Archivio | ottobre 2009

La pagoda

(Ripensando al film  "Primavera…"  di Kim Ki Duk)

Si apre con uno scricchiolio
la grande porta scolpita
lasciando dietro di sè
un mondo affaticato.

E subito appare la sfumata pagoda,
dimora dello spirito,
dell’interiorità.

Le acque brillano limpide
intorno
oppure offuscate
dalla nebbia autunnale,
ed il monaco,
scrutando nelle profondità del lago,
cerca in sè
il perché delle stagioni,
l’essenza del  vivere.

E mentre l’uomo sbaglia, prega ed espia
le colpe di una vita,
il dio ne attende paziente la rinascita
col sorriso impresso
sul suo volto di pietra.

P.M.C.

Questa voce è stata pubblicata il 30/10/2009. 10 commenti

Promesse non mantenute

Due giorni fa, sul blog di Milvia Comastri “rossiorizzonti", è stato pubblicato un post, il titolo è L’Aquila tradita, in cui si denuncia la “reale” tragica situazione nella quale si trovano i tanti, troppi abruzzesi che, dopo aver conosciuto e vissuto i terribili giorni del sisma, si trovano ora a dover affrontare, ancora una volta da soli, il freddo dell’inverno che arriva, tra mille difficoltà e l’indifferenza di chi potrebbe fare e sta a guardare, nascondendo verità e menzogne.

Un ‘ulteriore offesa gratuita nei confronti di una popolazione che cerca con coraggio di ricostruire se stessa.

Guardo la fotografia, l’azzurro delle tende, che dovrebbe far volgere lo sguardo verso il cielo, verso la speranza, invece guardo in basso, vedo il fango intorno alle tende, i giochi abbandonati.

E i bambini? Dove sono i bambini? Non giocano più? Un istante di vita quotidiana fatto di “cose”, non di persone. Le persone stanno al freddo, non parlano, non hanno voglia di parlare, di raccontare, perché lo hanno fatto sin troppe volte, sempre inutilmente.

Sono stanche anche di sentir parlare, sono stanche di parole pronunciate con tanta superficialità, che hanno indotto alla speranza, puntualmente delusa. Dove sono le case promesse con parole pronunciate a voce “troppo” alta? Che cosa è rimasto di quelle promesse, a parte l’inutile, inaffidabile rumore?

****

Riporto dal blog di Milvia parte del suo post: una lettera di Doriana Goracci e poi quella di un gruppo di abruzzesi coraggiosi.

Possiamo solo riflettere e sentire il disagio che cresce nel pensare al tepore delle nostre case.


Ma che freddo fa in Abruzzo? E’ Umanitaria Emergenza
Vi prego di diffondere, come sto facendo io che ho ricevuto il messaggio…solo la Rete può dare una mano e far conoscere questa realtà. Commenti e notizie potete trovarli ai  link che trascrivo, oltre il riferimento attivo e un video eloquente da Abruzzolive.tv : Gelo nelle tendopoli, in 6mila ancora al freddo.
Il freddo è arrivato davvero, non è bastato cantare in solidarietà come a San Siro il 21 giugno 2009.
Cantiamola noi, per loro, amiche ed amici d’ Abruzzo.

Doriana Goracci

Per donazioni e contatti:

