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Oltre i tetti

Quante nuvole nel cielo di Firenze,
quanta pioggia sui tetti e sulle vie!
E’ sempre più raro
un giorno di bel tempo
in questo primo mese dell’anno.

Poi, improvviso, un raggio di sole:
tenue, sbiadito, ma pur vero.
Ed ecco che il cielo si apre
e l’azzurro si espande.

Ora, oltre i tetti, si vede
la cupola della chiesa
di San Frediano in Cestello
accarezzata dal sole.
Basta poco perché
anche nel mio cuore
si accenda una piccola luce.

Piera M. Chessa

Pocket Coffee, una poesia di Alessandro Melis

Foto da web. Aosta

E’ spiaccicata, la neve, sulle strade
da milioni di suole
d’ogni forma,
scolpita e scabra, come
certe pitture astratte
dei moderni.

E il biancore si macchia,
lentamente
il colore imbrunisce,

ed io cammino, infine,
mani in tasca,
su distese interminate
di granita al caffè.

Ti lascerò andare

(Foto di P.M.C.)

Ti lascerò andare,

cagnolino mio,
perché non voglio
vederti soffrire così.
Quanti giorni mesi e anni
abbiamo trascorso insieme,
ed ora che il tempo è giunto
mi rendo conto di quanto
sia stato inutile
essermi preparata
a questo triste momento
che ora ci separerà.

Sarà impossibile
dimenticarti.
Hai donato negli anni
a me e a tutti noi
dosi massicce di affetto,
la gioia dei tuoi occhi
nel rivederci
rientrando a casa
dopo il lavoro.
I tuoi strofinamenti
sui nostri abiti
che, ahimè, lasciavano il segno.

Quante continue spazzolate!
E la tua linguetta
sempre pronta a colpire
e a lasciare le sue tracce.
La tua soddisfazione
nel gustare il cibo
e i tanti premietti
che ti abbiamo donato,
pur sapendo che erano sì gustosi
ma certamente non sani.

E posso dimenticare
le tue corse gioiose
nei boschi e sulle spiagge?
Il doverti talvolta cercare
perché sfuggivi
alla nostra vigilanza?

Molte cose ancora
vorrei ricordare
di questa nostra
bella vita insieme.
Ma il dolore è grande
e la malinconia mi avvolge
ed è pesante.
Mi fermo qui, non posso
andare avanti.

Mi rimarranno i video
e le fotografie,
ma soprattutto
quel tuo sguardo dolce
da cerbiatto,
ora vecchio e malato.
Ti lascio andare,
eppure ugualmente
ti porterò con me,
e questa volta
sarà per sempre.

Piera M. Chessa

Amath

(foto da web)

Lavora in un piccolo
supermercato, Amath,
e viene dal Senegal,
e come tanti
ha attraversato il mare.
Un mare in burrasca,
quel giorno ora lontano,
che a molti suoi compagni
ha rubato la vita.

Era ancora piccolo,
nessuno lo accompagnava
su quel vecchio barcone
carico di migranti,
eppure qualcuno
mosso da pietà
gli è stato accanto.
Ora Amath è cresciuto,
conosce una lingua nuova
e ha trovato un lavoro.

La sua è una vita dura
e il giorno incomincia presto,
quando il buio notturno
avvolge ancora Firenze.
Ma lui sorride sempre
mostrando candidi denti,
mentre i suoi occhi
luminosi e schietti
incontrano talvolta i miei.

Piera M. Chessa

I colori degli alberi

(foto di P.M.C.)

Da diversi giorni
gli alberi della piazza
del Carmine
hanno cambiato abito.
Sono belli i loro colori
capaci di trasmettere
un pizzico di leggerezza
in queste spente
giornate di pioggia.

Il giallo e il verde,
il rosso e il castano,
si alternano e guardano
verso un cielo grigio
che non promette calore.

Eppure sono loro,
queste foglie variopinte,
a regalare una piccola e dolce
sensazione di gioia,
mentre intorno i palazzi
che circondano la piazza
mostrano con discrezione
la loro antica bellezza.

Piera M. Chessa

Qualcosa di Murakami Haruki, uno scrittore da molti apprezzato

Un brano molto interessante dello scrittore giapponese Murakami Haruki, tratto dal libro Il mestiere dello scrittore e pubblicato con Einaudi.

