Archivio | settembre 2019

Il ragazzo che vendeva ninnoli

 

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foto da web

Chiara passava tutti i giorni in quel tratto di strada per andare in ufficio. Vi passava al mattino ma anche nel pomeriggio, quando doveva fare dei rientri. E tutti i giorni incontrava quel ragazzo.
Aveva forse trent’anni o forse anche meno, capelli nerissimi, le mani entrambe occupate da ninnoli colorati e tintinnanti. Una postura difficile, la sua, l’aiuto di un bastone al quale si appoggiava.
Anche il linguaggio sembrava faticoso, le parole uscivano a stento e talvolta non sembrava capire quel che gli veniva detto.
Italiano? Straniero? Chiara non lo capì mai.
Una cosa era certa, si trovava in quel punto sempre alla stessa ora, quando la via era particolarmente trafficata, quando le persone rientravano a casa dal lavoro per il pranzo.
E lui lì, col suo sorriso sofferente, il suo stare in piedi con difficoltà.
Tanti i ninnoli che Chiara aveva acquistato, ciondoli per l’auto, portafortuna, giochini per bambini… Un miscuglio di colori, oggettini che sarebbero finiti in un cassetto oppure sarebbero stati regalati a bimbi conosciuti.
Molte altre persone lo avevano fatto davanti a quel semaforo, quando il verde mancava e il rosso bloccava tutti.
In quegli istanti Chiara aveva provato a scambiare con lui alcune brevi frasi, aveva intuito che arrivava ogni giorno da un’altra città, ma quale fosse non lo seppe mai. Una sorta di dialogo breve e difficile, molto faticoso.
E poi quel semaforo, troppo veloce secondo lui nel diventare verde, troppo lento per lei e gli altri automobilisti che dovevano rientrare a casa di fretta.
Per giorni e giorni il rito si ripetè e nei cassetti di Chiara aumentava il numero dei piccoli oggetti colorati.
Era piacevole in fondo posare lo sguardo dentro quella scatola dal contenuto bizzarro, quei luccichii, quei tintinnii erano gradevoli da vedere e da sentire.
A un certo punto il ragazzo non venne più. Chiara chiese sue notizie, si era ormai abituata, come gli altri passanti, ad incontrarlo, ma nessuno sapeva niente di lui.
Passò qualche settimana, poi, improvvisamente, ritornò.
Stesso luogo, stessa postura, il viso sofferente, il corpo ancora più ripiegato sul bastone. L’approccio però rimaneva lo stesso, ormai familiare.
“ Che ti è successo”, gli chiese Chiara, “perché non sei più venuto?”.
Il ragazzo disse qualcosa che lei non capì, intuì però dall’espressione del viso che non stava bene.
Per l’ennesima volta Chiara acquistò un oggettino, ormai simile ai precedenti, così conosciuto da poterlo descrivere ad occhi chiusi in ogni sua parte.
Passò un po’ di tempo durante il quale Chiara continuò il suo abituale via vai dalla casa all’ufficio, la solita attesa del verde al semaforo, gli stessi incroci di sguardi e sorrisi con persone ormai familiari, la solita preoccupazione di arrivare al lavoro in ritardo a causa del traffico, il desiderato ritorno a casa per il pranzo. Tutto come sempre, per lei come per tanti.
Un giorno, mentre si concedeva una passeggiata in città, il suo sguardo fu attratto dalla sagoma di un uomo dietro un’automobile parcheggiata; si fermò, aveva qualcosa di familiare.
Osservò con attenzione la persona che, girando intorno all’auto, appariva più chiara.
Era un ragazzo. Aprì improvvisamente la portiera, sistemò all’interno due stampelle con grande facilità, infine si mise al volante accingendosi alla partenza.
Chiara riconobbe senza difficoltà “il ragazzo del semaforo”, come in tanti ormai si erano abituati a chiamarlo. Camminava e si muoveva perfettamente, non aveva bisogno di sostegni e il suo corpo appariva armonioso, assolutamente non offeso da problemi fisici.
Chiara non seppe mai se lui ebbe modo di vederla, se si fosse accorto realmente di essere stato riconosciuto, è certo che mise in moto con grande velocità, prima di sparire confondendosi tra le automobili piuttosto numerose in quel momento di grande traffico.
Né lei né i tanti conoscenti a cui chiese notizie videro più in città quel ragazzo al quale, ingenuamente forse, avevano dato fiducia per mesi e mesi, tendendogli generosamente una mano.

Dalla raccolta “Sguardi di donne”

P.M.C.

