Il bosco nascosto

Una mia foto

Si fa ripida la salita
che porta al bosco nascosto,
così lo chiama
la gente del luogo.
E nel frattempo io
mi guardo intorno
godendo di una bellezza
semplice e avvolgente
capace di risanare
ogni cuore ferito.

Case abbellite
dal legno e dai fiori
sembrano sorridere
incontrando il mio sguardo
stanco ma aperto al mondo.
A questo cielo pulito,
ai tanti meravigliosi
piccoli fiori di montagna
che mi accompagnano
nelle passeggiate,
agli abeti e ai larici
che mi avvolgono
con il loro diversi colori,
e che tanto hanno sofferto
negli anni da poco passati.

Tutto mi appare bello:
ogni ramo, ogni foglia,
ogni animale che incontro
percorrendo i sentieri.
La natura mi prende per mano
con quel suo modo discreto
di accogliere tutti,
e sembra dirmi:
“Finalmente sei ritornata!”.

Piera M. Chessa

Voglia di ripresa

Se n’è andata in un soffio
la primavera.
I verdi prati in pochi giorni
son diventati d’oro,
la brezza leggera
si è traformata
in un vento caldo
che leva il respiro
e il desiderio di agire.

Ed ora, ecco l’estate,
subito vorace
con il suo intenso calore
non stemperato
neppure dal mare,
dove le spiagge,
per mesi vuote,
si vanno riempiendo
di folle esuberanti
in cerca di ristoro.

Si ha voglia di ripresa
dopo mesi di solitudine
e la lunga mancanza
di contatti sociali.

Piera M. Chessa

L’incendio

(foto da web)

Salgono le rosse fiamme
a lambire l’azzurro cielo
della mia Sardegna.

Lavorano gli uomini
nel tentativo di spegnere
il fuoco ormai impazzito.

Ettari ed ettari di terreno muoiono
insieme ad animali innocenti,
dei tanti boschi non rimarrà che cenere.

Intere famiglie abbandonano
spaventate le loro case.
La paura sarà l’unica compagnia.

L’irresponsabile mano
di sconosciuti esseri meschini
ha scatenato nell’isola l’inferno.

Piera M. Chessa

Finalmente appagata

Che cielo azzurro oggi
sulla mia piccola città,
e che coro meraviglioso
tra gli alberi del parco!
Un canto armonioso
s’intreccia ai gorgheggi
di giovani uccelli che danzano
di ramo in ramo.
Sono merli, fringuelli,
tortorelle africane.

Un senso di leggerezza
dopo giorni ininterrotti
di malinconica pioggia.
E’ tempo di uscire,
di raggiungere il mare,
di lasciarsi ammaliare
dal suo ermetico canto.

Accoglierò il suo profumo,
lascerò le mie impronte
sulla sabbia dorata,
affonderò i miei occhi
nell’acqua limpida
che lentamente
accarezzerà la spiaggia.
E camminerò,
camminerò a lungo
senza stancarmi mai.
Avrò il cuore leggero,
e le gambe veloci
non sentiranno tanto
la stanchezza.

E dopo, finalmente appagata,
ritornerò verso casa.

Piera M. Chessa

L’intervista

(foto da web)

Molti anni fa, dedicai questo testo a Jorge Luis Borges, grandissimo scrittore argentino nato a Buenos Aires il 24 agosto del 1899, e morto in Svizzera, a Ginevra, il 14 giugno del 1986.

Desidero riproporlo oggi, dopo tanto tempo.

***

Seduto sul suo divano verde
il vecchio poeta ascolta
l’amico giornalista che domanda.

Da tempo, lo sguardo ormai spento
si posa vuoto sulle cose intorno,
ma una memoria straordinaria,
come una guida,
per la stanza lo accompagna.

Sereno e cortese, racconta la sua vita,
indicando gli oggetti ad uno ad uno
e narrando la storia di ciascuno.

L’amico ascolta e tace
seguendo i movimenti delle mani,
mentre il vecchio ricorda anni lontani
quando l’ombra cresceva
nei suoi fragili occhi al buio rassegnati.

Piera M. Chessa

Una vacanza in Val d’Aosta

Il Santuario di Notre-Dame de Guérison

Luisa e Paola ricordavano ancora, a distanza di anni, quella breve ma intensa vacanza trascorsa in Valle D’Aosta. Diverse volte, in seguito, ebbero modo di parlarne con gli amici, e ogni volta il loro entusiasmo fu tale da spingere alcuni di loro a fare la stessa esperienza.
Loro erano due “cognate/sorelle”, così, ridendo, si presentavano agli altri. Erano talmente legate, talmente complici, da considerarsi tali. E poi vi era in aggiunta un particolare che rendeva il legame ancora più solido: avevano sposato due gemelli.
Anche loro, in realtà, avevano qualcosa di inusuale da raccontare.
La scelta dei genitori, guarda caso, era caduta, dopo lunghe riflessioni, sui seguenti nomi, Alberto e Roberto, e siccome non era possibile abbreviarli e chiamarli Berto entrambi, per tutti diventarono quasi subito Alby e Roby.
“Come rovinare due bei nomi!”, disse qualche parente piuttosto tradizionalista, poco dopo la nascita.
Sta di fatto che i due bambini crebbero felicemente e di divertirono un mondo, non soltanto per i loro caratteri allegri, ma anche perché erano praticamente identici. Due tipetti così non potevano non approfittare di questa particolarità, alle spalle naturalmente di parenti e amici che impazzivano nel tentativo di distinguerli.
Quante risate in quegli anni lontani!

