Archivio | febbraio 2020

Gianna, la gattara

 

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La chiamavano così, ma in modo bonario, perché era una persona amabile e discreta che difficilmente sarebbe potuta entrare in contrasto con qualcuno. La sua età non era chiara, probabilmente stava tra i sessanta e i settant’anni, portati con un po’ di fatica. Camminava con una certa lentezza e, osservandola da vicino, si potevano notare le sue caviglie sempre un po’ gonfie. Vestiva in maniera semplice ma con cura, mai i capelli in disordine, e gli abiti, piuttosto classici, venivano scelti comunque con gusto. La si vedeva passare almeno due volte al giorno, al mattino e alla sera, con tre, quattro pacchetti tra le mani colmi di cibo di vario genere: talvolta contenevano un po’ di pastasciutta al sugo di pomodoro, altre volte un po’ di carne o di pesce, e magari alcuni pezzi di formaggio, probabilmente avanzi di ciò che in famiglia si era consumato. Si inoltrava sempre in un vicolo tra due palazzi a più piani: arrivava silenziosa e si fermava davanti ad un muro non molto alto, che circondava una casa da tempo disabitata. Là si era formata una minuscola colonia di gatti. Era un numero piuttosto esiguo, ma ben radicato in quel tratto di periferia. La maggior parte della gente che abitava nel quartiere non mostrava nessun fastidio: molte persone amavano gli animali e tenevano nelle loro case cani e gatti, e la signora Gianna era così discreta e attenta nel ritirare, al pasto successivo, tutti gli incarti ormai vuoti, che sarebbe stato veramente difficile trovare qualcosa da dire o da rimproverare. Niente rimaneva sul muro, né avanzi di cibo né pezzi di carta; solo, sempre pulite, alcune ciotole per l’acqua.
Gianna, la gattara, era un esempio di bontà per tutti, di accoglienza e di amore per gli animali.
Era sposata, ma non aveva figli; se solo avesse potuto, avrebbe ospitato nella sua casa tutti i gatti che accudiva per strada, ma ne teneva già quattro, due in casa e altri due in un orto che suo marito curava nei momenti liberi dal lavoro. Eppure, con lo stesso amore che aveva per i suoi, tutti trovatelli (non ne avrebbe mai acquistato uno! Un’idea assolutamente lontana dal suo modo di vedere le cose), accudiva i mici randagi. Che poi erano randagi per modo di dire: alcuni li aveva fatti persino sterilizzare, altri, vittime di qualche incidente stradale, erano stati portati dal veterinario e curati, tutti naturalmente a sue spese.

Ma un giorno capitò qualcosa che lei stessa non aveva previsto. Una signora del quartiere, con la quale Gianna si fermava spesso a chiacchierare, la incontrò non troppo distante dal luogo in cui vivevano i gatti. Si accorse subito che c’era qualcosa che non andava: la gattara sembrava molto triste, e questa era una cosa insolita per lei, sempre sorridente nonostante i non pochi acciacchi con i quali da tempo doveva convivere.
«Che succede, Gianna», le chiese la signora, «perché questo sguardo così malinconico? Sta male? È successo qualcosa?»
«In effetti, sì, qualcosa che mi ha ferito molto. Mi era stato già detto, in realtà, tempo fa, ma io non credevo fosse possibile. Mi avevano raccontato che nel nostro quartiere c’è una persona che non tollera più i “miei” mici, che non ama nessun animale, non li sopporta proprio, e tantomeno i gatti. Ma non credevo che sarebbe arrivato a tanto. Qualcuno sembra che lo conosca: si tratterebbe di un uomo che si presenta in modo amabile per non destare sospetti, e che poi, però, non solo maltratta gli animali, ma prepara dei bocconcini profumati, ci mette del veleno e li dispone un po’ qua un po’ là, nei luoghi in cui i gatti si muovono liberamente. Mi era stato detto, ma non volevo credere a questa storia, ho pensato sempre a delle ripicche tra vicini di casa. Sembra che abiti proprio nella nostra zona. E purtroppo è tutto vero: stamattina ho trovato tre mici avvelenati. Uno non ce l’ha fatta: era troppo piccolo, qualche mese soltanto. Gli altri due li ho portati dal mio veterinario e lui è riuscito a salvarli, forse non avevano consumato tutto il cibo… Ma che cosa hanno fatto di male i miei mici!»
La signora cercò in tutti i modi di consolarla, lei stessa si sentiva indignata davanti a tanta cattiveria.