Passeggiata a “Sa mesa longa” (La tavola lunga)

 

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Era lì, davanti a me, quel giorno, la caratteristica tavola di pietra situata poco distante dalla spiaggia, dove già tante persone avevano posizionato gli ombrelloni e si predisponevano a prendere il sole. Ricordo che era il primo giorno quasi estivo, l’ultimo forse della scorsa assurda primavera.
Noi, quella mattina, non indossavamo indumenti da spiaggia perché volevamo fare soltanto una bella e salutare passeggiata.
La roccia è vicinissima al promontorio che si trova alla sua destra, ma per raggiungerlo bisogna munirsi di scarpe di gomma per evitare di farsi del male.
Il cielo era di un azzurro profondo, il mare, calmissimo, rimandava come sempre i suoi colori magici; nei dintorni vi erano numerosi camper, con i tendalini già predisposti per quando sarebbe arrivato il momento del pranzo, già pronte anche le sedie a sdraio per la siesta pomeridiana.
Sulla sinistra, l’altro promontorio, sulla cui cima fa da sentinella una delle numerose torri costiere di cui la Sardegna è costellata.
Eravamo circondati dalle rocce, alcune molto scavate dall’acqua, dalla salsedine e dal vento, che in certi periodi dell’anno in Sardegna soffia impetuoso, nei loro anfratti nidificano diverse specie di uccelli.
Mi incanto sempre davanti alla moltitudine dei colori, alle diverse sfumature del mare, alle increspature, vicino alle rocce, alle alghe, a pelo d’acqua, che ne modificano le tonalità, fino a formare delle piccole pozze color smeraldo.
Argo, il nostro cane, era entusiasta, correva libero, senza mai distogliere lo sguardo da noi. Lontani i tempi in cui si allontanava come una saetta e bisognava andare a recuperarlo. Ora, molto più pauroso e anziano, non si nasconde più.
Sopra le nostre teste la libertà dei gabbiani scatenava in noi la consueta gelosia, sembravano impazziti nelle loro folli corse da un promontorio all’altro. Quanta frenesia!
Abbiamo percorso un tratto in salita, fermandoci ad ammirare il mare dall’alto, era un sogno!
L’acqua si modificava in base al colore delle rocce, dei fondali o del cielo, in lontananza si vedevano alcune imbarcazioni, sembravano piccole, quasi delle vele, in realtà non lo erano affatto. Il silenzio era profondo, sembravamo gli unici presenti in quel luogo per noi incantato. Eppure bastava volgere lo sguardo per vedere alla nostra destra, piccoli, quasi dei puntini, i tanti bagnanti seduti sulla spiaggia, sotto gli ombrelloni. Un valzer di colori lontani, dalle tonalità azzurre, rosse, verdi…
Ad un certo punto abbiamo visto un crepaccio, pareva profondo, abbiamo guardato con attenzione, vi erano alcuni uccelli che volavano all’interno della roccia, là probabilmente avevano nidificato.
Il tempo passava senza quasi rendercene conto, fino a quando abbiamo capito che era arrivato il momento di rientrare, su di noi la luce e il calore delle ore più calde della giornata.
Abbiamo percorso i sentieri a ritroso, costeggiando intere distese di cisto e lentischio, la nostra macchia mediterranea. Quando siamo arrivati all’altezza della spiaggia, ci siamo fermati ancora un momento a guardare “sa mesa longa” illuminata dal sole e lambita dalle onde.
Poco più avanti, nell’area di sosta dei camper, i turisti facevano la siesta pomeridiana.

 

La spiaggia di “Sa mesa longa” si trova presso S. Vero Milis, poco distante da Oristano.

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(Lungo le strade della mia isola)

P.M.C.

Un mazzo di fiori

 

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Passavo di lì, quel giorno,
presso Forno di Fassa,
in un tratto percorso più volte
senza mai aver visto
quel candido mazzo di fiori.

Eppure, quel giorno,
fu il mio sguardo a posarsi
su un punto lontano.
Percorsi di corsa la strada
e poi mi fermai.

Su un sasso levigato
la foto di una bambina,
Non un nome e neppure una data,
ma due occhi lucenti, un sorriso
e dei capelli chiari.

P.M.C.

Nebbia

 

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Nebbia sui monti
abbelliti dagli abeti
in val di Fiemme,
nebbia che si confonde
con il bianco sporco del cielo.

A valle, i prati ancora verdi
attenuano un poco
i chiaroscuri del giorno
con le campanule
che allegre spuntano tra gli steli.

Poco distante si intravede
il tetto rosso di una casa,
piccola nota di colore
giusto nel mezzo
tra pascoli e cielo.

P.M.C.

I cavalli

 

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Camminavano placidi nel bosco
i bei cavalli dal manto chiaro,
nei loro occhi languidi
quasi un’umana tenerezza.

Tra gli alberi folti
soltanto il silenzio
e talvolta tra i rami
il canto di un uccello.

Sui sentieri, ricoperti d’erba,
i nostri passi ovattati
si facevano veloci
nella frenesia del ritorno.

P.M.C.