Luisa e Paola, dunque, sei anni prima, avevano deciso di trascorrere una parte delle ferie estive in Valle D’Aosta. Desideravano, per una volta, partire da sole, senza mariti al seguito, con loro avrebbero portato soltanto il cane, in realtà due, possedendone uno ciascuna. Naturalmente, i venti giorni successivi li avrebbero volentieri condivisi con i mariti.
Alby e Roby, o se si preferisce, Alberto e Roberto, abbastanza sconcertati, cercarono blandamente di distoglierle da quella scelta, ma essendo Luisa e Paola due tipini decisi, non mollarono neppure per un secondo.
Ai gemelli non restò altro da fare che cercare di organizzarsi in città contando solo su se stessi.

Le due cognate/sorelle organizzarono dunque il viaggio, prenotarono in un piccolo albergo di Chatillon, località centrale della Valle, luogo stategico per potersi spostare agevolmente. Non ci sarebbero stati problemi neppure per i cani, se ne accertarono prima per telefono, in questo modo, Birillo e Macchia, questi erano i loro nomi, avrebbero potuto seguire le padrone in vacanza.
Le due famiglie, come si può facilmente intuire, erano piuttosto fuori dagli schemi, le si poteva considerare tutto tranne che tradizionali.
Luisa e Paola erano abbastanza diverse l’una dall’altra, ma avevano in comune due cose: l’allegria e la leggerezza, per tutto il resto trovavano sempre il modo di confrontarsi e di arrivare al compromesso. Luisa era la moglie di Alberto, Paola, quella di Roberto. Nessuna delle due coppie aveva ancora dei figli.
Erano giovani e non escludevano la possibilità di averne, solo volevano rimandarne l’arrivo, consapevoli del fatto che la maggior parte del tempo, in seguito, l’avrebbero dovuta dedicare a loro.
Anche i cani erano fuori dagli schemi. Birillo era stato chiamato così perché fin da piccolo, e ancora di più dopo la sterilizzazione, era diventato una piccola palla, essendo poi piuttosto maldestro, tendeva a cadere spesso. Macchia il nome se lo portava dietro fin dalla nascita, e lo doveva a una grande macchia nera che circondava il suo occhio sinistro, per il resto era candido come una nuvola. Entrambe avevano optato per un maschietto, convinte che avrebbero avuto meno problemi.

Partirono da Bergamo, la città in cui vivevano, verso la fine di luglio, portando con loro “solo” le cose che ritenevano essenziali, ma considerando che i cani erano due e occupavano un certo spazio, si ritrovarono con l’auto colma di valigie, animali e tanto altro.
Fu un viaggio abbastanza lungo, soprattutto per le varie soste, Macchia e Birillo fecero presenti più volte le loro esigenze, ma quando arrivarono a Chatillon la stanchezza dell’intero gruppo sembrò svanire di colpo, per la bellezza del luogo, per il verde che le circondava e per i monti che lasciavano spazio allo stupore.
Arrivarono davanti al piccolo albergo, parcheggiarono l’auto nello spazio messo a disposizione degli ospiti, incontrarono i gestori, che si mostrarono molto accoglienti, e subito si recarono nelle loro stanze decise a fare una bella doccia rigenerante.
Incominciava così, per Luisa e Paola, una serena e piacevole vacanza in montagna.

Entrambe avevano viaggiato tanto, erano andate lontano, due girovaghe come loro non potevano certo fermarsi sotto casa, fare solo piccole escursioni fuori porta, eppure quell’estate avevano fatto esattamente ciò di cui avevano bisogno, senza allontanarsi troppo. Lo ripeterono più volte negli anni successivi: era stata la vacanza giusta al momento giusto.
La vissero con calma, senza voler scalare montagne, godendo della natura e della compagnia dei loro amatissimi cani. Scherzando, dicevano spesso tra di loro :” Meglio la compagnia degli amici a quattro zampe che quella dei mariti, loro brontolano sempre, i cani si limitano ad abbaiare ogni tanto!”
In realtà avvertivano la loro mancanza, ma neppure sotto tortura lo avrebbero ammesso.
Eppure, ogni sera, telefonavano e si fermavano a lungo a chiacchierare con loro. Raccontavano come avevano trascorso la giornata, dov’erano state, che cosa avevano visto e le aveva interessate. Un entusiasmo contagioso il loro, un pizzico di affettuosa invidia da parte di Alberto e Roberto.

