I tuoi occhi

Scrissi questo testo nel giugno dello scorso anno, quando alcuni cari amici poeti vennero da Sassari per “raccontarci” il loro modo di “fare poesia”, il senso e il fine per cui si cerca di guardare il mondo in un modo forse diverso.

Fu quella una serata speciale, di vera magia, di parole che racchiudevano in se stesse musica e melodie, ricca di atmosfere e suggestioni.

Faceva parte del gruppo una mia cara amica, arrivata con la sua famiglia, compreso il suo bambino più piccolo.

A lui ho voluto dedicare questo testo, a lui e alla sua dolcissima madre.

I tuoi occhi

 A Gabriele

Hai sollevato

il tuo limpido sguardo su di me

mentre ti stringevo al petto

dolcemente.

Ho accarezzato

i tuoi morbidi capelli chiari

e le tue piccole mani

da bambola.

Due stelle azzurre

mi son sembrati i tuoi occhi,

un tenero fagotto

il tuo corpo di bimbo.

Niente sapevo ancora

 di te

in quella calda notte di poesia

in cui tua madre, soave,

leggeva,

eppure hai fatto parte subito

di me

sia pure per un istante soltanto.

P.M.C.

Wislawa Szymborska


  La sua ironia, la sua apparente leggerezza, il suo sguardo disincantato sul mondo.

Questo voglio ricordare di lei mentre già ne avverto profondamente l’assenza…

(foto da web)

 Sulla morte, senza esagerare

Non s’intende di scherzi,

stelle, ponti,

tessitura, miniere, lavoro dei campi,

costruzione di navi e cottura di dolci.

Quando conversiamo del domani

intromette la sua ultima parola

a sproposito.

Non sa fare neppure ciò

che attiene al suo mestiere:

né scavare una fossa,

né mettere insieme una bara,

né rassettare il disordine che lascia.

Occupata ad uccidere,

lo fa in modo maldestro,

senza metodo né abilità.

Come se con ognuno di noi stesse imparando.

Vada per i trionfi,

ma quante disfatte,

colpi a vuoto

e tentativi ripetuti da capo!

A volte le manca la forza

di far cadere una mosca in volo.

Più di un bruco

la batte in velocità.

Tutti quei bulbi, baccelli,

antenne, pinne, trachee,

piumaggi nuziali e pelame invernale

testimoniano i ritardi

del suo svogliato lavoro.

La cattiva volontà non basta

e perfino il nostro aiuto con guerre e rivoluzioni

è, almeno finora, insufficiente.

I cuori battono nelle uova.

Crescono gli scheletri dei neonati.

Dai semi spuntano le prime due foglioline,

e spesso anche grandi alberi all’orizzonte.

Chi ne afferma l’onnipotenza

è lui stesso la prova vivente

che essa onnipotente non è.

Non c’è vita

che almeno per un attimo

non sia immortale.

La morte

è sempre in ritardo di quell’attimo.

Invano scuote la maniglia

d’una porta invisibile.

A nessuno può sottrarre

il tempo raggiunto.

 Wislawa Szymborska

Viktor E. Frankl

 

 

(foto da web)

 In questi giorni ho visto alcuni film sulle persecuzioni razziali, nel corso degli anni ho letto diversi libri sull’argomento, ma ogni volta che ho modo di pensare a ciò che è avvenuto mi sembra di star male, non solo a livello psicologico ma proprio fisicamente.

Eppure c’é gente che nega che tutto ciò sia successo, che afferma che sono tutte invenzioni.

Che dire davanti a tanta insensibilità, durezza d’animo, capacità di menzogna?

Per questo voglio comunque  “ricordare”, riflettere su  quei fatti che hanno dimostrato, senza ombra di dubbio, di che cosa l’uomo (?) sia capace di fare ai propri simili.

 Lascio la parola ad un Uomo vero, un medico che i campi di concentramento li ha conosciuti direttamente e dai quali, per sua fortuna, è riuscito a ritornare.

