“Fumettando” di Claudia De Figueiredo

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Leggere il libro di Claudia De Figueiredo è stato per me un piacere, un’opportunità, un arricchimento.
Un piacere perché è una lettura gradevole e coinvolgente, un’opportunità perché tutte le cose belle ci offrono nuovi stimoli e nuove conoscenze, un arricchimento perché grazie a tutte queste cose insieme si diventa migliori, consapevoli di aver fatto dei passi in avanti, di aver acquisito uno sguardo più aperto e accogliente sul mondo, sui nostri simili in particolare. Progressi questi che ci aiutano a comprendere meglio noi stessi, i nostri punti forti ma soprattutto le nostre fragilità, a saperle controllare e meglio indirizzare, come ha saputo fare egregiamente Claudia con i suoi “ragazzi”. La sua forza, il coraggio, il “credere” nelle possibilità di tutti, nessuno escluso, hanno aperto la strada a tanti ragazzi in difficoltà permettendo loro di conseguire risultati positivi. Alcuni avranno fatto dei piccoli ma significativi passi in avanti, altri avranno conseguito dei progressi più rilevanti.
Leggendo il libro si incomincia a conoscere ragazzi e ragazze prima sconosciuti che, pagina dopo pagina, diventano familiari, si scoprono le loro fragilità ma anche i punti di forza, alcuni aspetti del loro carattere, caratteristiche sulle quali Claudia ha saputo intervenire con discrezione e rispetto, pertinenza e pazienza. Un lavoro difficile e nello stesso tempo coinvolgente, che ha richiesto gradualità nelle proposte e la capacità, non facile, di saper incoraggiare per potenziare l’autostima e la voglia di mettersi alla prova. Una grande passione e una forte spinta interiore hanno consentito a Claudia di conseguire con i “suoi” ragazzi risultati che hanno suscitato stupore in lei stessa, perché superiori ad ogni aspettativa.
Tutto questo è potuto avvenire grazie alla suo amore per il fumetto e la pittura, coltivati sin da piccola, ma anche l’aver capito che attraverso il fumetto i ragazzi in difficoltà riescono con più facilità a portare alla luce possibiltà e capacità che non sanno di possedere, migliorando notevolmente la sicurezza in se stessi e il desiderio di mettersi in gioco.
Il vedere i progressi che gradualmente venivano compiuti l’ha spinta a pubblicare questo libro per condividere la sua importante esperienza con altri, in particolare con coloro che lavorano con le persone più fragili, troppo spesso lasciate ai margini, ritenendo erroneamente che per loro non possano esserci progressi, acquisizione di competenze e autonomia.
Ben dice Emilia De Rienzo nella sua bella e profonda introduzione: “E’ ancora molto diffusa, purtroppo, la mentalità che questi ragazzi non abbiano nulla da dire, che siano sostanzialmente passivi e incapaci di apprendere e progredire. Funzionano purtroppo così anche molti centri che li raccolgono più che dargli opportunità significative in cui cimentarsi.
Grazie dunque, Emilia, grazie, Claudia, per la vostra grande sensibilità.

P.M.C.

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L’ultima amica

L’età dei vecchi
ha una sua malinconia,
diversa da quella dei ragazzi,
da quella dei bambini.

La malinconia dei vecchi
non scompare più,
diventa un’abitudine,
un’amica che segue il loro passo
e non li lascia mai.

La tristezza li affianca,
li avvolge dolcemente,
un bastone leggero
al quale si affidano,
sul quale si appoggiano.

L’amica discreta e paziente
del loro ultimo tratto di strada.

P.M.C.

Questa voce è stata pubblicata il 06/07/2016. 5 commenti

Il parco

Pioveva stamattina
su questa assurda primavera,
pioveva sull’estate
che sta ormai per arrivare.

Il grigio
era il colore dominante
che investiva ogni cosa
ed il parco
non lontano da casa
con forza piangeva.

Tuoni, vetri bagnati
chiusi di fretta,
lo stagno vicino
che sembrava morire.

Ma poi lentamente
qualcosa si è smossa
nell’aria,
il verde dei prati
ha ripreso colore,
lo stagno si è acceso
visitato dal sole.

E nel cielo intristito
un varco improvviso,
la luce è filtrata
ed il parco
si è concesso un sorriso.

