Archivio | aprile 2020

Le nuvole non hanno lacrime, di Gavino Puggioni – Edizioni Il Foglio – 2011

 

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Stamattina, per puro caso, ho avuto modo di parlare con un caro amico, Gavino Puggioni, di una sua silloge intitolata Le nuvole non hanno lacrime, pubblicata nel 2011.
E’ capitato che lui, pur essendo trascorso del tempo, ne abbia parlato sulla sua pagina facebook, ricordandola, immagino, anche con un pizzico di nostalgia.
Io, che con piacere conservo in casa una copia di questa bella raccolta, l’ho ripresa tra le mani e ho riletto parecchie delle poesie in essa racchiuse.
Devo dire che, per un’abitudine che porto con me da anni, ho letto anche i brevi appunti scritti a matita su un lato, durante la lettura fatta a suo tempo. Sono brevi frasi, molto sintetiche, che mi permettono tuttavia, anche a distanza, di non dimenticare le impressioni del momento, e che mi facilitano inoltre il lavoro, se decido di scrivere una Nota di lettura.
Sono andata infine a cercare proprio il testo che scrissi in quell’occasione, rendendomi subito conto che oggi, nonostante il periodo trascorso, avrei riportato sul foglio, dopo la lettura, le stesse impressioni e la stessa emozione.
E’ stato così che mi è venuta un’idea: quella di pubblicare nuovamente quello scritto, apportando soltanto alcune lievi modifiche.
Ringrazio ancora Gavino di tutto, augurandogli sempre tanta buona scrittura.

 

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Le nuvole non hanno lacrime, di Gavino Puggioni – Edizioni Il Foglio – 2011

 

“Le nuvole non hanno lacrime
perché la terra è già bagnata dalle proprie,
che sono, qualche volta, anche di gioia
quando un bambino nasce, sopravvive
e riesce a vivere.
Ma non gridano al miracolo.”

(Da “Le nuvole non hanno lacrime”)

 

 

Ho letto con partecipazione e interesse la raccolta “Le nuvole non hanno lacrime”, di Gavino Puggioni. Un libro che l’autore ha diviso in due parti: nella prima, raccoglie le sue Poesie, nella seconda, i suoi Pensieri.
Numerosi gli argomenti trattati e tante sicuramente le riflessioni che ne scaturiranno.
Poeta e uomo di grande sensibilità ed equilibrio, trae spunti e stimoli dagli avvenimenti, dalle esperienze personali e da quelle degli altri. Il suo sguardo attento va a cercare ben oltre le apparenze la verità e l’autenticità delle cose.
Gavino riflette profondamente sugli aspetti fondamentali della vita, guarda dentro di sé ma anche al mondo vicino e lontano, ragiona sulle ingiustizie e ha un occhio di riguardo verso i più piccoli e la loro sofferenza, verso quello che potrebbe accadere o è già accaduto.
Diversi i testi dedicati ai bambini, in essi si avverte la sua preoccupazione ma anche la tenerezza che prova nei loro confronti. Nonno sensibile, pensa ai nipotini ma non dimentica i bimbi sconosciuti e lontani.

 

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“Bambini ammazzati, sfregiati e violati.

Pedofili, uomini e donne, liberi
nel salotto-computer, che fanno affari.

Bambini venduti, prima scrutati e osservati
nel virtuale e poi nella realtà.
Dopo, classificati
e messi a disposizione degli orchi
che hanno il coraggio di celebrare la loro festa.”

(Da “Il muro da abbattere”)

 

“Il buio del nostro tempo
nella fame e nella sete
negli occhi splendidi
dei bambini del Darfur

Quel buio si illumina
soltanto e purtroppo
della nostra indifferenza.”

(Da “Il buio”)

 

Pensa alle donne non rispettate, abbandonate alla propria solitudine, schiave degli abusi altrui.

 

“Sogno sporcato dalla violenza
Kalima calpestata
Kalima violentata
in tutte le parti del corpo.
Kalima violentata da tutti
e lasciata sola
nell’ombra oscura della sua anima
che è già oltre i cancelli del nulla.”