Sebbene non se lo fossero prefisse, in realtà videro tantissime cose.
Il fatto che la Valle D’Aosta sia una piccola regione permise loro di visitarla quasi tutta, almeno le valli più importanti: quella di Gressoney, di Cogne, di Ayas, per esempio, ma anche alcune più nascoste e dimesse, piccoli borghi dove la vita delle persone sembrava per certi versi incredibilmente diversa, come se si fosse fermata ai tempi dei loro nonni: l’abbigliamento, il modo di porsi, la riservatezza, il lavare gli indumenti ancora nelle vasche, numerose davanti alle case…
La loro auto non le tradì mai e le portò ovunque senza intoppi. Visitarono castelli: Fenis, Verres, Aymaville, Sarre, s’incantarono davanti ai laghi alpini, ai torrenti, ammirarono le straordinarie cime dei monti più alti d’Europa, il monte Bianco, il Rosa, il Cervino, con il suo Lago blu.
Piacque loro moltissimo Cogne e il Parco del Gran Paradiso. Riuscirono persino ad incontrare alcuni stambecchi, che da animali timidi quali sono rimasero tuttavia a debita distanza; e mentre andavano via, sentirono ad un tratto il caratteristico fischio delle marmotte.
Si fermarono, cercando di far piano, di non sbattere la portiera dell’auto, sperando che Birillo e Macchia non si mettessero ad abbaiare. Fu un attimo, ma riuscirono a vederle. Erano due: una faceva da sentinella su una piccola altura, l’altra correva verso la tana. Fu una grande emozione, nonostante le tante esperienze fatte, quella la ricordarono a lungo.

Eppure fu qualcosa di molto particolare a colpirle profondamente, forse più di tutto.
Un giorno, verso le cinque del pomeriggio, dopo aver visitato il castello di Sarre, si fermarono in un’area pic-nic.
Faceva caldo, lasciarono liberi i loro cani, sapevano che non si sarebbero allontanati, e decisero di fare una piccola merenda all’aperto approfittando dei tavoli e delle panche.
L’area era ombreggiata grazie ai pini e ai numerosi abeti. Loro si trovavano su una piccola altura, rispetto alla valle. Volevano rilassarsi e permettere a Birillo e Macchia di scaricare almeno in parte la loro energia tenuta un po’ a freno.
A quell’ora preferivano sempre consumare della frutta, non le avrebbe appesantite, e nello stesso tempo le avrebbe dissetate. Potevano scegliere tra mele, pere o pesche.
Mentre mangiavano, ascoltavano il tepore del sole sulla pelle, e in lontananza, lo scampanellio delle mucche al pascolo. Intorno a loro ammiravano il verde dei prati.
A un certo punto, guardando verso il basso, videro qualcosa che si muoveva, che oscillava quasi. Pensarono a un animale selvatico: un capriolo, uno scoiattolo, ne avevano visto alcuni, nei giorni precedenti, all’interno di un bosco… Invece no, per quanto ancora lontano, intuirono che si trattava di un uomo, o forse una donna, che avanzava.
Mentre si avvicinava, capirono che era un uomo anziano, procedeva infatti lentamente e teneva sulle spalle una gerla colma di fieno. Indossava abiti piuttosto modesti, ma dignitosi. Quando arrivò dove loro sedevano intente a consumare la frutta, si fermò a pochi passi di distanza senza dire niente.
Paola e Luisa capirono che non avrebbero potuto continuare la loro merenda senza condividere il cibo con lui.
Fu Luisa a prendere per prima una mela, ma sarebbe potuta essere anche una pera o una pesca, fu un puro caso, il primo frutto che le capitò tra le mani.
L’anziano rifiutò gentilmente, e loro non sapevano proprio che fare: continuava a stare in piedi e le osservava in silenzio.
A un certo punto fu Paola a notare che lui guardava intensamente le pesche che proprio lei aveva sistemato in un piatto, dopo averle lavate alla fontana dell’area pic-nic. Fu tutto chiaro.
Gliele offrirono volentieri, e mentre mangiava assaporandole con gusto, quasi con voracità, loro lo guardavano con discrezione.
Quando finì, le ringraziò con enfasi in un italiano approssimativo, senz’altro più abituato a esprimersi in dialetto, prima di ritornare a valle, come se avesse avuto in dono una somma ingente e non semplicemente alcune pesche.
Mentre si allontanava, Luisa e Paola ne parlarono ancora tra di loro, convinte che nella sua povera vita non ne avesse mai gustato, mentre era più probabile che mangiasse spesso delle mele, così tanto diffuse in Valle.

E quando, felicissime, tornarono a Bergamo, di fronte alla curiosità dei mariti, che volevano sapere proprio tutto della loro vacanza valdostana, il primo fatto che raccontarono fu proprio l’incontro con l’anziano contadino. La dimostrazione che quella breve esperienza aveva lasciato in loro un segno profondo.

Piera M. Chessa

Sassari, la mia città

La Fontana di Rosello (foto da Web)

E’ stato duro, tanti anni fa, lasciare Sassari per trasferirmi altrove. E ancora oggi, a distanza di decenni, lei rimane e rimarrà la mia città, pur trovandomi bene anche nel luogo in cui abito ormai da tanti anni.

