Il caffè di Vincent (Su un quadro di Van Gogh)

 

 

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(foto da web)

 

E’ quasi deserto
il caffè di Vincent,
nessuno più gioca
al tavolo del biliardo,
e i pochi avventori,
sopravvissuti al giorno,
si adagiano stanchi.

Bottiglie e calici,
disposti sui ripiani,
giacciono vuoti, inerti.
Solo le lampade dorate,
alle pareti,
attenuano il nero della notte,
mentre il grande orologio,
inseguendo le ore,
ammonisce gli animi
fin troppo incerti.

Piera M. Chessa

La Via dei mandorli

 

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Foto da web

 

Cesano Boscone, quasi Milano,
come Corsico e Trezzano,
lì le strade sembrano belle
nel pronunciarne il nome:
la Via dei mandorli,
delle magnolie, delle betulle.
Ma poi lo sguardo
abbraccia gli alti piani
di scomposte scatole rettangolari
che bucano il cielo
nel vano tentativo di implorare
un diverso destino.

E vedo le finestre
buie e impaurite
sbirciare sulle strade
l’asfalto lacerato dal sole,
e bambini nervosi
giocare col pallone,
parlare ad alta voce
e cercare lontano,
con lo sguardo scuro
come la pelle e i capelli,
il dolce mare del sud,
ricostruito con i frammenti
dei ricordi familiari
e di qualche fotografia sgualcita.

 

Piera M. Chessa

I poeti del sogno – Piccola Antologia, di Antonio Fiori. 2020. Inschibboleth Edizioni – Roma

 

 

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Il libro si apre con una breve ma significativa presentazione di Antonio Fiori che in modo garbato ci spinge alla lettura dei testi, in prosa e in versi, che vanno a formare la sua Piccola Antologia.
Sono dodici i poeti da lui scelti, alcuni molto lontani da noi per nascita, ma non certamente per i loro scritti ancora oggi molto attuali. Ognuno di loro, nel corso della vita, ha fatto un sogno, uno strano sogno, all’interno del quale un interlocutore gli si rivolge in una lingua assolutamente incomprensibile. Ed ecco che è proprio questo sogno, anzi, la lingua in esso usata, a fare da filo conduttore in questo libro certamente non “corposo” ma molto molto interessante.

Innanzitutto Antonio ci presenta il poeta che, di volta in volta, ha scelto, ci dà le notizie fondamentali che riguardano la sua vita e la sua produzione letteraria, infine, dà loro la parola, che ci arriva attraverso gli scritti. E a noi rimane il piacere di ascoltare quelle parole e ciò che hanno da raccontarci.
E allora ecco che ci troviamo subito davanti agli occhi Lucio Faleno Magno, nato e morto sotto l’imperatore Augusto (63 a.C. – 14 d.C.). A lui spetta dunque il compito di fare da apripista.
Il secondo autore è una donna: Estella Ruiz Blanco (1510 – 1554). Spagnola, è considerata uno dei poeti più importanti del cosiddetto “Siglo de Oro”.
Incontriamo poi Jules Tassard (1662 – 1723). Francese, dovette per diverso tempo vivere nascosto e sotto falso nome. Trovò rifugio anche nel magnifico monastero di Mont Saint- Michel, in Normandia.
Procedendo nella lettura, sempre più interessante, troviamo Aldo Domenico Coviello, napoletano, vissuto a scavalco tra il 1700 e il 1800. Del suo sogno rimangono solo due parole, le ultime pronunciate da un cavaliere che gli ha parlato in una lingua incomprensibile e misteriosa.
Ed ecco un’altra donna: Olga Taraskova (1801 – 1877). Russa, negli anni Trenta e Quaranta, divenne per gli intellettuali russi un vero e proprio punto di riferimento. Nell’ultima parte della sua vita fu però, forse volutamente, dimenticata.
Michael Bronson (1822 – 1867). Americano, fece anche lui un sogno, come tutti i poeti di cui si parla in questa bella raccolta. Lo racconta lui stesso in un suo testo poetico.
Anche Silvestra Bonetti (1900 – 1939) fece un sogno molto strano. Dovette turbarla molto, perché da quel momento non riuscì più a scrivere. Morì piuttosto giovane.
Un’altra italiana: Irma Indovina (1910 – 1948). Un’esistenza solitaria, la sua, che si concluse molto presto per una sua scelta.
Carlo Gasperino (1913 – 2000) amò la musica e la scultura, ma moltissimo la poesia, passione che tuttavia volle mantenere segreta.
Anche Marianna Concordia (1936 – 1996) studierà musica, ma la sua vera strada sarà la poesia. Il suo sogno è ambientato in una biblioteca, dove uno studente le si avvicina esprimendosi anche lui in una lingua indecifrabile.
Kevin Stafford (1941 – 1989), era invece irlandese. Grazie a un’amica si avvicinò alla poesia, e a lei si dedicò con passione. Fu la stessa amica a raccontare, in un’intervista, il suo sogno.
L’ultimo poeta di cui Antonio Fiori ci parla è Gherardo Finzio (1980 – 2016). Il più vicino a noi, morto purtroppo molto giovane. Scriveva sui blog letterari e su Facebook. Ed è proprio attraverso i social che racconterà il suo sogno. L’interlocutore, come sempre, si esprimerà in una lingua sconosciuta.

