Ricordando… In Val di Fassa

Stavo lì
nel mezzo della valle
quel pomeriggio estivo
ed osservavo intorno.
A sinistra ed ugualmente a destra
mi circondavano i monti
così alti e irraggiungibili.
Ovunque, l’intenso verde
dei prati, e al di sopra,
l’infinito azzurro del cielo.

Io, davanti alla bellezza,
gioivo intensamente.

Ma poi il mio sguardo cadde
su alcune radure lontane
situate sui versanti
dove prima del passaggio di Vaia
svettavano larici e abeti,
e dove ora giacevano i tronchi
di numerosi alberi abbattuti
dalla forte pioggia e dal vento,
e non ancora raccolti.

Pensai in quei momenti
quanto possa essere
effimera e provvisoria
ogni forma di vita sulla Terra.

Piera M. Chessa

Gli anni volano

(foto da web)

Come camminano
veloci gli anni!
Avvenimenti lontani
del nostro passato
sembra che solo ieri
siano accaduti.
Non camminano
gli anni, corrono,
non corrono, volano,
e nel frattempo il tempo
si burla di noi,
di noi che crediamo sempre
di averne avanti tanto.

Siamo fragili steli d’erba,
giunchi che subito si piegano.
Passano le gioie
e i dolori di una vita
senza che di noi
rimanga traccia,
se non per quei fortunati
che vivranno un poco ancora
nella memoria dei propri cari,
se di essi sarà rimasto
in loro un buon ricordo.

Piera M.Chessa

Enrico Berlinguer: un uomo onesto, un leader carismatico che voleva fare politica in modo serio

(foto da web)

Enrico Berlinguer nacque a Sassari il 25 maggio del 1922, il 7 giugno del 1984, durante un comizio, ebbe un ictus, dal quale non si riprese più. Morì a Padova quattro giorni dopo: era l’11 giugno. Al suo funerale partecipò una folla immensa. Avvenne esattamente 38 anni fa.

Enrico Berlinguer era un uomo riservato, timido e di poche parole, ma anche amabile e gentile. Eppure sui palchi, durante i comizi, dimostrava una determinazione e una passione politica come pochi. Sembrava a tutti un uomo fragile, era magro e piccolo di statura, ma non manifestava mai la stanchezza fisica o eventuali altri problemi. Persino nel giorno del suo ultimo comizio, quando incominciò a stare male e vacillò alcune volte, si rimise in piedi e completò il suo discorso, prima di essere sostenuto dai suoi.

Era un uomo che non si risparmiava, e nello stesso tempo, attaccatissimo alla famiglia, dedicava ogni momento libero alla moglie e ai quattro figli: Bianca, Marco, Maria e Laura.

Talvolta gli veniva detto che sembrava un uomo triste, ma non era vero e lui lo ribadì più volte. Questo giudizio gli dispiaceva un po’, sentiva che non gli apparteneva. Lo dimostrano anche diverse fotografie in cui scherza con amici e conoscenti, e soprattutto le parole della figlia Bianca, che ricorda momenti belli e divertenti trascorsi con il padre.

Enrico Berlinguer era un uomo che aveva diversi interessi: il mare, la vela, la pesca, lo sport, la musica classica. Era un uomo coraggioso, e talvolta anche temerario, soprattutto quando il mare era particolarmente agitato, e spesso teneva in ansia chi gli stava vicino. Tutte le estati trascorreva le vacanze a Stintino, allora, piccolo borgo di pescatori, ora, rinomata località di villeggiatura. Erano giorni in cui la politica veniva lasciata fuori, e lui si dedicava alla famiglia e agli amici, che non aveva mai dimenticato.

E quando, dopo le vacanze, ritornava a Roma, tutte le sue energie venivano spese per la politica. Rigoroso e preciso, preparava ogni comizio curando ogni singola parola che avrebbe in seguito pronunciato. Così, ogni incontro con i suoi sostenitori si trasformava in una marea di persone che dimostrava di apprezzarlo e di volergli bene.