Nel Medioevo Sassari era un piccolo borgo, il suo nome, in lingua sarda, era Thatari, e in esso trovarono rifugio le popolazioni che vivevano vicino al mare e che scappavano dalle incursioni dei pirati, che certamente non rendevano loro la vita facile.
In seguito, diventato un po’ alla volta più popoloso, divenne la capitale del Giudicato di Torres, cittadina che si trovava sul mare, non distante da Sassari, e che oggi si chiama Porto Torres.
L’antica Thatari, in seguito, fu dominata dai pisani, dai genovesi e dagli aragonesi. Nel 1500 fu occupata dai francesi, per ritornare poi sotto il dominio degli spagnoli. Soltanto con Carlo Alberto, nel 1835, i feudi furono finalmente aboliti.

Sassari è una bella città, ha circa 125.000 abitanti, e dopo Cagliari è il centro più importante della Sardegna, non soltanto per quanto riguarda la popolazione, ma anche in ambito culturale ed economico. Si trova a circa 10 km dal mare.
Nell’800, nella struttura urbana sono state fatte purtroppo delle modifiche importanti, e per quanto mi riguarda, assolutamente incomprensibili: sono stati abbattuti infatti il castello aragonese e buona parte delle mura medievali, probabilmente con lo scopo di creare altri spazi per nuove costruzioni. Di certo si sa che dopo la demolizione del Castello, nel 1877, esattamente nella stessa area, venne costruita una caserma intitolata ad Alfredo Ferrero della Marmora, che oggi ospita il Comando della Brigata Sassari.
Nel frattempo Sassari vedeva aumentare il numero dei suoi abitanti, e questo si verificò in modo particolare dopo la seconda guerra mondiale. In quegli anni vi fu inoltre un buon sviluppo del settore terziario e di alcune industrie. Nonostante ciò, il movimento migratorio fu però notevole. Prima i capifamiglia, poi intere famiglie si trasferirono al nord, spesso lasciando l’isola per sempre.
In seguito, tuttavia, con il turismo e le attività ad esso collegate, le migrazioni si ridussero notevolmente, soprattutto nel decennio che va dal 1981 al 1991.