 

 La vita nel lager

 

 ”Credo sia stato Lessing a dire una volta:”Vi sono cose per le quali si perde la testa, o non si ha più testa da perdere”. In una situazione abnorme, una reazione abnorme è un comportamento normale. Come psichiatri, quasi ci attendiamo che quanto più normale è un uomo, tanto più abnorme sia la sua reazione, nel trovarsi in una situazione abnorme, di essere, per esempio, ricoverato in un manicomio. Anche la reazione del prigioniero internato nel Lager rappresenta uno stato d’animo abnorme, ma considerata in sé, è normale, anzi, come vedremo, tipica in rapporto alla situazione di fatto. I sintomi che abbiamo descritto, cominciano a mutare dopo alcuni giorni. Per qualche tempo l’internato resta nel primo stadio di choc, poi scivola nel secondo stadio, quello della relativa apatia. Poco a poco, muore internamente. Eccezion fatta per le diverse reazioni affettive precedentemente descritte, il prigioniero giunto nel Lager da pochi giorni, suisce in modo tormentoso anche altri turbamenti psichici e presto comincia a ucciderli nel suo animo. Vi è, innanzitutto, la sconfinata nostalgia per la gente di casa. Una nostalgia che talvolta si fa così acuta , da suscitare un solo desiderio: morire. Vi è poi il disgusto. Il disgusto per tutte le brutture che circondano il detenuto, e non solo per quelle spirituali, anche per le brutture esterne. Ogni internato “veste”, come quasi tutti i compagni di prigionia, stracci; anche uno spaventapasseri sembrerebbe più elegante di lui. Nel Lager, tra le baracche, non c’è che melma, e quanto più si lavora per eliminarla, per “appianare”, tanto più la si ha addosso. Ai nuovi arrivati capita abbastanza spesso di finire nelle colonne di lavoro che devono pulire le latrine, sgomberare gli escrementi ecc. Se gli escrementi ci spruzzavano nel volto, mentre, come accadeva di frequente, li trasportavamo su un terreno accidentato, i Kapos, indignati per la “leziosaggine” dei loro uomini, accusavano ricevuta di un sobbalzo o del tentativo di asciugarsi con un colpo di bastone. I prigionieri, pertanto, fanno rapidi progressi nel soffocare le proprie emozioni. Nei primi giorni, quando uno è chiamato ad assistere agli esercizi punitivi di qualche gruppo, cerca di non guardare. Non sopporta ancora la vista di uomini sadicamente torturati, la vista di compagni che per ore e ore devono fare piegamenti nella melma, mentre gli aguzzini battono il ritmo a furia di botte. Giorni o settimane più tardi, il suo animo è profondamente mutato. Accade questo, per esempio: di primo mattino, è ancora buio pesto, sta attendendo sulla porta, pronto a partire con tutta la sua colonna. Improvvisamente sente delle grida, guarda, e vede un compagno buttato a terra a suon di pugni; lo rialzano, lo buttano nuovamente a terra. Perché? Perché ha la febbre, ma solo dalla notte, e così non ha potuto farla controllare per tempo (nell’ambulatorio) e darsi ammalato. Lo puniscono per il disperato tentativo di marcare visita al mattino, perché avrebbe voluto evitare il lavoro esterno. Il detenuto che osserva la scena, è giunto ormai al secondo stadio delle sue reazioni psichiche, non si preoccupa più di guardare altrove: indifferente, già apatico, assiste tranquillo all’episodio. Una sera, si presenta anche lui, con la folla degli altri internati, nell’infermeria, sperando di ottenere due giorni di “riguardo”, per le sue ferite, o per il suo edema da fame, o per la febbre. Vedrà allora senza emozione che qualcuno porta dentro un ragazzetto appena dodicenne, per il quale non v’erano scarpe nel Lager e che quindi doveva rimanere a piedi nudi nella neve, durante l’appello, prima di eseguire il suo quotidiano lavoro esterno. Le dita dei suoi piedi sono ora congelate; il medico strappa con una pinzetta dall’articolazione i neri moncherini. Disgusto, orrore, pietà, indignazione: in quell’attimo, il nostro spettatore non ha avvertito nulla di tutto ciò. Sofferenti, malati, moribondi, morti, dopo alcune settimane di Lager li si incontra tanto spesso, che la loro vista non commuove più.”.

 

(Uno psicologo nei lager, Viktor E.Frankl, Edizioni Ares) 

Antonio Gramsci


(Ales 22 gennaio 1891 – Roma 27 aprile 1937)

 

Al di là del mare

 

Il prigioniero cammina lento

nella cella

ascoltando la pioggia

che batte

sul vetro opaco del lucernario.