I testi poetici scelti con cura da Antonio sono molto belli, così come sono gradevoli e interessanti le brevi biografie dei singoli poeti, che precedono le loro poesie.
Una raccolta che mi è piaciuta molto, ben strutturata, coinvolgente e snella. La si legge con piacere e anche con curiosità, tenuta insieme, come si diceva prima, da quel filo conduttore che è il sogno, o l’incubo, come giustamente dice il curatore.
Un sogno sempre diverso, ma con alcune caratteristiche comuni. Non sono solitamente dei bei sogni, comprendono in sè sempre qualcosa di inquietante e di misterioso. E lasciano talvolta il segno. E poi la lingua, questa lingua sconosciuta che non permette mai un dialogo tra il poeta e colui, o colei, che nel sogno gli parla.

La raccolta si chiude con una postfazione molto interessante.
Come sempre avviene quando ci si accinge a fare qualcosa nella quale si crede, io penso che questa ultima fatica letteraria di Antonio Fiori abbia richiesto un impegno notevole, ma in compenso il risultato ottenuto a me pare assolutamente lodevole. Un libro da leggere e da tenere, in seguito, a portata di mano.
Per concludere questa Nota di lettura chiederò un piccolo aiuto ad Alda Merini che disse: “Non cercate di prendere i poeti perchè vi scapperanno tra le dita.”
Non posso dire di più, chi leggerà I poeti del sogno – Piccola Antologia, di Antonio Fiori, capirà il perché, ma lo capirà a lettura ultimata.
Voglio ancora dire che questa bella raccolta mi ha spiazzato e sorpreso. E probabilmente si tratterà di una piacevole sorpresa anche per gli altri lettori di Antonio, che mi auguro siano molto numerosi.

 

Piera M. Chessa

La misura del tempo, di Gianrico Carofiglio – 2019 – Giulio Einaudi Editore

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(foto da web)

 

La misura del tempo è l’ultimo libro di Gianrico Carofiglio, e proprio recentemente l’autore ha fatto parte della sestina dei finalisti al prestigioso Premio Strega, arrivando secondo.
Carofiglio, ex magistrato e ora scrittore a tempo pieno, in questa sua ultima fatica letteraria ci fa entrare nuovamente in contatto con un personaggio già molto amato dai suoi lettori: Guido Guerrieri.
Avvocato penalista di circa cinquant’anni, da qualche tempo un po’ demotivato per quanto riguarda il lavoro, un mattino, arrivando in ufficio, viene a sapere da Pasquale, un suo collaboratore, che quella stessa sera, alle diciannove, avrà un appuntamento con una signora che sembra avere urgenza di parlare con lui. Il suo cognome è Delle Foglie.
L’avvocato Guerrieri rimane per un attimo perplesso. Ritornando indietro nel tempo, ricorda di aver conosciuto, ventisette anni prima, una giovane donna di nome Lorenza che aveva lo stesso cognome. Era bellissima e piuttosto enigmatica.
Una storia breve la loro, qualche mese appena, ma molto intensa.
Guido chiede a Pasquale il nome della signora ma lui non è in grado di dirglielo. Dovrà aspettare, per saperlo, le diciannove di quello stesso giorno.