Passarono alcuni giorni senza che avesse notizie della gattara. Non riusciva a incontrarla, tanto che incominciò a preoccuparsi: era un comportamento davvero insolito. Dopo circa una settimana, però, la vide nuovamente avanzare verso il solito vicolo, col suo passo lento.
«Come sta, Gianna? Devo dirle che ero un po’ in pensiero per lei: quel giorno, quando ci siamo incontrate, non era molto in forma!»
«Sto bene, grazie per l’interessamento. Ho preso una decisione, e credo sia quella giusta: non posso continuare a far finta che nulla sia successo, così ho deciso di prendere i mici e di occuparmene in modo più diretto. La mia casa è grande, ho un giardino e dei terrazzi, e poi abbiamo anche l’orto, che non è tanto lontano da qui, per fortuna abitiamo in periferia. Certo, sono un po’ stanca, non sono più giovane e ho i miei acciacchi, però… Ne ho parlato con mio marito, gli ho proposto questa soluzione, devo ammettere che convincerlo non è stato facile, ma noi donne ci sappiamo fare, vero? Ora è d’accordo anche lui: i mici non sono poi tanti, due possiamo tenerli in casa con gli altri, i rimanenti andranno ad arricchire la famigliola che sta nell’orto. In fondo non hanno molte pretese, vogliono solo essere amati e avere qualcosa da mangiare».
La signora rimase per un attimo in silenzio, poi disse: «Gianna, io non ho mai conosciuto una persona come lei, capace di provare un amore tanto disinteressato e profondo: i suoi gatti le saranno molto riconoscenti. Ma anche io per averla conosciuta. Grazie».
Gianna non riuscì a rispondere, se non con un sorriso imbarazzato, poi si avviò per andare a prendere i suoi mici. Quando la gattara scomparve nel vicolo, la signora riprese la strada di casa. Per un attimo, le sembrò che persino il cielo facesse le fusa, felice.

(Dalla raccolta “Sguardi di donne”)

P.M.C.

 

Lillaz, di Alessandro Melis

 

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(Foto da web)

 

Guardaci:
passo dopo passo camminiamo,
e siamo poche lettere
su un rigo
di questo indefinito
foglio bianco.

Spunta qui e lì una virgola,
o qualche segno di punteggiatura:
un rametto, uno stecco,
qualche foglia.

Camminare sulla neve
è come scrivere:
divenire parola
nel silenzio.

I colori del cielo

 

 

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Rimane ancora qualcosa
di un’alba quasi spenta:
un po’ di ombra,
un po’ di luce,
un po’ di giallo o di rosa.

E poi l’azzurro.
Lui ci accompagnerà
durante il giorno.

E noi guarderemo in alto
in cerca d’infinito
inseguendo la pace,
che corre sempre avanti
e sembra non lasciarsi
raggiungere mai.

P.M.C.

Alba e Walter, una coppia speciale

 

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Eleonora camminava per le vie del centro storico della sua città, era totalmente concentrata su come organizzare quella nuova giornata, che già si preannunciava densa di impegni, quando, per puro caso, lo venne a sapere: Michele, un ragazzo fragile e, a modo suo, affettuoso, che conosceva bene ormai da anni, da pochi giorni era stato rinchiuso in carcere per l’ennesima volta.
Aveva sentito, poco distante da lei, la voce pacata di una donna che diceva:” Buongiorno, Eleonora, come sta? Mi riconosce?”
“Buon giorno, Alba, come no, non potrei dimenticarla!”
Era in compagnia di suo marito Walter, un signore che nel passato aveva incontrato parecchie volte. Tanti anni addietro, infatti, avevano avuto modo di frequentarsi grazie all’amicizia nata a scuola tra i loro figli. Ci si incontrava quasi sempre all’uscita quando i genitori, a fine mattinata, andavano a prenderli, ma anche qualche anno dopo, al campo sportivo, dove i ragazzi, già più grandi, si allenavano facendo parte entrambi di una piccola squadra di calcio.
Alba e Walter erano due splendide persone, ma quel che aggiungeva valore alle loro qualità era la scelta che avevano fatto di dedicarsi, sebbene avessero già due figli, ad altri ragazzi che avevano preso in affidamento. Ragazzi non semplici, con problemi di ogni genere, ma loro non si erano mai tirati indietro.
In questo modo nella loro casa, per fortuna ampia e accogliente, tanti erano vissuti per lunghi periodi, talvolta per anni; alcuni erano stati poi adottati e avevano trovato una nuova famiglia, altri, ormai maggiorenni, erano diventati autonomi e si erano inseriti nel mondo del lavoro.
Molti, a distanza di anni, ricordavano ancora, con affetto e gratitudine, quella coppia speciale che aveva spalancato per loro la porta di casa.