 

Le lenti rotonde non velano

lo sguardo penetrante

che fruga tra i pensieri

pronti a prendere forma

sulle pagine bianche.

 

Un ragno si trascina piano

nell’ombra di un angolo

e interrompe l’intreccio sulla tela

per seguire l’amico taciturno

che lavora.

 

Si ferma il passo, stanco,

all’improvviso

per volare oltre le grate,

sperando di incontrare

gli occhi chiari

di due figli lontani

ai quali raccontare le storie

di un’infanzia

vissuta al di là del mare.

 

 Senza sole

 

Era un inverno freddo ed il sole nascondeva i suoi raggi dietro le forme eterogenee delle nuvole. La penombra occupava quasi tutti gli angoli della cella, e Antonio, per poter utilizzare la scarsa luce che riusciva in qualche modo a passare attraverso il vetro della finestrella, spostò il minuscolo tavolo consumato dai tarli, che stava addossato al muro, verso il centro dove quel tenue filo di luce poteva arrivare. Accostò poi la sedia, piccola e sgangherata, al tavolo, disponendo sotto uno dei piedi un pezzetto di compensato perché rimanesse in posizione stabile sul pavimento.

Lentamente si sedette, prese alcuni fogli , un pennino e incominciò a scrivere.

La penombra avvolgeva anche il suo corpo, stanco, piccolo, scosso da qualche nervoso colpo di tosse, ma la mano era ferma, sicura nel grattare sul foglio bianco. E lo sguardo, quello sguardo acuto, si fermava talvolta sulla parete, senza guardarla, proiettato all’interno, verso l’unico mondo libero nella sua vita di detenuto, affidando alla memoria e agli affetti la sua sopravvivenza.

 

Un padre fantasma

 

Quante notti dominate dall’insonnia, trascorse a pensare a quello che poteva essere e non era stato. Quella esigua parte di vita coniugale durata troppo poco, spezzata da eventi immaginati ma certamente non voluti, pensati possibili ma tenuti lontani con la speranza che mai si sarebbero concretizzati.

Invece, la crudeltà dell’animo umano, aiutata dalle circostanze, gli aveva impedito di essere padre, al fianco di due figli quasi sconosciuti ma profondamente amati.

Paternità a distanza, motivo di sofferenza lacerante, desiderio di entrare con affettuosa prepotenza nella loro vita, per cercare di costruire un filo diretto basato su racconti di sue esperienze lontane, su impressioni e consigli.

Ma i figli spesso sfuggivano all’ impegno preso non potendo capire l’esigenza di un padre affamato di notizie, di particolari anche insignificanti ma vitali, che non si rassegnava ad un destino deciso da altri uomini i quali volevano negargli anche il diritto di essere un genitore.

 

I bambini sanno capire

 

Il 1930 stava per finire e Antonio, in prigione ormai da diversi anni, non riusciva ad accettare il fatto che i figli non sapessero ancora della sua detenzione, il motivo per cui lui fosse in carcere.

Si chiedeva che cosa potessero pensare di questo padre assente, sempre più lontano, e non gli sembrava giusto che Giulia non avesse spiegato loro come stessero le cose.

Certamente in un primo momento lo sconcerto sarebbe stato grande, ma poi avrebbero finito col capire perché lui fosse un detenuto. Antonio di questo era sicuro.

Non era un ladro né un malfattore, nessun sopruso, nessuna violenza lo avrebbero fatto rinunciare alle sue idee.

 


Isoke


(foto da web)

Due giorni fa, ad Oristano, si è tenuto un incontro con Isoke Aikpitanyi, organizzato dall’Associazione culturale “pARTIcORali”, con la collaborazione di altre sensibili Associazioni cittadine.

Isoke è una ragazza nigeriana di trentun anni, venuta in Italia, come tante altre connazionali, col miraggio e la promessa di un posto di lavoro.

Aveva vent’anni quando arrivò a Torino e in breve tempo conobbe la vita di strada, i marciapiedi di una città fino ad allora sconosciuta, i falò accesi, d’inverno, per scaldarsi, il dolore ai piedi chiusi per ore in scarpe dai tacchi vertiginosi, l’ansia continua, l’angoscia di una vita in sospensione, senza punti di riferimento né mete sicure.