emergenzaottobre2009@gmail.com

339.19 32 618 – 347. 03 43 505

http://miskappa.blogspot.com/

http://www.3e32.com/main/?p=1906

http://abruzzo.indymedia.org/


OTTOBRE 2009: ALL’AQUILA E’ EMERGENZA UMANITARIA

Facciamo appello a tutti coloro che in Italia hanno dimostrato sensibilità a quanto qui è successo e continua ad accadere.
A chi ha mantenuto alta l’attenzione sul dramma che ha colpito il nostro territorio e sulla gestione del post sisma.
Oggi, il 18 di ottobre, all’Aquila fa freddo. Siamo nella fase più drammatica, la notte già si sfiorano i -5°C ed andiamo incontro all’inverno, un inverno che sappiamo essere spietato.
Le soluzioni abitative, promesse per l’inizio dell’autunno, non ci sono. Circa 6000 persone sono ancora nelle tende.Meno di 2000 persone sono finora entrate negli alloggi del piano C.A.S.E o nei M.A.P.La maggior parte degli Aquilani sono sfollati altrove in attesa da mesi di rientrare.
Ora, con lo smantellamento delle tendopoli altre migliaia di persone sono state allontanate dalla città e mandate spesso in posti lontani e difficilmente raggiungibili.Noi, definiti “irriducibili”, siamo in realtà persone che (come tutti gli altri) lavorano in città, i nostri figli frequentano le scuole all’Aquila, molti non sono muniti di un mezzo di trasporto, altri possiedono terreni od animali a cui provvedere. Siamo persone che qui vogliono restare anche per partecipare alla ricostruzione della nostra città.Da oltre sei mesi viviamo in tenda, sopportando grandi sacrifici, ma con questo freddo rischiamo di non poter più sopravvivere.Se non accettiamo le destinazioni a cui siamo stati condannati (che sempre più spesso sono lontanissime) minacciano di toglierci acqua, luce, servizi.Oggi, più di ieri, abbiamo bisogno della vostra solidarietà.Gli enti locali e la Protezione Civile ci hanno abbandonati. Secondo le ultime notizie che ci giungono i moduli abitativi removibili che stiamo richiedendo a gran voce da maggio, forse (ma forse) arriveranno tra 45 giorni.Oggi invece abbiamo bisogno di roulotte, camper o container abitabili e stufe per poter assicurare una minima sopravvivenza. Visto che le nostre richieste alla Protezione Civile e al Comune non sono prese in minima considerazione chiediamo a tutti i cittadini italiani un ulteriore sforzo di solidarietà.E abbiamo anche bisogno di non sentirci soli.Per questo vi chiediamo di organizzare dei presidi nelle piazze delle città italiane per SABATO 24 OTTOBRE portando nel cuore delle vostre città delle tende per esprimere concretamente solidarietà a noi 6000 persone che viviamo ancora nelle tende ad oltre sei mesi dal sisma.Un altra emergenza è cominciata oggi. Non dettata da catastrofi naturali ma dalla stessa gestione del post sisma, da chi questa gestione l’ha portata avanti sulla testa e sulla pelle delle popolazioni colpite.

Alcuni abitanti delle tendopoli sotto zero.


VIDEO E LINK SU

http://www.reset-italia.net/2009/10/20/ma-che-freddo-fa-in-abruzzo-e-umanitaria-emergenza/

http://www.c6.tv/archivio?task=view&id=6404

(dal blog: rossiorizzonti)

Questa voce è stata pubblicata il 24/10/2009. 11 commenti

 Jolanda Catalano


Ho conosciuto Jolanda attraverso questo strumento meraviglioso sul quale scrivo. Non sapevo niente di lei, grazie ai commenti che ogni tanto trovavo sui blog ho imparato ad apprezzarla.

E’ nata così la nostra amicizia, non ci siamo mai incontrate ma è come se avessimo trascorso ore a raccontarci.

E in effetti, col trascorrere del tempo, ore insieme ne abbiamo trascorso molte ma…al telefono!

Per l’amicizia che ora ci lega, per la stima e la passione per la scrittura che condividiamo, voglio riportare tre sue splendide poesie tratte dalla raccolta inedita Mia signora della parola”, 2002 – 2009.

 

*

Ci fu, vi dico.

Ci fu il tempo della gioia

dell’andare scalzi per torrenti

e risa e alberi

e arance tra le mani ancora acerbe,

graffi di rovi e volti d’attesa

nel procedere lento di giorni ormai lontani.

Ci fu, vi dico

quel vociare allegro

che ancora rimbomba per le valli.

E poi la quiete di pane diviso,

un pane nero a fette ben condito.

Ci fu,vi dico

l’orma sicura

per seguire il passo

e ancora l’orto geme

per l’arsura

essenza di fede ferma nella vita

radici di quercia sulla terra bruna.

Ah se potessi, se potessi dire

della tenacia sui pampini arrossati,

delle armacere intrise del suo viso

e le sue mani colme di lumache.

Gesti che riaffiorano smarriti

e l’orto ha perso ormai tutte le foglie,

i colori e il taglio dei capelli

la tenerezza celata tra i cespugli.

Ci fu, vi dico,

tutto, non mancò mai niente

nei suoi sorrisi morbidi d’amore,

un peluche moderno con i calli

un custode del tempo in fondo al cuore.


