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Quando il passato sembra non insegnare niente al presente

(foto da web)

Qualche tempo fa, lessi un libro molto bello e coinvolgente, anche “faticoso”, ma non certamente per lo stile, che anzi è assolutamente un punto di forza per chi l’ha scritto, quanto per il contenuto.

Il libro di cui parlo s’intitola I ragazzi del ciliegio, il cui sottotitolo è 1918-1945, e già queste due date chiariscono bene quello che intendo dire. L’autrice è Fiorella Borin, e l’opera è stata pubblicata nel 2019 dalla Casa Editrice Solfanelli.

Racconta la storia di una grande amicizia, ma anche di quel periodo della nostra storia così terribile e dolorosa che dagli storici, e persino da noi, gente comune, viene chiamata “la ritirata russa”.

Ora non voglio entrare nei dettagli, ma soltanto condividere, in questo difficile periodo di guerra che coinvolge due stati del nostro continente, un bel brano tratto da questo libro che ci ricorda momenti durissimi della seconda guerra mondiale, un tempo che sembra lontano ma che non lo è, e che dovrebbe insegnarci ancora oggi quanti danni la guerra possa fare, e quanto possa in breve tempo annullare quella pace che credevamo duratura e che invece può sbriciolarsi nel giro di qualche mese.

Consiglio a chi può di leggere questo libro così bello e intenso, e anche di farlo conoscere agli adulti e ai ragazzi, a loro soprattutto. Un libro che, lo dissi già in altre occasioni, non dovrebbe mancare almeno nelle scuole secondarie.

***

Ed ecco, di seguito, il brano citato, tratto da Il racconto di Ernesto.

“Eravamo ancora in stazione, quando si scatenò l’inferno. Udimmo dapprima un grido, poi un coro di urla atterrite:” I russi! I russi!” E vedemmo avanzare sei cose immense, sei mostri che sparavano fuoco contro di noi. Al confronto di quei bestioni d’acciaio, i nostri carri armati sono davvero scatole di sardine.

[…] Mio cugino Vincenzo venne ferito a una spalla, lo vidi accasciarsi sulla neve, mi gettai su di lui per fargli scudo con il mio corpo, lui è più piccolo di me, diciannove anni appena compiuti, avevo giurato alla nonna che avrei vegliato su di lui. E invece vedevo il suo viso farsi sempre più bianco.

Me lo caricai in spalla, mi misi a correre e, entrando in paese, vidi ovunque elmetti, moschetti, zaini gettati a terra, cadaveri di soldati italiani squarciati dalle schegge di granata o, ancora peggio, scientemente e crudelmente schiacciati dai cingoli dei carri armati con la stella rossa. Stirati come panni, ed erano uomini.

[…] Ma la promessa fatta alla nonna fu più forte della stanchezza e dello sconforto. Mi rimisi a correre, con mio cugino sulle spalle. Seguivo un caporale e un sergente che parevano conoscere la strada, e difatti ci trovammo finalmente fuori da quell’inferno, i colpi di mitragliatrice arrivavano sempre più lontani. Mi fermai un attimo per riprendere fiato. Rovesciai con la massima delicatezza possibile Vincenzo sulla neve bianca, pulita, gli frizionai le mani gelate, gli alitai sul viso per scaldarlo, ma i suoi occhi rimanevano chiusi, e le labbra mute. Dovevo a tutti i costi fasciargli strettamente la spalla, per cercare di fermare l’emorragia. Quando fa così freddo, il sangue non esce copioso come a tempereture più miti; e, nella disgrazia, questa fu una fortuna.

Decisi di entrare in un’isba. Ce n’era una proprio lì vicino. Bussai, entrai nel vestibolo, mi tolsi il cappotto e bussai alla seconda porta. I tedeschi entrano nelle isbe aprendo le porte a calci; i soldati italiani invece bussano – questa è una delle prime lezioni apprese al mio arrivo in Ucraina. Mi venne ad aprire una vecchia, avrà avuto settant’anni, mi guardò negli occhi e poi, vedendo mio cugino esanime, con il cappotto rosso di sangue, congiunse le mani e si spostò per farmi entrare.