Alle diciannove in punto, la signora Delle Foglie e l’avvocato Guerrieri si trovano l’una di fronte all’altro. Lui guarda a lungo, per pochi attimi, quella donna seduta al di là della sua scrivania. E’ alta, magra, e i suoi capelli sono corti e grigi. Indossa abiti senza forma.
Sono pochi istanti, ma sufficienti per riconoscere a malapena in lei quella creatura bella e luminosa che in pochi minuti, tanti anni prima, l’aveva letteralmente stregato.
La donna percepisce il suo sconcerto e gli chiede se la riconosce. Lui cerca in qualche modo di darsi un contegno, le si avvicina e la saluta. L’imbarazzo tuttavia è presente in entrambi.
Lorenza gli racconta il motivo della sua presenza lì. Il suo problema riguarda il figlio Iacopo, un ragazzo di quasi venticinque anni. Un carattere da sempre impegnativo, una storia e una vita difficile.
Venticinque anni, gli stessi che aveva lui quando conobbe lei,  che di anni ne aveva trenta. Una giovane donna apparentemente sicura di sè, combattiva e anticonformista, al contrario di Guido, timido e insicuro, ancora incerto su quello che nella vita avrebbe voluto veramente fare.

Racconta dunque Lorenza in breve quello che è successo al figlio. Una brutta storia iniziata con piccoli furti, andata avanti con rapine sempre più importanti, e poi droga e spaccio di stupefacenti, fino ad arrivare a un’accusa per omicidio.
Ora Iacopo è in carcere da un paio d’anni, dovrà scontarne almeno ventiquattro, se la condanna non verrà modificata in appello.
Lorenza chiarisce subito che è venuta da lui per chiedergli di occuparsi della difesa di Iacopo, in questo secondo processo.
Guido ha bisogno di pensarci con calma; da tutto ciò che lei gli dice, la situazione gli appare subito molto delicata, i dubbi sull’innocenza del ragazzo sono tanti. In più, a complicare le cose, il tempo a disposizione, prima del nuovo processo, è pochissimo. Ma, alla fine, accetta l’incarico.

Una volta presa la decisione di difendere Iacopo Cardace, Guido porta a casa i numerosi documenti relativi al processo di primo grado. Li studia a fondo, e altrettanto faranno i suoi fidati collaboratori: Consuelo, Annapaola e Carmelo, che fin da subito tuttavia non nascondono la loro opinione in proposito. Tutti e tre ritengono infatti Cardace colpevole, gli indizi a suo carico appaiono fin troppo chiari.
Incomincia così un iter piuttosto impegnativo. Si cerca di allungare i tempi con richieste plausibili, si cercano nuove prove, e soprattutto si studiano meglio le eventuali lacune riscontrate negli atti del precedente processo.
Guido si reca in carcere più volte, prima per conoscere Jacopo, e poi per interrogarlo e provare a capire che cosa sia effettivamente successo.

Sono parecchi i personaggi presenti in questo bel libro, innanzitutto i tre collaboratori.
Consuelo, peruviana, adottata in Italia, avvocato penalista, ma nella realtà civilista per scelta; Annapaola, investigatrice privata, fidanzata, o forse no, di Guido; Carmelo, un ex ottimo poliziotto, amante della pesca, ma senza esagerare.
Poi c’é Pasquale, un altro collaboratore di Guido, Michele Costamagna, l’avvocato difensore di Iacopo nel processo di primo grado, Cosimo Gaglione, detto Mino, la vittima, della cui uccisione Iacopo Cardace è accusato, e ancora la Gastoni, pubblico ministero nel secondo processo, il giudice Marinelli…
E ce n’è uno molto particolare, piuttosto anomalo. E’ molto importante nella vita del nostro avvocato, un amico speciale, uno di poche parole, anzi, di pochissime, ma molto garbato e paziente. Si chiama Mister Sacco, non esce mai di casa, ma pur così gentile, quando è il momento giusto, sa fare a botte con una certa disinvoltura. Ne sa qualcosa Guido, che lo conosce bene da anni.
E naturalmente c’è Iacopo, il figlio di Lorenza, ma soprattutto lei.

Lorenza. Un nome bello, rinascimentale, mi viene da dire. Una donna complessa, difficile da decifrare, per questo la sua personalità viene alla luce un poco alla volta, soprattutto attraverso i dialoghi. Parole essenziali, le sue, solo quelle necessarie per provare a dare una mano a un figlio in difficoltà. Una donna ora molto diversa, non troppo lontana dai sessant’anni, “opaca”, questo pensa di lei Guido. Un’accanita fumatrice da sempre, con l’indice e il medio della mano sinistra ingialliti. La mano sinistra, perché è mancina, lui lo ricorda bene.