Quest’anno, il 25 maggio, sono stati ricordati i cento anni dalla nascita di E. Berlinguer. Spesso mi capita di pensare che cosa avrebbe detto oggi lui del periodo assurdo che stiamo vivendo. Difficile dirlo, ma una cosa è certa: non gli sarebbe piaciuto per niente. Lui che ha vissuto i giorni dell’uccisione di Moro, il terrorismo, le aspre lotte politiche, il decadimento della politica, la corruzione…

Come sembra attuale la “sua” questione morale, nonostante i quasi trent’anni trascorsi!

E allora eccolo il suo pensiero, così rigoroso e giustamente severo, su un problema ancora oggi straordinariamente attuale.

***

La “questione morale” in Enrico Berlinguer

Di seguito, alcuni brani tratti dalla bella intervista che Eugenio Scalfari fece ad Enrico Berlinguer, per La Repubblica, il 28 luglio del 1981, dal titolo “Dove va il PCI?”

«I partiti non fanno più politica», mi dice Enrico Berlinguer, ed ha una piega amara sulla bocca e, nella voce, come un velo di rimpianto. Mi fa una curiosa sensazione sentirgli dire questa frase. Siamo immersi nella politica fino al collo: le pagine dei giornali e della Tv grondano di titoli politici, di personaggi politici, di battaglie politiche, di slogans politici, di formule politiche, al punto che gli italiani sono stufi, hanno ormai il rigetto della politica e un vento di qualunquismo soffia robustamente dall’Alpi al Lilibeo…

«No, no, non è così.», dice lui scuotendo la testa sconsolato. «Politica si faceva nel ‘45, nel ‘48 e ancora negli anni Cinquanta e sin verso la fine degli anni Sessanta. Grandi dibattiti, grandi scontri di idee, certo, scontri di interessi corposi, ma illuminati da prospettive chiare, anche se diverse, e dal proposito di assicurare il bene comune. Che passione c’era allora, quanto entusiasmo, quante rabbie sacrosante! Soprattutto c’era lo sforzo di capire la realtà del paese e di interpretarla. E tra avversari ci si stimava. De Gasperi stimava Togliatti e Nenni e, al di là delle asprezze polemiche, ne era ricambiato.»

Oggi non è più così?

«Direi proprio di no: i partiti hanno degenerato e questa è l’origine dei malanni d’Italia.»

La passione è finita? La stima reciproca è caduta?

«Per noi comunisti la passione non è finita. Ma per gli altri? Non voglio dar giudizi e mettere il piede in casa altrui, ma i fatti ci sono e sono sotto gli occhi di tutti. I partiti di oggi sono soprattutto macchine di potere e di clientela: scarsa o mistificata conoscenza della vita e dei problemi della società e della gente, idee, ideali, programmi pochi o vaghi, sentimenti e passione civile, zero. Gestiscono interessi, i più disparati, i più contraddittori, talvolta anche loschi, comunque senza alcun rapporto con le esigenze e i bisogni umani emergenti, oppure distorcendoli, senza perseguire il bene comune. La loro stessa struttura organizzativa si è ormai conformata su questo modello, e non sono più organizzatori del popolo, formazioni che ne promuovono la maturazione civile e l’iniziativa”

[…]

Lei mi ha detto poco fa che la degenerazione dei partiti è il punto essenziale della crisi italiana.

«È quello che io penso.»

Per quale motivo?

«I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo. Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai TV, alcuni grandi giornali. Per esempio, oggi c’è il pericolo che il maggior quotidiano italiano, “il Corriere della Sera”, cada in mano di questo o quel partito o di una sua corrente, ma noi impediremo che un grande organo di stampa come il “Corriere” faccia una così brutta fine. Insomma, tutto è già lottizzato e spartito o si vorrebbe lottizzare e spartire. E il risultato è drammatico. Tutte le “operazioni” che le diverse istituzioni e i loro attuali dirigenti sono chiamati a compiere vengono viste prevalentemente in funzione dell’interesse del partito o della corrente o del clan cui si deve la carica. Un credito bancario viene concesso se è utile a questo fine, se procura vantaggi e rapporti di clientela; un’autorizzazione amministrativa viene data, un appalto viene aggiudicato, una cattedra viene assegnata, un’attrezzatura di laboratorio viene finanziata, se i beneficiari fanno atto di fedeltà al partito che procura quei vantaggi, anche quando si tratta soltanto di riconoscimenti dovuti.»