Al centro della stanza c’era una grande stufa, che emanava un calore delizioso. L’arredamento dell’isba era quasi inesistente, tanto era misera la vita di quella povera famiglia. Un armadio, due cassapanche, un tavolo e cinque sedie scompagnate. Non c’era quasi altro, se non dei fiori di carta incollati alle pareti, a incorniciare le tre minuscole finestre. Solo due sedie erano occupate: due donne sulla cinquantina lavoravano a maglia. Si assomigliavano, dovevano essere sorelle, senza dubbio le figlie della vecchia che fissava Vincenzino tenendo le mani giunte e biascicando parole incomprensibili.

Ia italianski,” dissi. “Niet deutsch.” Sono italiano, non tedesco. Questo valse a tranquillizzarle: sui loro volti fece capolino un piccolo sorriso, che mi rincuorò.

Le due donne si precipitarono a spingere le due cassapanche una addosso all’altra. La vecchia estrasse dall’armadio un paio di coperte che stese sulla cassapanca, a mo’ di materasso. Mi aiutarono ad adagiare Vincenzo su quel letto improvvisato, che era comunque il miglior letto su cui si fosse disteso da quando eravamo partiti da Verona.

Mi porsero una tazza contenente un liquido caldo, forse un tè rinforzato con un cucchiaino di vodka; l’accostai alle labbra di mio cugino, il vapore caldo lo inebriò e riprese i sensi. Bevve: guardò le donne con riconoscenza, con uno stupore che lo fece tornare, per un attimo, bambino. I suoi lineamenti parvero riprendere l’innocenza dell’infanzia, il candore di quando la guerra non c’era.”

( Fiorella Borin, I ragazzi del ciliegio – 1918 – 1945 – 2019 Edizioni Solfanelli)

9 maggio: il giorno della tua nascita

In questo giorno dedicato al ricordo
ho tra le mani una fotografia,
voglio guardarla mentre scrivo di te,
un grande aiuto per me nel parlarti,
nel provare a risentire
la tua voce ora lontana,
nel rivedere i tuoi occhi castani
da giovane, vivaci e luminosi,
da anziana, spesso tristi.

E quel tuo sorriso mesto,
diverso dalle antiche risate
così contagiose da suscitare
in noi il riso, ignari del motivo
che le aveva provocate,
mentre il tuo tempo scorreva
veloce e con fatica.

Tu, mamma Nina,
così diversa nei tuoi ultimi
anni, così lontana
con gli occhi e con la mente,
eppure così vicina e amata
proprio come una figlia,
accudita e accompagnata
nell’ultimo tratto della vita.

Piera M. Chessa

8 maggio 2022: Festa della mamma

(foto da web)

Anche quest’anno, come ogni anno da diverso tempo, ecco che è arrivato il giorno dedicato alle mamme. A tutte le mamme: quelle giovani, quelle meno giovani, e quelle che ora sono diventate vecchie.
Ed è un gesto molto bello quello di non dimenticare nessuno. E allora io, ma come me penso anche altri, ritengo che si possa essere madri anche se non si hanno figli. Intendo dire che ci sono tante donne che, per motivi diversi, non hanno avuto un figlio proprio, eppure sarebbero delle mamme straordinarie perché sentono di esserlo dentro di sè e lo dimostrano in diverse occasioni.
Ho conosciuto alcune insegnanti così, ma anche diverse zie, che hanno amato profondamente i loro alunni e i loro nipoti con la stessa intensità che avrebbero dimostrato verso i figli, se ne avessero avuto.
Certamente si possono fare delle obiezioni a questo mio breve ragionamento, ed è giusto così perché ognuno ha il diritto di avere le proprie opinioni.
In questa giornata, tuttavia, io voglio fare gli auguri a tutte le mamme: quelle che i figli li hanno avuti, quelle che li hanno adottati, purtroppo dopo attese infinite, e quelle che li hanno tanto desiderati ma inutilmente, e che sarebbero state quasi certamente delle ottime madri.