(Da “ A Kalima, figlia del Darfur”)

 

Non dimentica neppure i problemi attuali, le incoerenze della nostra vita moderna, le corse senza freno verso non si sa quale meta, se non quella del denaro, dell’opulenza a tutti i costi, le differenze abissali tra le persone, ingiustizie che l’autore non può accettare.

 

E mi chiedo, dov’è finito il mio bel Paese
culla dell’arte, della musica e della storia?
Non lo vedo più,
sepolto com’è da musicanti che incantano,
da politicanti che confondono anima e mente
di un popolo genuflesso il quale si accontenta
e fa finta di amare, in un eterno amplesso,
solo se stesso
fatto di ipocrisia, nullità e vanagloria.”

(Da “Pensieri notturni”)

 

Sono presenti, poi, nella raccolta, alcuni testi in cui il sogno e la realtà si incontrano e si intrecciano a tal punto da impedire al lettore la possibilità di stabilire un confine netto tra i due mondi. Si può giocare su questa incertezza, credere di poter quasi far coincidere il vero col non vero.

 

“Con orbite grandi e verdi
l’elfo mi sorrise e saggio
mi invitò ad uscire e a non sognare
tanto, diceva lui, la vita è di passaggio,
come i sogni gli amori e i sentimenti
che valgono fino a quando li alimenti.”

(Da “ Ho incontrato un elfo”)

 

Ma la caratteristica che sembra prevalere, che accomuna Poesie e Pensieri, è forse il disincanto dell’autore, quello sguardo sul mondo all’interno del quale pare non ci sia posto per le illusioni.

 

“Ho provato ancora e non smetterò mai
di cercare pace in questa mia solitudine
fra sentimenti ed emozioni
che accarezzo da una vita
senza farmi tante illusioni”

(Da “ Provo a dimenticare”)

 

Eppure, in fondo a questa sua apparente rassegnazione, sembra di intravedere il desiderio che qualcosa possa comunque cambiare nella nostra società di uomini incoerenti e superficiali.
Forse è proprio nel momento in cui il poeta guarda verso l’alto, verso un cielo molto più limpido dei nostri propositi e dei nostri pensieri, che fa capolino la speranza.

 

“E non mi dire
che la bellezza
che la ricchezza
che la felicità
che l’amore
e tutto quello che ti pare
sono i pilastri
della vita

Quei pilastri mancano
o sono andati mancando

[…]

Solo il cielo mi pare pulito
e vicino”

(Da “ E non mi dire”)

 

Piera M. Chessa

 

Mantenendo le distanze

 

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Cielo azzurro,
solitudine intorno a noi,
non si scambia più
una parola con i vicini.

Ognuno chiuso
dentro la sua armatura,
occhi naso bocca
ben protetti.

La nostra umanità
messa alla prova
mentre guardiamo
l’amico con paura.

P.M.C.

Il Colle di San Gavino

 

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Il 25 aprile del 1946 fu istituita la Festa della Liberazione. Da allora, tutti gli anni, nello stesso giorno, commemoriamo la Liberazione dal regime fascista e dall’occupazione nazista, e i tantissimi soldati morti della Seconda Guerra Mondiale che, con il loro sacrificio, hanno permesso a noi tutti di poter essere nuovamente liberi.
Difendiamo la libertà, perché è un bene prezioso, senza di essa, lo vediamo ripercorrendo la Storia, non esiste dignità per nessuno di noi. Per questo, ancora oggi, anzi, oggi più che mai, dobbiamo tenere alta la guardia, perché noi uomini, purtroppo, abbiamo troppo spesso la memoria corta, e in questi tempi non facili, ahimè, lo stiamo dimostrando.

***

 

Vi andavo da bambina tra quei sassi
e poi guardavo giù nella vallata.
L’aria era pura, fresca, e mi avvolgeva
donandomi dei brividi leggeri.

Vi era silenzio in alto tra le rocce,
un senso di distanza dalle cose,
l’appartenenza a un mondo un po’ speciale
racchiuso, forse nascosto tra i dirupi.

