Meraviglie, l’interessante programma televisivo di Alberto Angela

 

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La settimana scorsa ho seguito un bel programma alla televisione, Meraviglie, condotto da Alberto Angela. La prima parte riguardava Mantova e si è protratta abbastanza a lungo, un piacere per me che amo questa città, nonostante non l’abbia ancora visitata, grazie ai racconti interessanti e anche appassionati  di alcuni amici.
Raccontarla non credo sia facile, ma Alberto Angela lo ha fatto egregiamente, come è nel suo stile. Grande divulgatore, appassionato di storia e di arte, e non solo, ha scelto alcuni luoghi, quelli che ha ritenuto più importanti, bene infatti soffermarsi soltanto su alcuni capolavori per poterli approfondire meglio.
Ed ecco davanti a noi il Palazzo Ducale, che comprende diversi edifici collegati tra di loro da ampi cortili e giardini. Il Castello di San Giorgio, prima di tutto, la sua stupefacente Camera degli sposi, i meravigliosi affreschi, il genio straordinario del Mantegna. E poi il Palazzo Tè, il luogo in cui Federico II, figlio di Isabella D’este, incontrava Isabella Boschetti. Bellissimi e sensuali gli affreschi di Giulio Romano, discepolo prediletto di Raffaello. E poi ancora la Sala dei Cavalli, dove si possono ammirare i dipinti dei cavalli prediletti dai Gonzaga, la Camera dei Giganti, dove vengono rappresentati i Giganti uccisi da Giove a causa della loro superbia, e il magnifico Cortile della Cavallerizza. E altri luoghi ancora dove ogni singola cosa aveva il suo senso: omaggiare i Gonzaga, la loro ricchezza e magnificenza. Dopo aver sconfitto la potente famiglia dei Bonacolsi, infatti, sono stati per tanto tempo, dal 1328 fino al 1707, i signori incontrastati di Mantova, città che deve proprio a loro la sua bellezza e la sua fama.

Mi piace aggiungere a questo breve riassunto un bel passo tratto dal libro “Rinascimento Privato”, di Maria Bellonci, scrittrice che apprezzo per le storie che racconta ma anche per lo stile particolare, stile che si rifà alla lingua usata negli anni in cui la storia si svolge.
L’io narrante è Isabella D’este, donna intelligente, determinata, capace di comandare, ma anche di attirare alla sua corte, grazie al suo straordinario carisma, artisti di grandissimo ingegno, come l’Ariosto, Leonardo da Vinci e tanti altri.

… “C’è anche una lettera del mio Baldesar Castiglione; anche lui mi rende a quella generosa festività romana. Annuncia che Raffaello farà il quadro che gli ho chiesto di persona. Io l’ ho visto questo nume della pittura proprio nelle stanze del Vaticano. Dolce e gentile pareva: in verità il suo viso sereno è lontanissimo, divorato da visioni incomunicabili. Nei luoghi dove egli vive vuole essere solo, o così, senza saperlo, lascia intendere, sfuggendo a tutto ciò che non lo avvicina alla sua ricerca di perfezione. A volte lo inseguivo con lo sguardo dalla mia finestra riquadrata mentre passava per la piazza, sotto il palazzo dove abitavo, in compagnia di gente dell’arte e di gente di nome che si contentava di mirarlo: sembrava disarmato, esile nelle sue sopravvesti scure e corte, per lo più tagliate in velluto di grande finezza. La folla si apriva al suo passare e lo salutava. […]
“Dio mio, devo subito rispondere al signor Castiglione per il quadro di Raffaello: domanda soltanto le misure e da quale parte debba venire il lume sulla tela. Se potessi proporre un soggetto, sarei per un quadro di quelli piccoli e preziosi del pittore con una Madonna delle sue che danno il senso dell’inesprimibile, e magari con qualche figura come l’infante divino e un San Giovannino o Sant’Anna; li vedrei in un luogo aperto che abbia per sfondo le rovine di Roma tra una lieve bruma luminescente, e si riconoscessero il Pantheon dal colonnato possente o le gigantesche mura arcuate delle Terme di Diocleziano o le colonne corinzie del tempio di Vespasiano. Vorrei il fantasma di Roma iscritto nel fondo e la figura della nostra religione in primo piano nella maestosa armonia di un tempo senza tramonti.”