Dalla sezione Radici d’amore



***



Nell’orto

rami intrecciati

nell’abbraccio di aria e di vento.

Tra il pesco e la vite ormai secca

il tuo volto riaffiora e mi segue.

Nulla tra l’erba e la terra

più nulla col sole

germoglia.

Anche il mandorlo

si volge e si duole

nell’abbozzo

dell’unica gemma.

E tu sapevi

questa morte del regno

che nessuno avrebbe più coltivato.

Tu sapevi l’incuria dei vivi

verso l’eden che avevi creato.

Adesso l’erba

si confonde coi rami

in un’unica e vana attesa.

E tu, padre,

perdona questa morte del cuore,

questo vuoto

che pende e si brucia.

E nulla,

nulla tra l’erba e la terra,

più nulla col sole

germoglia.


Dalla sezione Radici d’amore



***


 

E giunge anche l’ora del silenzio,

dell’ascoltarti intero cuore mio

mentre altre voci si spengono e la notte

magicamente assorbe il mio sentire.

Assordanti i giorni del dolore

scorrevano su pietre arroventate,

stridevano colpivano uccidevano

i miei pensieri mezzo addormentati.

Difficile, difficile ascoltare

in quei momenti bui dell’inganno

persino il rantolo sopito sul cuscino,

contaminato da voci poco umane.

Era l’ora amara in cui la vita,

perdendosi, moriva anche a se stessa

tra strappi violenti e le giunture

attorcigliate e inerti giù per terra.

E in quel silenzio-morte sulle attese

si frantumavano i giorni al divenire.

Altro silenzio oggi mi pervade

e so che posso udirmi fra le assenze,

percepirmi nell’integrità del cuore,

assolvermi di tutti i miei peccati.


 

Dalla sezione A misura del tempo"

Dalla raccolta inedita " Mia signora della parola" – 2002-2009

Questa voce è stata pubblicata il 19/10/2009. 15 commenti

Quando è sera

Quando è sera e il silenzio prevale
sul disordine quotidiano della vita,
io, come un riccio, mi chiudo
e raccolgo i pensieri
che poi sfoglio lentamente ad uno ad uno.

Mi chiamano per nome, mi prendono per mano,
mi chiedono il perché del nostro esistere.

Ed io, che dico?

Non è facile il dialogo con loro,
compagni assidui del mio vivere,
perchè incalzano e spingono a frugare
tra le pieghe dell’animo
o i battiti scomposti del cuore.

Pensieri che vorrei allontanare
talvolta annullare,
presenti sempre,
scomodi burattinai della mia mente.

P.M.C.
 

Questa voce è stata pubblicata il 15/10/2009. 14 commenti

Kalì 

Il 9 ottobre Kalì, la mia gattina, se n’è andata, oggi avrebbe compiuto 3 anni.

A lei dono tutto il mio dispiacere e questo brano tratto dal bellissimo libro di Cesarina Vighy L’ultima estate”.


Dal capitolo “Viaggio intorno alla mia camera


…” Ma quella che mi commuove è una fotografia ai piedi del letto: grande, è ben visibile sia la sera, alla lucina del comodino, sia la mattina, quando l’alba la viene a carezzare.

Di norma, non amo le fotografie di famiglia: raggelano i momenti felici alonandoli di nostalgia; quelli tristi rinnovandone la causa. Ma qui è avvenuto un piccolo miracolo: l’immagine, ripresa senza tante pretese, ricompone casualmente un gruppo rispettando l’aspetto, la personalità, l’ordine di arrivo in famiglia, persino la gerarchia di ogni singolo componente.

Sono i miei amici, quelli che ho capito meglio e che mi hanno dato di più.

Sono i miei gatti ormai scomparsi dal mondo visibile, ma sempre nel mio cuore, piccolo cenotafio accogliente.

E’ l’ora del cibo e si sono radunati in cucina, voltando tutti contemporaneamente la testa verso l’inconsueto clic.

Una dama dell’antica corte giapponese sognò una notte una graziosa gattina che le si rivolse parlando così: “Sono la tua amica morta tre mesi fa e, per una lieve colpa, mi sono reincarnata così. Trattami bene”.

Per una lieve colpa.

 

 

Il primo è stato Ghego, nome simile a un balbettio infantile: infatti a darglielo era stata mia figlia bambina, che lo considerava una specie di fratello con alcune gradevoli anomalie.