[…]

«Noi pensiamo che il privilegio vada combattuto e distrutto ovunque si annidi, che i poveri e gli emarginati, gli svantaggiati, vadano difesi, e gli vada data voce e possibilità concreta di contare nelle decisioni e di cambiare le proprie condizioni, che certi bisogni sociali e umani oggi ignorati vadano soddisfatti con priorità rispetto ad altri, che la professionalità e il merito vadano premiati, che la partecipazione di ogni cittadino e di ogni cittadina alla cosa pubblica debba essere assicurata.»

Onorevole Berlinguer, queste cose le dicono tutti.

«Già, ma nessuno dei partiti governativi le fa. Noi comunisti abbiamo sessant’anni di storia alle spalle e abbiamo dimostrato di perseguirle e di farle sul serio. In galera con gli operai ci siamo stati noi; sui monti con i partigiani ci siamo stati noi; nelle borgate con i disoccupati ci siamo stati noi; con le donne, con il proletariato emarginato, con i giovani ci siamo stati noi; alla direzione di certi comuni, di certe regioni, amministrate con onestà, ci siamo noi»

Non voi soltanto.

«È vero, ma noi soprattutto. […]

“Noi abbiamo messo al centro della nostra politica non solo gli interessi della classe operaia propriamente detta e delle masse lavoratrici in generale, ma anche quelli degli strati emarginati della società, a cominciare dalle donne, dai giovani, dagli anziani. Per risolvere tali problemi non bastano più il riformismo e l’assistenzialismo: ci vuole un profondo rinnovamento di indirizzi e di assetto del sistema. Questa è la linea oggettiva di tendenza e questa è la nostra politica, il nostro impegno. Del resto, la socialdemocrazia svedese si muove anch’essa su questa linea: e quasi metà della socialdemocrazia tedesca (soprattutto le donne e i giovani) è anch’essa ormai dello stesso avviso. Mitterrand ha vinto su un programma per certi aspetti analogo.»

[…]

Lei ha detto varie volte che la questione morale oggi è al centro della questione italiana. Perché?

«La questione morale non si esaurisce nel fatto che, essendoci dei ladri, dei corrotti, dei concussori in alte sfere della politica e dell’amministrazione, bisogna scovarli, bisogna denunciarli e bisogna metterli in galera. La questione morale, nell’Italia d’oggi, fa tutt’uno con l’occupazione dello stato da parte dei partiti governativi e delle loro correnti, fa tutt’uno con la guerra per bande, fa tutt’uno con la concezione della politica e con i metodi di governo di costoro, che vanno semplicemente abbandonati e superati. Ecco perché dico che la questione morale è il centro del problema italiano. Ecco perché gli altri partiti possono provare d’essere forze di serio rinnovamento soltanto se aggrediscono in pieno la questione morale andando alle sue cause politiche.»

Piera M. Chessa

Così noi

Strana primavera
incerta come il nostro futuro
privo di punti di riferimento.

Così noi, sempre più impauriti
da novità che si susseguono
senza tregua e coerenza.

Dove andremo? Dove arriveremo?

Ci sarà mai uno scopo, un traguardo
in questo nostro precario camminare
che sembra non avere fine?

Piera M. Chessa

2 giugno: Festa della Repubblica

foto da web

La festa della Repubblica è stata istituita il 2 giugno del 1949, esattamente tre anni dopo la nascita della Repubblica Italiana, avvenuta il 2 giugno del 1946 con un referendum istituzionale che coinvolgeva monarchici e repubblicani.

Fu un voto molto sentito dagli italiani, che andarono numerosissimi ad esercitare questo diritto. Il referendum si concluse in questo modo: i repubblicani ebbero 12.182.855 voti, i monarchici invece 10.362.709.