Nota al libro “Dal fondo. I miei primi dieci anni”, di Franca Canapini

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La prima cosa che mi viene da dire, dopo aver letto questo libro, è che la sua lettura è stata per me un vero piacere, ma soprattutto un arricchimento fin dalle prime pagine.
Franca fa una breve ma significativa introduzione rivolgendosi ad Alice, una delle sue nipotine. A lei e alla sorella Silvia vuole raccontare come sono stati e che cosa hanno significato per la sua vita i suoi primi dieci anni. Il libro scaturisce da una domanda fatta da Alice, che chiede alla nonna se da bambina sia stata povera, Franca risponde di sì e incomincia a raccontare…

Ma il racconto non sarà solo, come lei stessa chiarisce, la sua storia personale, ma quella di una comunità, “della gente che negli anni Cinquanta del Novecento viveva nel microcosmo della strada delle Cavine e delle Valli di Chianciano Terme. Sono stata solo l’occhio bambino che ha registrato le loro gesta perché le conosceste e il ricordo della loro esistenza non andasse perduto”. Questo è stato lo scopo, generoso e appassionato, che ha dato vita al libro.
Paragrafi brevi, talvolta un po’ più lunghi, che si intrecciano con dei testi poetici, quasi tutti scritti dall’autrice; poesie profonde e suggestive che chiariscono e completano le parti in prosa.

Il libro incomincia con la sua nascita, con brevi ma significativi riferimenti alla famiglia, in particolare ai due fratellini morti precocemente, prima che lei stessa nascesse.
Franca racconta poi di essere ritornata, molto tempo dopo, nei luoghi dell’infanzia, vuole capire, farsi catturare dalla magia faticosa di quei tempi, ma scopre che la sua nostalgia non è più per quei luoghi, oggi troppo diversi, ma per quel mondo lontano che non c’è più, e che vive tuttavia intensamente nei suoi ricordi.  Di questo mondo vuole parlare, e lo farà egregiamente.

Ci presenta subito ” la donna della brocca”, sua madre Adriana, figura importantissima nella sua vita, lo si percepisce fin dalle prime pagine. Sarà lei a raccontarle le filastrocche per farla mangiare, e sarà sempre lei a proteggerla e coccolarla, a sopportarne con pazienza e con un affetto sconfinato i capricci legati all’età. Lei, talvolta paurosa, sarà per la figlia forte come una roccia nei tanti momenti di difficoltà.
Altrettanto importante, per quanto in modo diverso, la figura di Gino, suo padre. Lui che era stato in guerra, più burbero e chiuso in se stesso, preoccupato sempre che i soldi non potessero bastare, un po’ duro e perentorio nelle richieste, eppure capace di trasmettere un grande affetto a quell’unica figlia, con comportamenti talvolta maldestri ma incisivi. L’acquisto di una piccola bicicletta tutta per lei, il condurla con sè in campagna, una volta persino al cinema, stendersi di notte insieme sotto un cielo illuminato dalle stelle, e stare lì a guardarle in silenzio. Perché Gino era uomo di poche parole ma dal cuore grande.

Ci sono molti altri personaggi in questa storia corale. Mustiola, la nonna, lo zio Mario, la Ginetta, il nonno Giulio, la Frasia del Trippa, I Napoletani, Caterina, la sarta, Fedora, e i diversi amici e amiche che frequentavano la scuola con lei.
Davvero tanti poi gli argomenti trattati. La raccolta dell’acqua, per esempio, nelle case non vi era ancora l’acqua corrente, la stufa a legna, importantissima d’inverno ma anche d’estate, nonostante il caldo, la preparazione del pane, il mercato, dove si andava a comprare di tutto, la preoccupazione per i temporali e le piene, la mietitura, la trebbiatura e la vendemmia, l’uccisione del maiale, la necessità di utilizzare ogni singola parte dell’animale, perché non si doveva buttare niente. Poi ancora l’eccezionale nevicata del 1956, e finalmente, un giorno, l’arrivo della luce elettrica. E infine, un evento speciale: la televisione, che avrebbe portato l’intero mondo dentro le case.

Dieci anni della sua vita, quelli che vanno dal 1951 al 1961, anni che hanno cambiato l’Italia, dieci anni della vita di un’intera comunità.
I loro bisogni primari, la grande fatica quotidiana, il desiderio di migliorare il futuro dei propri figli.
Davvero brava Franca Canapini, uno sguardo, il suo, attento e profondo, generoso e affettuoso verso tutte le persone di cui parla e alle quali ha dato voce e spessore. Pochi tratti, talvolta, ma essenziali, tanto che sembra di vederli e di incontrarli questi uomini, donne e bambini venuti fuori magicamente dalla sua memoria. Ricordi nitidi, occhi curiosi e interessati, spalancati su quel mondo lontano.
C’è molto nella Franca di oggi di quella bambina, mi sembra di intuire, pur non conoscendola personalmente (spero di poterlo fare presto). La voglia di sapere, di capire, oggi come ieri, per conoscere meglio noi stessi e il mondo in cui viviamo.

P.M.C.