Talvolta mi fermavo silenziosa
davanti al Monumento dei Caduti.
Non c’erano parole da liberare,
solo pensieri muti dentro il cuore.

Non ero adulta, e quei silenzi spesso
mi incutevano un poco di paura,
e io avvertivo nella mente acerba
il dolore, l’angoscia del morire.

Leggevo infine quei nomi di ragazzi
uccisi e derubati di una vita
violata ed interrotta da un conflitto
che nessuno di loro avrà capito.

 

Il Colle di San Gavino si trova a Pattada, il paese in cui sono nata. Proprio nel punto più alto  fu costruito, tantissimi anni fa, un monumento dedicato ai Caduti della Prima Guerra Mondiale.

P.M.C.

I ragazzi del ciliegio – 1918 – 1945, di Fiorella Borin – Edizioni Solfanelli 2019

 

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Quando ho concluso la lettura del libro I ragazzi del ciliegio, di Fiorella Borin, ho sentito in me quasi un senso di smarrimento, qualcosa di così profondo che ti lacera dentro.
Sembra quasi impossibile pensare che l’uomo, nel periodo storico in cui il romanzo è ambientato, possa aver fatto così tanto male, sia potuto arrivare così giù, nell’abisso più profondo. E invece è stato possibile.
Mi veniva difficile, in quel momento di sincera sofferenza, provare a raccontare, in sintesi, la storia che Fiorella Borin ci ha fatto invece conoscere con tanta bravura. Ho tuttavia voluto provarci.
E’ una storia avvincente, tanto bella quanto tragica.
Nella sua prima parte è il racconto appassionato di un’amicizia, quella vera, nata tra alcuni ragazzi veneti che all’inizio incontriamo quando sono ancora poco più che bambini. Un gruppetto di amici che spesso si danno appuntamento sotto un ciliegio. Da questo particolare trae spunto il titolo del libro. La copertina è, tra l’altro, bellissima, un dipinto in cui sembra, e non è un caso, che il ciliegio, e i ragazzi con lui, debbano precipitare in un abisso.
La storia incomincia nel 1918, prosegue nel 1919, e poi ancora nel 1920. E nel frattempo i ragazzi crescono. Hanno nomi belli, si chiamano Giorgio, Girolamo, Ettore. Sembra di vederli e di conoscerli nelle loro caratteristiche fisiche, ma anche nei tratti fondamentali dei loro caratteri. Ettore, alto e massiccio, di qualche anno più grande, la scuola non è mai stata il suo forte, con i suoi lunghi silenzi, ma anche con uno straordinario talento per il disegno, Giorgio, col suo temperamento gioviale e accogliente, bravissimo negli studi, Girolamo, dal carattere mite… Ognuno diverso dall’altro, ma uniti da un’amicizia che durerà per tutta la vita, e forse anche oltre. E poi c’è Gilberto, il fratello di Giorgio, e Mario, carissimo amico e compagno di scuola di Giorgio al liceo Tito Livio di Padova, Ernesto, il fratello di Ettore, e Vincenzo, il loro cugino, entrambi catturati dalla bellezza della musica. E tutti sembrano guardare al futuro con fiducia.
Si arriva all’ottobre del 1922, e spesso, sui giornali, si parla di Mussolini. Anche agli amici capita, come se fossero già adulti, di parlarne tra di loro. Giorgio si mostra piuttosto insofferente fin dall’inizio, sa guardare un po’ più lontano… Il tempo passa, i ragazzi crescono, alcuni di loro completano gli studi secondari.
Giorgio e Mario proseguiranno gli studi fino all’università, Girolamo diventerà ragioniere, Ettore andrà a Venezia a frequentare l’Accademia di Belle Arti, inseguendo un sogno. Per lui e per Girolamo tutto questo sarà possibile grazie alla generosità di due benefattori: i genitori del loro amico Giorgio.
Ed eccoli i genitori di Giorgio. La mamma, chiamata dagli amici “la professoressa”, il padre sarà invece per tutti “il dottore”.
Due personaggi che fin dalle prime pagine si impara ad amare.
Lei, pianista e violinista, che per amore ha abbandonato una carriera probabilmente molto soddisfacente, continuerà a suonare per il marito e i figli il violino e il pianoforte, lui, medico, innamorato come pochi della sua compagna di una vita.
Ma si avvicinano gli anni della seconda guerra mondiale, e con loro un enorme carico di dolore: la chiamata alle armi di tantissimi ragazzi, poco più che bambini, la famigerata campagna di Russia, la devastante ritirata…
Sembra impossibile descrivere l’orrore di quegli anni, eppure Fiorella Borin l’ha fatto in modo egregio. E chissà quanta sofferenza nel raccontare questa storia, che senza ombra di dubbio l’ha coinvolta profondamente.