P.M.C

Questa voce è stata pubblicata il 25/06/2016. 3 commenti

Il lago di Baratz

Dopo la ripida discesa
il piccolo lago naturale
si mostra d’improvviso
agli occhi incuriositi.

Grandi stormi variopinti
volano chiassosi
tra acqua e cielo,
e il canto ti sorprende
frenetico e vivace
come il volo confuso.

Tanta vita nel lago
piroette e danze nell’aria.

Le anatre smuovono l’acqua,
i balestrucci inumidiscono il becco
per preparare i nidi.
I voli s’incrociano
e un senso di vertigine ti prende
se cerchi di seguirli.

P.M.C.

Questa voce è stata pubblicata il 29/05/2016. 3 commenti

Pinuccio Sciola, un grande artista sardo

E’ morto un grande artista, stamattina, il suo nome è molto conosciuto, si chiama Pinuccio Sciola. Come spesso accade in questi casi, quando l’ho saputo sono rimasta di sasso, come si dice, e mai come in questo caso il termine pare più appropriato.
Pinuccio Sciola era un grande scultore sardo, nativo di San Sperate, una località non lontana da Cagliari. Qualche anno fa ho avuto la fortuna di incontrarlo proprio a casa sua, nella sua casa-museo, è stato bello parlare con lui, conoscere la sua grande passione per le pietre, quelle della sua terra, basalto e calcare, soprattutto. Un dialogo di anni tra lui e le pietre, questo straordinario materiale che così bene sapeva trasformare in meraviglie. Parlavano le sue sculture, ed era un linguaggio fatto di suoni, di canti, di dolci e malinconiche melodie, ed erano le sue mani d’artista, così esperte e mobili, che riuscivano a dar vita ad un nuovo linguaggio armonico e coinvolgente. Sembravano carezze quei movimenti così precisi e ugualmente delicati, facevano pensare a un dialogo tra lo scultore e la materia che lentamente prendeva forma e diventava viva.
Era anche molto piacevole ascoltare quest’artista eclettico, aveva carisma e facilità di linguaggio, consapevole senz’altro del suo valore e ugualmente aperto verso gli altri.
Dispiace molto che non ci sia più, ma rimarranno le sue bellissime opere, conosciute in più parti nel mondo, rimarrà il suo nome, l’ amore per la Sardegna, la sua terra, e sarà motivo di orgoglio per tutti noi, suoi conterranei.
A lui oggi dedico questo testo,  accompagnato dal mio grazie.

Un dialogo continuo

Sei partito stamattina
lontano dal clamore
dalla notorietà.

In silenzio
in punta di piedi
hai aperto la porta
per l’ultima volta.

Ti sei avviato leggero
accompagnato dal canto
delle tue pietre,
dalle struggenti melodie
con amore inventate.

Ora a noi rimane
ciò che tu hai costruito,
la passione che ha nutrito
ogni tuo lavoro.

Ho avuto la fortuna
di incontrarti
parlarti e ascoltare
tutto ciò che avevi
da narrare.

Adesso, più poveri e più soli,
andremo ancora in cerca
dei tuoi capolavori
e cercheremo in essi
voci e suoni,
canti profondi venire da lontano,
forse la voce tua di uomo e artista
che nella pietra cercava la vita.

E sogneremo ancora di vederti
accarezzare piano
i tuoi sassi amati
nel tentativo puerile
di sentire
la loro musica
abbracciare l’aria.

P.M.C.

Il riccio e le gatte

Si è rintanato nel buio
il riccio visto ieri,
non voleva sconosciuti
sulla strada.
L’ho urtato lievemente
con il piede
mimetizzato com’era
tra l’erba del giardino.

Sapevo della sua presenza
nel verde parco-casa,
dimora di diversi animali,
ma lo pensavo in letargo
sotto le comode fronde
del pino nano.

Invece no,
il riccio infreddolito stava lì
in cerca di riparo
accanto a un muro
guardato a vista da due gatte nere
dagli occhi gialli e intensi,
un poco diffidenti
ma solo fino all’istante in cui
dai loro da mangiare.

P.M.C.