Il 2 giugno di quell’anno fu molto importante per altri due motivi: per la prima volta le donne ebbero diritto di voto, escludendo quello del 10 marzo dello stesso anno quando andarono a votare per le Elezioni amministrative in un certo numero di comuni italiani. Il secondo motivo riguarda la nascita dell’Assemblea Costituente, formata da 556 deputati, dei quali 21 erano donne, e che nacque col compito di lavorare alla prima stesura di una Costituzione per la Repubblica appena nata. Il primo incontro avvenne il 25 giugno del 1946; il 15 del mese successivo venne costituito un gruppo, molto più ristretto, di 75 padri costituenti, di cui fecero parte anche cinque donne. Il loro lavoro si concluse negli ultimi giorni del dicembre del 1947. La Costituzione entrò in vigore il primo gennaio del 1948.

Da quel lontano 2 giugno del 1949, il nostro Paese festeggia tutti gli anni la nascita della Repubblica italiana. I festeggiamenti principali avvengono a Roma, ma sono diffusi nelle varie regioni un po’ ovunque.

Nella Capitale il Presidente Mattarella si è recato anche oggi presso l’Altare della Patria e ha deposto una corona d’alloro sopra la tomba del Milite Ignoto, che rappresenta tutti i soldati caduti in guerra e mai riconosciuti. Mentre le frecce tricolori, cioè la pattuglia acrobatica dell’Aeronautica Militare Italiana, sorvolavano il centro di Roma rallegrando il cielo con i colori della nostra bandiera.

Piera M. Chessa

Pattada

Dall’alto del colle
guardo la verde vallata
dove rocce e cespugli
s’intrecciano con armonia.
Incastonato tra i prati
il lago regala
l’azzurro tenero
delle sue acque.
Al centro del paese
fra i tetti delle case
s’innalza lo squadrato
campanile di una chiesa.
Nel profondo silenzio
dell’altura
sento penetrare
sotto gli abiti leggeri
il fresco pungente
dell’infanzia.

Note

. Il Colle di San Gavino: il punto più alto del paese
. Il lago Lerno
. La Chiesa Della Madonna del Rosario

Piera M. Chessa

Il bosco

Si protendono gli alberi
del bosco
cercando forse anche loro
l’infinito.

Si allungano pazienti
verso il sole
lasciandosi avvolgere
dall’oro,
docili, permettono
che i raggi li attraversino,
li riempiano di luce e di calore.

E’ bello il bosco
in questo maggio fiorito,
ampie distese
di gemme e di colori,
sfumature alternate
di piacere,
ristoro per i cuori.

Piera M. Chessa

Giovanni Falcone: un uomo sempre a testa alta

(foto da web)

Oggi è il 23 di maggio, e in questo mese che è tra i più belli dell’anno si ricorda, con dolore e indignazione mai sbiaditi dal tempo che passa, la morte del giudice Giovanni Falcone, della moglie Francesca Morvillo, anche lei magistrato, e di tre giovani agenti della sua scorta: Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, Vito Schifani, avvenuta esattamente trent’anni fa a Capaci, Palermo, il 23 maggio del 1992 . Quattro famiglie spezzate.

Ancora oggi è difficile dimenticare le parole di Rosaria Costa, la giovanissima moglie di Vito Schifani, aveva 22 anni, che disse, rivolgendosi ai mafiosi: ” Io vi perdono, ma vi dovete mettere in ginocchio.”. Aveva un bambino di quattro mesi, Emanuele, che del padre ricorda solo le cose che fin da bambino di lui ha sentito dire. Oggi, giovane uomo di trent’anni, è Capitano della Guardia di finanza.

Giovanni Falcone sapeva bene fin dall’inizio che quel che poi è successo sarebbe potuto con molte probabilità succedere. Ne era pienamente consapevole, eppure non si è mai tirato indietro, nonostante le non poche incomprensioni con diversi suoi colleghi che spesso ne hanno criticato l’operato.

