Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé

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Ho appena incominciato a leggere un libro di Virginia Woolf, il cui titolo è “Una stanza tutta per sé“. Si tratta, in realtà, di un libretto di centoquaranta pagine, ma se devo giudicarlo, cosa non sempre corretta, da quel poco che ho letto, credo che si tratterà di una bella esperienza, di un viaggio, per quanto breve, in compagnia di una donna di grande intelligenza, forte, pur nelle sue fragilità.

Non posso dire altro su questo piccolo saggio, ma posso riportarne un passo che mi ha colpito parecchio, sia per lo stile potente di questa grande scrittrice inglese, sia per ciò che lo stesso brano sottende e che in seguito verrà senz’ altro approfondito.

Devo solo aggiungere che il saggio nacque dall’ampliamento e da alcune modifiche di due conferenze che la scrittrice tenne nell’ottobre del 1928.

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E allora eccomi qui […] seduta sulla riva di un fiume, in una bella giornata di ottobre, immersa nei miei pensieri. Quel collare del quale vi avevo parlato, le donne e il romanzo, la necessità di raggiungere una conclusione di qualche tipo su un tema che solleva ogni sorta di pregiudizi e di passioni, mi faceva piegare la testa sino a terra. A destra e a sinistra, cespugli oro e cremisi emettevano bagliori colorati e sembrava quasi che bruciassero come per il calore del fuoco. Più avanti, sulla riva, i salici piangevano in un lamento senza fine, con la chioma che ricadeva loro sulle spalle. Il fiume rifletteva qualunque tratto del cielo avesse scelto, così come il ponte e l’albero infuocato, e dopo che lo studente universitario aveva attraversato in barca a remi quei riflessi, questi tornavano a richiudersi completamente, come se non fosse mai passato. Era un luogo nel quale si sarebbe potuti rimanere seduti giorno e notte, immersi nel proprio pensiero. E questo pensiero – per usare un termine più altisonante di quanto non meriti – aveva tuffato la sua lenza nella corrente. Aveva ondeggiato, un minuto dopo l’altro, qua e là tra i riflessi e le erbacce, lasciando che l’acqua lo riportasse a galla e poi lo facesse affondare di nuovo ed ecco – immaginate quel rapido strappo – l’improvviso agglutinarsi di un’idea alla estremità della lenza, e poi la delicata manovra per tirarla fuori dall’acqua e la cautela nel metterla giù. Ma ahimè, una volta adagiata sull’erba quanto appariva piccolo, davvero insignificante il mio pensiero; come quei pesci che il pescatore accorto ributta nell’acqua perché diventino più grossi e un bel giorno vengano cucinati e mangiati. Non starò a infastidirvi con quel pensiero, adesso, anche se, cercando con attenzione, è possibile che lo scopriate da sole nel corso di quello che dirò.

(Virginia Woolf, Una stanza tutta per sé, Traduzione di Maria Antonietta Saracino, Note di Nadia Fusini, Oscar Mondadori)

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Emily Dickinson, una poetessa straordinaria

 

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Leggere e ripercorrere la vita di Emily Dickinson non lascia indifferenti perché la sua esistenza non fu affatto facile.
Nacque nel 1830 ad Amherst, nel Massachusetts, e morì nella stessa città nel 1886. Fu una donna di grandissima sensibilità, amante della natura ma anche attenta agli avvenimenti del suo tempo.
La sua fu una scrittura solo apparentemente semplice, di grande profondità e densa di contenuti. Donna dalla personalità complessa visse buona parte della vita con l’ossessione della morte, intorno ai venticinque anni prese la decisione di vivere praticamente in solitudine, interrompendo quasi del tutto i rapporti sociali. Gli studiosi hanno cercato di comprendere i motivi di una scelta così drastica, ma inutilmente. Mantenne invece, per lunghi anni, importanti rapporti epistolari con amici ed estimatori.
Scrisse moltissime poesie, 1775, ma le tenne nascoste per anni, mentre era in vita infatti ne furono pubblicate soltanto alcune. Dopo la sua morte fu la sorella a trovarle, e fu ancora lei a farle finalmente pubblicare.
Oggi viene considerata la poetessa più importante del diciannovesimo secolo, le sue poesie sono state tradotte anche in lingua italiana.