Il romanzo procede in una sorta di valzer, Carofiglio fa, con successo, devo dire, un largo uso del flashback, si va in avanti, si torna indietro, i ricordi si intrecciano con il presente.
Un ottimo stratagemma che dà movimento alla lettura, e tiene viva l’attenzione del lettore fino alla conclusione.
Al di là della storia principale, Carofiglio “utilizza” alcuni personaggi secondari, ma non per questo meno importanti, per manifestare quello che è il suo sguardo sul mondo.  Poche ma notevoli le caratteristiche che mette in risalto, e soprattutto essenziali per ciò che  intende esprimere. L’amico Enrico Garibaldi, per esempio, Ottavio, il titolare della libreria in cui Guido va con regolarità, oppure il cosiddetto “consulente filosofico”, conosciuto proprio tra i libri una notte in cui, non riuscendo a prendere sonno, si reca nella sua libreria preferita, che per fortuna rimane aperta fino al mattino.
Che altro dire? Poche cose ancora. Carofiglio, da bravo ex magistrato, dimostra di conoscere molto bene tutto ciò che concerne udienze preliminari e processi. Questa sua competenza, accompagnata a uno stile personalissimo e a una storia complicata e avvincente, ma anche a una spiccata sensibilità individuale, credo che abbia portato a degli ottimi risultati.

Mi pare che il brano che segue chiarisca abbastanza il significato del titolo di questo libro.

…”Forse potrebbe essere proprio lo stupore – se fossimo capaci di impararlo – l’antidoto al tempo che accelera in questo modo insopportabile. Il tempo è molto più esteso per i giovani perché sperimentano in continuazione cose nuove. La loro vita è piena di prime volte, di improvvise consapevolezze. Il tempo scorre veloce quando si invecchia perché, di regola, si ripete sempre uguale.”

Piera M. Chessa

Prede

 

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(Foto da web)

 

Sento uno sparo
lontano,
cacciatori
rincorrono le prede.

Non mi piace
quest’odore di morte
che avvolge la campagna.

Dove sta il senso
di un grilletto in azione,
di una vita
che muore?

Piera M. Chessa

 

E subito

 

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E subito,
in seguito al pianto,
come un petalo impalpabile
o una nube inconsistente,
un’improvvisa calma
si avverte nell’animo
ritornato sereno
dopo l’affanno.

 

Piera M. Chessa

Le domus de Janas (Le case delle fate), tra leggenda e realtà

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La necropoli di Ludurru, presso Buddusò (SS)

(foto da web)

Le Janas, secondo la tradizione popolare sarda, erano delle fate piccolissime, molto più piccole degli umani, e vivevano in minuscole case scavate nella roccia.
Non sempre erano delle fate buone, anzi, avevano fama di essere lunatiche e capricciose. Un po’ fate e un po’ streghe, insomma, e anche piuttosto birichine. Le si può, in qualche modo, associare agli elfi, molto più conosciuti. Venivano talvolta considerate come degli esseri che stavano nel mezzo tra il mondo degli umani e quello delle divinità.
Si narrava che, all’interno delle piccolissime case, trascorressero il loro tempo tessendo sui loro magnifici telai d’oro.

 

****

 

Domus de Janas

 

Stanno
le case delle fate
nei campi verdi e soleggiati.
L’ingresso buio e misterioso
è un velo sollevato
su vite già vissute.

Tessono sempre
le fate silenziose
sui telai d’oro
lucenti come soli.

Poi, quando arriva
il momento del distacco,
abbandonato il corpo
morbido e sinuoso,
si trasformano in pietre.

Sentinelle guardinghe,
ridono
nel buio delle stanze,
scrutando il mondo intorno
e l’inutile affanno
degli uomini.

****

Al di là delle leggende, sempre molto suggestive, la verità è abbastanza diversa.
Le Domus de Janas erano in realtà delle tombe preistoriche scavate nella roccia più di cinquemila anni fa.
Talvolta erano effettivamente piccole, altre invece costituite da più ambienti. Spesso venivano scavate le une accanto alle altre, formando delle necropoli anche molto ampie. Le pareti venivano talvolta decorate con motivi stilizzati o simboli, ma anche con disegni geometrici o rappresentanti delle divinità. Tra queste quelle più venerate erano il Dio Toro e la Dea Madre.
Nel tempo, all’interno dei vari ambienti, sono stati trovati diversi oggetti che costituivano il corredo funerario del defunto. Come presso altre civiltà, si pensava infatti che dopo la morte incominciasse una nuova vita.
La Sardegna è disseminata di Domus de Janas, ve ne sono diverse in tutte le province. Alcune sono particolarmente frequentate dai turisti, che rimangono positivamente colpiti dalle spiegazioni fornite dalle guide locali, come spesso avviene anche durante le visite ai nuraghi.