Questa voce è stata pubblicata il 03/05/2016. 2 commenti

Ricordando Antonio Gramsci

Il 27 aprile del 1937 moriva Antonio Gramsci, aveva 46 anni.
Si potrebbero scrivere pagine intere su di lui, sulla lunga detenzione, sulla solitudine che per anni è stata la sua unica compagna, si potrebbe parlare delle sue letture, innumerevoli e approfondite, dei suoi scritti, di importanza incalcolabile, raccolti nei Quaderni, delle sue riflessioni politiche, filosofiche, pedagogiche, della sua sterminata curiosità intellettuale, e ancora, del suo rigore, della sua umanità, del suo coraggio, e soprattutto della sua incredibile dignità, di uomo, di politico, di marito e di padre che, nonostante i gravissimi problemi di salute, ha lottato sempre, prima rinchiuso nelle carceri scelte dal regime fascista, una detenzione durissima, spietata, e infine, nell’ultimo tratto di vita, nelle cliniche dove era stato ricoverato in condizioni ormai disperate.
Si potrebbe parlare di Giulia, sua moglie, di Delio e Giuliano, i suoi figli, di Tatiana, la cognata, che gli stette sempre vicino, della madre, amatissima, dell’intera sua famiglia, ma si andrebbe lontano, per rendersi conto poi di aver solo incominciato a raccontare di quest’uomo tanto grande quanto complesso.
E allora lascio la parola a Giuseppe Fiori, grande giornalista e scrittore, che scrisse una bella biografia su Antonio Gramsci, intitolata appunto Vita di Antonio Gramsci, edita da Ilisso.
Dal capitolo trentesimo di questo libro estrapolo alcuni passi che raccontano esattamente l’ultimo periodo della sua vita.

“Fu visitato dal professor Frugoni il 26 agosto. Era in condizioni disperate: […]. Eppure lottò ancora.
Pensava a Giulia. Riprese a scriverle. Le propose il 14 dicembre di venire in Italia: […].
A lungo insistè: […]. Giulia non venne. Antonio si spegneva lentamente.
[…].

Sembrava, o forse era veramente, distaccato da tutto. […].
Ora Gramsci si rivolgeva soltanto a Giulia, ai figli lontani. Non conosceva Giuliano, se non per fotografia. Delio aveva adesso, nel ’36, dodici anni. Tra loro si intrecciavano a distanza colloqui di tenerezza infinita: […].

Le energie si affievolivano. Un po’ lo teneva su la prospettiva del vicino ritorno alla libertà. La pena sarebbe scaduta il 21 aprile 1937. Pensava di tornarsene in Sardegna, per vivere in assoluto isolamento. Lo scrisse a casa. Come il padre seppe di questo disegno, gli salì la febbre, per l’emozione.
Era malato, vecchio, settantasette anni. Non vedeva Nino dal ’24. Anche gli altri figli erano fuori casa, lontani: […]. Si spegneva con i figli sparsi nel mondo.
[…].

Nino era morto alle 4,10 del 27 aprile; aveva quarantasei anni. Gli fecero il funerale l’indomani pomeriggio, sotto il temporale. Seguiva il feretro soltanto una carrozza, con Tatiana e Carlo dentro.
Francesco Gramsci morì appena due settimane dopo, il 16 maggio 1937. Tante volte, prima d’andarsene, aveva riletto le parole scritte da Nino alla mamma il 10 maggio 1928, alla vigilia del processo:

Vorrei, per essere proprio tranquillo, che tu non ti spaventassi o ti turbassi troppo qualunque condanna siano per darmi. Che tu comprendessi bene, anche col sentimento, che io sono un detenuto politico e sarò un condannato politico, che non ho e non avrò mai da vergognarmi di questa situazione. Che, in fondo, la detenzione e la condanna le ho volute io stesso, in certo modo, perché non ho mai voluto mutare le mie opinioni, per le quali sarei disposto a dare la vita e non solo a stare in prigione. Che perciò io non posso che essere tranquillo e contento di me stesso. Cara mamma, vorrei proprio abbracciarti stretta stretta perché sentissi quanto ti voglio bene e come vorrei consolarti di questo dispiacere che ti ho dato: ma non potevo fare diversamente. La vita è così, molto dura, e i figli qualche volta devono dare dei grandi dolori alle loro mamme, se vogliono conservare il loro onore e la loro dignità di uomini.”

(Dal libro “Vita di Antonio Gramsci”, di Giuseppe Fiori, Ilisso Edizioni)

Questa voce è stata pubblicata il 27/04/2016. 4 commenti