I testi che seguono, tradotti e curati da Silvia Bre, fanno parte della raccolta “Centoquattro poesie”, 2011, Giulio Einaudi Editore.

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*

Esultanza è l’andare
di un’anima di terra verso il mare,
oltre le case, oltre i promontori –
dentro l’eternità profonda –

Quanto noi, stirpe dei monti,
può capire il marinaio
la divina ubriacatura
del primo miglio al largo della sponda?

*

La differenza tra la disperazione
e la paura – è come quella
tra l’istante del naufragio
e quando il naufragio è stato –

La mente è liscia – nessun movimento –
pacificata come l’occhio
sulla fronte di un busto –
che sa – d’essere incapace di vedere –

*

La mente – è più vasta del cielo –
perché – mettili fianco a fianco –
l’una vedrai contiene l’altro
agevolmente – più te – accanto –

La mente è più fonda del mare –
perché – tienili – blu sul blu –
l’una vedrai assorbe l’altro –
come fanno – nei secchi – le spugne –

La mente pesa quanto Dio – lo stesso –
perché – tirali su – libbra per libbra –
e differiranno – tutt’al più –
come suono da sillaba –

*

Come se il mare si dovesse aprire
mostrando un altro mare –
e quello – un altro – e i tre
non fossero che annuncio –

di epoche di mari –
non raggiunti da rive –
mari che sono rive di se stessi –
l’eternità – è così –

*

Non sarai mai prigioniera –
finché ti abita –
la libertà – in persona –

*

Una parola muore
appena è detta
dice qualcuno –
Io dico che comincia
appena a vivere
quel giorno

*

Portatemi via tutto, ma lasciatemi l’estasi
e io sarò più ricca di tutti i miei simili.
Non è bene io viva tanto agiatamente
se appena alla mia porta c’è chi ha di più,
in povertà assoluta –

*
Stamani o a mezzogiorno
aleggiava così vicina
che l’ho toccata quasi
Stasera se ne sta
oltre i dintorni
oltre il ramo e la torre
Ora oltre l’ipotesi

*

Le parole che dice chi è felice
sono rozza melodia
ma quelle che il taciturno ha in sé
sono magnifiche –

(Emily Dickinson, “Centoquattro poesie”, a cura di Silvia Bre, 2011, Giulio Einaudi Editore)

Sergio, caro amico lontano

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Ho conosciuto Sergio diversi anni fa, l’ho conosciuto per caso, ho trovato infatti l’indirizzo del suo blog sul sito di un amico comune. Il blog mi è sembrato subito interessante e da quel momento sono andata spesso a visitarlo.

Sergio era già ammalato, una malattia rara, la sua, una di quelle che non perdonano, devasta il corpo ma la mente rimane lucida, di una lucidità impressionante. Così lui,  finché ha potuto, ha gestito il blog, dialogando con serenità e pacatezza con gli amici che andavano a trovarlo.

E’ in questo modo che ho potuto conoscerlo più profondamente, un dono per me di cui ringrazio la vita, le circostanze, oppure il caso, anche se non credo tanto al caso, penso infatti che alcune cose avvengano perché devono avvenire.

Ho lasciato spesso sul blog dei commenti, ed è tramite questi che ho conosciuto sua sorella, è nata così un’amicizia talmente profonda che a distanza di anni continua ancora.

Purtroppo, dopo qualche tempo, Sergio non ha potuto scrivere più, ma il legame non si è comunque mai interrotto.

Era una persona speciale. E’ vero che usiamo questo aggettivo spesso con leggerezza, ma lui speciale lo era davvero, lo era nel modo di porsi, nel rapportarsi con gli altri, e lo era nella sua “scrittura”.

Quando era in salute, nei momenti liberi dal lavoro e dagli impegni, si dedicava alle persone più deboli, quelle meno fortunate, in particolare ai senzatetto, andava a trovarli e cercava di aiutarli con azioni concrete.