Voglio, in breve, dire alcune cose almeno su due di esse.
La prima è la Domus de Janas di Ludurru. Si trova presso Buddusò, poco distante da Pattada, il paese in provincia di Sassari in cui sono nata, ed è una necropoli appartenente al Neolitico finale (3200-2800 a. C.).
E’ scavata nel granito, essendo Buddusò una terra particolarmente ricca di questo tipo di roccia, una pietra nobile e bella che viene abilmente lavorata, e che ha permesso al paese di essere conosciuto non solo all’interno dell’isola ma anche fuori.
La particolarità di questa necropoli sta proprio nel fatto che sia stata scavata in questa pietra dura, mentre solitamente le Domus venivano scavate nel calcare, molto più facile da modellare.
La seconda è la necropoli prenuragica di Sant’Andrea Prius. Si trova in una zona pianeggiante a circa dieci chilometri da Bonorva, in provincia di Sassari, presso una chiesetta campestre dedicata a Santa Lucia.
La necropoli è costituita da venti domus de janas, e risale al IV-III millennio a.C. Fu riutilizzata per lungo tempo anche durante il periodo romano e bizantino.
Una parte, la cosiddetta “Tomba del Capo”, al tempo delle persecuzioni venne poi trasformata in una chiesa rupestre. Più tardi venne affrescata con scene tratte dal Nuovo Testamento.
La chiesa fu dedicata a Sant’Andrea. Per questo motivo anche il sito prese il nome del Santo.

Una storia antica di millenni, quella sarda, come è antichissima l’isola, che conserva con passione e amore le tante leggende che di generazione in generazione sono state tramandate, e nello stesso tempo cura con rigore e competenza la sua storia.
Una storia alla quale i turisti sembrano oggi più interessati rispetto al passato, più curiosi e propensi ad approfondirla.
Io sono da sempre convinta che, per poter conoscere almeno un po’ i luoghi che desideriamo visitare, sia  opportuno dedicare un pochino del nostro tempo anche alla loro storia.

 

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                        La necropoli di Sant’Andrea Prius, presso Bonorva (SS)

(foto da web)

Piera M. Chessa

 

 

I tuoi occhi neri

 

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(foto da web)

 

Lacrime amare
sul tuo viso minuto,
uno sguardo smarrito,
i tuoi occhi neri
mi colpiscono al cuore.
Ti aggiri spaesata
trascinando con fatica
i tuoi sei anni violati,
i brutti ricordi
per pochi istanti allontanati.

Trascorrono i giorni
e coprono le ore scure
del tuo breve passato.
Non parli né racconti,
solo un viso di madre
a volte affiora labile
da qualche parola pronunciata
stringendo la mia mano.

Un nome,
un sentimento ancora vivo,
talvolta il pianto
che riconduce lontano
da chi non seppe darti
quello che tu
chiedevi invano.

(Dalla raccolta “Un ordinato groviglio”, Casa Editrice Il Filo)

Piera M. Chessa

Il cerchio infinito, di Renzo Montagnoli, Edizioni Il Foglio

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Già da diversi anni conservo con cura tra i miei libri una bella silloge il cui titolo è Il cerchio infinito, di Renzo Montagnoli.
Questa raccolta di poesie si apre con una breve ma utile introduzione dell’autore, e con una altrettanto breve ma interessante prefazione di Fabrizio Manini.
Mi piace incominciare questa mia riflessione proprio riportando le parole dello stesso poeta, perché trovo in esse il senso e il fine dell’intera raccolta.
“La vita, nel suo mistero, il tempo, nella sua incertezza, la distanza, nella sua imperfezione, sono il tema di questa silloge.
E’ un tema unico, perché nell’universo tutto è infinito e nulla è lasciato al caso: il tempo, lo spazio, e, lasciatemelo credere, anche la vita.
Se esiste l’anima, scintilla che fa scoccare l’esistenza, questa non può finire con il corpo e quindi è eterna.
E’ una teoria, un sogno, ma anche io sono un uomo e non sfuggo alla logica di ridurre alla mia piccola dimensione la risposta alle domande fondamentali.”