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Funtana Meiga

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L’abitato di Funtana Meiga si trova nella penisola del Sinis, in territorio di Cabras, un comune di circa diecimila abitanti in provincia di Oristano. Il suo nome in lingua italiana significa “Fontana medica”, o medicamentosa. Sembra infatti che in un passato lontano ci fosse nei pressi una sorgente le cui acque venivano considerate benefiche.

La sua spiaggia non è molto ampia, ma l’acqua del suo mare ha dei colori cangianti che la rendono speciale, così come le sue rocce. Si trova tra San Giovanni del Sinis e la Torre di Seu (Torre del Sevo). Immaginando di stare nel mezzo, si ammira, a sinistra, la Torre di San Giovanni, situata presso il sito fenicio-punico di Tharros, e a destra, la Torre di Seu, costruita nel sedicesimo secolo dagli aragonesi.

Il luogo è conosciuto per la presenza di una bella e interessante Oasi Naturalistica nata nel 1981 come Oasi WWF, e diventata in seguito, negli anni 90, Parco Naturale di Cabras. Molto belle le ampie distese di macchia mediterranea, sono presenti in particolare il cisto e il lentischio; per quanto riguarda la fauna, invece, vi sono numerose specie di uccelli, alcune piuttosto rare.

Le notizie sono state reperite sul web.

Di seguito, un po’ di foto scattate da me.

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Piera M. Chessa

In questura

Pubblicai  già questo post sul mio blog il 26 febbraio 2012. Sono passati ormai diversi anni, mi rendo conto però, con profonda amarezza, che nulla è cambiato rispetto ad allora, forse le cose sono semplicemente peggiorate, perché noi siamo ulteriormente cambiati, purtroppo. Seguo il mio cuore, lo voglio riproporre per provare a riflettere ancora un po’ insieme.

*** 

Il racconto che segue, scritto da una ragazza di origini cinesi, fa parte di una raccolta il cui titolo è “Rondini e ronde”, raccoglie venti storie di autori, stranieri e italiani, uniti da un unico grande desiderio, quello di combattere il razzismo in ogni sua forma.

In questura

Zhanxing Xu

21 settembre 2009

Questa sarà un’altra delle mie indimenticabili date, un’altra macchia indelebile che porterò con me, in questa mia vita da figlia di immigrati, cresciuta in Italia.

Già… un’intera adolescenza vissuta col terrore dei documenti, di girare fra comuni, questure, uffici immigrazione, prefetture, fatta di preoccupazioni, di preghiere che tutto vada bene.

Sveglia alle 6.45, una veloce sciacquata e poi subito alla stazione a prendere il treno delle 7.24. L’attesa dell’autobus e poi alla Questura di Grosseto. Intanto mille domande scorrevano veloci nella mia testa: come sarebbe andata questa volta? Cosa sarebbe successo? Mi sarebbero uscite le lacrime come l’ultima volta? Tante, troppe le preoccupazioni. Arrivo in questura alle 8.35, una fila di decine di persone, due poliziotte allo sportello, alla macchinetta per il rilevamento delle impronte. Mi siedo e aspetto. Le gambe cominciano improvvisamente a tremare, le mani si chiudono in pugni stretti che cercano di scaricare la tensione, intanto tutta l’energia si accumula all’altezza dello stomaco, un ammasso gigantesco simile ad un ordigno pronto a scoppiare. Brividi, continue scosse in tutto il corpo, i denti digrignano, sguardo nel vuoto, vulnerabile, indifesa, sola in una stanza resa falsamente più accogliente dalle pareti color marroncino chiaro. Mi sento male, corro fuori, prendo aria e leggo sulla porta d’ingresso: “sportello per stranieri aperto dalle 8.30 alle 13,00” e penso “perché sono qua? Perché sono in una struttura per stranieri?”. Mi sento fuori luogo, sento il dovere e la necessità di andarmene eppure non posso. Non posso perché io, cresciuta in Italia risulto essere fra i cosiddetti stranieri. Sento una voce sopraggiungere da lontano: Zhanxing Xu… Tocca a me. Arrivo, consegno le foto, il passaporto e sorrido perché nei momenti difficili è l’unica arma che ho per non soccombere.