Il tempo dei sogni giovanili per “i ragazzi del ciliegio”, si è ormai concluso. Davanti a loro una guerra difficile da capire. Ettore partirà come volontario per l’Africa, in seguito a una grande delusione, Giorgio per la Russia, e insieme a lui tantissimi ragazzi ancora più giovani, moltissimi ventenni, strappati ai sogni e alle famiglie. Incontrerà anche alcuni volti conosciuti, Ernesto e Vincenzo, e saranno brevi momenti di sollievo e condivisione. Quante piccole ma importanti storie si intrecceranno in quegli anni! Piccole storie che andranno a formare un grande mosaico, risucchiate dentro la grande terribile storia della ritirata dei soldati italiani, che non avevano chiesto di combattere una guerra mai intimamente capita.
Altri personaggi, nel magnifico racconto di Fiorella Borin, alcuni rimarranno impressi a lungo nella nostra memoria di lettori. Sara, Carla, il capitano Morelli, l’attendente Candido Mosca, i vecchi incontrati nelle isbe, le tante donne ucraine, spesso vecchie, che accoglievano i poveri soldati italiani magari per una notte, offrendo loro quel poco che avevano; e poi le giovani ragazze ucraine, portate vie senza nessun riguardo dai  tedeschi strappandole alla famiglia. E Mariella, Giovanni da Chieti…
E ci sono anche i ricordi… Il diario di Giorgio, i suoi appunti accurati e dolorosi, per non dimenticare, per far conoscere che cosa è stata la Campagna di Russia, perché nessuno dica che non è successo niente. E sarà sempre Giorgio a chiedere ai suoi soldati di scrivere le proprie memorie.
Ed eccoli i ricordi di Ernesto, di Vincenzo, e di altri. Fanno tenerezza quei loro scritti messi giù come potevano, ragazzi di poca istruzione ma con un cuore grande, così affezionati al “loro” capitano.
In questo libro straordinario ci sono anche tante lettere. Quelle di Giorgio, di Girolamo, di Ettore, scritte ma poche volte arrivate a destinazione, e quelle di Emma, sua sorella, fanatica simpatizzante, fin da giovanissima, di Mussolini e Hitler.
Quanto ancora, spinta da un grande interesse per questo libro, mi verrebbe da raccontare, ma mi accorgo di essere andata troppo avanti nelle mie osservazioni. Mi fermo qui, con la speranza tuttavia di aver suscitato, in chi leggerà questa mia Nota, un po’ di curiosità e il desiderio di avvicinarsi a un libro così bello e denso.
Un libro che merita di essere non solo letto, spero da tante persone, ma diffuso soprattutto nelle scuole, escludendo forse la primaria, per via dell’età dei bambini che la frequentano.
Io personalmente ringrazio Fiorella per averlo scritto, sono state davvero tante le riflessioni scaturite da questa lettura.

***

 

Il brano che segue è tratto da una lettera scritta da Giorgio a sua figlia.

