Un’umile piantina

 

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(foto da web)

 

La vidi all’improvviso
spuntare timidamente
tra anonimi sassi
in una via.

Poco più di uno stelo
d’erba,
un’umile piantina
desiderosa di vita.

Innamorata del primo sole
primaverile
si protendeva leggera
verso il cielo.

Meno bella
delle rose stupende
ed arroganti
di un giardino vicino.

Eppure a me più cara.
Lei così semplice e dimessa,
lei così fragile,
ma solo lei così determinata.

P.M.C.

La bellezza di un libro piccolo ma speciale: Il Piccolo Principe, di Antoine De Saint-Exupéry

 

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Non so per quale motivo, in questi ultimi giorni, ho pensato più volte a un libro piccolo piccolo ma talmente straordinario da essere conosciuto un po’ da tutti: Il Piccolo Principe, di Antoine De Saint – Exupéry.

Sarà forse l’arrivo della primavera, sarà il grande amore del Principe per la sua rosa, lasciata però da sola sul suo piccolo pianeta, quando lui decide di partire per andare a scoprire altri mondi, prima di arrivare, infine, sulla Terra; oppure sarà il bisogno di leggere qualcosa di bello e rasserenante in questo periodo difficile che stiamo vivendo, che di bello ha veramente poco.

Non saprei, e non trovando risposte convincenti mi affido alla bellezza di queste pagine, così apparentemente semplici ma che in realtà semplici non sono, e che sanno raccontare con leggerezza verità difficili.
Io credo che stia in questo la bellezza e la straordinaria popolarità del libro, e naturalmente la bravura del suo autore.

Riporterò di seguito alcuni capitoli del libro.

***

IX

Io credo che egli approfittò, per venirsene via, di una migrazione di uccelli selvatici. Il mattino della partenza mise bene in ordine il suo pianeta. Spazzò accuratamente il camino dei suoi vulcani in attività. Possedeva due vulcani in attività. Ed era molto comodo per far scaldare la colazione del mattino. E possedeva anche un vulcano spento. Ma, come lui diceva, “non si sa mai” e così spazzò anche il camino del vulcano spento. Se i camini sono ben puliti, bruciano piano piano, regolarmente, senza eruzioni. Le eruzioni vulcaniche sono come gli scoppi nei caminetti. E’ evidente che sulla nostra terra noi siamo troppo piccoli per poter spazzare il camino dei nostri vulcani ed è per questo che ci dànno tanti guai.
Il piccolo principe strappò anche con una certa malinconia gli ultimi germogli dei baobab. Credeva di non ritornare più. Ma tutti quei lavori consueti gli sembravano, quel mattino, estremamente dolci. E quando innaffiò per l’ultima volta il suo fiore, e si preparò a metterlo al riparo sotto la campana di vetro, scoprì che aveva una gran voglia di piangere.
“Addio”, disse al fiore.
Ma il fiore non rispose.
“Addio”, ripeté.
Il fiore tossì. Ma non era perché fosse raffreddato.
“Sono stato uno sciocco”, disse finalmente, “scusami, e cerca di essere felice”.
Fu sorpreso dalla mancanza di rimproveri. Ne rimase sconcertato, con la campana di vetro per aria. Non capiva quella calma dolcezza.
“Ma sì, ti voglio bene”, disse il fiore, “e tu non l’hai saputo per colpa mia. Questo non ha importanza, ma sei stato sciocco quanto me. Cerca di essere felice. Lascia questa campana di vetro, non la voglio più”.
“Ma il vento…”
“Non sono così raffreddato. L’aria fresca della notte mi farà bene. Sono un fiore”.
“Ma le bestie…”
“Devo pur sopportare qualche bruco se voglio conoscere le farfalle, sembra che siano così belle. Se no chi verrà a farmi visita? Tu sarai lontano e delle grosse bestie non ho paura. Ho i miei artigli”.
E mostrava ingenuamente le sue quattro spine. Poi continuò:
“Non indugiare così, è irritante. Hai deciso di partire e allora vattene”.
Perché non voleva che io lo vedessi piangere.
Era un fiore così orgoglioso…

XVIII

Il piccolo principe traversò il deserto e non incontrò che un fiore. Un fiore a tre petali, un piccolo fiore da niente…
“Buon giorno”, disse il piccolo principe.
“Buon giorno”, disse il fiore.
“Dove sono gli uomini?” domandò gentilmente il piccolo principe.
Un giorno il fiore aveva visto passare una carovana:
“Gli uomini? Ne esistono, credo, sei o sette. Li ho visti molti anni fa. Ma non si sa mai dove trovarli. Il vento li spinge qua e là. Non hanno radici, e questo li imbarazza molto”.
“Addio”, disse il piccolo principe.
“Addio”, disse il fiore.

