Un mazzo di fiori

 

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Passavo di lì, quel giorno,
presso Forno di Fassa,
in un tratto percorso più volte
senza mai aver visto
quel candido mazzo di fiori.

Eppure, quel giorno,
fu il mio sguardo a posarsi
su un punto lontano.
Percorsi di corsa la strada
e poi mi fermai.

Su un sasso levigato
la foto di una bambina,
Non un nome e neppure una data,
ma due occhi lucenti, un sorriso
e dei capelli chiari.

P.M.C.

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Nebbia

 

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Nebbia sui monti
abbelliti dagli abeti
in val di Fiemme,
nebbia che si confonde
con il bianco sporco del cielo.

A valle, i prati ancora verdi
attenuano un poco
i chiaroscuri del giorno
con le campanule
che allegre spuntano tra gli steli.

Poco distante si intravede
il tetto rosso di una casa,
piccola nota di colore
giusto nel mezzo
tra pascoli e cielo.

P.M.C.

I cavalli

 

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Camminavano placidi nel bosco
i bei cavalli dal manto chiaro,
nei loro occhi languidi
quasi un’umana tenerezza.

Tra gli alberi folti
soltanto il silenzio
e talvolta tra i rami
il canto di un uccello.

Sui sentieri, ricoperti d’erba,
i nostri passi ovattati
si facevano veloci
nella frenesia del ritorno.

P.M.C.

Nota al libro “Dal fondo. I miei primi dieci anni”, di Franca Canapini

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La prima cosa che mi viene da dire, dopo aver letto questo libro, è che la sua lettura è stata per me un vero piacere, ma soprattutto un arricchimento fin dalle prime pagine.
Franca fa una breve ma significativa introduzione rivolgendosi ad Alice, una delle sue nipotine. A lei e alla sorella Silvia vuole raccontare come sono stati e che cosa hanno significato per la sua vita i suoi primi dieci anni. Il libro scaturisce da una domanda fatta da Alice, che chiede alla nonna se da bambina sia stata povera, Franca risponde di sì e incomincia a raccontare…

Ma il racconto non sarà solo, come lei stessa chiarisce, la sua storia personale, ma quella di una comunità, “della gente che negli anni Cinquanta del Novecento viveva nel microcosmo della strada delle Cavine e delle Valli di Chianciano Terme. Sono stata solo l’occhio bambino che ha registrato le loro gesta perché le conosceste e il ricordo della loro esistenza non andasse perduto”. Questo è stato lo scopo, generoso e appassionato, che ha dato vita al libro.
Paragrafi brevi, talvolta un po’ più lunghi, che si intrecciano con dei testi poetici, quasi tutti scritti dall’autrice; poesie profonde e suggestive che chiariscono e completano le parti in prosa.

Il libro incomincia con la sua nascita, con brevi ma significativi riferimenti alla famiglia, in particolare ai due fratellini morti precocemente, prima che lei stessa nascesse.
Franca racconta poi di essere ritornata, molto tempo dopo, nei luoghi dell’infanzia, vuole capire, farsi catturare dalla magia faticosa di quei tempi, ma scopre che la sua nostalgia non è più per quei luoghi, oggi troppo diversi, ma per quel mondo lontano che non c’è più, e che vive tuttavia intensamente nei suoi ricordi.  Di questo mondo vuole parlare, e lo farà egregiamente.

Ci presenta subito ” la donna della brocca”, sua madre Adriana, figura importantissima nella sua vita, lo si percepisce fin dalle prime pagine. Sarà lei a raccontarle le filastrocche per farla mangiare, e sarà sempre lei a proteggerla e coccolarla, a sopportarne con pazienza e con un affetto sconfinato i capricci legati all’età. Lei, talvolta paurosa, sarà per la figlia forte come una roccia nei tanti momenti di difficoltà.
Altrettanto importante, per quanto in modo diverso, la figura di Gino, suo padre. Lui che era stato in guerra, più burbero e chiuso in se stesso, preoccupato sempre che i soldi non potessero bastare, un po’ duro e perentorio nelle richieste, eppure capace di trasmettere un grande affetto a quell’unica figlia, con comportamenti talvolta maldestri ma incisivi. L’acquisto di una piccola bicicletta tutta per lei, il condurla con sè in campagna, una volta persino al cinema, stendersi di notte insieme sotto un cielo illuminato dalle stelle, e stare lì a guardarle in silenzio. Perché Gino era uomo di poche parole ma dal cuore grande.