Ecco, in questa interessante e profonda riflessione è racchiuso lo sguardo del poeta aperto su quel mondo che comprende in sè l’esistenza di ogni singolo uomo, ma anche  ogni altra forma di vita. Quell’esistenza che a noi talvolta appare quasi priva di uno scopo, tanto è vero che ci si sente spesso in balìa del caso, e fragili come fili d’erba.
Ma avviene davvero tutto per caso quello che ci succede? Perché altre volte invece  ci sembra che avvenga esattamente il contrario, e cioè che in tanto disordine esistenziale in fondo ci sia un ordine che probabilmente non appartiene a noi?
E’ una percezione questa che abbiamo in alcuni momenti della nostra vita, e spesso  quando si è arrivati a quell’età in cui dovremmo essere più saggi. Quando il pensiero incomincia a mettere in ordine tutte le tessere di quel puzzle che è la nostra esistenza.
A me sembra di ritrovare un po’ queste riflessioni nelle poesie che compongono questa bella raccolta.

Il primo testo si intitola Il cerchio infinito, esattamente come la silloge, e naturalmente non è un caso.
“Un cerchio infinito
di albe e tramonti,
di nascite e di perdite,
in cui tutto mai termina.
E’ già il buio e poi sarà la luce
fra atomi erranti
in un tempo senza fine,
in una catena di indissolubili destini,
dove resta la polvere di anime spoglie,
soffi di vita ritornati nell’eternità.”

Anche nel testo Il respiro dell’universo ritroviamo, in forma diversa, gli stessi concetti. Una tensione continua verso l’infinito, dove tutto, si immagina, prenderà la giusta forma.
“Muscoli che si tendono
mani che si aprono
il respiro che si avvia.
E’ la vita corporea
la nuova casa dell’anima
che un giorno fuggirà
per tornare a nuova materia.
L’eterno è il suo regno.
Il tempo finito è la sua grazia.
Lei,
che dà la vita,
è il respiro dell’universo.”

E’ presente spesso nelle poesie di Renzo anche la natura, in tutte le sue meravigliose forme, come nel testo Il glicine .
“Quasi contorto nel freddo
s’aggrappa ancora alla vita
tronco rugoso orbo di foglie
avvinghiato all’umida ringhiera
sfida il vento d’inverno
sperando in un’altra primavera.”

Nella poesia La cometa l’autore continua a guardare verso l’alto, ma questa volta per seguire il cammino di una magnifica stella.
“Una luce fugge nel cielo di notte
un arcano mistero solca l’universo
veloce si muove in un cerchio infinito
corre senza posa in un’eterna fatica
le sue strade son lastricate di stelle
la sua meta è rincorrere se stessa
in un corrosivo cosmico affanno.
E quando rapida scompare ai nostri occhi
lascia uno sciame di sogni svaniti.”

Non manca neppure il dialogo con se stessi, come in Anima mia, dove si è in compagnia di qualcuno o di qualcosa che con noi ha diviso gioie e pene.
“Un amore il nostro senza limiti
sempre a correre per mano
o a sonnecchiare su pensieri astrusi.
Ora il tempo s’è rallentato,
come foglie in autunno
le speranze son cadute
i giorni lunghi son di un inverno
senza primavera.
Anima mia,
stammi accanto un poco ancora
accompagnami per mano
fino al buio della notte
fa che ogni minuto
sia stato degno d’essere vissuto.”

In Oltre la logica l’autore continua, con lucida consapevolezza, a porsi le stesse faticose domande alle quali, in modo definitivo, mai potremo dare delle risposte.
“Nulla è più certo
di quel che di incerto
presiede a ogni cosa.
Non siamo che atomi
di un sistema
che sfugge a ogni logica
i microscopici tasselli
di un ordine ignoto
umili parti di un disegno
troppo immenso
per esser capito.”

In Pubertà, infine, si rivolge a un bambino, forse il nipotino, per il quale trova parole di tenerezza, affetto e incoraggiamento a volare verso l’alto.
“Nella luce della tua primavera
sei un piccolo fiore
che s’apre alla vita.
Si scioglie ogni timore
resta solo il desiderio
di provare l’amore.
Corri veloce
cadi e ti rialzi
tutto è permesso
nulla è vietato.
Vai fin che puoi
vola
insegui le stelle.”