Buon 8 maggio a tutte loro!

                                                                        

Di seguito, alcune poesie dedicate alle madri.

La Madre, di Giuseppe Ungaretti

E il cuore quando d’un ultimo battito
avrà fatto cadere il muro d’ombra
per condurmi, Madre, sino al Signore,
come una volta mi darai la mano.

In ginocchio, decisa,
Sarai una statua davanti all’eterno,
come già ti vedeva
quando eri ancora in vita.

Alzerai tremante le vecchie braccia,
come quando spirasti
dicendo: Mio Dio, eccomi.

E solo quando m’avrà perdonato,
ti verrà desiderio di guardarmi.

Ricorderai d’avermi atteso tanto,
e avrai negli occhi un rapido sospiro.

***


La mamma, di Ada Negri

La mamma non è più giovane
e ha già molti capelli
grigi: ma la sua voce è squillante
di ragazzetta e tutto in lei è chiaro
ed energico: il passo, il movimento,
lo sguardo, la parola

***


Grazie mamma, di Judith Bond

Grazie mamma
perché mi hai dato
la tenerezza delle tue carezze,
il bacio della buona notte,
il tuo sorriso premuroso,
la dolce tua mano che mi dà sicurezza.
Hai asciugato in segreto le mie lacrime,
hai incoraggiato i miei passi,
hai corretto i miei errori,
hai protetto il mio cammino,
hai educato il mio spirito,
con saggezza e con amore
mi hai introdotto alla vita.
E mentre vegliavi con cura su di me
trovavi il tempo
per i mille lavori di casa.
Tu non hai mai pensato
di chiedere un grazie.
Grazie mamma.

***


Per le strade di Kabul

(foto da web)

Ho finito esattamente in questo momento di guardare alla televisione un servizio sull’Afganistan, e percepisco ancora addosso una sorta di pelle d’oca dopo aver rivisto un numero considerevole di ragazze e giovani donne camminare per le strade con un burqa celeste che le ricopre completamente. E’ trascorso all’incirca un anno dal giorno in cui i talebani tornarono al potere, era lo scorso 15 agosto, sapevamo già quello che sarebbe successo, ma speravamo in tanti che non avvenisse. Si sono ripresi spazio e tempo e hanno riportato gli orologi indietro di vent’anni. Anni di difficili conquiste, di libertà da nutrire e da rendere sempre più sicura, con la speranza di poter vivere come ciascuno di noi desidera. Invece no, quel sogno si è spezzato in modo definitivo per tante donne, come quello di poter liberamente studiare, frequentare le scuole e leggere sapendo di poter scegliere.
Non so spiegare in questo momento quello che oggi ho provato, indubbiamente dolore e una forte indignazione, ma nessuna delle due cose può essere di aiuto a donne come noi che tuttavia non sono come noi, perché conosciamo il dono della libertà, e sappiamo che la nostra finisce solo nel momento in cui inizia quella di un altro, mentre loro da poco tempo potevano dire di conoscerne il gusto e di saperlo apprezzare.
Una cosa è certa: quando un intero Paese ritorna indietro di vent’anni invece di progredire, anche noi, Paesi occidentali, regrediamo, perchè non siamo stati capaci di aiutarlo, o non abbiamo voluto, stando al suo fianco in modo costruttivo.
Forse qualche capo di Stato dovrebbe fare qualche serio esame di coscienza.


Desidero riproporre un testo che scrissi lo scorso anno, quando i talebani purtroppo conquistarono Kabul. Certamente non è di nessun aiuto, ma forse ci fa sentire un po’ più vicini alle tante donne afgane che senza dubbio hanno perso ogni speranza in un futuro che credevano sarebbe stato migliore.

Per le strade di Kabul

Camminano ora lente e silenziose
le giovani donne per le strade di Kabul.
Nascondono i loro bei volti,
i loro corpi sensuali
e l’angoscia dei loro occhi scuri
sotto un lungo e ampio involucro nero
che tutto modifica e deforma.