XX

Ma capitò che il piccolo principe avendo camminato a lungo attraverso le sabbie, le rocce e le nevi, scoperse alla fine una strada. E tutte le strade portavano verso gli uomini.
“Buon giorno”, disse.
Era un giardino fiorito di rose.
“Buon giorno”, dissero le rose.
Il piccolo principe le guardò.
Assomigliavano tutte al suo fiore.
“Chi siete?” domandò loro stupefatto il piccolo principe.
“Siamo delle rose”, dissero le rose.
“Ah!” fece il piccolo principe.
E si sentì molto infelice. Il suo fiore gli aveva raccontato che era il solo della sua specie in tutto l’universo. Ed ecco che ce n’erano cinquemila, tutte simili, in un solo giardino.
“Sarebbe molto contrariato”, si disse, se vedesse questo… Farebbe del gran tossire e fingerebbe di morire per sfuggire al ridicolo. Ed io dovrei far mostra di curarlo, perché se no, per umiliarmi, si lascerebbe veramente morire…”
E si disse ancora : “Mi credevo ricco di un fiore unico al mondo, e non possiedo che una qualsiasi rosa. Lei e i miei tre vulcani che mi arrivano alle ginocchia, e di cui l’uno, forse, è spento per sempre, non fanno di me un principe molto importante…”
E, seduto nell’erba, piangeva.

(Da Il Piccolo Principe, di Antoine De Saint – Exupéry, Tascabili Bompiani, 2001)

L’amore per la natura in Hermann Hesse

 

 

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Hermann Hesse, nato a Calw, in Germania, il 2 luglio del 1877, e morto a Montagnola, in Svizzera, il 9 agosto del 1962, insignito, nel 1946, del Premio Nobel per la letteratura, non è soltanto l’autore di libri straordinari come Siddharta, Il giuoco delle perle di vetro, Narciso e Boccadoro, o Il lupo della steppa, e neppure di molte suggestive raccolte di poesie, oltre che di racconti.
No, Hesse è autore di diversi altri libri, magari non così  famosi, ma non per questo meno interessanti e coinvolgenti.
Tra questi vi è La Natura ci parla, che fu pubblicato nel 1990 da Arnoldo Mondadori Editore. Da questo piccolo libro ho tratto i brani che seguono, due in prosa e uno in versi.

***

Scrivere e scritture

“Quando un bambino, a scuola, scrive lettere e parole, non lo fa spontaneamente, inoltre col suo scrivere non vuole dire niente a nessuno, e per giunta si sforza di avvicinare le sue costruzioni a un ideale irraggiungibile quanto grandioso: le belle, impeccabili, corrette, esemplari lettere che il maestro, con una perfezione inimmaginabile, tremenda, eppure profondamente ammirata, ha evocato sulla lavagna. […] La scrittura del bambino deluderà il bambino stesso, e anche nel migliore dei casi non soddisferà del tutto il maestro.
Se il medesimo scolaro, non sentendosi osservato, col suo temperino male affilato cerca di incidere o graffiare il proprio nome sul vecchio legno dello screpolato banco di scuola – un lavoro lungo ma bello, in cui è già impegnato da settimane, nei momenti favorevoli – questa è un’attività del tutto diversa. E’ volontaria, è divertente, è segreta ed è proibita, non ha norme da osservare né critiche dall’alto da temere, ha anche da dire qualcosa, qualcosa di vero e di importante, ossia dare conto dell’esistenza e della volontà del ragazzo e fissarla per sempre. Inoltre è una lotta e, se riesce, una vittoria e un trionfo, il legno è duro e ha fibre ancora più dure, oppone al temperino solo resistenza e difficoltà, e il temperino non è l’arnese ideale, la lama è alquanto traballante, la punta è scheggiata, il filo non è più tagliente. Una grossa difficoltà consiste anche nel fatto che simili lavori, pazienti quanto audaci, devono essere tenuti nascosti non solo agli occhi del maestro ma – a causa degli stridori del tagliare, incidere, graffiare – anche ai suoi orecchi. Il risultato conclusivo di questa lotta tenace sarà qualcosa di totalmente diverso dalle righe riempite di malinconiche lettere sul quaderno di carta. Verrà osservato per centinaia di volte, diverrà fonte di gioia, di soddisfazione, di orgoglio.”

