il coperchio, abbastanza però per incrociare due sguardi innocenti.

Piera M. Chessa

 

Ricordando il terremoto di cinque anni fa

Sembra trascorso poco tempo, eppure sono andati via 5 anni. Nella notte tra il 5 e il 6 aprile del 2009 a L’Aquila, lo sappiamo tutti, c’è stato un forte terremoto, uno sconvolgimento tale che ancora oggi sembra stupefacente.
Già, ancora oggi. Eppure c’è dell’altro che è ancora più incredibile e inquietante.
L’Aquila da quella notte non si è più ripresa, sembra rassegnata, ma non è così. Gli aquilani hanno dimostrato con notevole coraggio di saper reagire, opporsi ad una grande catastrofe, rimboccarsi le maniche, guardare al futuro.
Il problema sta altrove, bisogna mettere le persone in condizioni di poter affrontare le difficoltà, supportarle quando da sole non possono  farcela.
Tanti morti, tanti sfollati, tanti abbandonati a se stessi, solo i volontari, arrivati da tutte le regioni d’Italia, hanno generosamente dato il massimo, per il resto, tanta indifferenza, mancanza di una condivisione reale, di sostegno da parte delle istituzioni. Un termine questo in se stesso ricco di contenuti, in realtà vuoto da far paura. E i cittadini dell’Aquila di paura ne hanno avuto tanta, durante il sisma e in ugual misura dopo, quando hanno capito che non solo non avrebbero avuto aiuti effettivi ma che sulle loro disgrazie incominciavano da subito a volare gli avvoltoi, pronti a prendersi tutto, trasformando in breve tempo il dolore delle persone in un mezzo per ingenti facili guadagni.
Una vergogna che ha investito tutto il nostro Paese, cittadini solidali e sciacalli in ugual misura sono diventati esseri spregevoli agli occhi dei Paesi stranieri.
E oggi? Oggi siamo praticamente allo stesso punto. La cosiddetta ricostruzione della bella città abruzzese e degli altri centri colpiti è ferma al punto di partenza, o quasi.
Anche l’indignazione dei cittadini onesti, all’inizio fortissima, è andato scemando. Ci si abitua a tutto in brevissimo tempo e poi rimane solo una infruttuosa rassegnazione.
Ecco, in questi giorni si ricomincia a parlarne, e poi?

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Quello che segue è un testo scritto nel 2009, nei giorni successivi al terremoto, sono versi dettati dalla grande emozione del momento, poco lucidi, non molto equilibrati, ma voglio riproporli così, senza alcuna modifica.

L’Aquila

Hai tre anni, bambina, così è stato detto
ed è solo questo quel che sanno di te,
ti hanno trovato, dormivi nel tuo letto,
intorno la polvere copriva la stanza.

Ti hanno preso con mano fin troppo leggera
per paura di farti ancora del male,
un gesto affettuoso poi il grande rimpianto
nel capire che il sonno era troppo profondo.

Disegni e giocattoli accanto al tuo letto
che tu credevi così caldo e sicuro,
tuo padre e tua madre non pensavano certo
che l’inferno fosse tanto vicino.

Qualcuno ti ha avvolto e poi ti ha condotto
là dove nessuno avrebbe voluto,
anche i tuoi genitori ormai son partiti
e nessuno più dorme adesso al tuo fianco.

Rimane per te il gesto gentile
di un uomo che ha visto il tuo corpo minuto,
i neri capelli coperti di bianco,
gli occhi ormai persi in un vuoto infinito.

P.M.C.