Sergio amava tante cose, la musica classica, per esempio, ma anche scrivere, e scriveva in versi, amava la poesia. Ho avuto l’onore e il piacere di leggere i suoi testi. Vi è in quei versi l’animo bello di un uomo generoso, la sua sensibilità, la profondità, il rispetto per l’altro in quanto uomo, il dolore per la sofferenza degli altri. Sono versi belli i suoi, scritti con cura, densi di contenuto. Non si può che provare ammirazione per chi ha saputo spalancare le braccia verso le persone invisibili ai più.

E’ andato via due anni fa, ma le persone così non vanno mai via, lasciano semi un po’ ovunque, e questi semi danno quasi sempre dei frutti.

Oggi avrebbe compiuto gli anni, per questo motivo anche quest’anno voglio ricordarlo dicendogli semplicemente: “Buon compleanno, Sergio!”.

Piera M. Chessa

La natura si ribella

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Il lago di Carezza

Oggi, due novembre, mi ritrovo a scrivere di qualcosa di cui mai avrei voluto parlare.

Stamattina, ascoltando il telegiornale nazionale, ho sentito e preso coscienza di ciò che a causa del cattivo tempo è successo in molte parti del nostro Paese. Tra le regioni più colpite c’é anche il Trentino- Alto Adige, ed io amo così tanto questa meravigliosa regione che, non mi vergogno nel dirlo, mi sono commossa.

E’ stata una cara amica che abita lì, esattamente in Val di Fiemme, a darmi delle notizie che mai avrei voluto ricevere.

La foresta di Paneveggio è stata devastata dalla pioggia e dal vento, i suoi meravigliosi abeti rossi, dai quali, dai tempi di Stradivari, si ricava il materiale per la costruzione di straordinari violini, non ci sono più, distrutti per chissà quanto tempo, si parla di un periodo di 80 o 100 anni prima che la foresta possa ricostituirsi.

Il lago di Carezza sembra che abbia cambiato totalmente la sua fisionomia, i boschi , gli alberi che lo circondavano, dove si potevano fare delle belle passeggiate, non esistono ormai, è rimasto soltanto il lago, io, che l’ho visto pochissimo tempo fa, non riesco a capacitarmi. Tutto l’insieme era un vero gioiello, uno dei tanti meravigliosi gioielli del nostro Paese, tanto bello quanto sciagurato.

La Val di Fiemme è in ginocchio, intere foreste spazzate via in pochi istanti. E gli animali che in quei boschi vivevano? Che ne sarà di loro? Mi è stato detto che in alcuni territori della Valle, praticamente alla periferia di un paese, sono stati visti dei caprioli, spaventati da tutto ciò che intorno a loro stava succedendo cercavano cibo e riparo. E il territorio, mantenuto saldo e vitale grazie agli alberi, che danni avrà, e quanto stabile e sicuro potrà essere?

Sono stati intervistati degli esperti, hanno detto che la probabilità che possano esserci delle frane è assolutamente reale. Riusciamo, almeno in queste circostanze, a renderci conto dei pericoli ai quali stiamo andando incontro con la nostra indifferenza e la mancanza di rispetto verso la natura? Siamo degli inconsapevoli, incapaci di capire che solo noi possiamo salvare o distruggere non solo la natura ma la nostra stessa sopravvivenza.

Piera M. Chessa

Novembre

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Qualche giorno fa, essendo ormai vicini i giorni dedicati ai defunti, mi sono recata in un piccolo paese non troppo lontano dalla mia città. Il cimitero si trova appena fuori dall’abitato.

Era quasi l’ora del pranzo quando sono arrivata, eppure vi erano ancora delle persone intente a curare le tombe e a sistemare le piante e i fiori. Mi hanno colpito, come sempre, l’ordine e la pulizia, ma anche vedere diverse tombe in cui riposano persone molto giovani.

Di alcune di loro conosco la storia, e sono storie dolorose che hanno procurato e continuano a procurare molta sofferenza. Vi sono alcune tombe vicinissime l’una all’altra, su tutte vedo foto di ragazzi.