Un uomo e un giudice da ammirare e apprezzare, coerente e forte nel portare avanti un progetto estremamente difficile e pieno di insidie: la lotta alla mafia, la lotta a “Cosa nostra”.

Fortunatamente al suo fianco c’erano alcuni colleghi e amici che con lui hanno condiviso successi e sconfitte, e in particolare il giudice Paolo Borsellino, con il quale, nell’estate del 1985, trascorse un mese nel Carcere dell’Asinara, entrambi con le rispettive famiglie, per sfuggire agli agguati di cui già si incominciava a parlare, mentre lavoravano a quello che venne in seguito chiamato il “maxiprocesso” contro ” Cosa nostra”.

Tutti noi, in questi anni, abbiamo ricordato e continueremo a farlo, quella terribile strage, perché il silenzio e l’oblìo non possono cadere su fatti così importanti e dolorosi.

Così come abbiamo il dovere di non dimenticare l’altro terribile agguato avvenuto in via D’Amelio, sempre a Palermo, a Paolo Borsellino e alla sua scorta, vittime anch’essi di “Cosa nostra”, due mesi dopo, il 19 luglio dello stesso anno.

A tutti loro il nostro grazie, per l’immenso contributo dato nella lotta contro la mafia.

Piera M. Chessa

Quando il passato sembra non insegnare niente al presente

(foto da web)

Qualche tempo fa, lessi un libro molto bello e coinvolgente, anche “faticoso”, ma non certamente per lo stile, che anzi è assolutamente un punto di forza per chi l’ha scritto, quanto per il contenuto.

Il libro di cui parlo s’intitola I ragazzi del ciliegio, il cui sottotitolo è 1918-1945, e già queste due date chiariscono bene quello che intendo dire. L’autrice è Fiorella Borin, e l’opera è stata pubblicata nel 2019 dalla Casa Editrice Solfanelli.

Racconta la storia di una grande amicizia, ma anche di quel periodo della nostra storia così terribile e dolorosa che dagli storici, e persino da noi, gente comune, viene chiamata “la ritirata russa”.

Ora non voglio entrare nei dettagli, ma soltanto condividere, in questo difficile periodo di guerra che coinvolge due stati del nostro continente, un bel brano tratto da questo libro che ci ricorda momenti durissimi della seconda guerra mondiale, un tempo che sembra lontano ma che non lo è, e che dovrebbe insegnarci ancora oggi quanti danni la guerra possa fare, e quanto possa in breve tempo annullare quella pace che credevamo duratura e che invece può sbriciolarsi nel giro di qualche mese.

Consiglio a chi può di leggere questo libro così bello e intenso, e anche di farlo conoscere agli adulti e ai ragazzi, a loro soprattutto. Un libro che, lo dissi già in altre occasioni, non dovrebbe mancare almeno nelle scuole secondarie.

***

Ed ecco, di seguito, il brano citato, tratto da Il racconto di Ernesto.

“Eravamo ancora in stazione, quando si scatenò l’inferno. Udimmo dapprima un grido, poi un coro di urla atterrite:” I russi! I russi!” E vedemmo avanzare sei cose immense, sei mostri che sparavano fuoco contro di noi. Al confronto di quei bestioni d’acciaio, i nostri carri armati sono davvero scatole di sardine.

[…] Mio cugino Vincenzo venne ferito a una spalla, lo vidi accasciarsi sulla neve, mi gettai su di lui per fargli scudo con il mio corpo, lui è più piccolo di me, diciannove anni appena compiuti, avevo giurato alla nonna che avrei vegliato su di lui. E invece vedevo il suo viso farsi sempre più bianco.

Me lo caricai in spalla, mi misi a correre e, entrando in paese, vidi ovunque elmetti, moschetti, zaini gettati a terra, cadaveri di soldati italiani squarciati dalle schegge di granata o, ancora peggio, scientemente e crudelmente schiacciati dai cingoli dei carri armati con la stella rossa. Stirati come panni, ed erano uomini.