[…]. Bello, di quella bellezza uniforme dei siamesi, buono al punto da lasciarsi vestire da bambolotto, quando arrivò era anche educato a mangiare il suo riso mischiato alla scatoletta. Tempo tre giorni, era già inspiegabilmente viziato.

Dopo molti anni se ne andò per primo, com’è legge di natura; nella foto se ne sta davanti ma appartato, come presago, mentre gli altri formano sulla tavola una fila leggermente sfalsata, rispettando le regole della prospettiva, […].

Il secondo a entrare nella nostra casa era l’esatto contrario del nobile Ghego. Trovato sul portone in un pomeriggio di pioggia furiosa, mia figlia esibì uno straccetto fangoso, lagrimoso, con sole tre zampe, implorandomi di tenerlo. […]Sempre a motivo della zampina mancante, gli toccò il nome di Zombi, adattissimo sì ma in fondo ingiurioso, per cui veniva piegato ai vezzeggiativi come Zombito, Zombino ecc. Io lo chiamavo addirittura “Fra’ Ginepro” o “Pecorella di dio” per la mansuetudine e l’umiltà che manifestava verso i suoi compagni, […].

Nella notte, la sua ultima, tutti gli amici andarono come in pellegrinaggio alla sua cuccia, appoggiata al termosifone per tenerlo caldo, a salutarlo.

[…].



I mori furono trovati un Primo Maggio al parco, sempre da mia figlia, […]. Erano stati appena lasciati lì perché stavano ancora saltando fuori dal loro scatolone mentre un piccolo cerchio di persone si andava formando intorno. Ne uscirono quattro, tutti neri, tutti vivacissimi: la ragazzina usò la gonna, a mo’ di grembiule, per portarmeli.

Erano troppi anche per noi. Fortunatamente, incappammo in una coppia di fidanzatini che si accingeva a fare la prova-matrimonio andando a convivere e, già che c’erano, li attraeva anche la prova-figlio, magari con un animalino.

[…].

I restanti due mori finirono ovviamente nella nostra comunità, come portafortuna. La femmina venne chiamata Marlene, per il suo passo sinuoso da diva anni Trenta che tante volte ho provato a riprodurre, posando un piede esattamente nell’orma del precedente. Il maschio si meritò invece il bel nome di Pansa Nasica (abbreviato familiarmente in Pansy), […].

Carlina è una storia a parte e merita particolare attenzione. Mio marito andava con un amico ogni mercoledì in campagna a nutrire una banda di affamati che un altro buon samaritano cibava la domenica. Morale: questi gatti mangiavano due volte la settimana. Lo spettacolo della distribuzione era indescrivibile, se distribuzione si può chiamare il gettare qua e là brandelli di carne, resti di pesce, grasso di prosciutto evitando contemporaneamente che gli animali si aggredissero l’un l’altro e che i più piccoli, incapaci ancora di saltare le prime file degli adulti, restassero sempre digiuni.

Un giorno, arrivando, i due umani non sentono il solito coro di miagolii furiosi. […]: non un segno di vita. Per la verità un segno di vita c’era ma così malandato che era difficile individuarlo: Carlina. La linea della schiena incurvata da un probabile colpo di bastone, la pancia gonfia, il pelo indurito, […].

Ricerca vana di un veterinario, inesistente in quei paesi, corsa (l’ultima?) a Roma dove viene medicata ma non si riprende; infine qualcuno osa aprirla e trova un rene gonfio da scoppiare: tolto quello comincia il miracolo della resurrezione. E poi non dovrebbe meritare il nome del suo salvatore, mio marito?

Naturalmente non è come gli altri. Mantiene tutte le abitudini acquisite nella sua infanzia selvaggia: si getta sul cibo, proprio e altrui, e si ingozza; lei che dovrebbe mangiare solo poche pappine semiliquide. E poi, ha tutte le malattie possibili: […]. Però, negli intervalli, è simpaticissima. […]. Tutti sappiamo che non ne avrà per molto ma intanto, con la sua frenetica vitalità, tira avanti per nove anni, che sono già un bel traguardo.

Ora non c’è più nessuno di loro ma ognuno ha avuto l’omaggio di un rito confacente alla sua personalità.