Poi, un giorno, prese coscienza del tipo di esistenza che stava conducendo, che non accettava più, e sentì il dovere di ribellarsi. Decise di scappare ma fu fermata, arrivarono le botte, pugni e calci, e rimase in coma per tre giorni. Neppure quest’esperienza però la fermò, tanto che con coraggio e determinazione trovò ancora la forza per fuggire.

E ci fu anche qualcuno veramente disinteressato che volentieri le tese una mano. Quel qualcuno diventerà il suo compagno in una nuova vita.

Ma Isoke non si accontenta di questa libertà ritrovata sia pure ad un prezzo altissimo, vuole che la sua esperienza serva di monito ad altre ragazze e nello stesso tempo  si trasformi per molte di loro in un aiuto concreto.

Nasce così La casa di Isoke, che oggi sta al fianco di tante giovani vite che spesso, per ingenuità o per superficialità, si ritrovano in un baratro da cui non riescono ad uscire.

Isoke ce l’ha fatta, parecchie ragazze, grazie a lei, ce la faranno.

Qualche anno fa, questa coraggiosa ragazza nigeriana, con l’aiuto di una sensibile giornalista, ha scritto e pubblicato due libri nei quali racconta, non senza dolore, la sua esperienza e quella delle sue compagne.

Storie forti, dolorose, che meritano un’attenta lettura e una profonda riflessione.

Ecco alcuni brani tratti dal libro “Le ragazze di Benin City – la tratta delle nuove schiave dalla Nigeria ai marciapiedi d’Italia”.

1

E dopo una settimana Judith ha detto: non puoi stare qui senza soldi e senza lavoro. Devi pagare il mangiare, il dormire. Devi lavorare. E per chi non ha documenti il lavoro è uno solo.

Quale, ho detto io.

Eh, quand’è il momento lo vedrai, ha detto lei.

Così una sera mi ha portato al posto di lavoro.

Ha detto alle ragazze che stavano con me nella casa: datele un vestito per lavorare, qualche cosa che non mettete più. Mi hanno dato il vestito. Era solo un paio di mutande. Sul posto di lavoro si mette questo, ha detto Judith.

Era il 26 dicembre del 2000. Come posso dimenticare quel giorno? A Torino c’era la neve. Era la prima volta che la vedevo. Ma quant’è bella, ho detto. Tutto bianco e immobile e quasi incantato. E’ sempre così bello , qua in Italia? Però faceva freddo. Molto freddo. Così ho detto: io ‘ste mutande non me le metto; e ho tenuto i miei jeans.

Sul marciapiede faceva un freddo cane. Judith ha detto alle altre: questa è Izogìe, da oggi può stare qui. Quando finite di lavorare la portate a casa. Erano tutte in mutande, con le calze pesanti, due o tre paia. E coprispalle che non arrivavano a coprire le spalle. E scarpe ridicole, coi tacchi altissimi.

Ma voi siete matte, ho detto.

Con questo freddo, a stare in mutande.

Che freddo. Che freddo. Stavo lì a guardare le ragazze in mutande e morivo di freddo. Non mi staccavo dal fuoco. Le mani erano calde ma i piedi gelati. Guardavo le altre in mutande e pensavo: non è possibile non è possibile non è possibile.

Era possibilissimo.

Arrivavano le macchine, e sulle macchine degli uomini. Soli. Le ragazze dicevano qualcosa, salivano, andavano via con loro. Io non mi staccavo dal fuoco. I piedi non li sentivo più.

Si è fermato un tizio, vuole te.

Ma non ci penso nemmeno, ho detto, vada da sua sorella.

E dopo un attimo è arrivata la polizia.

[...]

10

Abituarsi a una vita del genere è impossibile.

Eppure ti ci abitui.

Cominci ad avere soldi per le mani, a comprarti un paio di scarpe o la scheda del cellulare. Un vestito. Un gelato. E quando la maman vede che cominci a sentire il gusto dei soldi capisce che il peggio è passato, almeno per lei. Guarda il primo paio di scarpe, il primo vestito. Dice: brava.

E intanto pensa: è fatta.

Anche le famiglie sono contente.

E i primi soldi che arrivano dall’Italia li spendono in un attimo per far vedere alla gente che hanno svoltato. Comprano la macchina. Il frigorifero. Il televisore. Comprano vestiti e scarpe e vanno in giro che neanche li riconosci.

I soldi che arrivano dall’Europa finiscono in un momento, come bruciati.