 

“Rileggendo i miei appunti, molte volte il pensiero è andato a tutte quelle donne ucraine, giovani e vecchie, ma tutte infinitamente buone e pietose, che hanno creduto di vedere nei soldati italiani abbandonati lungo le dolorose strade di una tragica ritirata invernale, il loro fratello, il loro fidanzato, il loro sposo, il loro figlio. Tanti dei nostri soldati, sfiniti di stanchezza o feriti, e amorosamente portati nelle povere ma tiepide isbe, nutriti con quel poco che era stato possibile salvare dalle razzie tedesche, potranno testimoniare un giorno dell’animo infinitamente buono e dell’eroismo delle donne ucraine che nella loro pietosa opera di bene hanno sfidato le ire della polizia ucraino-collaboratrice e delle famigerate SS tedesche. E i racconti di questi soldati, strappati miracolosamente alla morte da quelle persone che essi erano stati mandati a combattere, costituiranno un inno a quella bontà che è al di sopra di ogni risentimento e di ogni partito; a quella bontà fatta di grande amore e di infinità onestà.”

P.M.C.

 

Ricordando Luis Sepulveda

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(Foto da web)

In questi giorni si è parlato a lungo di Luis Sepulveda, e commuove vedere quanto sia  stato profondo ed esteso il dispiacere per la sua mancanza.

Era nato a Ovalle, in Cile, il 4 ottobre del 1949, ed è morto in Spagna, a Oviedo, capoluogo della Asturie, lo scorso 16 aprile.

Sepulveda non è stato soltanto un bravo scrittore che, con la parola scritta e uno sguardo attento sulle cose, ha conquistato nel mondo tanti lettori, ma anche giornalista, poeta, regista teatrale, e ancora prima un uomo che ha conosciuto la sofferenza.

E’ stato un convinto attivista politico, guardia personale del presidente Salvador Allende. E fu proprio nel settembre del 1973, quando avvenne il colpo di stato di Augusto Pinochet e Allende fu ucciso, che Selpuveda, che si trovava nel palazzo presidenziale, fu arrestato, imprigionato e torturato. Rimase in carcere per sette mesi, prima di essere liberato grazie ad Amnesty International. Si dedicò quindi nuovamente alla sua attività teatrale, denunciando con i suoi lavori le violenze del regime di Pinochet negli anni terribili dei desaparecidos. Fu nuovamente condannato, questa volta all’ergastolo, trasformato poi in otto anni di carcere, che diventarono infine due anni e mezzo.

Ma lui non si arrese mai. Abbandonò il suo Paese e andò in esilio vivendo in numerosi altri stati, dedicandosi alla difesa delle categorie più deboli e dell’ambiente. Basta ricordare con quanta determinazione supportò le iniziative di Greenpeace.

Nonostante tutto rimase in qualche modo un sognatore per tutta la vita, come tutti gli uomini che credono nelle cose belle, pur sapendo che talvolta sono irrealizzabili. Talvolta, ma non sempre.

Ricorderemo i suoi libri, le tante belle parole e i pensieri che così bene ha saputo mettere in bocca ai protagonisti delle sue storie. Voglio nominarne solo alcuni tra quelli più conosciuti: Il vecchio che leggeva romanzi d’amore, del 1989. Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare, del 1996. Storia di una lumaca che scoprì l’importanza della lentezza, del 2013.

Non dimenticheremo Luis Sepulveda, rimarrà nel nostro ricordo, e sentiremo a lungo la mancanza di un uomo che, nel corso di una vita molto avventurosa, ha cercato di essere sempre coerente.

Di seguito, due passi tratti dai suoi libri più famosi.

“Antonio José Bolìvar Proaño si tolse la dentiera, l’avvolse nel fazzoletto, e senza smettere di maledire il gringo primo artefice della tragedia, il sindaco, i cercatori d’oro, tutti coloro che corrompevano la verginità della sua Amazzonia, tagliò con un colpo di machete un ramo robusto e appoggiandovisi si avviò verso El Idilio, verso la sua capanna, e verso i suoi romanzi, che parlavano d’amore con parole così belle che a volte gli facevano dimenticare le barbarie umane.”

