Una lucida analisi di Piero Calamandrei sulle leggi

Piero Calamandrei nacque a Firenze il 21 aprile del 1889.
Si laureò a Pisa in legge nel 1912. In seguito fu professore di procedura civile in diverse università, fino a quando, nel 1924, arrivò alla nuova Facoltà giuridica di Firenze, dove insegnò diritto processuale civile fino alla morte.
Partecipò alla Prima Guerra Mondiale (1915- 1918) come ufficiale volontario. Durante il periodo fascista non volle mai la tessera, e fu uno dei pochi professori a compiere questo gesto.
Nel 1942 fu tra i fondatori del Partito d’Azione. In seguito, pose fine alla sua attività come professore universitario pur di non firmare una lettera di sottomissione a Mussolini, cosa che gli era stata chiesta dal Rettore.
Dopo l’8 settembre del 1943, fu colpito da un mandato di cattura.
Nel 1946 fece parte dell’Assemblea Costituente come rappresentante del Partito d’Azione, partecipando in modo molto attivo ai lavori parlamentari della Commissione per una nuova stesura della Costituzione. I lavori iniziarono il 25 giugno del 1946, e si conclusero il 31 gennaio del 1948.
Fece parte anche dell’Accademia Nazionale dei Lincei.
Fondò inoltre, nell’aprile del 1945, la rivista Il Ponte, sulla quale pubblicò numerosi articoli.
Morì a Firenze il 27 settembre del 1956.


Di seguito, un brano tratto da un articolo pubblicato su Il Ponte nel giugno del 1951.

“Ricordate le parole immortali di Socrate nel carcere di Atene? Parla delle leggi come di persone vive, come di persone di conoscenza. ” le nostre leggi, sono le nostre leggi che parlano”. Perché le leggi della città possano parlare alle nostre coscienze, bisogna che siano come quelle di Socrate, le “nostre” leggi. Nelle più perfette democrazie europee, in Inghilterra, in Svizzera, in Scandinavia, il popolo rispetta le leggi perché ne è partecipe e fiero; ogni cittadino le osserva perché sa che tutti le osservano: non c’è una doppia interpretazione della legge, una per i ricchi e una per i poveri! Ma questa è, appunto, la maledizione secolare che grava sull’Italia: il popolo non ha fiducia nelle leggi perché non è convinto che queste siano le sue leggi. Ha sempre sentito lo Stato come un nemico. Lo Stato rappresenta agli occhi della povera gente la dominazione. Può cambiare il signore che domina, ma la signoria resta: dello straniero, della nobiltà, dei grandi capitalisti, della burocrazia. Finora lo Stato non è mai apparso alla povera gente come lo Stato del popolo. Da secoli i poveri hanno il sentimento che le leggi siano per loro una beffa dei ricchi: hanno della legalità e della giustizia un’idea terrificante, come di un mostruoso meccanismo ostile fatto per schiacciarli, come di un labirinto di tranelli burocratici predisposti per gabbare il povero e per soffocare sotto le carte incomprensibili tutti i suoi giusti reclami.”.

Piero Calamandrei

(Le Fonti sulla vita di Piero Calamandrei, la sua fotografia e il brano proposto sono stati reperiti sul web)

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