Nessuno mette da parte niente.

Le ragazze mandano i soldi e magari dicono al fratello, al padre: mettili in un conto corrente, per quando ritorno. Ma quando una di loro torna a casa e dice: fatemi vedere i conti, quelli raccontano mille storie, delle storie che non finiscono più.

Insomma i soldi sono spariti.

Magari le avevano detto al telefono: manda i soldi, che costruiamo una casa. Lei manda i soldi per i mattoni, il tetto, le finestre, poi ritorna e non trova niente. Solo il terreno. E a volte nemmeno quello.

[...].

Allora ci sono i litigi.

Le ragazze dicono basta, di soldi non ne mando più

E allora cominciano a chiamarti che tuo padre sta male, tuo fratello ha l’ernia, tua sorella un tumore. C’è tua madre all’ospedale e deve operarsi. Tuo figlio sta morendo. Manda i soldi.

Ogni volta vai nel panico e non capisci più cosa è vero e cosa è falso. Per esempio Osas ha il sospetto che la storia che sua madre sta male non sia vera, ma che può fare dall’Italia? Manda i soldi per le medicine, i soldi per il dottore. Poi chiama sua zia e le dice: tua madre sta morendo, le medicine che abbiamo comprato erano scadute, manda altri soldi che la portiamo in ospedale…

Tutto così.

Laura Maragnani – Isoke Aikpitanyi

Le ragazze di Benin City

la tratta delle nuove schiave

dalla Nigeria ai marciapiedi d’Italia

Melampo Editore

Di larghe vedute

 

Quando sono entrata nella sala d'aspetto lui era già lì.
“Lui” è un “signore” di una certa età ma non anziano, stava seduto vicino alla porta dello studio del medico e aspettava il suo turno per entrare.

Due occhi tondi su un viso dalle gote rosse, pochi capelli e un abbigliamento che voleva essere sportivo e giovanile ma che, in realtà, a me è sembrato abbastanza trasandato.

Teneva tra le mani una stampella, particolare che denotava qualche problema agli arti inferiori, ma lo sguardo sanguigno e la lingua piuttosto sciolta non avevano problemi di alcun genere.

Parlava di tutto senza fare pause e in particolare si lamentava della categoria dei medici, a suo avviso poco capaci.

E' stato a quel punto che un signore, sentendosi chiamato in causa, ha detto:

Bene, sono contento quando sento i pazienti esprimere con schiettezza il loro parere sul nostro operato”.

Difficile capire dal tono piuttosto neutro il significato che intendeva attribuire alle sue parole.

Lui” non ha fatto una piega. Quando più tardi il medico è andato via, ha ricominciato il suo estenuante monologo cambiando semplicemente argomento.

Io, in attesa di entrare in ambulatorio, cercavo di ingannare il tempo leggendo qualche pagina di un libro, ma il tono alto del nostro interlocutore non mi permetteva di concentrarmi.

Parlava con una signora che, pazientemente, cercava di trasformare la conversazione in un vero dialogo. Ad un certo punto mi ha incuriosito e colpito l'ultimo argomento trattato. Mi arrivavano stralci di una conversazione tanto banale quanto fastidiosa.

Stanno bene in carcere, non manca loro niente, mangiano, bevono, dormono, guardano la televisione, escono nel cortile, e poi non lavorano! Per loro è come stare a casa.”.

Mi sono chiesta di chi stesse parlando. Istintivamente ho prestato una maggiore attenzione.

Perché devono stare qui? Che cosa ci fanno? Lo sapete che le carceri sono piene di stranieri, la maggior parte non è di qui, vengono a creare dei problemi, se ne devono andare!”

E' stato a questo punto che mio marito ha detto:

Se stanno così bene, come mai in carcere tanti detenuti decidono di suicidarsi? Forse non stanno così bene!”

Lui” non si è scomposto per niente e ha esplicitato meglio il suo “pensiero”:

Lo farebbero anche se fossero liberi, vuol dire che hanno già quest'intenzione!”

Ma come fa lei a sapere come vivono in carcere?”

Glielo dico io che è così perché sono andato a fare dei lavori e mi sono fatto aiutare da alcuni di loro. Gli stranieri non devono stare in Italia, se ne devono andare!”