Pollice, indice, medio, anulare e mignolo, ecco le impronte della mano destra che vengono caricate sul pc, ora la mano sinistra, poi nuovamente indice destro e indice sinistro fatto, veloce e indolore. Già… pochi secondi che rimarranno sempre impressi nella mia memoria, nella mia esistenza, che sono motivo della mia rabbia e della mia disperazione; perché contro un sistema terribilmente ingiusto lotti, ma intanto sei costretto a seguire le sue regole. Intanto chiedo alla signora quanto durerà il mio permesso e mi risponde due anni, facendo i calcoli dovrebbe scadere a Marzo 2011, dimentico solo che lo potrò ritirare a novembre e sono già stata graziata. Ho scritto, ho pianto, ho gridato, sono andata a implorare, ho pregato che mi dessero un permesso valido per almeno due anni e così dopo tre anni di attesa mi è stato concesso.

Sono felice perché ora assaporo un po’ di libertà, quella che tutti dovrebbero avere: di muoversi, di viaggiare ed infine di progettare. In questi anni quanti “no” ho detto agli amici che mi chiedevano di partire, alle follie adolescenziali di andare in aeroporto e scappare lontano ed invece io ero sempre qui, ostaggio di questa nazione, senza nessuna possibilità di scelta. Ora, forse, una piccola barriera burocratica l’ho superata. Esco dalla questura, mi volto ancora indietro a guardare e spicco in volo.

Intanto la mia mente viene bombardata di flash-back, ricordo i miei sedici anni, quando entrai timorosa nella stanzetta e mi presero le impronte, dpingendomi la mano di nero, così anche i diciassette, i diciotto e tutti gli anni a venire. Ricordo ancora quando la mamma mi svegliava alle cinque di mattina per andare in questura ad aspettare al freddo fuori dai cancelli, perché bisognava fare le file e prendere il numerino.

Ricordo l’orgoglio e la dignità di una bambina/ragazza ferita da qualcosa più grande della sua età, ricordo la forza e la durezza con cui ho reagito a tutto ciò. Ricordo soprattutto gli sguardi interrogativi delle persone: ma tu non sei italiana? Già, io non lo sono, io ho la cittadinanza cinese, italiana solo di fatto, italiana con il permesso di soggiorno. Ricordo tutto, ogni singolo attimo, ogni singolo istante in cui mi hanno umiliata, in cui mi hanno fatto credere di essere “nessuno”. Sono amareggiata, rattristata per tutto ciò che in questi anni ho dovuto rinunciare per cause di forza maggiore, tuttavia non provo risentimento, né rancore verso l’Italia, nonostante ciò che subisco ancora tutti i giorni. E’ una lotta continua, prima di tutto con me stessa, con le istituzioni e con i pregiudizi e vincerò io presto, ne sono certa.

Non posso votare, non posso partecipare ai concorsi, non posso fare determinati lavori, non posso fare richiesta per i viaggi studio e il mio permesso scadrà tra un anno e mezzo, ciononostante sono tranquilla, serena, in pace.

Io non posso fare tante cose ma posso valere molto di più.

Corro, guardo avanti e piango ma questa volta di felicità.

(Rondini e ronde, scritti migranti per volare alto sul razzismo, a cura di Silvia De Marchi)

La stanchezza del giorno

 

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Si incupiscono gli alberi
all’avvicinarsi della sera,
sembrano sentire sulle spalle
la stanchezza del giorno.

Si rinchiudono in se stessi,
come l’uomo al rientro dal lavoro
che cammina chino e lento
verso casa.