Una raccolta densa, poeticamente bella, testi che si leggono condividendone il messaggio, malinconico, certamente, ma perché scaturito da una riflessione lucida e consapevole, che non esclude tuttavia il desiderio di vivere la vita in modo pieno e perché no, anche appagante.

Piera M. Chessa

 

Il disertore, di Giuseppe Dessì, prefazione di Sandro Maxia, Nuoro Ilisso

 

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In questi ultimi giorni ho letto “Il disertore“, un libro di appena centotrentaquattro pagine, di cui una parte destinata alla bella e interessante prefazione del professor Sandro Maxia.
Un libretto dunque, ma dal respiro così ampio che, quando si arriva all’ultima pagina, si vorrebbe velocemente ritornare indietro per gustarlo ancora, vedere se qualcosa è sfuggito alla nostra attenzione; magari un particolare non messo a fuoco, una caratteristica di uno dei protagonisti, o anche semplicemente un termine al quale non è stata data la giusta importanza. Ma andiamo con ordine.

Lessi già una prima volta questo libro, tanti anni addietro, quando ero giovane. Ora, a distanza di alcuni decenni, ho sentito il bisogno di riprenderlo in mano, come ho già fatto con altri, per rileggerlo in un’età che probabilmente sa comprendere meglio quello che un autore intende dire quando si accinge a raccontare una storia.
Ebbene, anche questo è stato una nuova scoperta. Ritengo infatti di averlo oggi apprezzato e capito meglio in tutti i suoi risvolti psicologici.
Prima di tutto ho letto la prefazione, cosa che di solito faccio a lettura ultimata. Sentivo che in questo caso era importante e poteva tornarmi utile per capire meglio la storia.
Il professor Maxia ha fatto un’attenta e accurata presentazione che permette al lettore di conoscere gli aspetti più importanti della vita di Dessì, ma soprattutto gli influssi che altri scrittori e studiosi hanno avuto sui suoi scritti.
Poi ho avviato la lettura della storia vera e propria. Come ho già anticipato, si tratta di un racconto che cattura sin dall’inizio l’attenzione del lettore, coinvolgendolo profondamente.
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La storia è ambientata in un paesino della Sardegna, Cuadu, nome di fantasia, e fin dalla prima pagina si incomincia a parlare della costruzione di un monumento ai caduti, in ricordo dei settantatré giovani morti nel corso della prima guerra mondiale. Si tornerà diverse volte sulla costruzione del  monumento, sulle difficoltà incontrate, ma soltanto nell’ultimo capitolo si conosceranno le decisioni finali.
I protagonisti di questa coinvolgente storia sono fondamentalmente due, entrambi di grande spessore, nessuno di loro prevarica l’altro, tanto diversi per temperamento, si ritrovano tuttavia in qualche modo a dover intrecciare i loro destini.
Don Pietro Coi è il viceparroco del paese, Mariangela Eca è una povera donna che ha perso non uno ma due figli, una madre sopravvissuta per due volte ai suoi affetti più cari.
Don Pietro è un personaggio dalla personalità anche contraddittoria, ma che non può non suscitare simpatia e benevolenza. Un uomo avanti negli anni, ma ancora forte, rude, apparentemente, soprattutto nei confronti di Mariangela, sua parrocchiana, eppure sensibile e capace di prendere delle decisioni molto difficili, che più volte gli impediscono di riposare la notte, quando tutto appare più difficile da capire, e molte domande rimangono senza risposte.
Mariangela è più o meno coetanea del viceparroco, ma all’apparenza più vecchia, perché provata dalla povertà e soprattutto dal dolore per la morte dei figli, un distacco che non riesce ad accettare. Donna che ha fatto del silenzio una caratteristica della sua personalità. Lei che non sopporta le tante parole, perché le ritiene del tutto inutili.
Un personaggio difficile da dimenticare nella sua semplice complessità, la descrizione che ne fa lo scrittore, nella sua essenzialità, è perfetta, e a noi sembra di incontrarla, potremmo anche riconoscerla tra le tante altre donne di quel tempo.
Un ruolo molto importante ha anche Urbano Castai, medico in un paese che confina con Cuadu, Ruinalta. E’ lui l’amico più caro, forse l’unico, di don Pietro. Un personaggio molto interessante, che appare piuttosto tardi all’interno della storia, ma che lascia un’importante traccia di sè.
Vi sono poi parecchi altri personaggi, che appaiono in alcuni capitoli, scompaiono per un po’ per ritornare in seguito. Sono il marchese Roberto Manca di Tharros, un nobile decaduto, il commendatore Alessandro Comina, il nuovo ricco, l’arciprete Tarcisio Pau, che rimprovera a don Pietro il fatto di essere stato per tanti anni un cacciatore, Gregorio, il marito di Mariangela, personaggio “sfumato”, credo volutamente, sempre in ombra rispetto a lei, così potente nella manifestazione del suo dolore. Senza dimenticare Saverio e Giovanni, i loro due figli, entrambi partiti per la guerra. Giovanni, il figlio dal carattere difficile, Saverio, il più buono, secondo la mamma, ma anche il più fragile. Lui, di cui sappiamo ben poco inizialmente, ma il cui aspetto e carattere vanno prendendo forma gradualmente.
E poi i giovani con le fusciacche rosse, sono i minatori che lavorano nelle miniere dell’Iglesiente, e che nel fine settimana ritornano a Cuadu. Giovani che si oppongono allo strapotere dei cosiddetti “prinzipales”, e che in seguito cercano di opporsi ai gruppi fascisti che in quel periodo incominciano a essere presenti anche in paese e nella non lontana Iglesias.
Tante particolari mi verrebbe da rendere ancora più espliciti per capire una storia che Dessì ha saputo raccontare così bene, ma non voglio svelare niente di più di questo straordinario racconto che, secondo il mio parere, è un vero capolavoro.
Un piccolo gioiello che racchiude dentro la grande storia una piccola storia fatta di povertà e di dolore, diversa e nello stesso tempo uguale a quella di tante altre persone comuni che quasi sempre non hanno voce.
E allora grazie agli scrittori come Giuseppe Dessì che danno loro voce e dignità.