Il discorso è andato avanti a lungo perché lunga è stata l'attesa. Fremevo ma cercavo di trattenermi, sapevo che se avessi dato retta al mio istinto avrei finito forse col bisticciare. Non mi sembrava il caso, in fondo non ne valeva la pena.

Notavo che anche gli altri presenti prendevano le distanze da quel fiume in piena che cercava di rendere più convincenti le sue affermazioni con un linguaggio sempre piuttosto colorito.

Ho tirato un sospiro di sollievo quando finalmente è arrivato il suo turno ed è stato ricevuto dal medico nel suo studio.

La sala d'attesa ha ritrovato la sua “sobrietà”, per usare un termine molto in uso in queste ultime settimane.

Mentre aspettavamo, usufruendo finalmente di un po' di silenzio, ho pensato all'ultima proposta del presidente Napolitano riguardante il diritto di cittadinanza per i ragazzi, figli di genitori stranieri, nati in Italia.

Che contrasto tra l'equilibrio e la saggezza del Capo dello Stato e molti di noi cosiddetti “cittadini italiani”!

Una casa

(foto da web)

C’è una casa, poco oltre il quartiere,

che si affaccia sui campi,

in realtà son due muri soltanto

tutto ciò che poi resta,

le orme e i mattoni di fango.

E’ avvolta dall’erba ora alta,

dall’ombra di un albero

e di chi vi trascorse la vita.

Vi passo vicino al mattino

con Argo, il mio cane,

lui si accosta poi annusa

e sembra cercare un mondo lontano

che un tempo aveva un suo senso

tra quelle due mura.

Immagino senta il profumo del legno,

dei vecchi il cui sigaro si è spento da tanto,

dei bimbi che forse lì dentro son nati,

di mamme stremate e felici

di tener tra le braccia la Vita.

Visioni pensieri e profumi

nel pensare al passato

 di una casa che oggi si regge soltanto

sull’aiuto di tre pali addossati

e forse del nostro rimpianto.

Dalla raccolta inedita “(Ri)percorrendo universi”

Novembre e i suoi lutti

 

(Foto da web)

E’ un mese triste novembre, lo è sempre stato, ma quest’anno sembra voler evidenziare ancora di più questa sua caratteristica.
Lo fa con un clima piovoso che non dà tregua, a tal punto da portare la disperazione in terre che ogni anno guardano al periodo autunnale con profonda angoscia per lo straripamento di fiumi e torrenti, per le frane improvvise, per tutte le prevedibili e imprevedibili conseguenze.
La Lunigiana, le Cinque Terre, Genova, le ultime in ordine di tempo, morti e disastri, case abbandonate, oggetti e ricordi di una vita intera lasciati nel fango, negozi e servizi che non apriranno forse più.
Quelle riprese dalle finestre, quelle fotografie, auto come giocattoli nelle strade, uomini come bambole di pezza travolte dall’acqua. Bimbi al sicuro nelle scuole e poi avvolti nel fango.

Certo, la natura, ma fino a che punto? Una natura matrigna o una natura in rivolta contro l’insensibilità di noi uomini e la nostra cupidigia? Chi sono i veri colpevoli? Magari quelli che utilizzano le risorse senza rispetto e le consumano con arroganza?
Un discorso lungo e abusato, ma non si può far finta di niente e barare con se stessi.

***

Novembre, mese di lutti.
Ieri se n’è andato un caro amico conosciuto su fb, si chiamava Guido Melioli, aveva 58 anni ed era ammalato di sla, ma con una fortissima voglia di vivere nonostante tutto.

Aveva un cuore grandissimo, generoso e mite, un grande amore per la musica e in generale per il bello. Curava egregiamente la sua pagina su Facebook, postando video, canzoni, brani musicali e fotografie, ottimista e sorridente anche quando non stava bene, dimostrando un profondo rispetto verso gli altri, sempre.

Mancherà moltissimo ai numerosi amici che l’hanno conosciuto, che non riescono ad accettare questa partenza improvvisa, che continuano a scrivere sulla sua bacheca:” Ma è vero?”

Purtroppo è vero e tutti noi, sgomenti, dobbiamo accettarlo.