L’esistenza non risparmia nessuno, talvolta sembra una madre affettuosa, altre volte si mostra estremamente crudele. Giovani morti in seguito ad un incidente, qualcuno per libera scelta, qualche altro per una malattia.

Il caso, quest’ultimo, di una ragazza di quattordici anni. Ho guardato la sua foto, era molto bella, la carnagione chiara contrastava in modo armonioso con i capelli neri, lunghi e lisci.

Ho conosciuto la sua storia perché il padre, mentre passavo tra i viali, si è fermato a parlare sentendo forse il bisogno di raccontare il dolore che, a distanza di anni, lo accompagna ancora. Parlava in modo pacato, dignitoso, ma le spalle erano curve.

Ha raccontato di un viaggio nella penisola, lo desiderava tanto, ospite di alcuni parenti, poi, un giorno, il malessere, una malattia non riconosciuta subito, in qualche modo trascurata, si trattava di una polmonite.

Mentre parlavamo, si è avvicinata anche la moglie, insieme hanno deposto sulla tomba  piante e fiori.

Un rito pietoso e forse consolatorio che ripetono ormai da quasi vent’anni.

Piera M. Chessa

San Giovanni

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San Giovanni del Sinis

E’ inquieto oggi il mare
a San Giovanni,
non ha più
i colori limpidi e avvolgenti
dell’estate,
una schiuma rabbiosa
colpisce la spiaggia
con alte e lunghe onde
bianche.

Sulla sinistra
la torre del Capo San Marco
fa la guardia con pazienza
controllando, come può,
le intemperanze del suo mare.

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Piera M. Chessa

Le mie radici

 

 

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Alcuni giorni fa sono stata a Pattada, un paese in provincia di Sassari. Un luogo per me molto importante perché lì sono nata e lì riposano le persone più care, per questo motivo vi sono tornata sebbene il 2 di novembre sia ancora lontano.
Ogni volta che ritorno il paese sembra accogliermi come una figlia che non si è mai allontanata del tutto, che ogni tanto torna e ancora tornerà almeno una volta ogni anno. Le origini non si dimenticano, nonostante sia andata via quando avevo dieci anni porto Pattada con me, con me viaggia e mi segue ovunque vada.
Ho passeggiato quest’anno, come sempre, lungo i viali del cimitero, sono andata a trovare i miei genitori, una mia sorella, i nonni e i tanti zii. Ho dialogato con loro, ho donato piante e fiori ma soprattutto pensieri e riflessioni.
Ho percorso altri viali circondata da volti e storie sconosciute, solo alcune un poco note. Ho visto tombe singole e cappelle, alcune cadenti, destinate all’oblio, non un fiore, non una pianta, neppure un pensiero. Altre curate, pulite con regolarità, avvolte dal profumo di fiori sempre freschi.
La vita finisce, la vita continua nel ricordo di chi ci ha voluto bene.
Come ogni volta, dopo la visita al cimitero, sono andata a fare una passeggiata su in Pineta.
La Pineta è un bosco situato nella parte alta del paese. Da noi, fin da bambini, è sempre stata chiamata così, sebbene adesso non sia più costituita di soli pini e in realtà sia molto diversa rispetto a quando io ero piccola. Allora i pini erano così numerosi e così vicini l’uno all’altro da non permettere quasi al sole di infiltrarsi tra i rami. Uno spettacolo!
Poi, nel corso degli anni, molti di loro si sono ammalati e sono stati tagliati. Ora gli spazi sono notevoli tra un albero e l’altro. Appaiono diversi anche i viali e persino l’antico amato chalet, ma il bosco, nel suo insieme, è ancora bello e suggestivo, lo è senz’altro per me perché mi rivedo bambina camminare con delle scarpette azzurre su un muretto, tenuta per mano da mia madre, e poi venire giù e correre tra le pigne che cadevano abbondanti.
Amo Pattada, la sua Pineta, ma anche il colle di San Gavino e il suo Monumento ai Caduti, da lassù si vedono le ampie vallate, così belle e verdi, così illuminate dal sole.

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 Piera M. Chessa