Piera M. Chessa

Ricordando una mia cara amica

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Alcune settimane fa una mia cara amica è andata via, aveva un nome molto bello, di antiche origini, e quarantotto anni.
Non mi è facile parlare di lei, non mi è facile soprattutto parlarne al passato, ma lo farò.
Era una donna speciale, e non è un modo di dire. Era un’insegnante, nel senso più bello e nobile del termine, aveva fatto del suo lavoro una vera passione costruendo con i ragazzi un’empatia straordinaria, dava loro senza riserve, e con loro lei stessa con umiltà imparava nuove cose.
Aveva numerosi talenti, mani che sapevano costruire, un’intelligenza lungimirante, la passione per la scrittura, uno sguardo attento sugli avvenimenti, anche critico, che è tipico di chi sa essere una persona libera, che esprime le sue opinioni con coraggio ma sempre nel rispetto degli altri.
Aveva un cuore generoso, braccia sempre aperte, pronte ad accogliere, per questo non poteva nè capire nè accettare nessuna forma di razzismo, nessun genere di discriminazione.
Lei era così, credeva fermamente in alcuni valori, quelli universali, quelli che ognuno di noi dovrebbe avere a prescindere dalla fede religiosa o dal credo politico.
Ai suoi ragazzi diceva:” Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me”, facendo riferimento a Kant. Queste parole le ho trovate in un messaggio lasciato sulla sua pagina facebook da un’alunna, insieme al suo grazie e alla sua riconoscenza.
Così la voglio ricordare, come ricorderò sempre i suoi magnifici occhi verdi, grandi e luminosi, il suo sorriso aperto e schietto.
Ricorderò anche il suo amore per la natura, per i fiori e le piante, in particolare per le rose e la lavanda, la passione per la lettura, non ha smesso di leggere fino a quando ha potuto.
Il suo era un amore immenso per la vita, questo enigma che coinvolge tutti noi, e che non capiremo mai fino in fondo.

Piera M.Chessa

Stupore

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I paesaggi scorrono
al mio fianco
mentre vado verso casa
e il sole incendia
le nuvole e l’azzurro.

Giochi di chiaroscuri
tra terra e cielo
là dove i profili neri degli alberi
tracciano un confine.

E’ sempre una meraviglia
vedere il sole che muore,
uno stupore che si rinnova
giorno dopo giorno.

Piera M. Chessa

 

Poesie d’amore, di Nazim Hikmet

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Apprezzo Nazim Hikmet da tanti anni, è un autore che ha suscitato subito in me interesse e curiosità, e che non ho più smesso di frequentare.
Nacque in Turchia, a Salonicco, nel 1902, e morì a Mosca nel 1963.
Fu un grande poeta, ma anche romanziere e giornalista, fu saggista e si occupò di teatro. Negli anni Venti si recò in Russia ed entrò in contatto con diversi autori, tra questi frequentò in modo più assiduo Majakovskij.
Rientrò poi in Turchia, però, a causa della sua convinta opposizione al regime di Ataturk, nel 1938 fu arrestato e condannato a trascorrere in carcere moltissimi anni. Tredici nel carcere di Bursa, in Anatolia, terra che amò moltissimo e al cui popolo rimase profondamente legato, e in seguito, anche in altre carceri.
Riacquistò la libertà nel 1950, decise di lasciare la Turchia per trasferirsi nuovamente in Russia, a Mosca, dove morì appunto nel 1963. Aveva poco più di sessant’anni.
Hikmet scrisse molte poesie sull’amore, dando tuttavia a questo termine significati diversi, scrisse per molte donne e, nello stesso tempo, dedicò la sua vita e la sua poesia all’incontro e al dialogo con tutti gli uomini, scrivendo e interessandosi agli avvenimenti del suo tempo.
Il libro dal quale ho tratto le poesie si intitola Poesie d’amore, pubblicato da Arnoldo Mondadori Editore.
La raccolta si apre con una lettera scritta dall’autore a Joyce Lussu, sua amica e moglie di Emilio Lussu, nella quale spiega il perché lui scriva poesie e racconta il percorso che lo ha portato alla scelta di questa forma di espressione. Una lettera molto interessante che permette di conoscerlo in modo più approfondito.
Ne riporto un brevissimo passo.

“Cara Joyce,

Mi domandi perché scrivo delle poesie?
Sarebbe più giusto porre la domanda in altro modo. Perché e come ho cominciato a scrivere delle poesie.
Cerco di ricordare.”