***

La mia sensazione iniziale riguardo alla scrittura – qualcosa di piacevole e divertente – non è cambiata. Ogni mattina mi alzo presto, vado in cucina a fare il caffè, lo verso in una grossa tazza, con la tazza in mano mi siedo alla scrivania, accendo il computer ( ogni tanto penso con nostalgia ai fogli da quattrocento caratteri e alla mia grossa stilografica Montblanc), e inizio a riflettere: ” Bene, adesso cosa scrivo? ” Ecco, quello è veramente un momento di felicità. Ad essere sincero, non ho mai pensato che scrivere potesse essere una sofferenza. Né mi è mai successo di soffrire perché non riuscivo a scrivere ( per mia fortuna). Semplicemente penso che se se scrivere romanzi non fosse piacevole, non avrebbe significato farlo. Considerare la scrittura una tribolazione è un’idea che non mi appartiene. Penso che fondamentalmente debba essere qualcosa che sgorga in modo spontaneo.
Non ritengo affatto di essere un genio. Né ho mai pensato di avere qualche talento particolare. E’ chiaro che non posso nemmeno dire di non averne, dato che sono più di trent’anni che vivo della mia scrittura. Può darsi che abbia una certa stoffa, un’inclinazione personale. Ma è qualcosa che non posso valutare da solo, quindi è inutile che ci rifletta sopra. E’ un giudizio che lascio esprimere ad altri, ammesso che esista qualcuno in grado di farlo.
Ciò cui ho sempre attribuito e attribuisco ancora la massima importanza, e che riconosco francamente, è il fatto che mi è stata data, da parte di qualche forza ignota, l’opportunità di scrivere. Quest’opportunità io l’ho colta, e, aiutato anche da molta fortuna, sono diventato romanziere. E’ il risultato di un dono, un dono per il quale provo una sincera riconoscenza, anche se non so da dove arrivi.
Ho protetto con cura la capacità che ho ricevuto […] e mi rallegro che mi sia stato concesso di continuare a scrivere fino a oggi. Dopo, sarà quel che sarà.

***

Murakami Haruki è nato nel 1949 a Kyoto. I libri da lui pubblicati sono diversi, tra questi IQ84, L’incolore Tazaki Tsukuru e i suoi anni di pellegrinaggio e Uomini senza donne. E inoltre i volumi Sonno, La strana biblioteca e Gli assalti alle panetterie, arricchiti con i disegni di grandi illustratori.

La chiesa del Carmine

(Foto di P.M.C.)

Si affaccia su un’ampia piazza
che ha il suo stesso nome
la chiesa del Carmine, a Firenze,
e sembra guardare materna
la gente che passa
davanti al suo portone.

Le persone che ancora assonnate
al mattino si recano al lavoro,
i bambini e i ragazzi
che imbronciati
trascinano lo zaino
per aver lasciato presto
un letto caldo e protettivo.

I poveri del quartiere
che in queste fredde mattine
di novembre si avviano,
con gli occhi bassi,
verso il Centro sociale
per un pasto caldo.

Quanta umanità ogni giorno
attraversa vicoli e piazze
custodendo dentro di sé un sogno,
un progetto, una speranza,
ma anche tanto dolore.

Piera M. Chessa

Una nuova nascita

La foto è di P.M.C.

A che cosa pensi oggi, ragazzo,
nella tua lucida mente?
Quanti veloci pensieri
l’attraversano?

Vorrei per te solo quelli positivi,
niente che ti rattristi
ora che finalmente
la discesa è incominciata.

Sarà lunga, lo sappiamo,
ma la meta è più vicina
e ogni giorno nutrirà
la nostra speranza.

Credi nelle tue possibilità,
nella forza e nel coraggio:
ti vedo pronto ormai
per una nuova nascita.

Piera M. Chessa

Lillaz, di Alessandro Melis

La foto è di P.M.C.

Guardaci:
passo dopo passo camminiamo,
e siamo poche lettere
su un rigo
di questo indefinito
foglio bianco.

Spunta qui e lì una virgola,
o qualche segno di punteggiatura:
un rametto, uno stecco,
qualche foglia.

Camminare sulla neve
è come scrivere:
divenire parola
nel silenzio.

(Dalla raccolta inedita “Camper”, 2004)

Il dolore

Alle pendici del monte Arci. La foto è di P.M.C.

Il dolore ci attraversa
e penetra in noi
occupando ogni spazio.

Ci consuma lentamente
fino a modificarci
nel nostro intimo.

Eppure è capace
anche di doni e opportunità
fornendoci occasioni
di crescita e riscatto.

Così plasmati,
rigenerati nel profondo,
scopriamo di avere una forza
del tutto sconosciuta.

Piera M. Chessa