Concludo riportando una parte di quella che era la sua filosofia di vita, postata sul sito “Sla……pussa via!”, curato da lui e dalla cara amica Bonaria Meloni.
Ecco le sue parole:

LOTTARE, LOTTARE, LOTTARE

Questo sito nasce dall’esigenza di non lasciarsi travolgere dalla malattia. Dopo la diagnosi di SLA (Sclerosi laterale amiotrofica), molte cose sono cambiate nelle mia vita e in quella della mia famiglia. Tante cose che prima davo per scontate, sono diventate ora impossibili, tante piccole abitudini sono state dimenticate, tanti amici si sono improvvisamente dileguati ….ma questo non deve diventare un’alibi, intendo combattere la malattia non soltanto tramite le terapie farmacologiche, ma cercando anche di conservare, per quanto possibile, gli interessi coltivati negli anni precedenti. In questo sito si parlerà pertanto di SLA, ma anche di letteratura, musica, cinema, teatro, arte, ricerche linguistiche.

Buona lettura a tutti.”.

***

Di questo volevo parlare oggi, per il rispetto che provo verso la sofferenza, intesa nel senso più ampio del termine, verso quella fragilità che è presente in ciascuno di noi, che dovrebbe portarci ad una giusta riflessione e che invece spesso tendiamo a rimuovere, forse perché ci fa paura, o al contrario perché non riusciamo a fare a meno della nostra arroganza, convinti sempre di avere la meglio non solo sulla natura ma anche nei confronti della vita.

Continuiamo così ad essere eternamente degli illusi.

Ricordando

(foto da web)

I giorni appena trascorsi sono stati dedicati a chi oggi non c’é, a chi ha smesso di percorrere le strade di questa terra.

Ho visitato due campisanti in questi giorni, il primo è  stato quello del paese, situato in montagna,
in cui sono nata, è ampio ormai e nuove aree sono state attrezzate, così io l’ho percorso quasi tutto perché alcuni tra i miei cari sono distanti tra loro.

Non mio padre e mia madre, uniti anche dopo la morte.

Da loro sono andata innanzitutto, a salutarli, a portare dei fiori, ad incrociarne lo sguardo ed il sorriso di persone buone. Non lontano, i tanti parenti ai quali ho voluto bene, anch’essi parte di me o io di loro.

Dalla parte opposta, altri più anziani, alcuni dei quali mai conosciuti ma di cui so tanto, una conoscenza trasmessa dai miei genitori.

Ci sono anche conoscenti e amici, la “mia” Paola, l’amica forte e affettuosa di quand’ero bambina. E’ partita poco più di un mese fa senza che io abbia potuto salutarla, avrei dovuto pensarci per tempo perché la sua età era avanzata, 93 anni portati con lucidità e ottimismo.

Tanti volti si affacciano sui viali, alcuni conosciuti, moltissimi no, perché la vita mi ha portato in altri luoghi. Ma ogni tanto ritorno a rivedere la casa in cui son nata, la osserverò ancora da lontano per non dimenticare i miei giochi di bambina, le stanze che continueranno a raccontare di voci e di risate.

Il primo di novembre ho visitato invece il camposanto della città che mi ha visto crescere e diventare donna. Raramente nel passato lo avevo fatto, ora sì, con fatica e dolore, e tanto rimpianto, perché dal marzo di quest’anno lì riposa mio fratello, il mio amatissimo fratello.

Tanti fiori profumati intorno, tante piante, per lui così innamorato della natura, due fotografie, e il suo bellissimo sorriso.

Savina Dolores Massa

(foto da web)

Savina Dolores Massa, una scrittrice che gioca agevolmente con le parole, una donna che s’impegna come poche nel cercare di confondere le idee al lettore.

Il brano seguente è tratto dal suo ultimo libro “Mia figlia follia”. Una storia che in tanti abbiamo trovato bella, intensa, ricca di contenuto, di profondità, di magia.

Un libro “difficile”, perché è la vita ad esserlo, e in queste pagine coinvolgenti e sconvolgenti è racchiusa l’intera esistenza con tutto il suo carico di dolore, di fatica e di follia.

Straordinari i ritratti dei diversi personaggi che la scrittrice ha saputo delineare, sembra di vedere questa umanità in difficoltà, di incontrarla per la strada.

Ma è Maddalenina la grande indimenticabile protagonista di una storia corale, è lei, così dimessa e invisibile, scomoda a tal punto da essere scacciata continuamente, è lei che prepotentemente “esce” dalle pagine di questo libro per venirci incontro, per chiederci comprensione se non affetto, per non sentirsi dire ancora una volta da tutti: “Vattene!”.