La natura è dovunque bella

“Non dobbiamo cercare, ma trovare; non dobbiamo giudicare, ma osservare e comprendere, respirare ed elaborare quanto abbiamo inalato. Dal bosco e dal prato che si falcia in autunno, dal ghiacciaio e dal campo giallo di spighe, attraverso tutti i sensi deve fluire in noi vita, vigore, spirito, significato, valore. Una escursione in luoghi panoramici deve promuovere in noi la cosa più alta, l’armonia con il cosmo, e non dev’essere uno sport né uno sfizio. Noi non dobbiamo osservare e valutare la montagna, il lago, il cielo con un generico interesse, ma muoverci tra queste realtà che, come noi, sono parte di un tutto […] sentendoci come a casa propria, ognuno con le sue capacità e con i mezzi conformi alla sua cultura, uno come artista, l’altro come naturalista, un terzo come filosofo. Noi dobbiamo sentire il nostro essere particolare, e non solo quello corporeo, affine al tutto e inserito nel tutto. Solo allora abbiamo rapporti reali con la natura.
Per esempio il godimento “pittoresco” della natura è a priori povero e unilaterale perché è posto esclusivamente nel senso della vista.
Ma molto spesso l’impressione più intensa e più caratteristica di una passeggiata o di una sosta nella libera natura non è un’impressione visiva. Ci sono momenti e luoghi in cui tutto ciò che è raggiungibile dagli occhi è nulla a confronto con ciò che colpisce l’orecchio, con lo zirlare dei grilli, col canto degli uccelli, il rombo del mare, il risonare dei venti. Un’altra volta è l’olfatto ad avere le impressioni più intense: il profumo dei fiori dei tigli, l’odore del fieno, l’odore di campi umidi, appena arati, odore di acqua salmastra, di catrame, di zostera. E per concludere, le impressioni naturali più intense sono forse quelle del sistema nervoso: afosità, elettricità dell’aria, temperatura, rigidezza e mitezza, secchezza e umidità dell’aria, nebbia.”

 

Il ramo fiorito

Sempre avanti e indietro
si tende al vento il ramo fiorito,
sempre oscillando
il mio cuore è teso come un bambino
tra giornate luminose e oscure,
tra volere e rinunciare.

Fino a che i fiori sono appassiti
e il ramo porta frutti,
fino a che il cuore, sazio di fanciullezza,
trova la sua pace e confessa:
pieno di gioia, e non cosa vana
è stato l’irrequieto gioco della vita.

Il nemico nascosto

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(La foto è mia)

 

Percorrere le strade
della città
in un silenzio irreale,
avviarsi verso la periferia
alla ricerca del verde,
nessuno ad incrociare
il mio sguardo,
nessuno che risponda
al mio incredulo saluto.

Non c’è traccia
di un passaggio umano,
tutti rinchiusi in casa
ad aspettare
un’ incerta buona notizia
che ci riscaldi un poco
il cuore.

Sull’erba tenera dei prati
l’impronta leggera
delle zampette di un cane,
del tutto ignaro, lui,
dei nostri affanni.

P.M.C.

Il mio mare

 

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(La foto è mia)

 

Il mio mare
ha la bellezza dell’infinito,
l’ampiezza del pensiero,
la magia dei sogni più belli.
Ha spesso il colore del cielo
e talvolta dei laghi o dei fiumi.

Ha il calore del sole
in estate,
il tepore della primavera,
la tenera freschezza
dell’autunno,
il faticoso freddo dell’inverno.