Il luogo più bello di questa città è indubbiamente la Piazza d’Italia, denominata nel passato Il salotto di Sassari, che probabilmente mantiene ancora oggi questo privilegio, e sulla quale si affacciano alcuni dei suoi palazzi più belli.
Innanzitutto, l’ottocentesco Palazzo della Provincia, in cui hanno sede sia gli Uffici Provinciali che la Prefettura.
Fu eretto verso la fine del 1800 (1873 -1880) e ha degli interessanti elementi neoclassici e barocchi.
Sulla parte opposta della Piazza si trova il Palazzo Giordano, in stile neogotico veneziano, ed è intestato al suo committente, Giuseppe Giordano Apostoli, avvocato e politico italiano nato a Sassari. Oggi è la sede della Banca Intesa Sanpaolo.
La Piazza d’Italia, tanti anni fa, era anche il punto d’incontro per i ragazzi della mia generazione. Tutte le sere, ma anche durante il giorno, era il luogo in cui ci si incontrava; lì nascevano, e spesso si concludevano, le prime storie d’amore, tanto intense quanto fugaci.
E’ una piazza molto spaziosa, ed è proprio questa sua ampiezza a renderla così speciale, a parte, naturalmente, come si è detto, la presenza dei bei palazzi che la circondano.
Nella Piazza si trova anche il Monumento a Vittorio Emanuele II di Savoia. Si tratta di una scultura posizionata su un’ampia base sulla quale si trovano altre due sculture. L’opera è stata eseguita dallo scultore Giuseppe Sartorio.
Non lontano dalla Piazza ci sono i Portici, molto frequentati negli anni 60, 70, e forse anche 80. Quante volte li ho percorsi in una direzione e nell’altra! Vi erano, e vi sono ancora, diversi negozi e caffè. E poi, un’edicola molto ben fornita che attirava moltissime persone. Oggi, purtroppo, non cattura più l’attenzione come allora.
Proseguendo nella direzione opposta rispetto alla Piazza d’Italia, si va verso la via Roma, una strada molto frequentata, con tanti caffè e tavolini all’aperto.
Sulla destra, si trova il Tribunale, sulla sinistra, un po’ più avanti, il bel Museo nazionale archeologico ed etnografico Sanna.
Fu istituito nel 1931 e intitolato a Giovanni Antonio Sanna, politico e imprenditore di origine sassarese, assolutamente meritevole di una visita approfondita.
Tornando indietro, ripercorrendo la Piazza e arrivando ai Portici, si può proseguire invece verso la Piazza Castello, dove era situato il Castello Aragonese, e percorrere quindi il lungo Corso Vittorio Emanuele II. Scendendo, sulla destra, si trova prima di tutto la bella Piazza Azuni, sulla quale si affacciano alcuni bei palazzi degni di nota. Al centro della Piazza è situata la statua dedicata appunto a Domenico Alberto Azuni, giurista e storico sassarese. Poco distante, si trova la mitica antica libreria Dessì. Entrarvi è come arrivare in un altro mondo, persino l’atteggiamento dei librai, quasi austero, è in piena sintonia con l’edificio che sa di tempi illustri e di amore per il sapere.
Andando ancora avanti, si arriva alla Piazza Tola, sulla quale si affacciano altri bei palazzi antichi. La Piazza, intitolata nel 1848 a Carlo Alberto, re di Sardegna, dopo la morte del magistrato sassarese Pasquale Tola, avvenuta nel 1874, fu a lui dedicata.
Proseguendo ancora lungo il Corso, sulla destra, ecco l’antico Teatro Civico, inaugurato nel 1829 e intitolato al compositore e patriota sassarese Luigi Canepa. Qui ho scoperto la bellezza della recitazione a diretto contatto con il pubblico quando, da ragazza, i professori ci portarono a vedere una commedia. Tutta un’altra cosa rispetto al cinema, per quanto assolutamente da apprezzare.
Va ricordato, a questo punto, anche il bello ed elegante Teatro Verdi, che venne inaugurato l’8 dicembre del 1884 con l’esecuzione di un’opera dello stesso Luigi Canepa: il Riccardo III.
Continuando la passeggiata fino in fondo al Corso, si raggiunge un altro pezzo del centro storico.
Ed è qui che si ritrovano le vie della Sassari “vecchia”, quelle in cui si respira in parte quel passato che non c’è più, eppure è come se lo si avvertisse ancora nell’aria e nel comportamento delle persone più anziane.
Vi è un’altra parte dell’antica città che merita di essere conosciuta. E’ la via Turritana, una strada lunga e stretta che purtroppo da diversi anni è stata trascurata, ma ancora oggi suggestiva e piacevole da percorrere.
In questa via le case sembrano abbracciarsi da un lato all’altro della strada, come accade nei centri storici di tanti altri borghi, mentre sui piccoli balconi i panni stesi stanno ad asciugare, portando comunque un po’ di luce con i loro colori. Poi ci sono degli slarghi, delle piccole piazze, dove il sole arriva con più generosità, e accanto agli ingressi si trovano fiori e piante curati da mani sapienti.
Nei quartieri più antichi di Sassari si possono visitare delle belle chiese. Innanzitutto, la Cattedrale, dedicata a San Nicola, patrono della città. E’ cattedrale dal 1441, ma dagli abitanti è conosciuta soprattutto come “il Duomo”. Numerosi gli stili architettonici. Si va dal romanico al gotico, dal rinascimentale al barocco.
Vi è poi la bella chiesa di Santa Maria di Betlem, dedicata alla Madonna, la cui facciata è del tredicesimo secolo. Sant’Agostino risale invece al sedicesimo secolo. Interessante anche Santa Caterina, dedicata a Caterina d’Alessandria.
Merita una visita approfondita la Chiesa della Madonna del Rosario, è in stile barocco, e venne edificata, insieme al convento, nel 1635 grazie all’impegno dei frati domenicani. Fu ricostruita e ampliata vent’anni dopo. Di grande rilievo, sull’altare maggiore, l’intera parete sullo sfondo occupata dal retablo del Rosario, del 1682,considerato, sia per la bellezza che per la grandezza, una delle opere più pregiate per quanto riguarda l’arte sacra della nostra isola.
Assolutamente da visitare è la bella chiesa di San Pietro di Silki, situata quasi fuori dalla città. La sua costruzione iniziò nel 1065, ma fu completata nel XVII secolo. Diversi gli stili architettonici: romanico, gotico e barocco. La chiesa è dedicata all’apostolo San Pietro.
Non bisogna dimenticare neppure la chiesa di San Giuseppe, situata non lontano dalle ex carceri di San Sebastiano. La costruzione della chiesa ebbe inizio nel 1884 e venne conclusa quattro anni dopo, nel 1888. Lo stile architettonico è quello neoclassico.

Nel centro storico della città, è situato anche il Palazzo Ducale. Venne costruito nella seconda metà del settecento sotto la guida dell’architetto piemontese Carlo Valivio, su commissione del nobile don Antonio Manca Amat. E’ in pietra calcarea e in stile neoclassico. L’ interno è arredato con mobili, dipinti, arazzi e stucchi. Attualmente è la sede del Comune.
In questa presentazione della città di Sassari, che avrebbe necessitato di ben altri approfondimenti, non può però mancare almeno un accenno a un monumento speciale, che è diventato uno dei più importanti simboli della città: La Fontana di Rosello.
Si trova al centro della valle di Rosello, ed è sovrastata dall’omonimo ponte.
La data d’inizio della sua costruzione è il 1295 a opera di maestranze genovesi, ma è stata poi rinnovata nel 1605 in stile tardo-rinascimentale. I materiali utilizzati sono stati il marmo e la pietra.
E’ un monumento molto particolare ed è stato inserito nella serie di francobolli “Fontane d’Italia”.

Un’ultima cosa ancora prima di concludere. Voglio ricordare che Sassari ha dato i natali a due Presidenti della Repubblica: Antonio Segni e Francesco Cossiga, oltre che a diverse altre personalità di rilievo. Tra queste merita, a mio parere, un posto speciale Enrico Berlinguer.
Come dicevo prima, non basta questa presentazione per parlare di Sassari in modo adeguato, spero tuttavia di essere riuscita a dare parecchie indicazioni su questa bella città ottocentesca, e soprattutto di aver suscitato una certa curiosità per un luogo che merita di essere conosciuto e visitato senza fretta.