***

Di seguito due brani tratti dal settimo capitolo.

“Mariangela, messa la caffettiera sulla brace del fornello, aspettava che montasse il bollore. Guardava sempre l’angolo della finestra e faceva con la testa quel movimento abituale, come se inghiottisse. Poteva aspettare indefinitamente, senza rispondere alle domande che le venivano fatte, e non c’era in lei né tracotanza né imbarazzo, ma un’antica, sottile persuasione di silenzio.”

“Il prete versò il caffè nelle tazzine, le fece un cenno: lei prese la sua. Aveva la sua stessa età, ma sembrava più vecchia.
La guardò mentre sorbiva il caffè soffiandoci su a ogni sorso. Aveva sempre bisogno di guardarla per convincersi di quanto fosse invecchiata, che non era più forte come un tempo, come prima della morte dei figli. Se la ricordava sempre com’era tanti anni prima, quando i figli erano piccoli. Giovanni robusto, prepotente, e l’altro, Saverio, mingherlino e malaticcio.”

 

Cenni biografici

Giuseppe Dessì nacque a Cagliari nel 1909, ma dimostrò sempre un grande attaccamento a Villacidro, il paese delle sue origini.
Visse una giovinezza abbastanza complicata, ma poi, grazie ad alcuni incontri importanti, quello con lo storico Delio Cantimori e quello con Claudio Varese, che poi fu sempre grande amico, riuscì a dare una svolta alla sua vita.
Si recò a Pisa, dove si laureò in Lettere. E fu in quella città che pubblicò, nel 1939, una prima raccolta di racconti, La sposa in città, e anche il suo primo romanzo, San Silvano.
Nel 1942, pubblicò Michele Boschino, nel 1949, Storia del principe Lui, nel 1955, I passeri; due raccolte di racconti invece videro la luce nel 1957, Isola dell’Angelo e La ballerina di carta. Nel 1959, L’introduzione alla vita di Giacomo Sgarbo, e nel 1961, Il disertore. Nel 1966 pubblicò ancora una nuova raccolta di racconti, Lei era l’acqua.
Infine, nel 1972, vide la luce Paese d’ombre, che vinse il Premio Strega.
Scrisse anche per il teatro, tra le altre opere, La giustizia e Eleonora D’Arborea.
Dopo la sua morte furono pubblicati altri due libri, la raccolta di racconti Come un tiepido vento, e il romanzo La scelta.
Giuseppe Dessì dedicò alla Sardegna anche numerosi articoli, che furono poi raccolti, nel 1987, da Anna Dolfi nel libro Un pezzo di luna.

Piera M. Chessa