Ci sono molti altri personaggi in questa storia corale. Mustiola, la nonna, lo zio Mario, la Ginetta, il nonno Giulio, la Frasia del Trippa, I Napoletani, Caterina, la sarta, Fedora, e i diversi amici e amiche che frequentavano la scuola con lei.
Davvero tanti poi gli argomenti trattati. La raccolta dell’acqua, per esempio, nelle case non vi era ancora l’acqua corrente, la stufa a legna, importantissima d’inverno ma anche d’estate, nonostante il caldo, la preparazione del pane, il mercato, dove si andava a comprare di tutto, la preoccupazione per i temporali e le piene, la mietitura, la trebbiatura e la vendemmia, l’uccisione del maiale, la necessità di utilizzare ogni singola parte dell’animale, perché non si doveva buttare niente. Poi ancora l’eccezionale nevicata del 1956, e finalmente, un giorno, l’arrivo della luce elettrica. E infine, un evento speciale: la televisione, che avrebbe portato l’intero mondo dentro le case.

Dieci anni della sua vita, quelli che vanno dal 1951 al 1961, anni che hanno cambiato l’Italia, dieci anni della vita di un’intera comunità.
I loro bisogni primari, la grande fatica quotidiana, il desiderio di migliorare il futuro dei propri figli.
Davvero brava Franca Canapini, uno sguardo, il suo, attento e profondo, generoso e affettuoso verso tutte le persone di cui parla e alle quali ha dato voce e spessore. Pochi tratti, talvolta, ma essenziali, tanto che sembra di vederli e di incontrarli questi uomini, donne e bambini venuti fuori magicamente dalla sua memoria. Ricordi nitidi, occhi curiosi e interessati, spalancati su quel mondo lontano.
C’è molto nella Franca di oggi di quella bambina, mi sembra di intuire, pur non conoscendola personalmente (spero di poterlo fare presto). La voglia di sapere, di capire, oggi come ieri, per conoscere meglio noi stessi e il mondo in cui viviamo.

P.M.C.

La notte di San Lorenzo

 

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Foto da web

Cadono a gruppi le stelle su di noi,
hanno occhi aperti e luminosi
abili osservatori
delle cose del mondo.

Con lo sguardo
rivolto verso l’alto
io mi abbandono rapita
al loro enigma.

Buio e luce
silenzio e voce
sogno e mistero
dentro  innumerevoli spazi infiniti.

Minuscole lucciole celesti,
sentinelle maliziose
in viaggio
per le strade dell’universo.

P.M.C.

Bologna, 2 agosto 1980

 

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Foto da web

 