Di seguito, un po’ di foto.

1)Il Palazzo della Provincia. 2) Il Monumento a Vittorio Emanuele II di Savoia. 3) Il Palazzo Giordano. 4) I Portici, sulla sinistra. 5)I Portici, sulla destra. 6) La Caserma Lamarmora. 7) La Piazza Azuni. 8) La Piazza Tola. 9) La Cattedrale di San Nicola. 10) La Chiesa di San Pietro di Silki.

Le notizie relative alla città sono state reperite sul web, in diversi siti.

Piera M. Chessa

Una lucida analisi di Piero Calamandrei sulle leggi

Piero Calamandrei nacque a Firenze il 21 aprile del 1889.
Si laureò a Pisa in legge nel 1912. In seguito fu professore di procedura civile in diverse università, fino a quando, nel 1924, arrivò alla nuova Facoltà giuridica di Firenze, dove insegnò diritto processuale civile fino alla morte.
Partecipò alla Prima Guerra Mondiale (1915- 1918) come ufficiale volontario. Durante il periodo fascista non volle mai la tessera, e fu uno dei pochi professori a compiere questo gesto.
Nel 1942 fu tra i fondatori del Partito d’Azione. In seguito, pose fine alla sua attività come professore universitario pur di non firmare una lettera di sottomissione a Mussolini, cosa che gli era stata chiesta dal Rettore.
Dopo l’8 settembre del 1943, fu colpito da un mandato di cattura.
Nel 1946 fece parte dell’Assemblea Costituente come rappresentante del Partito d’Azione, partecipando in modo molto attivo ai lavori parlamentari della Commissione per una nuova stesura della Costituzione. I lavori iniziarono il 25 giugno del 1946, e si conclusero il 31 gennaio del 1948.
Fece parte anche dell’Accademia Nazionale dei Lincei.
Fondò inoltre, nell’aprile del 1945, la rivista Il Ponte, sulla quale pubblicò numerosi articoli.
Morì a Firenze il 27 settembre del 1956.


Di seguito, un brano tratto da un articolo pubblicato su Il Ponte nel giugno del 1951.

“Ricordate le parole immortali di Socrate nel carcere di Atene? Parla delle leggi come di persone vive, come di persone di conoscenza. ” le nostre leggi, sono le nostre leggi che parlano”. Perché le leggi della città possano parlare alle nostre coscienze, bisogna che siano come quelle di Socrate, le “nostre” leggi. Nelle più perfette democrazie europee, in Inghilterra, in Svizzera, in Scandinavia, il popolo rispetta le leggi perché ne è partecipe e fiero; ogni cittadino le osserva perché sa che tutti le osservano: non c’è una doppia interpretazione della legge, una per i ricchi e una per i poveri! Ma questa è, appunto, la maledizione secolare che grava sull’Italia: il popolo non ha fiducia nelle leggi perché non è convinto che queste siano le sue leggi. Ha sempre sentito lo Stato come un nemico. Lo Stato rappresenta agli occhi della povera gente la dominazione. Può cambiare il signore che domina, ma la signoria resta: dello straniero, della nobiltà, dei grandi capitalisti, della burocrazia. Finora lo Stato non è mai apparso alla povera gente come lo Stato del popolo. Da secoli i poveri hanno il sentimento che le leggi siano per loro una beffa dei ricchi: hanno della legalità e della giustizia un’idea terrificante, come di un mostruoso meccanismo ostile fatto per schiacciarli, come di un labirinto di tranelli burocratici predisposti per gabbare il povero e per soffocare sotto le carte incomprensibili tutti i suoi giusti reclami.”.

Piero Calamandrei

(Le Fonti sulla vita di Piero Calamandrei, la sua fotografia e il brano proposto sono stati reperiti sul web)

Le voci mute. Nove storie veneziane, di Fiorella Borin. 2014. Edizioni Solfanelli

Le voci mute, come già viene specificato nel sottotitolo, corrispondono a nove storie ambientate a Venezia, città bellissima, come tutti sappiamo, e ricchissima di storia.
Se si vuole quindi parlare dei personaggi di questi racconti, non possiamo dimenticarci di lei, la Serenissima, protagonista tra i tanti protagonisti che, cammin facendo, si ha modo di incontrare.
E’ Venezia che accompagna il lettore e in un certo senso lo prende per mano facendo da ponte o, se si preferisce, da intermediaria, nel passare da un racconto all’altro.
Nove storie, tutte belle, difficile alla fine dire quale sia la migliore. Nove piccoli gioielli, coinvolgenti e appassionanti fino alla conclusione.