***

“Sono molto dispiaciuta di di non avere più la mia bambola da regalare alla bambina. Peccato, a volte, non conservarli, i ricordi. Almeno a volte. Figlia mia, lo sai che ho avuto una bambola? Un giorno l’hanno portata a casa mia le signore che fanno la carità; fanno la carità dentro un sacco con zucchero, pasta e due barattoli di pelati. Mamma le ha lasciate entrare perché quelle bussavano bussavano. Molto, avevano bussato, erano state un disturbo. Erano entrate, Ave Maria; mamma non aveva salutato, io avevo detto, Piena di grazia ché così si risponde. Mamma mi aveva mandato un fulmine in bocca. Le signore hanno messo il sacco sopra il nostro tavolo, io ero in piedi, lontana dal tavolo, ché mamma mi ordinava sempre di non avvicinarmi alle persone. Io non ero curiosa di sapere cosa c’era dentro il sacco, poteva essere qualche cattiveria: meglio non non fidarsi di nessuno. Mamma aveva lasciato la porta aperta, così capivano che se ne dovevano andare subito. Erano tre, avevano il cappotto, i guanti giallini, il cappellino e il sorriso colorato nei denti abbinati ai guanti. Mia mamma è rimasta con le braccia incrociate a guardarle. Anche io le ho incrociate. Tutte e tre insieme hanno aperto il sacco e tirato fuori le cose. Mamma ha fatto sì una volta sola con la testa, anche io, e anche loro l’hanno fatto e e sono uscite, in fila. Ave Maria, hanno detto. Io ho pensato, Sono sceme.

Così c’era una bambola sopra il tavolo, usata. Questa la vuoi?, ha chiesto mia mamma quando stava buttando nell’immondezza le altre cose. La sincerità è che la volevo molto, ma avevo paura di fare arrabbiare mamma. Rimanevo zitta. Beh?, mi ha detto lei e già l’aveva presa per un piede. Ho detto, Sì, ho chiuso gli occhi. Quando li ho riaperti mamma era andata a coricarsi, la bambola era sopra il tavolo. La guardavo da lontano, le ho chiesto, Quanti anni avevi quando eri piccola?

Non rispondono mai davvero le bambole, figlia mia, però sembra che rispondono. Alla mia domanda lei non ha risposto perché era la prima che le facevo e ancora non aveva la fiducia o ci doveva pensare molto. Era spogliata. Nella pancia c’era un buco grande tondo tondo per metterci la terra e piantarci un fiore. Il buco mi ha fatto pensare che dentro, le persone, sono vuote. La bambola non nascondeva neanche un anello in pancia. Ho deciso che le bambole e le persone sono diverse. Le mancavano i capelli da una parte, forse glieli aveva mangiati un cane. Gli occhi sembravano come i miei quando li apro molto molto per farci stare più cose. I suoi erano occhi azzurri. Non credere, figlia mia, che gli occhi azzurri sono più belli di quelli neri. Gli occhi decidono il colore: se si nasce di notte sono neri, se di giorno azzurri. Chi ha gli occhi verdi è perché non voleva nascere né di giorno né di notte, ma è nato per forza e quelli si è trovato. Tu avrai gli occhi neri come me. Non so se ti farà felicità: quando le persone te li guarderanno si vedranno un po’ più sporche e abbasseranno la testa: fregatene, tu cammina. Io negli occhi della mia bambola mi vedevo contenta, mamma no, neanche se erano azzurri. L’ha buttata nella spazzatura lei, sono sicura, dopo metà mese?, Le bambole capita anche che se ne vogliono andare se non sono contente, ma non credo che sia entrata da sola, nel bidone.

Si vedevano i piedi che spuntavano, potevo salvarla, se volevo. Nome non gliene avevo mai messo perché non le volevo davvero molto bene. Era faticoso giocare sempre con lei, io ero abituata a restare da sola. A fare i celtrini, zitta zitta come voleva mamma. Nel bidone, sopra a lei, abbiamo buttato le bucce delle patate e la minestra di patate che prima di coricarci non abbiamo avuto il cuore di mangiare né io né mamma. Se l’avessi salvata

se l’avessi salvata adesso potevi averla tu, come ricordo di tua mamma piccolina. Devi accontentarti della storia.”.

(Savina Dolores Massa, Mia figlia follia, Il Maestrale)