Trentanove anni fa, il mattino del 3 agosto del 1980, camminavo tranquillamente per le strade di Bologna in compagnia di mio marito Silvio e di mio figlio Alessandro, che allora aveva solo due anni.
Eravamo in vacanza, eravamo già stati in Veneto, e ora ci trovavamo in Emilia. Quel giorno, prima di proseguire per Roma, e poi per Civitavecchia per rientrare a casa, ci siamo fermati a Bologna, una città che non si può non amare.
In quei giorni di ferie non abbiamo mai pensato di comprare dei giornali, come invece facciamo quotidianamente, da sempre. In vacanza cercavamo la leggerezza, il riposo, la gioia di godere di ogni istante, di ogni paesaggio… Nessuna notizia, soprattutto di quelle non piacevoli, di quelle che purtroppo continuamente leggiamo o ascoltiamo.
Ed è stato così, con questo piacevole stato d’animo, che camminavamo per le strade di questa bellissima città.
A un certo punto arriviamo davanti alla Stazione Centrale, ed è qui che di colpo ci troviamo immersi in un silenzio irreale, transenne ovunque, cumuli di macerie e detriti, un via vai di persone che si muovono ancora come automi. Noi, frastornati, ci avviciniamo ad alcuni signori. Chiediamo che cosa è successo, ci guardano increduli, e hanno ragione.
Prima ancora di avere delle spiegazioni, spieghiamo che siamo dei turisti di passaggio, che in questi giorni di vacanza non abbiamo acquistato, come solitamente facciamo, nessun quotidiano, e non abbiamo guardato la televisione. Ci guardano con maggiore comprensione.
“Avete ragione”, ci dice uno di loro”, “in ferie si cerca di tenere lontani i problemi quotidiani, e anche le brutte notizie”. E subito ci spiega:” Qui, ieri mattina, c’é stato l’inferno, non sappiamo nulla di preciso, solo che sono morte tantissime persone, non si sa ancora neppure quante, e oltre ai morti, c’è un numero impressionante di feriti… ”
Ricordo che tenevo mio figlio per mano, o forse lui teneva me, soprattutto in quei momenti di sgomento, e forse è stata la sua inconsapevolezza a darci forza, il suo affidarsi a noi con fiducia. Ricordo anche che mio marito ed io ci siamo guardati e poi ci siamo detti, rabbrividendo, che se fossimo passati il giorno prima, alle dieci e mezza circa del mattino, forse anche noi saremmo stati tra quei morti. Magari non sarebbe rimasto nessuno della nostra piccola famiglia.
Siamo stati fortunati.
Quante cose ancora, mi chiedo oggi, avrebbero voluto dirci quei signori! Chissà quanta amarezza, quanto dolore! E ancora tutto da capire, perché era trascorso soltanto un giorno.
Solo un po’ alla volta, nei giorni successivi, loro, e tutti noi italiani, abbiamo incominciato a capire, a mettere a fuoco l’assurdità di una tragedia che è stata nutrita dall’odio e dalla crudeltà di persone che avevano deciso consapevolmente di colpire e uccidere un numero incredibile di innocenti, che ancora oggi non hanno avuto del tutto giustizia.
Vi era una bambina tra quei morti, la più piccola, si chiamava Angela Fresu, aveva solo tre anni. Era una bimba sarda, come noi, aveva i capelli neri e il viso paffutello, oggi sarebbe stata una giovane donna di quarantadue anni. Ricordo che la “conobbi”, tanti anni fa, grazie a Milvia Comastri, cara amica, che ne parlò in modo approfondito sul suo blog, e che ancora la ricorda. E’ stata quella fotografia in bianco e nero a rimanermi impressa nella mente in tutti questi anni; anche oggi ho rivisto Angela, una piccola foto in mezzo a tante altre, tanti volti sconosciuti che rimangono ancora dentro di noi, per la loro morte assurda, ingiusta e crudele.
“Restiamo umani”, disse un giovane dal cuore grande, tanti anni fa, si chiamava Vittorio Arrigoni.
Ma noi non siamo capaci di “restare umani”, perché la nostra umanità l’abbiamo persa tutta, e lo dimostriamo quotidianamente.

P.M.C.

Povere donne

 

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Foto da web

 

Povere donne,
quanta sofferenza
nelle vostre vite!
Parole dure per voi,
gesti di disamore,
indifferenza,
e tanta tanta violenza.

Costrette a nascondere
dietro i sorrisi
un’amarezza indicibile,
un imbarazzo profondo,
un dolore che fatica
a rimanere contenuto
dentro un cuore
ampio e accogliente.

Povere donne,
poche volte capite,
tante volte umiliate,
perché scomode e lontane
per uomini troppo piccoli e meschini.

P.M.C.