La prima storia s’intitola La strazzosa, la Stracciona, come si può intuire, ma il vero nome della protagonista tanto tempo prima era un altro: Giulia.
Un racconto in cui a tratti la bella prosa si trasforma in poesia. Una storia di sofferenza in cui è presente anche la peste, ma anche l’amore: quello fugace e quello delle madri, inesauribile.
La seconda storia s’intitola Miserere, ed è un racconto che coinvolge e ugualmente sconvolge. Vi incontriamo la crudeltà di una giustizia sommaria, ma anche l’ingenuità e i pregiudizi soprattutto nelle povere donne e, può sembrare strano, persino l’amore.
Diversi i personaggi: la signora Foscarina, Righetto, un giardiniere poco più che bambino, il grasso Tobia, fra’ Sebastiano, personaggio estremamente ambiguo, i Signori di Notte al Criminal, che trovano il modo di far confessare i colpevoli anche quando colpevoli non sono. E soprattutto colui che narra la storia in prima persona, il cui nome rimarrà a lungo sconosciuto.
Il terzo racconto ha un titolo misterioso, Mir I Dobro, il cui significato verrà svelato molto tempo dopo.
Una storia intensa, dolorosa, che tiene viva l’attenzione fino all’ultima riga, e che avrà un finale sorprendente. E’ la storia di un ragazzo costretto a dimenticare il proprio nome per prenderne in prestito un altro, e che sarà causa di tanto dolore. Un altro personaggio importante è Gerolamo, che di mestiere fa il secondino, e che s’ incontra anche in altre storie.
Si arriva così al quarto racconto, il cui titolo è Persona per hora secreta.
Ha inizio in un modo abbastanza inquietante che fa pensare a un certo finale, tenendo sempre ben desta l’attenzione del lettore. Ma nei racconti di Fiorella niente deve essere dato per scontato.
Il quinto racconto si intitola La rabbia dei poveri, ed è scritto con quella sensibilità che contraddistingue l’autrice anche quando tratta argomenti che già di per sè sono piuttosto duri, come per esempio la condanna di un innocente. E naturalmente, è bene non dimenticarlo, in queste storie c’è sempre Venezia, e con lei lo strapotere dei ricchi, e dei soldi che possono comprare qualsiasi cosa.
Proseguendo nella lettura, sempre avvincente, si arriva al sesto racconto il cui titolo è Ludovica De Gatti. Anche qui i personaggi sono diversi. Tra questi, Melitta, un nome che fa pensare al miele, e poi, Ludovica, già citata nel titolo, e L’Alfiere, e ancora, la balia, della quale non si conosce il nome: una bella figura di donna e madre. E, come sempre, un altro pezzetto di Venezia. Una città della quale un po’ alla volta impariamo a conoscere i tanti aspetti e i tanti segreti. Una città ben diversa da quella turistica che oggi conosciamo. E’ la Venezia vera, quella più autentica e sincera, ovviamente relativa al periodo in cui queste storie, belle e complicate, sono ambientate.
Il settimo racconto, La sciarpa azzurra, è suddiviso in tre parti, ognuna delle quali ha un suo titolo.
La prima parte, intitolata Il poeta, è una storia tanto dolorosa quanto tenera, descrive della vita gli aspetti più crudi, ma anche i sentimenti più belli. In essa, a parte il protagonista,che è un ragazzo, incontriamo nuovamente Gerolamo, personaggio già conosciuto perché apparso nella storia Mir I Dobro.
La seconda parte s’intitola Il carceriere, è qui che il nostro Gerolamo diventa il vero protagonista. Nonostante il suo lavoro poco accattivante, si è già detto in precedenza che fa il secondino, dimostra verso i prigionieri, soprattutto quelli più fragili, una ruvida comprensione che manifesta in modo goffo ma sincero. Un amante del vino, e soprattutto della malvasia, che cerca di campare come può, con nel cuore una ferita profonda e ancora aperta. Brava e incisiva Fiorella Borin nel descriverlo, strappandoci più di una volta il sorriso.
Nella terza e ultima parte della storia, intitolata Il savio, ancora un posto di rilievo per Gerolamo, carceriere dal cuore buono.
L’autrice non finisce di stupirci e ci regala un’ironica e gustosa presa in giro di coloro che vengono chiamati a giudicare e che dovrebbero agire con giustizia e sobrietà.
Il titolo dell’ottava storia è La congiura degli Olderichi. Inizialmente il personaggio principale sembra essere Don Giovanni da Ferrara, Parroco di San trovaso, ma in seguito vedremo che i protagonisti saranno ben altri. Troviamo in queste pagine altre divertenti descrizioni: quelle dei tre Savi, o per meglio dirla, i tre Inquisitori. Personaggi che fanno sorridere, talvolta così grotteschi. Riso che tuttavia viene smorzato dal dolore che si percepisce nel comportamento di don Giovanni, e dalla presenza di una profonda cupidigia solo appena nascosta da sentimenti che vogliono sembrare nobili. Ed ecco che allora il sorriso si trasforma in indignazione.
Il ciarlatano è l’ultima delle nove storie veneziane. Il protagonista è Carolino, un ragazzo ingenuo e in fondo buono, ma bravissimo nel cercare e trovare guai a non finire. C’è un altro personaggio incredibile in questo racconto, ed è Mariolda, una povera vecchia che vive di stenti e veste di stracci. Bravissima Fiorella nel descriverla e nel raccontarne la vita difficile.
All’interno di questa nona storia ce n’è un’altra, il cui titolo è Il racconto di Alina. Si tratta di una fiaba bella ma dolorosa in cui certi uomini, come nella realtà, non fanno certamente una bella figura.