E io lo guardo con ammirazione
amandolo sempre,
dandogli il giusto spazio
nel mio cuore
perché è uno dei doni più graditi
che mi ha fatto la vita.

P.M.C.

Amore e psiche, di Raffaele La Capria

 

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(foto da web)

 

Uno strano libro Amore e psiche, di Raffaele La Capria, pubblicato da Bompiani nel 1973. Un libro complesso, in alcuni passi quasi difficile da decifrare.
Il protagonista è un uomo di mezza età che quotidianamente si reca al lavoro. Nel suo ufficio la scrivania è letteralmente sommersa da manoscritti e copioni che aspettano di essere letti e studiati, storie che probabilmente non si trasformeranno mai in film. Lui stesso è impegnato nella stesura di un romanzo che, con fatica, cerca di portare avanti, per la verità senza molto successo.
La vicenda, molto probabilmente ambientata a Roma negli anni settanta, nei cosiddetti anni di piombo, si svolge tutta nell’arco di una giornata. Il protagonista esce al mattino per andare al lavoro, lungo il percorso rimane in coda per diverso tempo e lui stesso non ne comprende subito il motivo, nell’attesa, scopre che sono in atto dei preparativi per un comizio che si terrà quella stessa sera. Una manifestazione che non promette nulla di buono, tanto è vero che la polizia incomincia ad organizzarsi per evitare probabili derive.
Mentre lui attende di poter raggiungere l’ufficio, o eventualmente trovare un parcheggio per proseguire poi a piedi, incomincia ad “almanaccare”, termine che nel racconto viene usato diverse volte. Pensa a se stesso, ad alcuni fatti abbastanza insoliti che gli sono accaduti nell’ultimo periodo, al suo estraniarsi rispetto a tutto senza neppure rendersi conto, quel percepire in sè una sorta di sdoppiamento.
Ricorda un suo collega e amico, Gianni, uno dei pochi personaggi che nel racconto hanno un nome. Un uomo che amava scrivere, dal carattere bizzarro e non facile, e che a un certo punto della sua vita manifesta dei problemi mentali che, col tempo, lo porteranno ad entrare e uscire con frequenza dagli ospedali psichiatrici.
Il ricordo di Gianni inquieta non poco il protagonista che ha paura di trovarselo di fronte, perché in qualsiasi momento potrebbe manifestare comportamenti non previsti e neppure gestibili. Un uomo che avrà un ruolo importante nell’intera vicenda.
Ad un certo punto, almanaccando, sempre in attesa della partenza, la storia si sposta sul suo rapporto con la moglie. Si tratta di una donna dalla personalità complessa, niente affatto lineare, che lo accusa di essere assente e lontano e di non sentirsi capita, lui che non riesce a spiegare neppure a se stesso questa sua estraneità a ciò che lo circonda. Oltretutto è lacerato dal dubbio che la moglie possa tradirlo, un dubbio che, in determinati momenti, si trasforma in certezza.
L’unico punto fermo della sua vita sembrerebbe il rapporto con la figlia, una bambina ancora piccola che gli chiede spesso di raccontarle storie. Con lei riesce in qualche modo a dialogare. L’accompagna a scuola, e talvolta, quando si ricorda, la va a riprendere. Quando si ricorda…
Alla sera, ecco che vediamo il protagonista accingersi, dopo il lavoro, a rientrare finalmente a casa. Ma non sarà facile. Quel che si è preparato al mattino prende forma, la manifestazione politica non sarà per niente pacifica, lui si ritroverà, non si sa come e perché, in mezzo ai tafferugli. Avvengono parecchie cose non previste, e quest’uomo di mezza età senza nome, in fondo pacifico, si ritroverà catapultato in una situazione surreale. Vera o immaginaria?
E’ bene fermarsi qui. Come si è detto all’inizio, si tratta di una storia complessa, forse perché è la vita stessa ad esserlo, e la nostra mente, col suo “almanaccare”, lo è ancora di più.