L’ultima esperienza vissuta da Alba e Walter fu tuttavia diversa dalle precedenti e anche causa di tanta amarezza. Fu appunto durante questa esperienza che Eleonora ebbe modo di conoscerli.
Suo figlio Simone frequentava la scuola di Roberto, uno dei loro figli, e fu in questo contesto che i due ragazzi incominciarono a frequentarsi. Una mattina, ad anno scolastico già avviato, insieme a Roberto arrivò in classe un nuovo compagno, si chiamava Michele.
Veniva da un’altra città ed era stato, purtroppo, allontanato dai genitori, e subito dopo preso in affidamento da Alba e Walter.
Fu così che il ragazzo entrò a far parte della loro famiglia, dove ebbe modo di conoscere Roberto e Sara, i loro figli, i quali, educati all’accoglienza, con molta spontaneità lo accolsero come un fratello.

Quanti anni erano ormai passati! I loro ragazzi, e lo stesso Michele, erano diventati grandi, ma quando lei lo conobbe frequentavano tutti e tre il primo anno della scuola primaria. Avevano sei, sette anni, e si sentivano già dei piccoli uomini. Li ricordava bene i compagni di suo figlio, le amiche, e ricordava, forse più di tutti, Michele.
Quel bambino l’aveva colpita fin dai primi giorni, e da subito aveva provato per lui una tenerezza speciale. Sapeva ben poco, ma quel poco era sufficiente.
Era un bambino magro, già alto, forse di qualche mese più grande rispetto ai compagni, aveva i capelli neri e la carnagione chiara. Ne ricordava lo sguardo, spesso basso, era diffidente e suscettibile, sempre allerta, difficile poter scherzare con lui. Eppure si percepiva proprio in quello sguardo una maldestra richiesta di affetto.
Quante volte Eleonora aveva riflettuto su questo fatto, perché di solito i bambini desiderano essere coccolati; più tardi no, perché si sentono grandi e si vergognano davanti ai compagni.
Anche in classe, questo glielo diceva sempre suo figlio Simone, Michele se ne stava in disparte, raramente giocava con i compagni nonostante loro cercassero di coinvolgerlo, e in realtà soltanto con Simone e Roberto abbassava la guardia e riusciva a rilassarsi.
Nei primi tempi capitava spesso, tutte notizie avute dal figlio, che improvvisamente, durante le ore di lezione, si nascondesse sotto il banco e si mettesse a ululare, proprio come fanno i lupi. Un modo forse per attirare l’attenzione su di sè, per mettere in chiaro che lui c’era ed esisteva, per provocare, per emergere rispetto agli altri, molto più motivati di lui nello studio.
Erano quelli momenti piuttosto difficili, i compagni, seppure stupiti dai suoi comportamenti, ridevano, e lui, sentendosi al centro dell’ attenzione, rincarava la dose emettendo dei suoni così acuti e penetranti che mettevano a dura prova la pazienza degli insegnanti.
Loro conoscevano bene la situazione difficile di Michele, ma a fine mattinata, quando i genitori all’ uscita li incontravano, percepivano una grande stanchezza sui loro volti. Eppure la pazienza era tanta. Eleonora li conosceva tutti, li apprezzava nelle loro diversità, e a distanza di anni li ricordava con stima.

Col passare del tempo, per fortuna Michele mostrò segni di miglioramento, grazie anche a Loredana, un’insegnante di sostegno che lo affiancava durante il lavoro. Lei non si scoraggiò mai davanti alla sua aggressività, alle prese di posizione, ai suoi no ad ogni cosa, a prescindere da tutto, giusto per opporsi.
Gli ultimi due anni della scuola primaria furono decisamente i migliori; pur lavorando di malavoglia, un po’ ricorrendo alla fermezza, un po’ alla dolcezza, Loredana riuscì ad ottenere da Michele risultati discreti. Cercava di valorizzarlo, mostrava apprezzamento anche davanti al più piccolo successo, quando lo vedeva particolarmente stanco e demotivato, lo portava fuori dall’aula, lo lasciava sfogare e poi rientravano per riprendere il lavoro.
Ma il punto di forza in questa situazione difficile fu soprattutto il lavoro fatto insieme ad Alba e Walter. Loro non era stati certo a guardare in quei lunghi cinque anni di scuola primaria.
Fin dal primo anno avevano instaurato un rapporto di apprezzamento reciproco con tutti gli insegnanti, in particolare con Loredana, che lavorava assiduamente con Michele. Con lei si scambiavano lunghe e proficue telefonate, e si incontravano a scuola durante le riunioni di classe e i colloqui.
Decidevano insieme le strategie, cercando di mostrarsi coerenti nei divieti e in quelli che tra loro chiamavano “apparenti cedimenti”. Il lasciar perdere insomma alcune cose, soprattutto davanti alle crisi di aggressività avevano constatato che in quei momenti, sia a scuola che a casa, era inutile, se non dannoso, insistere.