Vent’anni trascorsi inutilmente,
frantumati in pochi istanti,
subito riempiti e sostituiti
da regole antiche, ingiuste e crudeli.
Regole sconosciute e mai capite,
così lontane da quell’oggi
finora vissuto e amato da ragazze
che hanno sempre coltivato e nutrito
il seme più prezioso e ambito:
quello della Libertà.

Piera M. Chessa

La primavera, di Renzo Montagnoli

(foto da web)

Raggio dopo raggio
s’infradicia il bianco
gocciolano allegre le grondaie
una carezza di sole
dà l’addio all’ultima neve.
Nell’aria ancor fresca
la primavera s’annuncia
fra crochi esitanti
che sporgono il capo
e la gioia di vivere
di rondini tornate
dai caldi deserti d’oltremare.
Un vecchio in panchina
scalda le dolenti giunture
e la bocca sdentata
s’apre in un rapido sorriso.
Un’altra primavera
un’altra stagione
rubata all’eternità.

(Renzo Montagnoli, dalla silloge “Il cerchio infinito” – 2008 – Edizioni Il Foglio)

La rabbia del mare

Il nostro mare è minaccioso
e autoritario quando si arrabbia,
talvolta disorienta persino noi
isolani da generazioni
che pure lo conosciamo.
Confonde la sua immensità,
il sembrare nel suo piccolo
quasi un oceano.

Così appare ai nostri occhi
quando le onde sembrano impazzite
e pronte a divorare la terra.
Ed è in quei giorni di furore
che portano via parte della spiaggia
lasciando sulla sabbia intrisa d’acqua
conchiglie grandi e piccole
di vari colori, legni di ogni dimensione
e un senso di devastazione.

Poi la rabbia si placca e ritorna la calma.
La sabbia si asciuga, il sole in alto risplende
già pronto a confortare gli abitanti di un’isola
che tuttavia è impossibile non amare.

Piera M. Chessa

Primo maggio 2022: Festa del Lavoro

Un Primo Maggio molto particolare quello di quest’anno, è tanta infatti l’amarezza e la preoccupazione per questa guerra che sembra durare molto più a lungo di quanto inizialmente avessimo pensato. E sono molti i problemi economici e sociali che ne derivano. Senza dimenticare le diverse difficoltà non ancora del tutto superate legate alla pandemia.
Una festa dei lavoratori, dunque, in tono minore.

Voglio tuttavia oggi condividere, anche per allontanare per qualche minuto le tante incertezze di questo periodo, alcune poesie di Gianni Rodari, poeta scanzonato e apparentemente leggero, ma in realtà così profondo e consapevole di quanto sia complicato il nostro vivere. Il tema dei testi proposti sarà naturalmente il lavoro.

Riporto infine alcune riflessioni legate allo stesso tema.


Capelli bianchi

Quanti capelli bianchi
ha il vecchio muratore?
Uno per ogni casa
bagnata dal suo sudore.
Ed il vecchio maestro
quanti capelli ha bianchi?
Uno per ogni scolaro
cresciuto nei suoi banchi.
Quanti capelli bianchi
stanno in testa al nonnino?
Uno per ogni fiaba
che incanta il nipotino.

Gianni Rodari

*

I colori dei mestieri

Io so i colori dei mestieri:
sono bianchi i panettieri,
s’alzan prima degli uccelli
e han farina nei capelli;
sono neri gli spazzacamini,
di sette colori son gli imbianchini;
gli operai dell’officina
hanno una bella tuta azzurrina,
hanno le mani sporche di grasso:
i fannulloni vanno a spasso,
non si sporcano nemmeno un dito,
ma il loro mestiere non è pulito.

Gianni Rodari

*

Gli odori dei mestieri

Io so gli odori dei mestieri:
di noce moscata sanno i droghieri,
sa d’olio la tuta dell’operaio,
di farina sa il fornaio,
sanno di terra i contadini,
di vernice gli imbianchini,
sul camice bianco del dottore
di medicina c’è un buon odore.
I fannulloni, strano però,
non sanno di nulla e puzzano un po’.