Il libro si chiude invece con una Nota della stessa Joyce Lussu, la quale racconta ciò che avvenne nel giorno del funerale di Hikmet, e nello stesso tempo traccia un coinvolgente ritratto di quest’uomo straordinario che continua ad essere amato ancora oggi.

Joyce Lussu scrive:

“Hikmet aveva sessant’anni e li portava assai bene, salvo la malattia di cuore, che non appariva; […] Era un uomo bello e amabile, che si muoveva con grazia e vivacità, e parlava con gli altri nel modo più estroso e diretto. Era un grande poeta e un combattente assai valoroso, e piaceva alle donne. Ma questo eccesso di doti aveva come correttivo un ingualcibile candore, una capacità di fiducia, di meraviglia e di rispetto verso l’umanità e verso le cose.”

****

Di seguito, i testi poetici da me scelti.

Da “LETTERE DAL CARCERE
A MUNEVVER”

Prigione di Bursa (Anatolia)

1942

Il più bello dei mari
è quello che non navigammo.
Il più bello dei nostri figli
non è ancora cresciuto.
I più belli dei nostri giorni
non li abbiamo ancora vissuti.
E quello
che vorrei dirti di più bello
non te l’ho ancora detto.

1948

I giorni son sempre più brevi
le piogge cominceranno.
La mia porta, spalancata, ti ha atteso.
Perchè hai tardato tanto?

Sul mio tavolo, dei peperoni verdi, del sale, del pane.
Il vino che avevo conservato nella brocca
l’ho bevuto a metà, da solo, aspettando.
Perché hai tardato tanto?

Ma ecco sui rami, maturi, profondi
dei frutti carichi di miele.
Stavano per cadere senz’essere colti
se tu avessi tardato ancora un poco.

Da “FUORI DEL CARCERE

Istanbul, 1951

Il mattino

Ti svegli.
Dove sei?
A casa.
Non hai potuto ancora abituarti:
al tuo risveglio
trovarti a casa.
Ecco quel che ti lasciano
tredici anni di carcere.

Chi c’è nel letto, accanto a te?
Non è la solitudine, è tua moglie.
Dorme coi pugni chiusi, come un angelo.
Le dona, essere incinta.
Che ore sono?
Le otto.
Possiamo dunque star tranquilli
fino a sera.
E’ l’uso,
la polizia non fa irruzione in pieno giorno.

Da “IN ESILIO

Arrivederci
fratello mare

Varna, 1951

Ed ecco ce ne andiamo come siamo venuti
arrivederci fratello mare
mi porto un po’ della tua ghiaia
un po’ del tuo sale azzurro
un po’ della tua infinità
e un pochino della tua luce
e della tua infelicità.
Ci hai saputo dir molte cose
sul tuo destino di mare
eccoci con un po’ più di speranza
eccoci con un po’ più di saggezza
e ce ne andiamo come siamo venuti
arrivederci fratello mare.

Foglie morte

Lipsia, settembre 1961

Veder cadere le foglie mi lacera dentro
soprattutto le foglie dei viali
soprattutto se sono ippocastani
soprattutto se passano dei bimbi
soprattutto se il cielo è sereno
soprattutto se ho avuto, quel giorno,
una buona notizia
soprattutto se il cuore, quel giorno,
non mi fa male
soprattutto se credo, quel giorno,
che quella che amo mi ami
soprattutto se quel giorno
mi sento d’accordo
con gli uomini e con me stesso
veder cadere le foglie mi lacera dentro
soprattutto le foglie dei viali
dei viali d’ ippocastani.

Mosca, 1962

Ti sei stancata di portare il mio peso
ti sei stancata delle mie mani
dei miei occhi della mia ombra

le mie parole erano incendi
le mie parole eran pozzi profondi

verrà un giorno un giorno improvvisamente
sentirai dentro di te
le orme dei miei passi
che si allontanano

e quel peso sarà il più grave.

(Nazim Hikmet, Poesie d’amore, Traduzione di Joyce Lussu, Arnoldo Mondadori Editore)