Storie, quelle di Fiorella Borin, di cui fatichi a immaginare il finale, mai scontato, sempre imprevedibile, e così ben scritte e strutturate da tenere l’attenzione del lettore desta fino alle ultime pagine.
Una scrittura molto realistica, che descrive la vita per quello che è, eppure, nelle sue storie non manca mai il tocco leggero della sensibilità e della comprensione verso un’umanità che fatica nella sua lotta per un’esistenza accettabile e dignitosa.
Poi, come si è detto più volte, c’è Venezia, questa città meravigliosa e fragile, con la sua storia più che millenaria. Il prestigio e il potere della Serenissima, la crudeltà della sua giustizia, la ricchezza dei pochi e la miseria dei tanti. Ma anche la bellezza dei suoi palazzi, dei canali, le gondole, le calli e i campi.
E come sempre mi succede quando termino la lettura di libri che ritengo belli, faccio un po’ di fatica a ritornare in quella che è la nostra realtà.
Con i bravi narratori ci si allontana facilmente dal quotidiano per vivere, insieme ai personaggi delle storie che ci vengono proposte, esperienze particolari e insolite, talvolta irreali, ma sempre capaci di lasciare in noi qualcosa di nuovo e di buono.

Per concludere, propongo un brano tratto da “Il racconto di Alina“, inserito nella nona e ultima storia.

“All’alba mi levai in piedi. Mi protessi gli occhi con la mano, spinsi lo sguardo più lontano che potevo. La spiaggia era disseminata di cadaveri: la nave degli stranieri ancora dondolava, irridente, all’imboccatura del minuscolo porto. Credetti che attendessero la marea favorevole, per salpare; m’ingannavo, ero giovane e non sapevo nulla dell’animo degli uomini.
Così ritornai al mio nascondiglio, e a turno i gabbiani allargavano le ali per proteggermi dal sole. Udivo un martellante picchiare di colpi e ogni tanto un boato, seguito da un desolato frusciare di fronde: sotto le accette dei forestieri, uno a uno cadevano gli alberi me-lem, sterminati dalla furia di quel principe sanguinario che, accecato dall’invidia, preferiva distruggere tutto ciò di cui non poteva appropriarsi.
[…]
Scoprii che le donne amano in modo assai diverso dagli uomini: nessuna donna avrebbe mai ordinato di abbattere tutti gli alberi me-lem… nessuna donna avrebbe mai decretato la morte di chi ha la sola colpa di essere felice, e di dare agli altri la felicità. Un uomo sì.

Chiesi al mare di rendermi giustizia. Una dopo l’altra, dalla più piccola alla più maestosa, le onde mi risposero sì.”

Piera M. Chessa

Giovanni Falcone: il mio piccolo omaggio a un bravo magistrato e a un uomo per bene.

(Foto da web)

Giovanni Falcone nacque a Palermo il 18 maggio del 1939, e morì, sempre a Palermo, il 23 maggio del 1992, in quella che da quel momento verrà ricordata come la Strage di Capaci, avvenuta a 18 km circa dal capoluogo per volontà di Cosa nostra.
Insieme a lui morirono la moglie, Francesca Morvillo, anche lei magistrato, e tre uomini della scorta: Antonio Montinaro, Rocco Dicillo, e Vito Schifani.

Sono trascorsi 29 anni da quel tristissimo giorno, ma il dispiacere rimane ancora oggi molto profondo per la maggior parte di noi italiani.
Due mesi dopo, il 19 luglio dello stesso anno, anche Paolo Borsellino, collega e amico di Falcone, verrà ucciso, vittima anche lui di Cosa nostra, nella strage di via D’Amelio, a Palermo.


Voglio ricordare Giovanni Falcone con alcune sue riflessioni.

La seconda è contenuta nel libro Cose di Cosa nostra, e fa parte di un’intervista fattagli dalla giornalista francese Marcelle Mantovani, la terza è stata estrapolata da un’intervista rilasciata dopo la morte dell’imprenditore Libero Grassi, ucciso anche lui dalla mafia per essersi opposto al pagamento del “pizzo”
Grassi era nato a Catania il 19 luglio del 1924, ed è morto a Palermo il 29 agosto del 1991.


“Che le cose siano così, non vuol dire che debbano andare così. Solo che quando si tratta di rimboccarsi le maniche ed incominciare a cambiare, vi è un prezzo da pagare. Ed è allora che la stragrande maggioranza preferisce lamentarsi piuttosto che fare”.

(Giovanni Falcone)


” Si muore generalmente perché si è soli o perché si è entrati in un gioco troppo grande. Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si é privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere”.

(Da Cose di Cosa nostra, di Giovanni Falcone e Marcelle Mantovani)


“La mafia non è affatto invincibile; è un fatto umano e come tutti i fatti umani ha un inizio e avrà anche una fine. Piuttosto bisogna rendersi conto che è un fenomeno terribilmente serio e molto grave; e che si può vincere non pretendendo l’eroismo da inermi cittadini, ma impegnando in questa battaglia tutte le forze migliori delle istituzioni”.

(Da un’intervista rilasciata da Giovanni Falcone dopo la morte di Libero Grassi)