Il principe orientale è stato sepolto in un carestoso cimiterino per animali. L’umile fraticello e la diva capricciosa in un campo di amici, fra un ulivo e un pesco, vicini. Il pacifico mangione e la mangiatrice suicida in due grossi vasi, sulla nostra terrazzetta.

Ne avranno di cose da raccontarsi.

Amici gatti, sono stata più vicina a voi che agli umani, lo so. Anche adesso, […], è con queste pacifiche belvette, una scheggia di natura selvaggia conservatasi tra noi, che mi intendo di più.

Ora c’è la Gatta tonda, infermiera, confidente, amica. Ora ci sono due altri gattarelli per casa, a lei antipaticissimi, avuti in affido dalla mia figliola giramondo, affido che spero si trasformi in adozione. Lui è nero come l’inchiostro (Inky), , talmente nero che, se chiude gli occhi, sparisce come il gatto magico di Alice.

Lei è una piccolissima tigre (Tigrina) che nel nome piuttosto ovvio ricorda quello più stravagante di un gatto veneziano che conobbi una vita fa, Tigrin Bellegambette.

[…].

La notte, quando piango a letto, la vecchia amica che dorme sempre ai miei piedi si sveglia subito e viene a strusciare la testina sulle mie guance. Le sue fusa delicate mi ripetono nel buio la promessa che le ho strappato: “ Non me ne andrò prima di te”.


(brano tratto da “L’ultima estate”,  di Cesarina VighyFazi Editore)

Questa voce è stata pubblicata il 12/10/2009. 8 commenti

 Il breve tempo di un pensiero


Si affaccia lo sguardo

sulla stanza

e sui mobili in ombra,

d’improvviso accesi

attraverso i vetri

dal sole che tramonta.


Il passo si ferma,

gli occhi stupiscono

feriti dall’intensità.


E’ un istante,

il breve tempo di un pensiero:

le calde tonalità

abbandonano il legno,

subito avvolto dalla penombra

che anticipa la sera.

P.M.C.

Questa voce è stata pubblicata il 06/10/2009. 8 commenti

 

Per Beatrice

Stamattina, per caso, ho saputo della morte della giovane poetessa Beatrice Zanini.

Mi era capitato di leggere alcune sue poesie e di averla incontrata su diversi blog, ma non posso dire di averla conosciuta. Eppure, quella notizia mi ha lasciato senza parole!

Ho acceso il computer e sono andata sui blog degli amici. Ho letto ciò che hanno scritto, i loro commenti, ho percepito a distanza il loro dispiacere e mi sono ritrovata a condividerlo pienamente, guardando la bellissima fotografia di Beatrice.

D’istinto ho preso tra le mani l’antologia “Il Giardino dei Poeti”, ricordavo di aver letto i suoi testi e qualche cenno biografico.

Ho sfogliato il libro, ho letto qualcosa sulla sua vita e ho capito… capito ciò che non sapevo.

Ho riletto le sue poesie, lentamente, e ho avuto la sensazione di averla, in quel momento, conosciuta.

Sono molto belle, curate, profonde e sofferte. Capisco adesso la bellezza del suo animo, la sofferenza che l’ha accompagnata.

Durante il giorno ho pensato a lungo a lei, ne ho parlato anche in famiglia, e mentre lo facevo il mio dispiacere si accentuava.

Ora seguo la spinta che mi viene dal cuore, certamente non posso fare molto per questa giovane donna bella e appassionata di Poesia, solo un piccolo omaggio: ospitarla qui da me, fare silenzio e darle la parola.


Di silenzio in silenzio


Di silenzio in silenzio

mi ritrovo sola,

ti scorgo dietro ogni angolo

compagna inquieta e silenziosa,

dietro lo scorrere delle parole

inutili e sorde…

Di silenzio in silenzio

si dilegua il mio io

smarrito e incerto,

si confonde nel nulla

dietro alla fine del giorno…

Io m’arrendo esausta

sdraiata sul tappeto dei ricordi,

remoto un pensiero mi brucia,

quando fanciulla miravo

nel sole una danza

e il passaggio cheto delle nuvole

spinte da un soffio di vento…

E il rinnovarsi delle cose di ieri

sfuma oggi in un tramonto,

di silenzio in silenzio…

****

Questa voce è stata pubblicata il 02/10/2009. 10 commenti