Gianni Rodari


“Nessun male sociale può superare la frustrazione e la disgregazione che la disoccupazione arreca alle collettività umane.” Federico Caffè

“Io credo nel popolo italiano. È un popolo generoso, laborioso, non chiede che lavoro, una casa e di poter curare la salute dei suoi cari. Non chiede quindi il paradiso in terra. Chiede quello che dovrebbe avere ogni popolo.” Sandro Pertini

“L’amore e il lavoro sono per le persone ciò che l’acqua e il sole sono per le piante.” Jonathan Haidt

“Se si escludono gli istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la miglior approssimazione concreta alla felicità: ma questa è una verità che non molti conoscono.” Primo Levi

“Il meglio del vivere sta in un lavoro che piace e in un amore felice.” Umberto Saba

“Il lavoro è umano solo se resta intelligente e libero.” Papa Paolo VI


L’omino della gru, di Eleonora Bernardi

(foto da web)

Impossibile far finta di non vedere la grossa gru che sovrasta il nuovo complesso edilizio che sta sorgendo al centro del quartiere, al posto di uno spazio libero che per oltre trent’anni aveva liberato il respiro dei residenti.

I nuovi palazzi crescono con ritmo costante ormai da più di un anno: un piano dietro l’altro fino alla fatidica bandierina dell’ultimo, a significare che la missione è compiuta per un po’, poi si riparte per nuove fondamenta…

La gru svetta, alta, possente, a volte minacciosa per gli enormi carichi che sposta come fuscelli sospesi nel cielo.

Nella cabina, bugigattolo trasparente, c’è un omino difficile da individuare che lavora da solo, separato dagli altri dall’altezza eppure attentissimo alle richieste che gli vengono da terra, dal basso.

Lui sulle gru c’è stato da sempre, ogni volta, più piccola o più grande, la gru è diventata la sua casa di single, attrezzata dell’essenziale (ci vuole poco per vivere), quello che manca se lo procura nei tempi morti, nel silenzio del cantiere chiuso dal buio della sera.

Allora lui potrebbe tornare nella sua casa di padre, di marito, di figlio…ma non lo fa perché il suo paese è lontano, si confonde tra quelli che rincasano in fretta e s’inerpica fino alla sua stanza con vista panoramica, da dove vede tutto, le luci del quartiere e quelle del mare, in ogni stagione.

Altro che televisione! Lui di giorno e di notte spazia con lo sguardo per ogni dove, vede gli omini che si agitano all’aperto gravati di piccoli e grandi pesi, quelli che si muovono al coperto finché non si spengono le ultime luci che annunciano l’ora del riposo.

Controlla il flusso delle automobili che sfrecciano più veloci durante la notte, spesso il cuore gli balza in gola in attesa di un boato che gli appare inevitabile…ma poi non accade e capisce che lui non potrebbe far nulla in ogni caso.

Abbandona la sorveglianza e comincia a pensare.

Ripensa alla sua vita che lo ha portato così in alto, vicino al cielo, in una posizione privilegiata dove può guardare ai fatti stando a debita distanza, e riflettere con calma senza la paura di domande per le quali non ha risposte. Lui è solo, libero di ridere o piangere a suo piacimento…sembra poca cosa ma si sente fortunato!

Quando dietro gli occhi gli si formano i volti di quelli che ama, e poi li vede sfumare nelle lacrime che gli annebbiano la vista gli sorge un dubbio: che fortuna è la sua?

Ma dura poco, guarda il cielo e le stelle e a loro racconta i suoi sogni e le speranze che tiene nascosti in un fazzoletto che aprirà un giorno, come i gioielli che conserva la sua donna per l’avvenire dei figli, perché non debbano trovarsi a fare una vita come la sua.