“Dopo diversi giri arriva sul Corso, dove sono avvenuti gli scontri. Il tratto cosparso dei detriti dell’esplosione è ancora chiuso al traffico. Una camionetta dei carabinieri staziona da un lato, più avanti, di fronte a un negozio con la saracinesca sfondata, un gruppo di agenti fa cerchio intorno a un commissario. Vorrebbe evitarli, ma teme di dare nell’occhio, così prosegue loro incontro senza cambiare di marciapiede, col cuore che gli batte. Si sente osservato, qualcuno potrebbe averlo notato tra i dimostranti, potrebbero fermarlo,domandargli i documenti. Ma nessuno lo ferma.”.

***

Raffaele La Capria è nato a Napoli, l’8 ottobre del 1922, è uno dei più importanti narratori del dopoguerra, ma è anche sceneggiatore, traduttore e saggista.
Nel 1961 ha vinto il Premio Strega col romanzo Ferito a morte, nel 2001 il Premio Campiello alla carriera, nel 2002 il Premio Chiara, sempre alla carriera, nel 2005 il Premio Viareggio con la raccolta L’estro quotidiano, nel 2011 il Premio Alabarda d’oro alla carriera, per la letteratura, nel 2012 il Premio Brancati. Le sue opere sono numerose, voglio ricordarne solo alcune.
Ha esordito, nel 1952, con il romanzo Un giorno d’impazienza, il suo secondo libro è stato Ferito a morte, pubblicato nel 1961, nel 1973 è uscito Amore e psiche. Questi tre romanzi sono stati poi raccolti nel volume Tre romanzi di una giornata.
Ha pubblicato anche raccolte di racconti, tra queste La neve del Vesuvio e Fiori giapponesi, e poi diversi saggi. Tra gli altri, False partenze, Il sentimento della letteratura, e anche un’autobiografia: Cinquant’anni di false partenze.
Inoltre ha tradotto per il teatro diverse opere di autori molto noti, tra cui J.P. Sartre, J.Cocteau, T.S.Eliot, G.Orwell.

(Le fonti sulla vita e le opere di Raffaele La Capria sono state reperite sul web, principalmente su Wikipedia)

P.M.C.

Gianna, la gattara

 

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La chiamavano così, ma in modo bonario, perché era una persona amabile e discreta che difficilmente sarebbe potuta entrare in contrasto con qualcuno. La sua età non era chiara, probabilmente stava tra i sessanta e i settant’anni, portati con un po’ di fatica. Camminava con una certa lentezza e, osservandola da vicino, si potevano notare le sue caviglie sempre un po’ gonfie. Vestiva in maniera semplice ma con cura, mai i capelli in disordine, e gli abiti, piuttosto classici, venivano scelti comunque con gusto. La si vedeva passare almeno due volte al giorno, al mattino e alla sera, con tre, quattro pacchetti tra le mani colmi di cibo di vario genere: talvolta contenevano un po’ di pastasciutta al sugo di pomodoro, altre volte un po’ di carne o di pesce, e magari alcuni pezzi di formaggio, probabilmente avanzi di ciò che in famiglia si era consumato. Si inoltrava sempre in un vicolo tra due palazzi a più piani: arrivava silenziosa e si fermava davanti ad un muro non molto alto, che circondava una casa da tempo disabitata. Là si era formata una minuscola colonia di gatti. Era un numero piuttosto esiguo, ma ben radicato in quel tratto di periferia. La maggior parte della gente che abitava nel quartiere non mostrava nessun fastidio: molte persone amavano gli animali e tenevano nelle loro case cani e gatti, e la signora Gianna era così discreta e attenta nel ritirare, al pasto successivo, tutti gli incarti ormai vuoti, che sarebbe stato veramente difficile trovare qualcosa da dire o da rimproverare. Niente rimaneva sul muro, né avanzi di cibo né pezzi di carta; solo, sempre pulite, alcune ciotole per l’acqua.
Gianna, la gattara, era un esempio di bontà per tutti, di accoglienza e di amore per gli animali.
Era sposata, ma non aveva figli; se solo avesse potuto, avrebbe ospitato nella sua casa tutti i gatti che accudiva per strada, ma ne teneva già quattro, due in casa e altri due in un orto che suo marito curava nei momenti liberi dal lavoro. Eppure, con lo stesso amore che aveva per i suoi, tutti trovatelli (non ne avrebbe mai acquistato uno! Un’idea assolutamente lontana dal suo modo di vedere le cose), accudiva i mici randagi. Che poi erano randagi per modo di dire: alcuni li aveva fatti persino sterilizzare, altri, vittime di qualche incidente stradale, erano stati portati dal veterinario e curati, tutti naturalmente a sue spese.