La vita in famiglia con Alba e Walter procedeva in modo alterno. I primi anni, esattamente come a scuola, tutto appariva molto precario, si viveva alla giornata, giornate sì e giornate no, come diceva pazientemente Walter. Talvolta andava bene, Michele era capace di gesti anche teneri, apparentemente bruschi, ma che sottendevano un affetto che col passare del tempo si andava approfondendo. Altre volte tutto diventava faticoso e richiedeva un grande autocontrollo per riuscire a mantenere una certa calma. Ma Alba e Walter non si pentirono mai, e se ebbero dei cedimenti riuscirono a controllarli molto bene.
Alba era per Michele la confidente, la mamma paziente che non aveva avuto fino a sette anni, la persona che la sera, prima di andare a dormire, riusciva a rubargli qualche bacio, ma anche la brava cuoca che preparava per lui e per i suoi ragazzi le pietanze che preferivano, ed era sempre lei che da piccolo lo consolava dopo una caduta, e che con pazienza medicava le ferite.
Walter era il compagno durante le escursioni che facevano a piedi o in bicicletta, al mare o in montagna, era il punto di riferimento quando si trattava di aggiustare la bicicletta o altri oggetti a cui Michele teneva in modo particolare, era l’insegnante privato che cercava con pazienza di insegnargli la matematica, che lo ascoltava quando doveva ripetere una poesia o un paragrafo di storia o geografia.
Eleonora conosceva bene la straordinarietà di tutto ciò che Alba e Walter avevano fatto per Michele, l’affetto e la dedizione che gli avevano donato, nessuno, come loro, aveva fatto persino l’impossibile.

Diversi anni di vita insieme. Era arrivata anche l’adolescenza, una rivoluzione per tutti i ragazzi, molto di più per Michele. I tre anni di scuola secondaria furono difficilissimi. Ebbe dei buoni insegnanti, lo trattarono con rispetto e delicatezza, ma non fu sufficiente, lui non capì e forse non da tutti venne capito. Si scontrò talvolta con alcuni di loro, ma soprattutto con i compagni. I tre anni si conclusero con fatica.
E fu in quell’ultimo anno di scuola, non ne volle più sapere di proseguire gli studi, che incominciarono i primi furti, piccole cose fatte per mostrare le proprie capacità, accompagnate da atteggiamenti di sfida sempre più arroganti.
Walter e Alba cercarono in ogni modo di aiutarlo, ma tutto fu vano.
Nel frattempo era accaduto qualcosa di molto importante. Michele, dopo tanti anni, era potuto rientrare in famiglia, nella sua famiglia d’origine. Aveva quindici anni, una vita davanti, la possibilità di una rinascita.
Invece, dopo qualche mese, Alba venne a sapere dalla madre, con la quale i rapporti non si erano mai del tutto interrotti, che il figlio si trovava in un carcere minorile, perché coinvolto in un furto di una certa entità.

Da allora questi si susseguirono con una costanza impressionante, fino al giorno in cui Eleonora incontrò Alba e Walter che le raccontarono tutto.
Era sinceramente dispiaciuta per Michele, ma forse ancora di più per loro. Com’era stato possibile, anni di vita dedicati a lui sembravano buttati alle ortiche.
E fu la loro amarezza a farle ancora più male quando le dissero: “Abbiamo fatto di tutto, tutto ciò che per noi era possibile, non ce l’abbiamo fatta, abbiamo fallito. Ora andiamo avanti negli anni, non siamo così giovani, non prenderemo più nessun ragazzo in affidamento. Ci manca l’entusiasmo di un tempo, e quest’esperienza ci ha provato molto; su Michele avevamo veramente investito, non era un cattivo ragazzo, e non lo è neanche oggi, ne siamo certi, ci chiediamo tante volte dove abbiamo sbagliato, ma non troviamo risposta. Talvolta pensiamo di andarlo a trovare in carcere, finchè era minorenne lo abbiamo fatto, ora non siamo più così certi che sia una buona decisione; se quel giorno arriverà ci lasceremo guidare dall’istinto, ma soprattutto dall’affetto che ancora proviamo per lui.”.

(Dalla raccolta “Sguardi di donne”)

P.M.C.