Archivio | novembre 2015

Valeria: il suo sguardo, il suo sorriso

Ho pianto, lo ammetto, quasi senza rendermene conto. Guardavo, alla televisione, i bellissimi canali di Venezia, i ponti, i palazzi, li guardavo ma non li vedevo nitidamente, osservavo soltanto una gondola, una identica alle altre, ma così diversa, così speciale. Trasportava Valeria, ne accompagnava il viaggio. Ecco, il mio sguardo seguiva soltanto quell’unica gondola, prima di allontanarsi per seguire altri pensieri.

Ventotto anni, giovane, bella, di una bellezza calda, solare. Di lei non sapevamo niente, prima, di lei abbiamo scoperto tanto, dopo. Abbiamo scoperto una vita tanto giovane quanto piena, colma di passione per il lavoro, di condivisione verso i meno fortunati, di gioia e allegria, di interessi. Aveva uno sguardo ampio, Valeria, sul mondo e sulle persone, e aveva un bellissimo sorriso, aperto e sincero, lei sempre pronta a donarlo, come il suo affetto e il suo altruismo.

Oggi Valeria non c’è più, ci saranno sua madre, suo padre, suo fratello, il suo ragazzo, tramite lei li abbiamo conosciuti un poco anche noi, e abbiamo capito il perché questa giovane donna fosse proprio così.

Abbiamo conosciuto suo padre, così apparentemente sereno, controllato, lo abbiamo ascoltato e stimato, non una parola fuori posto, nessun risentimento, più che lecito, una dignità sconcertante. Soltanto oggi la sua voce era un po’ commossa, ma il senso delle parole sempre sicuro, senza tentennamenti. In seguito, quando si farà silenzio, riuscirà forse a lasciarsi andare, a dar spazio alle troppe emozioni tenute a freno.

Abbiamo conosciuto la mamma, fragile e forte contemporaneamente, il viso segnato, ma quanta dignità! E abbiamo visto il pianto contenuto del fratello, e lo strazio del ragazzo, che ha sostenuto Valeria fino alla fine.

Ora, davanti a questi cuori grandi bisogna fare silenzio, bisogna saper mostrare rispetto verso chi veramente lo merita. Non altro.

Solo fare tesoro di questa testimonianza, imparare da loro che bisogna essere aperti verso tutti, lo dimostra la presenza, oggi, di donne e uomini di ogni fede religiosa.

E imparare che si può anche non odiare chi ha portato via, in maniera così crudele, una figlia alla propria famiglia.

Piera Maria Chessa

Questa voce è stata pubblicata il 24/11/2015. 8 commenti

Non trovo parole

 

Sì, mi ritrovo così, stamattina, attonita, mentre ascolto la radio o la televisione. E attonita mi sono ritrovata ieri, quando, conclusasi la partita, sono arrivate, quasi in diretta, le primissime notizie da Parigi. “Non è possibile!”, mi sono detta, e chissà quanti di noi, in Italia e nell’intero mondo hanno ripetuto queste stesse parole, a voce alta, dentro di sé o con i propri cari. Purtroppo, invece, è possibile ed è stato possibile in un Paese così vicino al nostro, in una città meravigliosa che ha già conosciuto e vissuto da poco un’altra esperienza di angoscia e terrore. I fatti sono già tragicamente noti da ieri notte, non sta a me elencarli e approfondirli, lo fanno e lo sanno fare egregiamente i giornalisti alla radio e alla televisione, a me rimane solo la volontà di esprimere, da profana, qualche pensiero, e la mia tanta paura per il nostro futuro, e per nostro intendo l’intera umanità.

Quando, mi chiedo, è incominciato questo percorso nutrito dall’odio? E quante colpe abbiamo noi, popoli occidentali, nei confronti di culture diverse ma non per questo meno importanti? E, nello stesso tempo, quante volte abbiamo appoggiato e aiutato concretamente gruppi, stati e dittatori che hanno puntato tutto sull’uso delle armi? Lo abbiamo fatto e continuiamo a farlo. Perché? Perché ci conviene, perché per tutti l’unica cosa importante è il profitto, l’avere denaro in abbondanza, poi, con quali mezzi e con quali conseguenze lo si ottenga sono quisquilie, a chi importa?

Certo, condanniamo tutti quello che è successo, e come si può non farlo? E’ un dolore terribile, lancinante, il nostro, e non possiamo neppure immaginare quello delle persone coinvolte in questi vili attentati, le persone che si sono trovate, negli ultimi istanti di vita a guardare il viso dei loro carnefici, i parenti, tutti coloro che cercavano di intervenire per salvare il maggior numero di vite umane… No, il nostro dolore è niente rispetto al loro, non è né paragonabile né avvicinabile, è altro.

Però non possiamo neppure ignorare le enormi responsabilità che come occidente abbiamo, non possiamo andare ancora avanti sulla stessa strada, piangendo oggi e dimenticando domani, quel che sta avvenendo sempre più spesso non potrà fermarsi senza il contributo di tutti. E parlo di stati, nazioni che hanno commesso errori ingiustificabili, questi Paesi non possono pensare di porre fine agli atti terroristici da soli, e neppure col solo uso delle armi. Se non ci sarà un vero coordinamento, una coesione di intenti, un freno ai propri egoismi nazionali e nazionalistici, finiremo in un unico enorme baratro, e vi finiremo tutti, nessuno escluso. Conviene a qualcuno? Io non credo.

P.M.C.

Questa voce è stata pubblicata il 14/11/2015. 4 commenti

Novembre

Percorro i viali
di un cimitero
in un piccolo paese
non lontano.

Numerose lapidi,
infiniti visi
che ancora tengono
occhi aperti  sul mondo.

Mi soffermo un momento.

Un uomo e una donna
riposano insieme
e la foto che guardo
mi rimanda un sorriso,
due sorrisi vicini.

Sono giovani ancora
camminano accanto
per strada
intrecciando le mani.

D’istinto mi vien da pensare
all’ultimo dono di un figlio
ai suoi genitori.

P.M.C.

Questa voce è stata pubblicata il 02/11/2015. 6 commenti