Una sera accade che il guardiano notturno gli consegna una lettera, si accorge subito che non viene da casa, e neppure dall’Impresa (non si sa mai…!), chiede, ma il vecchio non sa, non ricorda, forse una donna, forse un ragazzo…

E’ per Ivan, e Ivan è lui.

La legge nel suo alloggio sospeso.

“Gentile signor Ivan, le chiedo scusa se mi intrufolo nella sua vita, d’altronde senza saperlo lei è già entrato nella mia.

Penso spesso a lei e sono combattuta tra la pena e l’invidia, mi addolora saperla lassù tutto solo… ma quando penso al silenzio, ai suoni attutiti che le arrivano, alla possibilità che ha di vedere ogni cosa da una prospettiva più ampia, con il dovuto distacco…beh, penso che sia proprio fortunato e anche coraggioso.

Quelli come me sulla sua gru non salirebbero mai. Avrebbero paura di non avere più il coraggio di scendere!

Ma lei è diverso, ha capito che il suo è un contratto a termine, né più né meno come tanti altri. Per questo continua a salire e scendere godendo ogni momento del suo lavoro. Le auguro di trascorrere una bella domenica (a proposito, che fa quando il cantiere è chiuso?) e la saluto con affetto”.

Cerca una firma che non c’è.

Intanto stringe tra le mani quel filo giunto fino a lui e non sa che fare, poi decide che vuole tenerlo con sé e comincia ad arrotolarlo, come un gomitolo, ma sembra non avere fine…

***

Per una cara amica: Graziella Cappelli

Due giorni fa era il 25 aprile, ed è stato, come sempre, un giorno molto importante per noi italiani, giorno di ricordo e di riflessione.
Ma questa giornata è per me importante anche per altri due motivi che mi coinvolgono molto a livello personale. Il primo è che il 25 aprile del 1980 è andato via mio padre, il secondo motivo è che in quello stesso giorno di un anno così importante come il 1945, nasceva una cara amica che ci ha lasciato due anni fa: si chiamava Graziella Cappelli.
Di lei ho parlato diverse volte, e ancora ne parlerò.
Oggi voglio ricordarla con alcune sue poesie, che probabilmente ho già proposto, ma non importa, perchè ogni volta che leggo qualcosa di suo, in versi o in prosa, mi sembra che lei sia ancora qui a dialogare con noi.


25 Aprile 1945

Sono nata
nella casa
dalle tegole
rotte
e finestre
di vento.

Rifiorivano
i meli
sui campi
incrostati
di sangue.
La Liberazione
cantava
marciando
tra garrule
bandiere
e carri armati
a gremire
le piazze.

Ancora…
piange
la terra.

*

Niente è cambiato

Gira la terra
tra gli artigli
degli umani.

Ancora
cresce l’erba
e il sole
puntuale
sorge.

Niente è cambiato.

Ancora
sempre
ancora
stupidamente
si muore.

*

Quasi tutto passa

Inesorabilmente
giorni ed anni
nel mutare
delle stagioni.
Cambiano
le mode
i governi.
Solo
la stupidità
dell’uomo
è statica.
Da sempre
sfoggia
una corona
di pietra
istoriata
di guerre.

*

Le rondini

Sono tornate
a sorvolare
la casa di pietra
ai margini del bosco.

S’apre il cielo
ai garriti
di frecce piumate e
tra le fronde inverdite
riecheggiano
altri gridi
altri frulli.

Esulta il cuore
spalanca finestre
ad aria nuova
si fa piccolo nido
negli anfratti
del muro a sud
si accoccola.

( Dalla raccolta Nel palazzo dell’ombra, di Graziella Cappelli. Ibiskos Editrice Risolo 2015)

25 aprile 1945 – 25 aprile 2022

(Foto da web)

Oggi è il 25 aprile, una data importante per tutti noi perché in questo giorno, ogni anno, ricordiamo un altro 25 aprile, quello del 1945, scelto come giorno della Liberazione dal nazifascismo, che finalmente mise fine all’occupazione nazista e al regime fascista.