[…] Ma la promessa fatta alla nonna fu più forte della stanchezza e dello sconforto. Mi rimisi a correre, con mio cugino sulle spalle. Seguivo un caporale e un sergente che parevano conoscere la strada, e difatti ci trovammo finalmente fuori da quell’inferno, i colpi di mitragliatrice arrivavano sempre più lontani. Mi fermai un attimo per riprendere fiato. Rovesciai con la massima delicatezza possibile Vincenzo sulla neve bianca, pulita, gli frizionai le mani gelate, gli alitai sul viso per scaldarlo, ma i suoi occhi rimanevano chiusi, e le labbra mute. Dovevo a tutti i costi fasciargli strettamente la spalla, per cercare di fermare l’emorragia. Quando fa così freddo, il sangue non esce copioso come a tempereture più miti; e, nella disgrazia, questa fu una fortuna.

Decisi di entrare in un’isba. Ce n’era una proprio lì vicino. Bussai, entrai nel vestibolo, mi tolsi il cappotto e bussai alla seconda porta. I tedeschi entrano nelle isbe aprendo le porte a calci; i soldati italiani invece bussano – questa è una delle prime lezioni apprese al mio arrivo in Ucraina. Mi venne ad aprire una vecchia, avrà avuto settant’anni, mi guardò negli occhi e poi, vedendo mio cugino esanime, con il cappotto rosso di sangue, congiunse le mani e si spostò per farmi entrare.

Al centro della stanza c’era una grande stufa, che emanava un calore delizioso. L’arredamento dell’isba era quasi inesistente, tanto era misera la vita di quella povera famiglia. Un armadio, due cassapanche, un tavolo e cinque sedie scompagnate. Non c’era quasi altro, se non dei fiori di carta incollati alle pareti, a incorniciare le tre minuscole finestre. Solo due sedie erano occupate: due donne sulla cinquantina lavoravano a maglia. Si assomigliavano, dovevano essere sorelle, senza dubbio le figlie della vecchia che fissava Vincenzino tenendo le mani giunte e biascicando parole incomprensibili.

Ia italianski,” dissi. “Niet deutsch.” Sono italiano, non tedesco. Questo valse a tranquillizzarle: sui loro volti fece capolino un piccolo sorriso, che mi rincuorò.

Le due donne si precipitarono a spingere le due cassapanche una addosso all’altra. La vecchia estrasse dall’armadio un paio di coperte che stese sulla cassapanca, a mo’ di materasso. Mi aiutarono ad adagiare Vincenzo su quel letto improvvisato, che era comunque il miglior letto su cui si fosse disteso da quando eravamo partiti da Verona.

Mi porsero una tazza contenente un liquido caldo, forse un tè rinforzato con un cucchiaino di vodka; l’accostai alle labbra di mio cugino, il vapore caldo lo inebriò e riprese i sensi. Bevve: guardò le donne con riconoscenza, con uno stupore che lo fece tornare, per un attimo, bambino. I suoi lineamenti parvero riprendere l’innocenza dell’infanzia, il candore di quando la guerra non c’era.”

( Fiorella Borin, I ragazzi del ciliegio – 1918 – 1945 – 2019 Edizioni Solfanelli)

9 maggio: il giorno della tua nascita

In questo giorno dedicato al ricordo
ho tra le mani una fotografia,
voglio guardarla mentre scrivo di te,
un grande aiuto per me nel parlarti,
nel provare a risentire
la tua voce ora lontana,
nel rivedere i tuoi occhi castani
da giovane, vivaci e luminosi,
da anziana, spesso tristi.

E quel tuo sorriso mesto,
diverso dalle antiche risate
così contagiose da suscitare
in noi il riso, ignari del motivo
che le aveva provocate,
mentre il tuo tempo scorreva
veloce e con fatica.

Tu, mamma Nina,
così diversa nei tuoi ultimi
anni, così lontana
con gli occhi e con la mente,
eppure così vicina e amata
proprio come una figlia,
accudita e accompagnata
nell’ultimo tratto della vita.

Piera M. Chessa