Ma un giorno capitò qualcosa che lei stessa non aveva previsto. Una signora del quartiere, con la quale Gianna si fermava spesso a chiacchierare, la incontrò non troppo distante dal luogo in cui vivevano i gatti. Si accorse subito che c’era qualcosa che non andava: la gattara sembrava molto triste, e questa era una cosa insolita per lei, sempre sorridente nonostante i non pochi acciacchi con i quali da tempo doveva convivere.
«Che succede, Gianna», le chiese la signora, «perché questo sguardo così malinconico? Sta male? È successo qualcosa?»
«In effetti, sì, qualcosa che mi ha ferito molto. Mi era stato già detto, in realtà, tempo fa, ma io non credevo fosse possibile. Mi avevano raccontato che nel nostro quartiere c’è una persona che non tollera più i “miei” mici, che non ama nessun animale, non li sopporta proprio, e tantomeno i gatti. Ma non credevo che sarebbe arrivato a tanto. Qualcuno sembra che lo conosca: si tratterebbe di un uomo che si presenta in modo amabile per non destare sospetti, e che poi, però, non solo maltratta gli animali, ma prepara dei bocconcini profumati, ci mette del veleno e li dispone un po’ qua un po’ là, nei luoghi in cui i gatti si muovono liberamente. Mi era stato detto, ma non volevo credere a questa storia, ho pensato sempre a delle ripicche tra vicini di casa. Sembra che abiti proprio nella nostra zona. E purtroppo è tutto vero: stamattina ho trovato tre mici avvelenati. Uno non ce l’ha fatta: era troppo piccolo, qualche mese soltanto. Gli altri due li ho portati dal mio veterinario e lui è riuscito a salvarli, forse non avevano consumato tutto il cibo… Ma che cosa hanno fatto di male i miei mici!»
La signora cercò in tutti i modi di consolarla, lei stessa si sentiva indignata davanti a tanta cattiveria.

Passarono alcuni giorni senza che avesse notizie della gattara. Non riusciva a incontrarla, tanto che incominciò a preoccuparsi: era un comportamento davvero insolito. Dopo circa una settimana, però, la vide nuovamente avanzare verso il solito vicolo, col suo passo lento.
«Come sta, Gianna? Devo dirle che ero un po’ in pensiero per lei: quel giorno, quando ci siamo incontrate, non era molto in forma!»
«Sto bene, grazie per l’interessamento. Ho preso una decisione, e credo sia quella giusta: non posso continuare a far finta che nulla sia successo, così ho deciso di prendere i mici e di occuparmene in modo più diretto. La mia casa è grande, ho un giardino e dei terrazzi, e poi abbiamo anche l’orto, che non è tanto lontano da qui, per fortuna abitiamo in periferia. Certo, sono un po’ stanca, non sono più giovane e ho i miei acciacchi, però… Ne ho parlato con mio marito, gli ho proposto questa soluzione, devo ammettere che convincerlo non è stato facile, ma noi donne ci sappiamo fare, vero? Ora è d’accordo anche lui: i mici non sono poi tanti, due possiamo tenerli in casa con gli altri, i rimanenti andranno ad arricchire la famigliola che sta nell’orto. In fondo non hanno molte pretese, vogliono solo essere amati e avere qualcosa da mangiare».
La signora rimase per un attimo in silenzio, poi disse: «Gianna, io non ho mai conosciuto una persona come lei, capace di provare un amore tanto disinteressato e profondo: i suoi gatti le saranno molto riconoscenti. Ma anche io per averla conosciuta. Grazie».
Gianna non riuscì a rispondere, se non con un sorriso imbarazzato, poi si avviò per andare a prendere i suoi mici. Quando la gattara scomparve nel vicolo, la signora riprese la strada di casa. Per un attimo, le sembrò che persino il cielo facesse le fusa, felice.

(Dalla raccolta “Sguardi di donne”)

P.M.C.