Per questo motivo voglio condividere un brano molto coinvolgente tratto da un bellissimo libro di Mario Rigoni Stern, Il sergente nella neve, in cui l’autore racconta con sensibilità ed empatia la terribile esperienza vissuta dai soldati italiani, o meglio, di quel che ancora rimaneva di un esercito ormai allo sbando e allo stremo delle forze, durante la “ritirata russa”,

Una storia che mette in evidenza la bravura di questo grande scrittore, ma anche la sua profonda umanità.

In questo periodo così complicato in cui viviamo, con una guerra in corso a noi vicina, in cui le parole dominanti sono guerra, massacri, torture, morti, fame, sete, profughi, e tante altre ancora, penso che il brano che segue non sia fuori posto, ma, al contrario, possa far nascere in chi lo legge dei sentimenti positivi, per poter ancora sperare in una nuova umanità.

***

Compresi gli uomini del tenente Danda saremo in tutto una ventina. Che facciamo qui da soli? Non abbiamo quasi più munizioni. Abbiamo perso il collegamento con il capitano. Non abbiamo ordini. Se avessimo almeno munizioni! Ma sento anche che ho fame, e il sole sta per tramontare. Attraverso lo steccato e una pallottola mi sibila vicino. I russi ci tengono d’occhio. Corro e busso alla porta di un’isba. Entro.

Vi sono dei soldati russi, là. Dei prigionieri? No. Sono armati. Con la stella rossa sul berretto! Io ho in mano il fucile. Li guardo impietrito. Essi stanno mangiando attorno alla tavola. Prendono il cibo con il cucchiaio di legno da una zuppiera comune. E mi guardano con i cucchiai sospesi a mezz’aria. – Mnié khocetsia iestj, – dico. Vi sono anche delle donne. Una prende un piatto, lo riempie di latte e miglio, con un mestolo, dalla zuppiera di tutti, e me lo porge. Io faccio un passo avanti, mi metto il fucile in spalla e mangio. Il tempo non esiste più. I soldati russi mi guardano. Le donne mi guardano. I bambini mi guardano. Nessuno fiata. C’è solo il rumore del mio cucchiaio nel piatto. E d’ogni mia boccata. – Spaziba, – dico quando ho finito. E la donna prende dalle mie mani il piatto vuoto. – Pasausta, – mi risponde con semplicità. I soldati russi mi guardano uscire senza che si siano mossi. Nel vano dell’ingresso vi sono delle arnie. La donna che mi ha dato la minestra, è venuta con me come per aprirmi la porta e io le chiedo a gesti di darmi un favo di miele per i miei compagni. La donna mi dà il favo e io esco.

Così è successo questo fatto. Ora non lo trovo affatto strano, a pensarvi, ma naturale di quella naturalezza che una volta dev’esserci stata tra gli uomini. Dopo la prima sorpresa tutti i miei gesti furono naturali, non sentivo nessun timore, né alcun desiderio di difendermi o di offendere. Era una cosa molto semplice. Anche i russi erano come me, lo sentivo. In quell’isba si era creata tra me e i soldati russi, e le donne e i bambini un’armonia che non era un armistizio. Era qualcosa di molto più del rispetto che gli animali della foresta hanno l’uno per l’altro.Una volta tanto le circostanze avevano portato degli uomini a saper restare uomini. Chissà dove saranno ora quei soldati, quelle donne, quei bambini. Io spero che la guerra li abbia risparmiati tutti. Finché saremo vivi ci ricorderemo, tutti quanti eravamo, come ci siamo comportati. I bambini specialmente. Se questo è successo una volta potrà tornare a succedere. Potrà succedere, voglio dire, a innumerevoli altri uomini e diventare un costume, un modo di vivere.

Tornato tra i miei compagni appendiamo il favo di miele al ramo di un albero e un pezzo per uno ce lo mangiamo tutto. Io poi mi guardo attorno come risvegliandomi da un sogno. Il sole scompare all’orizzonte.“.

(Da Il sergente nella neve, di Mario Rigoni Stern)

***