Per le strade di Kabul

(foto da web)

Ho finito esattamente in questo momento di guardare alla televisione un servizio sull’Afganistan, e percepisco ancora addosso una sorta di pelle d’oca dopo aver rivisto un numero considerevole di ragazze e giovani donne camminare per le strade con un burqa celeste che le ricopre completamente. E’ trascorso all’incirca un anno dal giorno in cui i talebani tornarono al potere, era lo scorso 15 agosto, sapevamo già quello che sarebbe successo, ma speravamo in tanti che non avvenisse. Si sono ripresi spazio e tempo e hanno riportato gli orologi indietro di vent’anni. Anni di difficili conquiste, di libertà da nutrire e da rendere sempre più sicura, con la speranza di poter vivere come ciascuno di noi desidera. Invece no, quel sogno si è spezzato in modo definitivo per tante donne, come quello di poter liberamente studiare, frequentare le scuole e leggere sapendo di poter scegliere.
Non so spiegare in questo momento quello che oggi ho provato, indubbiamente dolore e una forte indignazione, ma nessuna delle due cose può essere di aiuto a donne come noi che tuttavia non sono come noi, perché conosciamo il dono della libertà, e sappiamo che la nostra finisce solo nel momento in cui inizia quella di un altro, mentre loro da poco tempo potevano dire di conoscerne il gusto e di saperlo apprezzare.
Una cosa è certa: quando un intero Paese ritorna indietro di vent’anni invece di progredire, anche noi, Paesi occidentali, regrediamo, perchè non siamo stati capaci di aiutarlo, o non abbiamo voluto, stando al suo fianco in modo costruttivo.
Forse qualche capo di Stato dovrebbe fare qualche serio esame di coscienza.


Desidero riproporre un testo che scrissi lo scorso anno, quando i talebani purtroppo conquistarono Kabul. Certamente non è di nessun aiuto, ma forse ci fa sentire un po’ più vicini alle tante donne afgane che senza dubbio hanno perso ogni speranza in un futuro che credevano sarebbe stato migliore.

Per le strade di Kabul

Camminano ora lente e silenziose
le giovani donne per le strade di Kabul.
Nascondono i loro bei volti,
i loro corpi sensuali
e l’angoscia dei loro occhi scuri
sotto un lungo e ampio involucro nero
che tutto modifica e deforma.

Vent’anni trascorsi inutilmente,
frantumati in pochi istanti,
subito riempiti e sostituiti
da regole antiche, ingiuste e crudeli.
Regole sconosciute e mai capite,
così lontane da quell’oggi
finora vissuto e amato da ragazze
che hanno sempre coltivato e nutrito
il seme più prezioso e ambito:
quello della Libertà.

Piera M. Chessa

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