(Il vecchio che leggeva romanzi d’amore)

Bene, gatto. Ci siamo riusciti”, disse sospirando. “Sì, sull’orlo del baratro ha capito la cosa più importante”, miagolò Zorba. “Ah sì? E che cosa ha capito?”, chiese l’umano. “Che vola solo chi osa farlo, miagolò Zorba.”

(Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare)

(Le fonti sulla vita e le opere di Luis Selpuveda sono state reperite sul web)

Il silenzio del parco

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Com’è silenzioso
il piccolo parco sotto casa
in questa sera d’aprile.

Non c’è vento
nè respiro d’alberi
ad animarlo.

E neppure si sente lontano
il raro passare di un’auto
nelle vie solitarie.

Solo qualche luce accesa,
forse dimenticata,
nelle case ora addormentate.

Il piccolo virus
ha spodestato tutti:
lui, unico signore del pianeta.

P.M.C.

Per Nina

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Scrissi questo testo nel 2004, poco tempo dopo la morte di mia madre.

Sono momenti difficili nella vita di ogni persona, io credo, quelli che seguono la partenza definitiva di un genitore. Un padre, una madre, possono anche essere anziani, persino molto anziani, ma la separazione da loro è sempre drammatica. Da una madre penso ancora di più, sebbene l’affetto sia intenso per entrambi i genitori.

Con la madre si spezza un filo robustissimo che ci lega a lei fin da quando veniamo concepiti. E quando, per forza di cose, quel legame si interrompe, avviene in noi qualcosa che si trasforma in ferita.

Quella ferita, per fortuna, col tempo guarisce e diventa una cicatrice, ma non scompare più. E’ lì, e ogni tanto la guardiamo col nostro occhio “interiore”, ne seguiamo la traccia quasi con un dito, come se fosse sulla pelle, e vediamo che scolorisce ma rimane ancora lì, a ricordarci tutto ciò che ci ha uniti alla nostra mamma.

Talvolta ricordiamo anche i momenti più impegnativi della nostra adolescenza, quando si è contro a prescindere, quando si cerca la propria strada e non vogliamo che ci sia nessuno ad impedirci di percorrerla, neppure i nostri genitori, anzi, loro ancora meno. Quando ci si sente forti e grandi, e si è invece piccoli e ancora fragili. Ma a quell’età non si capisce, c’è un tale terremoto dentro di noi…

Quando si cresce, invece, si comprende ogni cosa, e i genitori, la mamma in particolare, diventano i nostri amici più affidabili.

E quando quell’amica se ne va, perché si chiude il ciclo della sua vita, pur avendola vista per tanti anni in un letto, incapace di comunicare con te, senti il cuore straziarsi, perché lei, da tempo ritornata bambina e accudita come una figlia, da quel momento non ci sarà più.

Ci saranno tuttavia i ricordi e le fotografie a tenere in vita un legame indistruttibile, e nei momenti più difficili dell’esistenza sarà ancora lei ad aiutarci a superarli, accorciando distanze che ci sembrano insuperabili.

***

Ecco il testo che le dedicai molti anni fa, e che in realtà è solo uno dei tanti che, nel corso degli anni, ho scritto per lei.

Per Nina

Nel silenzio

della casa vuota,

in quest’istante

di raccoglimento,

io ti penso.

Senza parole

mi parli,

m’inviti serenamente

al dialogo

nella profondità

dell’animo,

nella concentrazione

del pensiero che si forma

e velocemente

mi conduce a te,

cara madre

appena partita

ma non lontana,

nonostante il velo

che sembra separare,

tenere distanti

le nostre differenti vite.

P.M.C.

Il ritorno delle rondini

 

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Sfrecciano veloci,
attraversano il cielo
imbizzarrite
come minuscoli cavalli
dotati di ali.
Sono le rondini
da poco arrivate,
pronte a riprendere per sè
gli antichi nidi.

Mi saettano intorno
stordendomi,
mentre cerco di seguirne
inutilmente
il volo irregolare.
Un senso di vertigine
mi prende,
ed io, esausta,
mi allontano dal balcone.

P.M.C.